ALFREDO RIENZI – POESIE SCELTE da “Notizie dal 72° parallelo” (Joker, 2015) “Iróstene di Sitzia”, “Terza giornata di Kristian Rosenkreutz”, “Vincent B. sceglie una fotografia per il corredo funerario”, “Una domanda di Irma C.”, “Julius, volgendo le spalle alla nave”, “Di Arcadio e di un suo pensiero fluttuante”, “Anosh riconosce l’inganno e gli ingannatori” , con un Commento di Giorgio Linguaglossa, un Appunto dell’Autore e uno stralcio della quarta di copertina di Sandro Montalto.

 

Giorgio Linguaglossa
New York City

 

 

Alfredo Rienzi, nato a Venosa nel 1959, risiede dal 1963 a Torino, dove esercita la professione di Medico. Ha pubblicato in poesia: Pianeta truccato, elusioni!(Torino, 1989), Contemplando segni, silloge poetica vincitrice del X Premio “Montale”, in Sette poeti del Premio Montale, (Scheiwiller, Milano, 1993);Oltrelinee (Dell’Orso, Alessandria, 1994), poesie, Premio Città di Torino 1996, segnalato al XIV Premio Montale. Ha pubblicato Simmetrie(Joker, 2000)Custodi e invasori (Mimesis, 2005) e Notizie dal 72° parallelo” (Joker, 2015).  E’ pubblicato, tra le altre, nelle seguenti antologie: L’addomesticamento del bue (Il grappolo, Salerno, 1991); Opere d’inchiostro 1991-1995 (Assessorato alla Gioventù, Torino, 1995); Parole e forme per il terzo millennio, (Ed. Ippogrifo, Torino, 1997); Antologie de poezie piemontezâ – Poeti piemontesi contemporanei, Pref. di Elio Gioanola (Ed. Studia, Cluj-Napoca, Romania, 1998);Florilegio per il terzo millennio (Campanotto, Udine 1999). Ha tradotto per il Centro per lo Studio delle Letterature e delle Culture delle Aree Emergenti dell’Università degli Studi di Torino testi da OEvre poétique di L. S. Senghor, tuttora inediti. This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.

 

Commento di Giorgio Linguaglossa

 

Le allucinazioni ipnagogiche sono esperienze intense e vivide che si verificano all’inizio di un periodo di sonno e avvengono spesso in aggiunta alla cosiddetta “Paralisi nel sonno”. Paralisi nel sonno o paralisi ipnagogiche. È molto difficoltoso per il soggetto distinguere l’allucinazione dalla realtà.  Alcune volte le allucinazioni ipnagogiche possono costituire un’esperienza piuttosto spaventosa, specialmente perché l’illusione consiste in soggetti terrificanti. La scienza medica ci dice che nel momento in cui si vive l’esperienza, l’approccio migliore consiste nel riflettere che tutto ciò che si sta manifestando non è reale e calmare il proprio panico di fronte a queste illusioni (visive, tattili e uditive) in quanto si alimentano delle stesse paure del soggetto dormiente, e infine scompaiono lasciando il posto ad un sonno ristoratore.

Si può dire che Alfredo Rienzi ha imparato a fare tesoro di questo genere di «disturbo» e lo ha tradotto in una vera e propria poetica. Una poetica della notte. Ha imparato  a riconoscere l’allucinazione come parte integrante della condizione umana e a trascriverla in poesia. Si può affermare, con una certa approssimazione, che la poesia di Rienzi è parente del sogno e delle allucinazioni uditive e sensoriali, se poi queste sensazioni siano esperienze reali o virtuali è una materia che esula dalle competenze di un critico letterario, l’importante è averle individuate e riconosciute sul piano letterario. Poesia ipnagogica, dunque, che utilizza un piano basso del linguaggio per un contenuto alto e desultorio. Che sia Iróstene di Sitzia che parla (un filosofo inventato) o altri, non importa, nello stato di dormiveglia tra veglia e sonno, non c’è più distinzione tra il reale e l’onirico, tra il vero, il verosimile e il falso; in realtà chi parla, parla dal 72° parallelo:

 

Conosco l’inganno e gli ingannatori
la frode e i frodatori
e mi lascio ingannare, e frodare
perché so stare al gioco e compiacere
il bagatto e la sua asta e la giocoleria del suo occhio alboreo.

 

parla ad un ipotetico uditorio posto nel futuro passato, ad una età senza tempo e senza passato, ad una civiltà umana affetta da amnesia del tempo. C’è una «enfasi di fango» in una «città» ritrovata, c’è una «tana del gambero» dispersa nei ricordi onirici, ci sono cose irriconoscibili e dimenticate, emendate e cicatrizzate che ritornano negli incubi allucinatori… anche lo stile fonde in maniera originale il tono sapienziale con un lessico sobrio, giocato soprattutto sullo straniamento tra sostantivi e aggettivi. Direi che lo stile, affatto demotico, si adatta bene alla curvatura del contenuto piantato e conficcato bene nell’ordito di una sintassi che vuole indurre il lettore a credere nella dimensione di mezzo, nella dimensione ipnagogica, che il reale è ciò che è irreale, e viceversa. Insomma, la poesia di Rienzi, da sempre, ha lavorato in questa direzione, e in quest’ultimo libro si ha la sensazione che il poeta abbia raggiunto un risultato estetico davvero tangibile. Dopo la lettera di Alfredo Rienzi, presentiamo i brani iniziali del libro:

 

 

Giorgio Linguaglossa
Evgenia Arbugaeva Weather_man

 

Torino, 17 dicembre 2015

 

Carissimo Giorgio

 

ecco, per il più vorace e acuto (e apprezzato!) indagatore e conoscitore di poesia contemporanea il mio ultimo e sofferto contributo…

Come siamo arrivati qui? Il silenzio, evidentemente, non è esercizio del quale il poeta sia capace, nonostante la consapevolezza della polverizzazione delle voci, delle forme, dei contenuti, dei linguaggi, delle occasioni, ecc ecc.

Per un certo tempo ho creduto quasi sinceramente che la Parola postuma, cui hai donato la tua preziosa prefazione, fosse davvero una dichiarazione di resa. Dire nel vociare massivo, equivale, di fatto a dire ciò che non può essere ascoltato, né letto, quindi equivale al silenzio. Ma il silenzio, sostengo da tempo, è potere esclusivo degli dei (e ben praticato!). Quindi tra la saggezza del non dire e lanecessità connaturata alla parola, ecco che mi sono trovato a raccogliere, stimolato da Sandro Montalto,  materiali sparsi degli ultimi dieci anni e, scenograficamente, anziché sostenerne l’ambizione a costituire una poetica, un linguaggio, o almeno il contorno un poeta, li ho relegati a ciò che metonimicamente è la poesia di oggi, credo in maniera abbastanza vicina alla tua visione.

La voce narrante rinuncia alla sua centralità, non tanto per l’espediente, se vuoi anche ingenuo, della galleria di personaggi, ma perché non ha più, all’orizzonte, una centralità di tralicci linguistici. Subisce indifferentemente spostamenti linguistico-narrativi disparatissimi e qualsiasi progetto di costruzione è troppo alieno alla frantumazione-polverizzazione dei materiali di riferimento. Con Notizie (plurale, allusivo non a tematiche omogenee ma a, appunto, a singole annotazioni, peraltro “lontane” come a qualcuno potrà sembrare alludere il 72° parallelo che, in realtà è retto da volontarie o involontarie polisemie o da inarticolabili squarci anagogici) ho preso coscienza che non c’è più, o non c’è ora, quantomeno, la volontà di edificazione di nulla, nemmeno di un’architettura interna al libro (sezioni, linguaggi, referenti…). Chiaro che la scrittura non è anarchica o impulsiva, il verso abbastanza lavorato, la medietà linguistica aborrita il giusto e la tensione sempre abbastanza verticale e le ridondanti epigrafi vagheggiano universi poetici ai quali ancorarsi, ma non ipotizzabili ora (anche se qua e là, epigonicamente – come ti piace dire – o embrionalmente e con discontinuità qualche eccezione si può vedere).

Spero che tu riesca a darne una lettura. Con sincerità sei ancora uno dei pochi dei quali si ha certezza di avere una lettura competente e sincera. Sono molto contento di quanto il tempo ti stia rendendo in termini di riconoscimento e autorevolezza: molti pigolano e passano, tu resti e sei un riferimento ineludibile. “L’Ombra delle Parole” è veramente magnifico e pieno di rivelazioni.

 

(Alfredo Rienzi)

 

Un appunto per una possibile Nota dell’Autore

 

“Si parla di ‘poetica’ di un artista, quando egli stabilmente raggiunge […] caratteri peculiari e costanti nella frequentazione delle sue opere, ossia quando egli diventa ‘riconoscibile’ nella sua arte con continuità e stabilità.”

Questa definizione di poetica, del compianto Gianmario Lucini, nell’Introduzionedel I volume di Poeti e poetiche, del 2012, ha avuto il potere di focalizzare la mia cronica inquietudine per concetti quali, appunto, la ‘riconoscibilità’, la ‘cifra stilistica’ e simili. Come se nei conflitti sempre urenti che fondano buona parte della necessità poetica, il doversi preoccupare o almeno occupare del proprio abito stilistico, del replicare se stessi, potesse determinarne uno forse superfluo o implosivo. Come se nel proseguire la propria navigazione nei sicuri canali già percorsi si aggrumasse col tempo il rischio ferale della in-espressività, del plagio di se stessi. E’ probabilmente questo un mio affanno lucidamente ossessivo; è certo, invece, che in molti casi l’ossessione è quella di ripetersi, di confermarsi, di spendersi con l’invariabile moneta con la propria effigie. È probabile, d’altronde, che esista anche in questo campo dell’agire umano quell’aurea via mediana, così facile da teorizzare, quanto, nella realtà, difficile da trovare e impossibile da percorrere.

Nonostante il sistematico progetto di depistaggio e mascheramento, potrebbe anche accadere, in queste Notizie, di scorgere sedimenti e tracce che rimandino a un minimo comune denominatore del mio ascoltare e ridire, passato e presente. Se così fosse, lo considererei un piccolo passo verso il noto tempio di Delfi.

(Alfredo Rienzi)

 

Giorgio Linguaglossa
Evgenia Arbugaeva Slava_observatory-

 

dalla quarta di copertina di Sandro Montalto del libro “Notizie dal 72° parallelo” Joker 2015 pp. 72 € 13

 

Il vastissimo poema di Rienzi (…) ci ha abituati a un linguaggio raffinato e vario, e a una attenzione formale tanto esplicita quanto aggraziata. Una poesia di contenuto che non raramente recupera intenti a loro modo narrativi, o almeno evocativi: brandelli di sapienza antica, ma sempre verificata sotto le sollecitazioni dell’oggi, che assumono volentieri l’aspetto di apologhi di eterna saggezza. Ma questo sfondo di narratività non deve far pensare ad un cedimento verso i territori dell’abbassamento prosastico, della rinuncia alla complessità o del lavoro sulla lingua e sull’immagine: si tratta semmai di un recupero di modelli mediorientali e orientali (si cita addirittura Omar Kayyam), ma anche di certa poesia dell’Europa dell’Est, o all’esperienza di poeti come Borges (con Borges la poesia di Rienzi condivide diverse metafore fondamentali, disseminate lungo il suo percorso poetico: basti citare la rosa, il fiume, la notte, la spada, il viandante). E proprio riflettendo sull’essenza di questi modelli può risultare chiaro un certo senso di “sacro” che aleggia in questa poesia: il senso di una parola “pesante”, carica di valenze, che concretizza percorsi non di rado per aspera ad astra e nel suo farsi a tratti ieratica significa il suo non voler dimenticare la difficoltà dell’esistere. Una parola che non dimentica la sua piccolezza di fronte alle immensità che vuole esplorare, ma anche consapevole della propria forza e della dignità della propria missione…

 

 

Giorgio Linguaglossa
Evgenia Arbugaeva Weather_man

 

 

Poesie scelte di Alfredo Rienzi da “Notizie dal 72° parallelo”, Joker 2015 

 

Di qua scorreva lento il fiume (lo so:
la metafora è come annegata nelle sue stesse acque).
Il mare attende e la sorgente tace
non considera del tempo la linea
il cerchio o il decimale
della costante universale.
Ascoltavi di me contraddizioni
e dei flussi e con mani di rugiada 
lavavi il fango dai miei piedi.

 

 

Iróstene di Sitzia

 

Imparo a farmi acqua
contro la lama della spada
aria al morso dei lupi che invadono le soglie del visibile
il tragitto dell’arma mi attraversa
come la mano il fumo dell’incenso
imparo a farmi chiarore 
all’occhio calunnioso del corvo.

 

Beniamino ricorda invito e promesse di uno sconosciuto
nel giorno del settimo compleanno

 

Siedi vicino a me, nella pausa tra i tuoi giochi
ora che ti ha toccato la vergine spada del tempo
che il più immaginario tra i tuoi amici da giorni si nasconde
appena dopo averti rivelato
che le nuvole e il fiume sono la stessa cosa
la stessa cosa il pianto e il mare. Siedi
ti dispenserò il rito della nascita e dell’ascesa al monte
il nascondimento nella grotta
l’agguato al drago e il balzo
col peso come fossi sulla luna
il decollo che attende la caduta
la medicina che non guarisce la malattia che non hai.

 

St. Y. invia notizie dal 72° parallelo

 

Il vento qui solleva i fogli 
carte come colombe, notizie decadenti
il battito d’ali è innaturale

 

non si compirà l’aereo tragitto

 

io sto, col mio debito stampato
sul petto come ecchimosi
una virgola oscena in mezzo agli occhi
un liquido indelebile di sangue
e il peso scriteriato dell’usura

 

a noi portatori sani dei mali 
del mondo, recalcitranti ma in fondo
buoni consumatori
quale fu il dubbio non espresso, 
la segreta ragione
la segreta ragione…?

 


Terza giornata di Kristian Rosenkreutz

 

L’avvenimento ebbe remota origine
sì, c’era luce, e forse anche troppa
e rendeva incerti i bordi delle ombre
gli odori erano netti ma incoerenti
le aringhe profumavano di frutta 
il latte alitava come aceto e via di questo passo

 

insomma c’era qualcosa nell’aria
che rendeva inconoscibile il luogo
familiare – tra la città e la torre
anche l’arco dei rondoni fletteva a formule inadatte al volo.

 

Come fu possibile che nessuno s’accorse dell’inganno?

 

Il nemico era lì, appena oltre la notte.

 

scoppiarono in lamenti i condannati
penosamente, in suppliche e pianti, 
tardive preghiere, genuflessioni

 

Il barbaro mostrò la coppa d’oblivione 
ma era ancora il dolore da patire
così la versò in terra (un’arida terra
che per tre giorni disconobbe l’erba).

 

Noi osservammo tremanti ed accucciati
all’ombra dell’acacia.

 

Ci volle molto tempo 
prima che tutti fossero impiccati, 
decapitati, affogati nell’acqua
o giustiziati in altri orrendi modi. 
Il giardino, prima così affollato, 
divenne sempre più vuoto
e alla fine
solo restarono, muti, i soldati.

 

Il tuo pianto imparò il silenzio.
A cosa servì l’orrore
l’osceno rito di sangue e fango?

 

Poi ci lavammo mani 
e capo alla fontana.

 

 

Giorgio Linguaglossa
Alfredo Rienzi

 

 

Vincent B. sceglie una fotografia per il corredo funerario

 

È quella in cui sei tu nel campo di grano ancora verde
e il delirio di papaveri che canta il canto dell’indomata silfide
per tutte le creature visibili e invisibili nel cielo
che scende fin sulle cime dei pioppi

 

lo so, l’immagine è venuta un po’ sfocata 
e sovraesposta quanto basta a credere che sia d’un altro luogo
dove la terra e la materia poco a poco si diradano 
e il fuoco può passare oltre la pelle senza bruciare e diventare sangue

 

tu sei di lato e guardi in una direzione dove s’abbracciano 
la vita e la resurrezione
e mostri il profilo e la sua bellezza di collina
e un’incisura che accenna ad un sorriso senza causa

 

riponila il giorno del passaggio vicino alla mia mano destra
che possa nei primi passi oltre il confine mostrarla ai custodi del cammino
e chiedere di aspettarti anche in quell’Oltre.

 

 

Una domanda di Irma C., pittrice d’alberi, a un monaco brasiliano

 

Come puoi allo stesso modo amare
– chiedevi con le labbra appena mosse –
la vittima e il carnefice, chi dice
e chi tace, chi sceglie e chi attende
al bivio, fermo, il santo o l’uomo lupo?

 

Guardavo, mentre addolciva l’aria
un canto in genovese, i tuoi occhi
tra il grigio e il verde antico, né lustri né opachi.

 

Ti risposi non lo so, mi viene naturale e cercavo 
quale mano in te fosse dell’una, quale dell’altro.

 


Jan N. K. svela ipnagogie alla sua concubina

 

Ripensai alla tana del gambero
sulla riva del torbido fiume
e mi vidi salpare da Nantucket
dopo una notte che si denudò 
dalle sue tenebre senza fare niente altro che attendere
rievocai quel calore quasi lieve del liquido che scende 
dalle spine attorno al capo 
e salmodiai tra me e me come l’unguento che scende lungo la barba di Aronne
finché il dolore non fu così forte da smascherare la menzogna e urlare
e tu molto ottusamente mi chiedesti
se avessi più paura a partire o a restare…

Ma tu hai conosciuto mai qualcosa vivere 
e riuscire a restare immobile?

Eys, nella prima decade di maggio

Ho visto sai le querce anche fiorire
senza rumore, un grado di colore
attentamente scelto, con la modestia tipica dei forti.

 

… e ricordi le maschere che a caso
abbiamo scelto e posto innanzi al volto?
C’era disordine nel magazzino: tu ne prendesti una da regina
o dama d’alta corte, la mia era nera e non riconoscesti
più neanche l’occhio che ti guardava con disperso amore
la voce che sapesti distorta negli orgasmi
e il senso del mio dire, del mio stare.

 


Ingannevole epilogo del ciclo di Yibel

 

L’inizio fu una voce
lo schermo del sogno ancora nero
come al cinema quando il narratore
anticipa la scena che verrà
il morso del lupo fu improvviso
ma Yibel pensò che fosse ora di smetterla coi lupi
che stavano ripopolando i monti
con fatica di tutti, lupi, uomini e capre
e che non si dovesse ancora abusare
di luoghi comuni, dannosi a tutti,
lupi, uomini e capre…
Poteva bastare: il morso fu improvviso.

 

Poi comparve la scena, ma, si sa,
nei sogni le figure hanno spesso
contorni incerti e molli
o cambiano senza che neppure si capisca
cosa siano in origine e cosa vogliano diventare
e negli incubi il tutto è peggiorato
dal ritmo che impazzisce (troppo veloce o troppo lento)
e da un respiro che rapprende l’aria in pietra.
Allora… (io non so farlo, ma sembra 
dai grimoires facile come bere un calice di birra 
– la metafora con l’acqua, non stupitevi, s’userà sempre di meno…)
…allora si dispose ad osservare 
come uno spettatore indifferente
quelle visioni inafferrate, quella pena 
senz’occhi, e comprese come quella fosse la realtà.

 


Un ignavo rivede la propria fine

 

Non ci fu volontà in mezzo al fiume
le acque erano placide ed opache 
nel caldo di luglio, la sponda sabbiosa

 

mi parve indifferente tornare a riva
o lasciarsi portare dalla liquida mano:
e l’una e l’altra parola chiedevano

 

di essere pronunciate, nella scelta:
ma il vero ignavo fino in fondo resta
equidistante: né dramma né commedia

 

fu assecondare i flussi sonnolenti…
Non ebbi certo volontà di morte
ma credo sia stata la vita, offesa, a ritirarsi.

 


Julius, volgendo le spalle alla nave

 

«Che tu possa piangere come un violino
Ridere come petalo toccato dal raggio»
(L. Ionas)

Sto infisso nella terra 
– di chiodi e arbusti, ibrida semenza –
nell’armatura esigente del mio soma 
con i quindici o i cent’anni che espongo 
secondo il vento o il luccichio dei fiori 
nel lampeggiare d’un settembre caldo 
come non ne ricordo negli ultimi trent’anni.

 

Sta suo malgrado intorno a me la vita.

 

Deanna sul treno regionale veloce 10270

 

Le ore furenti e umide dell’amore
le riprese accelerate sul bianco
tumulto delle nuvole e l’immobile
turchese dove s’adagiano le Dominazioni.
Le sparse tracce sulla neve, poca,
la direzione della loro lingua
in alfabeto estinto senza che pietosa mano ne avesse
indicato le curve, il loro allontanarsi
l’andare e il tornare, il puntare attorno all’asse del mondo.
I treni nella notte, le stelle (o i lampioni) nella notte
i ventosi spiriti nella notte.
Cosa salvare, cosa offrire al Moloch?
Duramente concede la domanda
scelte multiple, silenzi, attese…

 


Di Arcadio e di un suo pensiero fluttuante

 

Mi conosci questi pensieri
non dimeno mi parli di felicità, e io ascolto.
(M. Luzi)

Svenduta la sua casa familiare
gli somiglia di più l’attuale condizione 
d’affitto, d’ospite a scadenza.
Ha nuove mura e un comodo scrittoio
i vanagloriosi o dolenti oggetti
le risorte cornici, le penne dei rapaci.
Ma cosa è suo, cosa gli è prestato?
Meglio, così, si specchia ogni mattino
il suo pensiero fluttuante d’instabilità
e il suo abitare i vani grigio chiaro
e gli scuri del cranio, del torace e 
il palco d’ossa da ristrutturare:
stesse regole per l’uso e la scadenza, 
sola differenza, in questa sua materia, 
un prezzo più alto e un tempo meno concordato.

 

 

 Anosh riconosce l’inganno e gli ingannatori

 

«Lontano 
si lamentano i cani e confonde
l’insonnia gli errori della vita ».
(G. Lucini, Istruzioni per la notte, I.)

 

Conosco l’inganno e gli ingannatori
la frode e i frodatori
e mi lascio ingannare, e frodare
perché so stare al gioco e compiacere
il bagatto e la sua asta e la giocoleria del suo occhio alboreo.

 

Gli alberi erano bianchi: 
di neve o di fiori non importa:
dell’una o degli altri l’impermanenza
ho appreso e il trucco dell’apparire e del mutare. 
Voi dite: è naturale
ma anche il tempo come il mare è a volte qualcosa di abissale.

Così l’ingannatore mi sorride
ingannato dalla mia falsa resa
e il frodatore annusa il molto nulla
che gli ho concesso, lo soppesa, mostra
ai suoi sodali quel che pensa esserne 
il centro, lo stringe tra pollice e indice
si accanisce sui margini di fumo 
ma non giunge a farsene un’idea
a estrarne un asterisco, un duepunti, una moneta falsa o fuori corso.

 

Gli alberi erano rossi:
di frutta o di sangue non importa.

 


Jazim Alahany

 

Osservava passare nubi 
non (ripeto: non) silenziose
ogni residuo del cielo suonava
e c’era come odore di cenere
sulle città
una guerriglia oscena
per la parola non vera 
ma ripulita e ornata come un’alcova

 

c’era al suolo un inutile sudore 
una chiassosa finzione di pianto
per le strade, e una sconveniente
enfasi di fango.

 

 

 

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