Marina Petrillo POESIE SCELTE INEDITE Il vuoto trafelato dei giorni – La presenza è nuda inappariscenza – con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa

Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa

Marina Petrillo è nata a Roma, città nella quale da sempre vive. Ha pubblicato l'unico libro Il Normale Astratto (1986) per Le Edizioni del Leone. Poesie sono apparse su antologie e premi letterari, ultimo dei quali a Spoleto nel 2014 nell'ambito del Festival di Spoleto.

 

 

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

 

Forse nessun'altra poesia quanto questa di Marina Petrillo comprova quanto asserito da Adorno: «I segni dello sfacelo sono il sigillo di autenticità dell'arte moderna».1

 

Quanto più la soggettività si rifugia nell'unico posto in cui può rinserrarsi, nella pura interiorità, ecco che essa fuoriesce non domata e reclama la forza costrittiva della «forma» per essere espressa. La lirica di Marina Petrillo si trova tutta qui, in questo imbuto, in questo nodo scorsoio dove forza e debolezza, espressione e anti espressione, lirica e anti lirica si trovano fuse in un unico maelström, in lotta reciproca, perché il «domato» si converte subito in «inespresso», e il «non domato» diventa «espressione», espressione poetica, infirmata e inferma, codicillo del dolore, codificazione dello sfacelo. Ecco la ragione della versificazione franta, spezzata, in punta di stilo, in punta di piedi, per dire cose che non si possono dire con il linguaggio di tutti i giorni, come quando la poetessa romana ci dice, quasi in sordina e in diminuendo, in modo elusivo: «Sappiamo della nostra presenza». 

 

Appunto, fare una poesia della «presenza» significa dover fare i conti con la «immediatezza e incontraddittorietà dell'essere», per dirla con il linguaggio di un filosofo italiano, Emanuele Severino; con la fuggevolezza del «presente» immerso nella freccia del tempo. La nuda «presenza», è  inappariscenza, contraddittorietà nella linea del tempo dileguantesi. Diremo: «incontraddittorietà dell'essere» e contraddittorietà degli esistentivi. Diremo allora che «incontraddittorio» è l'essere e contraddittoria è la sua «presenza» nel tempo, in questo vuoto guscio che si dilegua e si allontana dove si può esperire, appunto, «il vuoto trafelare dei giorni» e null'altro, in atti paralleli e divergenti che sversano in un «liquido amniotico». Ed ecco i colori plumbei che hanno il nero come fondotinta: «fiotto carminio / esasperato in plumbea notte», le atmosfere da «sogno», tra la «nebbia» e «turbinii», dove « ogni cosa / è colta nel suo cambiamento», e gli eventi si susseguono come assenti con implacabile aleatorietà e crudeltà... quand'ecco che, subito dopo, in un altro componimento, la frase chiave: 

 

ma non ci coglie

impreparati

il vuoto trafelare dei giorni

 

Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa

 

In quella perifrasi: «vuoto trafelare dei giorni» c'è tutta la inestricabile condizione umana riprodotta in vitro e al microscopio, con quel verbo, «trafelare», posto di sbieco alla significazione, come per alludere alla trafilatura e al trasalimento mediante un verbo piegato alle esigenze espressive della significazione. È una poesia che si apre in interiore animo, scavata tra gli specchi doppi e le fessure della interiorità. La Petrillo esperisce l'impotenza del linguaggio di fronte all'essere, e reagisce con un confronto serrato con il linguaggio. Quel linguaggio che si muove sulle «tracce» dell'Essere, rimanda dunque a qualcosa che un tempo lontano fu originario, ma decentra anche in qualche modo l'originarietà fondativa della domanda sull'Essere. Secondo Derrida, non poggiando su una datità della Parola, del Verbo, né tantomeno su fondatezze metafisiche, il linguaggio è per propria natura solo traccia, ovvero scrittura (écriture), presenza di una non-presenza, supplemento, simulazione e raddoppiamento della «presenza».

 

Certo, sbaglierebbe chi elencasse la poesia di Marina Petrillo nella lirica intimistica o dell'interiorità, a me sembra invece il prodotto di una grande combustione interna, anzi, di una auto combustione, di una grande tensione espressiva. È una poesia esistenziale e metafisica, intende raffigurare per allusioni e in sordina, con riluttanza e riservatezza, la inesauribile miniera di contraddizioni proprie dell'«esistenza»; materia, come sappiamo, altamente «contraddittoria». Ciò che resta al termine del viaggio in fondo alla notte, sono le parole dello «sfacelo» strappate al silenzio e al rumore, ma senza sfarzo, senza imposizione, senza il rutilare di superflue affluenze; in fin dei conti, la lirica rastremata di Marina Petrillo intende situarsi in quel limen strettissimo che sta tra il rumore del tempo, il silenzio delle parole, il vuoto cosmico  e la «contraddittorietà» degli esistentivi come «partoriti... dal sogno». 

 

C'è in questa poesia un confine armato e presidiato a difesa di una interiorità stilisticamente rastremata e disartizzata, perché «la bellezza è signoria sulla signoria»2 e la poesia è il trionfo della bellezza, disumanizzazione.

 

 

1 T.W. Adorno Teoria estetica. Einaudi, 1970 p. 34

 

2 Ibidem p.69

 

Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa

 

Poesie di Marina Petrillo

 

Sappiamo della nostra presenza

ma non ci coglie

impreparati

il vuoto trafelare dei giorni

quando per ignoto sentimento 

il ciglio della strada

ammette il suo travaglio

e slarga l’orizzonte.

 

Siamo qui

in un perduto gesto

mentre l’Altro da noi

trasmigra in atto parallelo

o, tenue, diluisce

in liquido amniotico

di altra vita specchio.

 

Partoriti siamo dunque

ma dal Sogno

cercando di vita in vita

la Madre.

 

*

 

Se a tratti scompare

ad enfasi di sogno

quell’io squarciato a nebbia..

 

Circoncisione astratta

scavata tra turbinii

di spietati gesti

 

Improvvisa 

nel pallore di un tratto

trova in sé rifugio

Armonia

respiro tepido

inalato a fruscio di silenzio

fiotto carminio 

esasperato in plumbea notte.

 

Muti appaiono

ad antichi destini avvinti

i segni

a chiodo infissi.

 

Coglie la visione

l’animo desto

in diurno sogno 

se dell’identità sia

smarrita memoria

il ciclo dell’eterna rinascita.

 

In lampi oltre materia

appare salvifica la fine

che ama se stessa 

e al vuoto dell’alba tace

ogni  inizio. 

 

*

 

Sebbene a tratti

la neve si sciolga

trafitta al sole

il suo chiarore

permane

riflesso in forma di cristallo.

 

Si specchia

Narciso alla fonte antica.

Il tragico volto

in Angelo trasmuta.

 

Ogni cosa

è colta nel suo cambiamento.

 

In sorriso

muove l'universo

se, nella magica danza,

giunge il Bambino

ad impartire esempio.

 

Una foglia offre

il suo profilo al bosco.

 

Non nasce creatura

che non sia nel regale aspetto

divina.

 

Così Io Sono

e del silenzio

conosco il respiro

se, in attimo di eterno,

il cuore

sussurra alfine

del Supremo

il Nome.

 

*

 

Sia pur di lontano

apparve

il Sogno mio.

 

Non vissi

oltre la siepe

né ebbi  di marzo

mattini inondati a sole

ma, nel silenzio,

in lieve forma

giunse la Silvia

dei poeti amante

in luce ed ombra

benevola alla terra madre.

 

Mi osservò

e, in gentile cenno,

volse altrove

la pura sua figura.

 

Mistero ebbi

di quel giorno.

 

Attraversai spazi.

Mondi.

 

Poi, a lei tornai

piccola

luminosa

in frammenti di Sé 

a meraviglia ignota .

 

(OLTRECONFINE)

Giorgio Linguaglossa

 

 

Ascesa

 

Dall’alto pone richiamo

il vento della sera.

Le ciglia filtrano

della luce il canto notturno.

 

Il limite a noi richiesto

viene svelato in modesta stella

ma, se rapiti in estasi,

scoprissimo della Natura

il sovrumano ingegno

più nulla resterebbe

del grigio

attonito sentore.

 

Come foglia che precipita

Icaro ribelle

in solare ascesa

violeremmo il sacro patto

e, di gravità perduti,

in orma celeste

porremmo il solco.

 

Così, nell’attraversare il cielo,

della terra avremmo memoria

dolce

di un filo d’erba

tramutato

in sacro scrigno.

 

 

Giardino d’aria

 

Ebbi visione

di un giardino d’aria.

Non v’era alcun richiamo alla vita

solo spazio

in pulviscolo di cielo.

 

Una preghiera posta in verticale

sradicata dal cosmo delle Anime

implosa nell’azzurrità preziosa.

 

Una traccia della visione prima

del Creato

quando il Verbo nominava Cose

e l’aria ebbe da Colui che E’

il respiro.

 

Ora torna a noi

nella brezza della sera

quando nulla più

può essere detto

perché del solitario mondo

siamo seguaci

eletti

ma non amanti.

 

 

 

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