Gian Mario Villalta TRE POEMETTI da “Telepatia” (LietoColle, 2016, pp. 148 € 13) “le madri cattoliche del Novecento”, “I poeti e l’invisibile”, “Telepatia”, “Il problema della contiguità tra linguaggio narrativo e linguaggio poetico” con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Giorgio Linguaglossa
città nel traffico urbano

 

Gian Mario Villalta è nato a Pasiano (Pordenone), insegna in un liceo ed è direttore artistico del festival pordenonelegge.

Prime pubblicazioni sulle riviste “il verri” di Luciano Anceschi, su “Studi di Estetica” e su “Alfabeta”, ancora alla metà degli anni  ’80. Negli anni successivi scriverà anche su «ClanDestino»,« Tratti», «Nuovi Argomenti», «Testo a Fronte», «Baldus » «Diverse Lingue». Ha pubblicato i libri di poesia: in dialetto (veneto periferico)Altro che storie!, Campanotto 1988. Premio S. Vito al Tagliamento; Vose de Vose/ Voce di voci, Campanotto 1995. Premio Lanciano (giuria: Loi, Rosato, Giacomini, Serrao, …) (ristampato nel 2009); Revoltà, Biblioteca Civica di Pordenone, 2003; in italiano ricordiamo: Vedere al buio, Sossella 2007; Vanità della mente, Mondadori, 2011 (Premio Viareggio 2011, Premio Diego Valeri); Telepatia, LietoColle-pordenonelegge 2016. Numerosi gli studi e gli interventi critici su rivista e in volume – tra questi i saggi: La costanza del vocativo. Lettura della “trilogia” di Andrea Zanzotto, Guerini e Associati 1992; Il respiro e lo sguardo. Un racconto della poesia italiana contemporanea(Rizzoli 2005), ora in versione ridotta su e-book edito dalla Scuola Holden; Ha curato inoltre i volumi: Andrea Zanzotto, Scritti sulla letteratura, Mondadori 2001 e, con Stefano Dal Bianco: Andrea Zanzotto, Le Poesie e prose scelte, “I Meridiani” Mondadori 1999. Il suo primo libro di narrativa è stato Un dolore riconoscente, è uscito presso Transeuropa nel 2000, al quale sono seguiti quattro romanzi, editi da Momdadori, tra i quali ricordiamo: Tuo figlio, Mondadori 2004 e Alla fine di un’infanzia felice, Mondadori 2013. Nel 2009 ha pubblicato il non-fiction Padroni  a casa nostra (Mondadori): un ritratto del Veneto e del Friuli Venezia Giulia tra fraintendimenti e conflitti.

 

Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa

 

 

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Un aneddoto. A metà degli anni Novanta feci leggere a una poetessa di Roma, Lisa Stace, (tra l’altro molto brava, talmente brava che poi smise di scrivere poesie), delle mie prose. Lei mi disse che avevano un difetto. Ricordo ancora le sue precise parole: «Ci devi lavorare molto. Si vede che prendi la prosa sotto gamba, difetto tipico dei poeti. La prosa richiede invece un lunghissimo lavoro». Non dimenticherò mai quanto quelle parole mi siano state utili. Da allora (e sono passati venti anni) non ho smesso di tornare su quei racconti, di ritoccarli.

 

Questo l’aneddoto. Questo per dire che se non sai scrivere un’ottima prosa non puoi diventare un buon poeta. Il poeta deve essere capace di scrivere ottima prosa, questo è il segreto che Lisa Stace intendeva dirmi. Da allora, capii quanto è importante per un poeta scrivere in prosa, la prosa è la vera palestra di un buon poeta, lì ci si fa una buona muscolatura, con continui esercizi fisici e mentali.

 

Non è un caso che Gian Mario Villalta abbia scritto ben cinque romanzi e si sia cimentato anche nella poesia in dialetto veneto periferico, abbia cioè provato tutta la tastiera del pianoforte dei generi letterari.

 

Il problema della contiguità tra linguaggio narrativo e linguaggio poetico è stato affrontato ripetutamente nel corso del tardo Novecento, con esiti diversi e spiegazioni diverse: è stato detto che la poesia andava verso la prosa, che la poesia tendeva a perdere le sue caratteristiche precipue nel confronto scontro con la prosa; che la poesia si stava indebolendo a causa del verso libero che favoriva inavvertitamente la deriva prosastica; che la tascabilizzazione delle tematiche metafisiche avrebbe favorito la contiguità e la commistione tra poesia e prosa penalizzando la prima; che tra poesia e prosa non c’era differenza alcuna, etc. Resta il fatto indubitabile che la poesia nel corso di questi ultimi trenta anni si è avvicinata molto alla prosa, ma in ciò io non vedrei una deriva della poesia verso la prosa, quanto il contrario: una deriva della prosa verso la poesia; oggi, in un momento di debolezza generalizzata dei linguaggi narrativi, la poesia sembra aver ripreso, silenziosamente, il suo ruolo egemonico. In questa accezione credo debba essere letto questo ultimo lavoro di Gian Mario Villalta, come una rivalsa della poesia nei confronti della prosa. In precedenza avevo stigmatizzato una certa concessione di Villalta all’elegia, ma con questo ultimo lavoro mi devo ricredere, l’autore si è mosso con maggiore consapevolezza del terreno argilloso dell’elegia ed ha corretto l’andatura e la postura, ha introdotto delle protesi narrative nell’impianto poetico.

 

I lettori mi scuseranno se cito un altro aneddoto. Un frammento del dialogo tra Goethe ed Eckerman. Scrive Goethe:

 

«Parlando delle opere dei nostri nuovissimi poeti siamo arrivati alla conclusione – scriveva Eckerman, – che neanche uno di loro scrive della bella prosa. – È semplice, – disse Goethe: per scrivere in prosa bisogna almeno dire qualche cosa; chi non ha niente da dire può tuttavia scrivere versi e cercare rime, e una parola suggerisce l’altra e finalmente sembra che qualche cosa riesca; e benché non significhi niente, sembra tuttavia che significhi qualcosa».

 

Commento di Jurij Tynjanov: «Cerchiamo di capire la sua definizione di una “nuova lirica”. Non c’è niente da dire, ossia non c’è niente da comunicare; non c’è un’idea che abbia bisogno di essere oggettivata; lo stesso processo della creazione non ha scopi comunicativi. (Mentre la prosa con il suo orientamento sulla parola simultanea è molto più comunicativa: “Per scrivere in prosa bisogna dire qualche cosa”.)

 

Goethe descrive come una successione lo stesso processo creativo: “una parola suggerisce un’altra” (e qui Goethe attribuisce un ruolo importante alla rima). “E benché non significhi niente, tuttavia sembra significhi qualche cosa.” Questo è il punto in cui Goethe è in contrasto con Kireevskij (“una parola detta bene ha il valore di una buona idea”). Pertanto, in entrambi i casi, si tratta di parole “prive di contenuto nel senso più lato della parola, che assumono nel verso una certa semantica immaginaria“.»*

 

Quello che voglio dire è questo: che spesso i poeti scrivono una parola pensando ad una «semantica immaginaria» del tutto personale (cosa che non accade nel romanzo), ma la questione non è così semplice; non sempre, o meglio, quasi mai una «semantica immaginaria personale» coincide con una semantica immaginaria pubblica, che il pubblico può comprendere. Spesso i poeti di minore rigore formale e culturale pensano in modo semplicistico che una semantica immaginaria personale debba SEMPRE coincidere con una semantica immaginaria del pubblico. Anche questo equivoco è stato un portato di certo sperimentalismo acritico tipicamente italiano diffusosi a macchia d’olio nel secondo Novecento.

 

Per tornare al nostro oggetto: la questione di una buona prosa, è chiaro che un narratore che non abbia qualcosa di preciso da dire non potrà mai scrivere della buona prosa, ne uscirebbe un ircocervo incomprensibile. Per la poesia invece tutto sembra essere ammesso. Di frequente io dico a certi autori di poesia che non ho le chiavi per entrare dentro i loro testi, intendendo dire che non ho le chiavi per entrare all’interno della loro semantica immaginaria.

 

Ecco la ragione per la quale ogni tanto anch’io mi cimento con il romanzo. Perché il romanzo mi obbliga a pensare un oggetto preciso e a raccontarlo nel modo più diretto e circostanziato, senza ricorrere a retorismi fuorvianti come spesso accade in poesia. Quindi, cari poeti, vi consiglio di misurarvi con il romanzo se volete scrivere buone poesie!

 

Gian Mario Villalta è un poeta che sta tutto intero dalla parte della prosa (poetica). Questo libro, composto di diciannove poemetti, è, in tal senso, inequivocabile, al di là di ciò che vorrebbe farci intendere il titolo «Telepatia», ovvero, di una comunicazione che si dispiega a velocità istantanea. Una utopia. Ma è bene così, la poesia deve sempre inseguire una utopia. O forse è proprio la prosa poetica, la «poesia significazionista» la chiamava Mandel’stam, quella che può portarci in prossimità della «telepatia» delle parole. Forse proprio allontanando la poesia dalla strumentazione fonica delle parole possiamo accedere ad un altro piano di realtà sonora, magari più profonda, o comunque diversa. È proprio questo l’intendimento del libro di Villalta, credo. È su questa posta che l’autore gioca tutte le sue fiches. Ma va anche detto che, qua e là, anche Villalta scopre, come per caso e in via incidentale, le sue carte segrete, ed ecco che compaiono le parole-simbolo, figurazioni simboliche e sviamenti del discorso, apparentemente lineare, tutte strutturate nella sequenza temporale progressiva.

 

Un punto qualificante della procedura di Villalta è il «discorso narrativo», cioè un tipo di discorso poetico che scorra in modo da attenuare la sensazione che esista un «metro»; mentre nei precedenti libri il metro serviva a veicolare una certa melodia, in quest’ultimo, liberandosi dalla melodia interna, l’autore è approdato ad un parlato continuo, un parlato che quasi fa a meno del ritmo come sistema dinamico interno. Il ritmo così rallentato fino alle estreme conseguenze, porta alla naturale datità di un discorso poetico che imita il «parlato» del linguaggio di relazione attraverso un controllo della soggettività. Il risultato complessivo non può non essere che un isocronismo, un sistema isofonico e isotonico.

 

Credo che proprio su questo aspetto la poesia del futuro di Villalta dovrà pensare di indagare se non vorrà registrarsi tutta sulla scansione temporale progressiva del presente. Dovrà, a mio avviso, recuperare il tempo dell’elegia, il tunc, sfuggendo, come dire, all’elegia e alla perimetrazione del presente. Ma è chiaro che i retorismi propri dell’elegia, gli «indizi fluttuanti» tipici della poesia elegiaca del Novecento non sono olio galleggiante sull’acqua, sono qualcosa di più consustanziale, entrano in un determinato rapporto con i significati delle parole costituiti dall’«indizio fondamentale», deformandolo, arcuandolo. Ed è significativo che è proprio questa intromissione nel significato delle parole che deforma leggermente la semantica della poesia e la differisce dalla più semplice semantica della prosa. Tutta l’operazione di Villalta si gioca su questo punto di criticità. E dire che su questo punto è inciampata sovente la poesia contemporanea che non pensa a quella fondamentale procedura che è lo «scarto», la «deviazione», lo «straniamento», lo shifter, una funzione che recita un ruolo essenziale e basilare nella poesia moderna, a differenza che nella prosa la quale può andare per il suo corso per pagine e pagine senza preoccuparsi minimamente di tali questioni. Ecco perché io preferisco le poesie di Villalta dove l’autore adotta con più incisività la procedura della estraniazione, e anche della simbolizzazione, perché no?, dove fa una meta poesia, quasi simbolica, una poesia sulla poesia come quella scritta sulle orme di Wallace Stevens:

  1. J. Tynjanov Il problema del linguaggio poetico, Il Saggiatore, 1968 p. 102

Giorgio Linguaglossa

 

Poemetti di Gian Mario Villalta

 

le madri cattoliche del Novecento

 

I.

 

Non è un posto per bambini. Vetri rotti, 
borchie sconficcate, infissi svelti 
e affilate lamine dalluminio 
lasciate nellorto dallultima volta 
che qualcuno ha prestato aiuto, 
in un afoso sabato pomeriggio 
del 2008, alle suore agostiniane, ora migrate 
nel moderno convento–albergo di Viareggio. 
Al Patronato ci stanno i topi, e i cari mici 
casalinghi si guardano dallentrare: perché mai 
dovrebbero scacciare quegli amici 
più sfortunati (lì non cè da mangiare) 
e inalare la puzza dellabbandono 
che a chi sta meglio fa più male? 
Al Patronato non cè più neppure leco 
dei canti, quelli belli, inviati su, su fino al cielo 
nei giorni di festa, né un povero fantasma 
infesta quelle stanze con lodore 
delle pietanze preparate dalle madri 
per la ricreazione: si è stancato anche il vuoto 
di stare qui, e così ha fatto il giro 
dellisolato e a poco 
a poco ha quasi finito di occupare 
la scuola elementare, le sedi della pro loco 
e del mercato rionale, il posto degli ultimi 
anziani nella chiesa concattedrale.

 

II.

 

Erano madri di altri – lo ricordo per chi 
non lo sapesse – che lì dispensavano i loro uffici 
agli indigenti, ma prima di tutto erano madri 
(è difficile spiegarlo, e forse è anche 
un poco ridicolo) le madri cattoliche. 
Al confronto le suore erano sterpi 
di devozione, frutta muffita, acide. 
Le madri, invece, le madri cattoliche, 
nelle due ore di servizio domenicale, 
mai sazie di maternità, coi loro baci 
a labbra strette, le carezze rapide e i gesti 
precisi sulle vesti, con il pettine e con le tazze 
erano stampi di mamma per tutti i bimbi 
che ne avevano bisogno e, sospetto, 
per ogni uomo, che allora veniva cucito 
– da quelle mani abili nel rammendo 
dellaffetto – dentro il suo infantile sogno.

 

III.

 

E poi cera suo figlio, da lei generato, di tutto il creato 
lunico a meritare ogni sacrificio. 
Per lui avrebbe implorato il cilicio 
e sgobbato e pianto, se necessario, 
e anche se non lo fosse stato. 
La Madre dellUnico Figlio 
dal suo esempio avrebbe tratto 
effigie e cartiglio, non bastante il contrario. 
Al figlio invece, a suo figlio, su tanto martirio 
e sulle preci puntualmente informato, 
mai sarà dato sdebitarsi, 
e così, chi a fare malta, chi di conto, 
e chi (come me e te, Fernando) con la penna 
in mano studiando, 
tutta la vita a rimettere il debito, a madonna– 
madre, senza uscita né scampo.

 

IV.

 

Ma tu così né mai lavresti detto, 
né io direi, non fosse per la nausea 
di tutte quelle troppo solite madri 
dei poeti del Novecento, 
le super madri cattoliche 
di fine aspetto (un po’ dimesso) 
tutte carezze sofferte 
e premura, ipoteca futura sul bene 
e sul male – fatale, stesso effetto sui pargoli: 
far sentire laffetto un morbo 
inguaribile, un prestito a usura. 
Ma adesso, che più non vale il modello 
della Madonna e del Figlio, 
restano senza appiglio 
i facitori di versi? Non ci sarà più il sorriso 
doloroso, il sacrificio che esige riscatto, 
il perenne senso di colpa 
per un misterioso misfatto. 
Della madre diranno che tutto lanno 
odorava di estate e aveva i capelli più luminosi, 
le labbra vermiglie più di tutte quelle 
della sua età. 
Anche di quelle della pubblicità.

 

Giorgio Linguaglossa


I poeti e l’invisibile

 

I.

 

Stamattina sono sceso, entrato nellauto, ho acceso 
e ho preso laìre per andare a trovare Amedeo, 
che è morto da nove anni. 
Che stupidaggini fai, sei fuori amico, mi accuso. 
“Da ieri – ribatto – mi chiama. Vieni, 
non è questa la strada? La grava, lornâr, 
la risultive: guarda anche tu!”. 
“Ma dove credi che sia, Amedeo?” – insiste. 
“Nella tua testa – ho risposto – però 
più lontano, dove lornâr è lontàno, e sommesse 
rasoterra due lingue intessono. Aspetta, ci siamo quasi”. 
Mi fermo. Scendo. Venivamo qui spesso. 
E qui qualcuno è venuto a falciare. Poi a metà 
se ne è andato lasciando il profumo dellerba 
che diventa fieno e quello del prato che adesso 
canta, sulla riva del Tagliamento, 
dove non smetto il discorso tra me con me stesso 
e con il terzo che dentro di me ci smentisce 
entrambi e dice che non devo credere, non devo 
illudermi che sia diverso, se non ciò che vedo. 
“Intanto – gli dico – cè questo prato, per metà falciato, 
dove io vedo che qualcuno, che se nè andato, 
mi lascia contare che è vero, che si va via, 
ma quasi tutto resta, e una scia 
di tempo insieme, anche quella, sta, 
la puoi vedere con la mente 
come in una fotografia 
notturna le luci delle auto appena passate 
ricordano listante 
nella scia che lasciano dietro di sé”. 
È solo il presente che (quando fissi 
con uno scatto la vita 
in unimmagine) 
per un infinito istante si perde.

 

II.

 

(daprès W. S.)

 

I corvi fanno il verde più sincero 
o stona quel loro segno nero 
sul quadretto che la primavera 
scurisce allimbrunire? 
Ci sono cinque corvi, stasera, 
sul prato, stanno fermi, 
come cinque pensieri fermi 
simili ma non uguali, nella testa. 
Allapparenza disposti 
a caso, ma intanto stanno 
e zitti, immobili, non distinti 
neppure dal lugubre verso. 
Porta male vedere i corvi? 
E avere pensieri neri? 
E la primavera, la primavera 
conquista ancora la testa? 
Allimbrunire, cinque corvi, 
cinque pensieri: il primo lo so, 
e così fino a maggio – ma il quarto, il quarto 
non lo capisco, è uguale ma non lo stesso, 
e il quinto?, ripete: “Tu adesso di forte 
per due volte, e distinte, che cosa vuoi”, 
“Devi smettere – esige – con questa farsa: 
corvi e pensieri a parte, è altro il niente, 
il male vero restare svegli sempre”.

 

III.

 

Il microchip sottopelle autostabilizzante, 
che nel tempo rilascia fede in una chiara realtà 
in quantità costante, costerà caro, e illuderà, 
ma come quando uscivo dal fiato 
denso della stalla e guardavo il prato 
nella mattina di smeraldo, dietro la casa di mio padre, 
vedevo un ordine, un fine, un colore uniforme 
dove il giorno aveva misura e in ogni parola 
sentivo il gesto di benedire, e il cielo, gli alberi in fondo, 
i monti azzurrini dire bene del mondo. 
O Microchip, che rilasci serotonina, endorfine e nuovo farmaco! 
Per Te, annunciato da un serio scienziato, sto risparmiando 
già da ora, e non per farmi bello 
o più sessualmente efficiente, ma perché sei promessa 
di pace con il reo tempo, interiore ordine, vera fede 
nella geometria di quel prato, non lì per caso, smeraldo 
fatuo di luce per avventura incidente, ma nato 
nel mio pensiero da luce che lo ha pensato.

 

IV.

 

(daprès A. Z.)

 

Quando i colori mi invitavano, mi imitavano – 
anzi, creavano desideri 
di bellezza altrove allinizio 
e di bellezza lì, evidente, appena un po 
irraggiungibile, appena un po invisibile, 
i colori del prato non promanavano dal prato stesso 
ma gli erano offerti da superiori, supremi ordini 
provenienti da moltissimi dna, che là si incontravano, 
attratti, illusi come in vertigini 
di un luogo dove raggiungere 
infinitamente se stessi. 
Ora, che sei dietro il vetro 
di un sentire ossesso, 
opaco e smerigliato prato 
se io sapessi pregare 
con naturalezza, come un vero silenzio 
saresti il centro di ogni fuga, 
sarebbe lamore, linvano, il sempre 
perduto che non si vede ma compie lo sguardo.

 

Giorgio Linguaglossa
città di sera

 

Telepatia

 

I.

 

Uno stormo di istanti, per sempre 
curvò nella luce delluna, innalzò il respiro 
con tutte le radici. 
Sarebbe un modo di dirlo. 
Un altro è che avvenne, 
lasciò una scia attraversò 
senza ferita, senza cicatrice 
fu giorno per notte per sempre: 
divise il sangue, smise di essere 
di qualcuno, e pensammo il nome detto 
nostro una volta per tutte. 
Prima persona plurale, 
modo incondizionato, 
tempo perfetto.

 

II.

 

Quando ti penso, perché 
so che un esistere vero 
è dove mi porta a te, 
a me ti porta, il pensiero? 
Pure se nulla afferro, nulla è, 
cosa tra cose, corpo tra corpi, perché 
occupi spazio, profumi, sei causa 
di decisioni, e rinunce: lo sai che non posso 
chiedere, né avere altra risposta – eppure 
sei tu che parli, fai lamore 
e la morte?

 

III.

 

Dico che ti penso. 
Penso che sia il pensiero 
di te, che io invento 
nella mia mente, 
che sono io, cioè, a trovarti 
in me stesso e a portarti in un luogo 
e in un tempo, perderti di nuovo. 
Ma sei tu che mi pensi, forse, 
perché sei tu che vieni 
e il pensiero che ti porta è già te: 
quellio che ti pensa, può essere che sei tu 
che lo crei? 
So che esisto fuori di me. 
Le prove? Lasciamo perdere. 
Ma so che persiste 
lirrevocabile. 
Forse loscuro di ciò che chiamiamo 
essere è appartenere 
agli altri, a molto altro (anche luoghi, date, vuoti 
di noi stessi) e non sapere dove 
stiamo ancora insieme, dove siamo altri, o gli stessi.

 

IV.

 

Il pensiero di te, che ha origine 
in me stesso, viene da altrove, 
suppongo, e lontano, per questo mi chiama, 
o è come se lo facesse, 
e spesso sorprende la mente 
intenta al lavoro, alla guida, a se stessa 
nel riflesso che rigira il presente. 
Rigira lorigine, il pensiero, 
e quando arriva ci trova già 
rivoltati verso il futuro, in fuga 
da noi stessi, pieni di desiderio 
di essere stati: “Celeste 
è questa…” …facoltà, che hanno gli umani 
di rivivere rimorire 
lontani, celeste… 
è il colore del cielo, 
a volte, quel colore inventato da noi 
umani, forse da uno rimasto solo 
e nel pensiero vicino allamore 
come vicino allamore nessuno.

 

 

 

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