Guglielmo Aprile DIECI POESIE da “L’assedio di Famagosta” LietoColle, 2015 con un Commento di Giorgio Linguaglossa

 

Giorgio Linguaglossa

Il gioco dell’Altro

 

Guglielmo Aprileè nato a Napoli nel 1978. Attualmente vive e lavora a Verona. Ha pubblicato diverse raccolte di poesia, tra cui Il dio che vaga col vento(Puntoacapo Editrice, 2008), Nessun mattino sarà mai l’ultimo (Zone, 2008) eL’assedio di Famagosta (LietoColle, 2015); è presente nell’antologia Il miele del silenzio (Interlinea, 2009). Collabora da anni con periodici specializzati attraverso saggi e recensioni.

 

Commento di Giorgio Linguaglossa

 

 Il 17 agosto 1571 avviene la capitolazione della fortezza di Famagosta. La difesa di Famagosta fu una della pagine più epiche mai scritte dalle armi veneziane. Il veneziano Marcantonio Bragadin, prefetto civile, e il perugino Astorre Baglioni, capitano di ventura, ingegnere militare e comandante delle truppe cittadine, tennero contro un esercito nemico immenso, facendo pagare alla Sublime Porta un prezzo sproporzionato per una vittoria amara. Ma la loro sorte fu terribile, indicibile addirittura quella di Bragadin il quale, dopo torture indicibili, fu scorticato vivo. Alla fine 500 soldati veneziani infliggeranno agli ottomani forti di un esercito di duecentomila soldati, ben 52mila morti. La battaglia di Famagosta resterà una delle pagine di gloria della repubblica veneziana nella sua guerra infinita contro le sovrastanti forze degli ottomani.

Ma perché Guglielmo Aprile ha intitolato così il suo libro di poesia? Qual è il significato recondito di questo titolo?

 

Giorgio Linguaglossa

 

Il tema dell’Altro o dell’Estraneo pone la necessità di chiederci se «il posto che occupo come soggetto del significante è, in rapporto a quello che occupo come soggetto del significato, concentrico o eccentrico».La risposta di Lacan sarà che il luogo del soggetto è radicalmente eccentrico in quanto esso nasce come campo dell’Altro. Luogo della catena differenziale dei significanti, il soggetto nasce con il significante, nasce diviso. Il soggetto che si costituisce a partire dall’Altro, è sempre un soggetto alienato, separato. Una struttura analoga la si ritrova in Heidegger, dove l’Ereignis (l’evento appropriante) è insieme e indissociabilmente Enteignis (espropriazione). L’Altro di Lacan è innanzitutto l’Altro del linguaggio come catena significante, così come per Heidegger il linguaggio è la «casa dell’essere» e «il modo più proprio  dell’Ereignen», dunque l’ambito stesso in cui accade l’appropriazione reciproca di uomo ed essere. Questo rapporto si sostiene sulla priorità e autonomia del linguaggio rispetto all’uomo: come Heidegger afferma che innanzitutto «il linguaggio parla» e non l’uomo e che l’uomo è uomo in quanto è all’ascolto e corrisponde a questo linguaggio che sfugge al suo potere, così per Lacan «è il mondo delle parole a creare il mondo delle cose […]. L’uomo parla dunque, ma è perché il simbolo lo ha fatto uomo».

In secondo luogo, e come già accennato, il soggetto mantiene la traccia di questa sua etero-costituzione, nel suo stesso essere e in tutta la sua esperienza. Il «soggetto» per Lacan è caratterizzato da una essenziale mancanza-a-essere, in quanto affetto non da una mancanza determinata («ontica», nei termini di Heidegger), ma da una mancanza ontologica, costitutiva del suo essere, perché è un soggetto che si istituisce originariamente come diviso e scisso nel campo dell’Altro. Proprio perciò il soggetto lacaniano è un soggetto desiderante e «il desiderio è la metonimia della mancanza ad essere»2: il desiderio nel suo carattere eccentrico è l’espressione di questa mancanza-a-essere, di questa negatività che attraversa il soggetto e gli impedisce di essere fondante e fondato. Questi motivi sono all’opera potentemente anche nell’analitica esistenziale, dove alla mancanza-a-essere lacaniana corrisponde l’essere-gettato dell’esserci e soprattutto le conseguenze ulteriori che Heidegger ne trae nella seconda sezione di Essere e tempo.

 

Giorgio Linguaglossa
Il gioco dell’Altro

 

Questo libro di Guglielmo Aprile si presenta come una vera e propria indagine sulla fenomenologia dell’Altro, dell’Estraneo. Il «compagno di culla», il «pupazzo dal berretto rosso e le bretelle», il «tiranno… in livrea», il «re spodestato», l’«arlecchino», il «venditore di zucchero filato» etc., una sorta di figure che oscillano tra il gusto dell’orrido e del familiare, del regno infantile dello spirito e del regno onirico, «re» e «uccello bianco», «merlo» e «bambola sventrata». L’estraneo, questo sosia riottoso e irriverente, viene indagato nella sua complessità ontologica ed esistenziale. Si verifica una lotta furibonda tra il soggetto in via di disparizione e l’Altro, una sfida infinita nella quale l’Altro assume le sembianze più inverosimili e diverse e il soggetto è ossessionato, colonizzato da fobie e ossessioni. L’angoscia e la paura che si dipanano  sono il significante del soggetto, la traccia della sua sconfitta e della sua disparizione. Libro della disparizione, quindi, del soggetto che si eclissa lasciando un buco vuoto, uno spazio occupato dai significanti onirici e iconici. Un assedio dunque, non meno sanguinoso di quello che avvenne alla fortezza di Famagosta difesa eroicamente dai veneziani al comando di Marcantonio Bragadin, meno di mille unità combattenti che inflissero agli ottomani cinquantaduemila uccisioni durante gli asperrimi combattimenti.

Scrive Guglielmo Aprile: «Gli Dei, dopo il loro tramonto con la fine dei paganesimo, hanno lasciato delle tracce: e queste sono da rinvenire nel linguaggio; tuttavia il vuoto da loro lasciato brucia, per cui la loro mancanza e’ analoga alla cicatrice causata da una ustione. Ma gli Dei abitano nelle lande più antiche della psiche Dell'uomo moderno; sono soltanto addormentati, eppure la loro presenza si lascia percepire, anche in forme non consapevoli, in alcuni oggetti, che si fanno loro emissari e messaggeri, assurgendo a simboli: ecco allora le irruzioni del numinoso nella nostra vita, che sconvolgono e stupiscono, e di fronte alle cui epifanie ci sentiamo spiazzati e temiamo di rasentare gli stati pericolosi del delirio e dell’allucinazione, ossia del disordine mentale. In fondo il mio libro enumera una serie di figure riconducibili tutte al perturbante freudiano: prima fra tutte quella del “bambino”, che è però spogliato di innocenza roussouiana, in quanto è selvaggio, vicino alla dimensione dei progenitori arcaici, e proietta in sé le pulsioni istintuali dell’Es e i corollari schemi difensivi che l’Io adotta per reazione al dilagare di questi; volevo quindi riprendere il tema Dell Ombra, ma risemantizzandolo in direzione psicoanalitica, rispetto ai connotati di ‘copia imperfetta di un modello ideale’ che gli attribuiva il platonismo».

 Id., Le séminaire. Livre XI. Les quatre concepts fondamentaux de la psychanalyse (1964), Seuil, Paris
1973 ; tr. it. di A. Succetti, Il seminario. Libro XI. I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi
(1964), a c. di A. Di Ciaccia, Einaudi, Torino 2003, rispettivamente p. 193 e p. 194
Id., La direzione della cura e i principi del suo potere, in Scritti, vol. II, p. 618

 

Giorgio Linguaglossa

 

 

Poesie di Guglielmo Aprile

 

A cinque anni, il mio compagno di culla
era un pupazzo dal berretto rosso
e le bretelle; avevo il terrore di lui.

A volte mi ricompare davanti
nei vicoli più bui delle giornate,
dagli angoli di cassapanche
non chiuse bene, dal fondo di camere
in cui non spolvero da tempo;
non dice niente, mi osserva solo
con quell’espressione che tanto mi angosciava una volta.

È lui che stacca pezzi di ruggine
dalle cancellate ancora da verniciare,
che soffia polvere di gesso
sulle teste della gente alla fermata.

Non posso nulla
per impedire il suo arrivo, solo far finta
di ignorarlo, quando in autobus
o in un outlet, di nascosto, ammicca
rivolto a me con strani, terribili
cenni, e grazie a Dio gli altri
non se ne accorgono.

 

*

 

Il tiranno indossa
una livrea variopinta, che smentisce
l’ombrosità di certe sue occhiate torve,
il pallore delle sue veglie.

Ogni giorno stupisce la corte
inventandosi un’altra, più originale
assurda voglia da soddisfare:
a un suddito comanda
di sodomizzare una porta, ad un altro
di passare attraverso un’inferriata
fino a slogarsi una spalla, oppure
di sfilare in pubblico imitando una capra;
e ce ne vuole, perché i più pazienti
dei suoi consiglieri lo distolgano
da certi paradossali capricci.

Così lo hanno messo al bando su un’isola
fuori da ogni giurisdizione,
ma lui neanche se n’è accorto, e insiste
a covare le uova nere
delle più mostruose fantasie
mentre a sua insaputa lo tengono
incatenato a un letto, in attesa che prenda sonno.

 

*

 

Il re spodestato, rinchiuso
nella torre più alta, da solo,
sentitelo come delira!

Non ha con chi parlare, e sono mesi
che ha rinunciato al sonno; e quante volte
l’uccello bianco della follia, con la sua risata atroce,
gli è balenato dinanzi! E lo tenta
a strangolare mentre dormono i suoi parenti,
a versare liquido verde nei pozzi,
a bruciare vivi senza giustificazione
gli ambasciatori giunti a informarsi della sua salute;
a tenerlo a bada è solo
l’efficiente turnover dei carcerieri.

Lo hanno dovuto rinchiudere, si dice,
perché fuori controllo, e il suo spettro
viene ancora evocato per far paura ai bambini,
anche se in tanti
non l’hanno mai visto in faccia, e pensano persino
che sia il frutto di una superstizione.

Il re, come delira
dall’alto della sua torre! Fatelo tacere,
vi prego, fatelo tacere
o l’intero regno cadrà nello sconquasso,
diverrà ingovernabile.

 

*

Giorgio Linguaglossa
Guglielmo Aprile

Inverecondo arlecchino,
tutto imbrattato di feci e di sangue,
si annida
dietro l’abito bianco delle villette a schiera,
medita i suoi sabba tempestosi
nei sottopassaggi della stazione,
rievoca in fondo a un garage
i fiori neri delle orge babilonesi,
sembra quasi ci provi gusto
a offendere, a scandalizzare
appassionati di bird-watching
e mansueti collezionisti di farfalle
con i suoi turpi sillogismi.

Mi rimbocco le coperte
della palude, per non lasciarmi irretire
dalle sue provocazioni, ma non è facile
convivere con gli strampalati schizzi
sparpagliati ovunque in camera
che attestano le sue velleità come architetto

ed esorcizzare in continuazione
date e segni
dei suoi improbabili eppure preoccupanti
oroscopi.

 

*

 

C’è una bambola sventrata
nella cantina umida, per quanto
io cambi indirizzo o mi dia assente al telefono
o fornisca generalità false ai poliziotti
lei è lì, e mi aspetta
con il suo atavico conto da chiudere.

C’è una bambola sventrata
che penzola alla spalliera, con le braccia in croce
e il sorriso guasto, simile a un ragno morto;
dovrò disfarmene un giorno o l’altro,
prima che tutta quella paglia si rovesci
dalle ferite delle sue cuciture;

e intanto, ad ogni risveglio, nuovi, mostruosi
peli neri si moltiplicano formicolanti
sulle sue braccia di raso.

 

*

 

Fuori dalle finestre, c’è da anni
un merlo che resta ore e ore
ad insultarmi; ignoro quale colpa
mi rinfacci, e perché tanto astioso
accanirsi contro di me, in quel suo
farneticare. Forse la sua voce
così falsamente melliflua, subdola
e così aperta alle più varie e libere
esegesi, non è
che l’indizio, la crepa
nell’impalcatura che scricchiola,
il definitivo strappo nel filo
che tiene insieme libri e suppellettili
ognuno al posto proprio sulle mensole,
il collasso astrale e lo sbriciolarsi
degli specchi. Sprangate ante e balconi,
parlate a voce più alta, non voglio
più sentirlo, quel canto, il suo presagio
catastrofico, il suo annuncio che schianta
agli astrologhi assiri i pugni sulle tempie.

 

*

Giorgio Linguaglossa
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Mi sfianco a camminare nei mercati,
per non far caso
al chiodo che stride
sulla piastra che gira, gira
senza posa.

Il venditore di zucchero filato
esorta alla temperanza dei sensi
file di bambini pensosi e muti
stretti in cerchio, composti;
badanti filippine
annotano sui loro quaderni gialli
soluzioni audaci
ad antichi dilemmi teologici.

E intanto, l’Arrotino, all’angolo
dove tutte le strade s’incrociano, persevera
nel suo lavoro, chino
e silenzioso sulla piastra
che gira monotona e intride
del suo pianto in sordina
l’aria di ogni mattina.

 

*

 

Nei corridoi un confuso
groviglio di voci di vecchi
che biascica sempre la stessa
formula ottusa. I passi

tentano le strade
meno battute, pur di scrollarsi
del rumore che loro stessi fanno
calcando la polvere. Cerco

quel prato fuori città, dove
dicono ci sia un albero
dalle ciglia violette
alla cui ombra

dormire.

 

*

 

Popolazioni sordide,
dalla parlata scurrile,
dedite a culti feroci,
le vesti stracciate, escono
dai tuguri, a una certa ora
della notte, e dilagano

nei quartieri pavimentati di marmo
dove vecchi diplomatici in gilet bianchi
con gesto lento e solenne
abbeverano canarini;

si abbandonano ad ogni
genere di intemperanze, poi
rientrano nei loro
covi sotterranei, come l’acqua
al termine di una piena;

e tutte le strade tornano sicure,
tranne una, alle spalle della stazione:
non ci ho mai messo piede lì
perché dicono ci sia nascosto

un ragno enorme.

 

*

 

Ho cercato di procrastinare
quell’incontro
fino all’ultimo, nascondendomi
per ore nei portoni,
con l’ostinazione di chi
pur di rinviare la propria morte,
di chiedere proroghe all’inevitabile
fitta sotto lo sterno,
esagera con il caffè
e incendia ogni arcipelago
sull’agenda delle proprie giornate;

ma mi ha ghermito alle spalle
quando credevo di averlo seminato:
mi può far suo (questo vuole provarmi)
come e quando gli pare.

L’errore del giardiniere
è nel metodo: le erbacce più le combatte
con cesoie e diserbanti,
più istiga il loro proliferare
pervasivo e incontrollato.

 

 

 

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