Francesca Dono, QUATTORDICI POESIE Inedite – La carta da parati – con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa: La poesia dopo la fine della modernità, «La nuova poesia ontologica»

Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa

Francesca Dono nasce a Reggio Calabria. Si laurea in Scienze Sociali poi si trasferisce a Milano dove vive e lavora. Scrive già a sei anni la sua prima poesia. Comincia a dipingere e fotografare all’età di sedici anni. La sua pittura spazia dal tradizionale al digitale. Tante le opere poetiche selezionate e inserite in varie raccolte ed antologie del panorama piccolo-editoriale nazionale.

Pubblicazioni sulla rivista «Odissea» di Angelo Gaccione – «Bibbia d’Asfalto»  e «Word Social Forum». Molti componimenti si sono classificati ai primi posti in vari concorsi tra cui :premio  internazionale Otto Milioni di Bruno Mancini,  premio internazionale “Terra di Virgilio” con critica di Enrico Ratti, premio “La Stampa ”con critica di Maurizio Cucchi. Premio Speciale Presidenza  “Abbiate Coraggio di Essere Felici” di Antonella Ronzulli e Annamaria Vezio , premio “Internazionale Leopardi d’Oro” dell’Accademia Leopardiana di Reggio Calabria come  ambasciatrice  e procuratrice dell’Arte  e Letteratura Italiana nel mondo. Premio MilaninSight. Concorso Racconta la tua Milano.

 

Anche i dipinti sono stati inseriti in vari Cataloghi d’Arte tra cui il catalogo d’arte “ l’Elite”  anno 2013 e 2014, catalogo  d’Arte di Assisi e di Artelis di Reggio Calabria nel 2015. A Novembre edita la sua prima raccolta intitolata Tra l’Insionismo* l’Inversionismo e il dialogo di Irda Edizioni”, ormai fortunatamente introvabile.

 

*(neologismo)

Giorgio Linguaglossa

Fine della modernità

 

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

 

Nel tragitto ortogonale e tangenziale verso una «Nuova poesia ontologica» credo si possa annoverare anche la poesia di Francesca Dono. Come ho detto in diverse occasioni, questa poesia non vuole essere né bella né brutta, né isoritmica (detto in altri termini: eufonica), né cacofonica, né dissonante né minimalistica, né sperimentale né antisperimentale, né novecentesca né anti novecentesca. In un certo senso, questa nuova procedura compositiva, per frammenti e per relitti, prende a prestito da tutte le acquisizioni stilistiche pregresse gli elementi di novità e li immette in una «forma» compositiva del tutto nuova. Siamo ormai lontani dall’epoca che ha sanzionato la decadenza di ogni narrazione, da quando, nel 1979, Lyotard dà alle stampe un libretto di circa cento pagine con il quale statuiva «la fine della modernità». La tesi di base è nota: Lyotard sancisce la fine della modernità, facendola coincidere con l’impossibilità di porre mano – per il filosofo come per lo storico della cultura e delle civilizzazioni – a una «grande narrazione», cioè a una storia che possa essere “macrostoria”, vale a dire una storia complessiva e comprensiva della civiltà. Ciò che restava erano i frammenti, i frantumi, i cocci dell’«Anfora» di Ubaldo de Robertis, i relitti, ed è con questi relitti che, volente o nolente, la poesia contemporanea dovrà fare i conti. Non c’è via di scampo. I ritorni al passato euofonico della poesia eufonica di Sandro Penna, sono impossibili, così come le derive narcisistiche verso le «narrature» (dizione di Roberto Bertoldo) post-modernistiche che fanno le fiche alla narrazione della narrativa.

 

Francesca Dono ha il dono, se così si può dire, di possedere il demone della poesia. Fa una poesia che nessuno si sognerebbe mai di fare, e lo fa con la naturalezza e l’ingegnosità di chi ha un talento maldestro e irriguardoso. Oserei dire che è un po’ il versante femminile di Antonio Sagredo. Fa poesia come fa fotografia, con lo smartphone, con l’ingegno della spontaneità, ha uno sguardo originale e non convenzionale sulle cose, come può averlo un primitivo nell’isola di Pasqua, leggi le sue associazioni e rabbrividisci, non ti ci raccapezzi. Inverte l’ordine degli addendi, e il risultato cambia, è questo il segreto del suo approccio. Incredibile, Francesca Dono possiede per via, per così dire, «naturale», il segreto dei «frammenti», li mette in un bussolotto, agita il tutto, e quello che ne viene fuori è un prodotto sempre diverso. Semplice, no? Fa del bricolage e del brigantaggio linguistico. Le sue composizioni hanno una leggerezza e una fragranza encomiabile; mi dicono che riesce claudicante, che qua e là inciampa sulla diversissima geografia delle immagini, ma, credo che sia il rischio del mestiere di poeta: («la carta da parati con una finestra / sul finire dell’inverno»; «Buona fortuna-  scrive Hoffman sotto stelle insultate»). Procede con una precisione fotografica, fotometrica, nel senso che il metro della immagine è il suo unico regolo («un pesce rosso dentro la boccia di vetro»; «Lacrimogeni gettati dentro autobus di linea»); si esprime mediante enunciati surrazionali  e insensati («Pindaro non smorzare il giglio con la cenere del vulcano»), adotta  notazioni quasi didascaliche, fa cartografie di fotografie e di immagini, poi cambia passo, allunga il passo, torna indietro, ci ripensa, va avanti, e poi a destra, e a sinistra, parla di cose scombiccherate, bizzarramente assemblate («Allungo il pennello guardando sacchi a pelo a ridosso / di ombre lunari»),  in un paesaggio de-paesagizzato e de-psicologizzato, lunarizzato, ridotto a palcoscenico di burattini in libera uscita; assembla immagini le più varie, desuete, contraddittorie, farsesche, sovra reali in modo da de-naturare i componimenti e de-automatizzarli. Le sue sembrano poesie scritte da manichini irriverenti e scontenti che litigano tra di loro. Fa una poesia della contaminazione lessicale, della disseminazione, della combinazione e dello spaesamento, direi della labirintite, malattia tipica del nostro tempo psicotico; fa una poesia molto simile a quella di certi schizofrenici che sono molto più sani dei poetini da Parnaso dipinto; fa una poesia che manca di equilibrio, sì, che inciampa spesso, cade a terra e si rialza… Ed è appunto questo il suo pregio: che lascia ben visibili le cicatrici linguistiche, i vulnus, le cuciture improvvisate, i salti, gli strappi…  Segue la funzione simbolica del linguaggio per contiguità metonimica, senza darlo a vedere, senza pensarci, e magari senza saperlo, si affida alla metonimia piuttosto che alla metafora,  alla funzione sinonimica, e se ne va a spasso per suo conto con una incredibile libertà fantastica. Fa una poesia che manderebbe in estasi i bambini, ma che certo, gli adulti ben pettinati si guarderebbero bene dal prendere sul serio e storcerebbero finanche il naso. In specie, i poeti laureati, quelli che parlano con scienza e coscienza delle cose di cui si può parlare con meticolosa seriosità con un linguaggio lindo e pinto.

 

Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa
(Francesca Dono)

 

– la carta da parati –

 

la carta da parati con una finestra
sul finire dell’inverno.
Allungo il pennello guardando sacchi a pelo a ridosso
di ombre lunari.
Brulicano pietre. 
Si traccia la mappa per allevare sonni tra le morgane.
Tre anni e ancora lui non m’appartiene.
E’ indelebile la malia del vecchio straniero. Torno indietro. 
Nessuno sorride.


– Achille giunge nell’ora perduta –

 

spocchie e foglie vecchie di lacci militari. 
Achille nell’ora perduta.
Dita disadorne giungono tra i sudici illibati.
È irritante quel
disordine nell’afa . 
Lucy scompare alla dogana. L’acciottolio di piatti
nel buio di un sotterraneo. 
__Alcune cameriere s’innamorano. 
L’albergo ha un tetto nel diluvio. 
________–
Girotondo dei cieli. 
_____ Dorme la puritana di San Francisco. Stalattiti raccolgono
Saturno in mezzo alle caverne.
In corteo cappelli proletari –
Sconfinano necrologi sul Journal de Paris.
– Buona fortuna – scrive Hoffman sotto stelle insultate.
Si sospira.
Di bocca in bocca un cianotico pasto.
Fisso un garzone per la fuliggine.

 

– un pesce rosso –

 

un pesce rosso dentro la boccia di vetro.
Anni nella stessa direzione.
Mi chino. Lui si abbandona estraneo
al circolo dell’acqua sempre piatta.
Un pesce rosso. Nel caldo o nel freddo.
Niente si muove sul davanzale.

 

– dell’uomo solitario –

 

atroci piedi alle solide fondamenta. Dell’uomo solitario l’attrito 
nel peso di un corpo sottile. Si oscilla nel sonnifero. Anche il sacrestano 
non ha scalato i calandri di cera. Nella cella un’antica fiumana di peltri. Inodore
tu respiri. La roulette mi gira ai perni di Gomorra. Perché rifiutare la festa delle canne
slanciate? Un bovaro si avvia lontano. Dopo la colonia tristemente il nostro capo curvo.

 

– di rose i giardini –

 

di rose i giardini.
I lini delle case fino alle cose.
Quasi cangiante l’audacia dei volti indigeni.
Fisso i declivi frastagliati. Oso issarli all’insegna agostana.
La falsa abbronzatura fiancheggia l’alone del tuo iride. Sono tutti
laggiù i lapis per disegnare le galassie. Sulla scia pietre accalcate. Ipoteche
verso la corolla solare. Lacrimogeni gettati dentro autobus di linea. 
Mi alzo. Mi siedo.

 

– centimetri di scure acquoline –

 

l’eclisse.
Centimetri di acquoline salutando la luna.
Un altro poeta è caduto dalla pietosa rupe.
Pindaro non smorzare il giglio con la cenere del vulcano.
L’alba si sbeffeggia.
Duri calchi nella villa di Pompei.
Ora tu cresci inglobando fiumi già logori.
Tetri commensali dentro la sala cobalto.
Asfittica la fetta di carne sui piatti decorati.
Omero ormai scrive insonne.
Vele di luci sotto l’Olimpo. Mi pettino tra miseri mendicanti. 
Tacciono le colonne del tempio.

 

– e per mai osare la precisione degli uccelli –

 

contaminata
la pioggia vacilla.
Forse cava la nostra carne
dentro milioni di fosse oceaniche.
__________Un colpo si punta all’acciaio. Moloch sparge 
l’ala dell’anatra verso le aquile.
Non un dubbio.
_________Sotto i radar il sole e gli angeli del viaggio.
Ti porto una cena carica di ruggine. 
La porta d’ulivo ha rami lungo la notte.
|________
Tu succhi dal branco il feto triste. Il branco ci concede l’ennesimo bronzo nel volto scarnato.
———————-
Filo imbastito sulle schiene blindate.___ Marion s’incontra con le torri assoldando oscuri sicari. 
_Orti ed erbari in mezzo alle stoviglie. 
Il piatto è nudo.
Che faranno di me? Poison _ poison nella polvere frettolosa.
Sussurri lievemente. Cani-ragni sugli altari.
Chet Baker si tormenta con una tromba stonata.
La sala americana è tra pareti incartate.
_______Luce tra le macerie.

 

Giorgio Linguaglossa
(Francesca Dono)

 

– il miglio mischiato –

 

un cucchiaio dentro la clessidra.
Questa svasatura è il miglio mischiato dentro gabbie di uccellini.
Zia Carmelina taglia le pigne a dadini.
Una ciotola più o meno.
Il santo mi ha sparso in milioni di fedeli.
Scende il crepuscolo.
L’oceano soggiorna a Cattolica.
Prende il volo un’anatra tra i rovi di un orto.
Papà andava per i campi.
Altri sei mesi raccogliendo tra i clivi.

 

–  i grandi canyon –

 

grandi canyon nella
caccia del vento. Sospesi i fiori rossi
qualche luna è scoppiata sconfinando. 
Pareti ripide negli orizzonti caduti.
Ho visto erbe carnivore banchettare
con i tuoi vermi. Tre mesi di cielo terreo
non tornando alla bottega dell’oro. 
Bolle bibliche nell’acqua: dietro le volute
Erode si sventra . Qui m’insabbio 
nella congrega dei papi. Chiederti 
della promessa per il sole. Gli oracoli
si susseguono in ogni grappolo d’uva. Molto tempo 
la mia anima senza un calice maestro.
Nella contesa una quinta e l’ombra riflessa.
Ma già ti riconosco. Ho visto
quel corpo lacerato.

 

– poltroncine rosse –

 

la sala di un cinema. 
File di poltroncine scolorando nel buio . 
Ovunque poltroncine di stoffa tra fievoli 
mormorii o segreti.
E’ quasi penombra il gioco della luce.
Ogni volta dalla tela un corpo dal fotogramma. 
Con te il singulto di una strana immagine.
Guardo il respiro dell’aria viziata.
Distrattamente i nostri fianchi si sgretolano
al minimo colpo di sonno.
Cataste di poltroncine .
Poltroncine rosse legate in ogni fila.

 

– selve al banco dei merluzzi –

 

selve al banco dei merluzzi.
Si strofinano candele al santuario.
L’uomo ha ucciso.
Un monaco ha forzato il gelo nella neve.
In obbligo questa lucciola-pachiderma
a svelarsi di notte. Ti raggiungo nel campo del bambù
bramoso. Luoghi canonici con cecchini e 
bombe che non smettono di cercare.
Eros sussurra all’orecchio. 
Del sole un salto tra scansie spellate.
Povera Betta partoriva figli prima di prendere 
la pila del vento.

 

*

 

Lieve. Fatto in un mulino di olmo
nel corpo asciutto di belle bambine.
Aspettando i circoli della volpe
Lara ebbe il segno per i polsi più chiari.
Ricordo le ombre di fiumare assediate.
Un tempio aveva i graffiti dove
Ippazia si compiva nel coltello di conchiglie.
E venne un tetto levitando 
l’altezza attorno. Tu tra i
riflettori immortali di una città attonita.
Morgana era l’altra sorella
nell’acqua del mare.

 

– Sonagli a Bali –

 

L’aureola nacque. Era un pomeriggio
col tuo maglione rosso verso Madras.
Intanto la gasolina nella
frusta del vento. Tra i fumi un teschio vagante.

 

-Puoi essere uguale a questa boccuccia. – Diceva.

 

Era buio . Lo sbieco della coperta traboccava pallido.
Era buio.
Non per i pianeti ma nell’incrinatura di vuote fruttiere.

 

-La morte non va altrove-. Il tuo teschio ingiallito 
simile a un furgone angusto.

 

-Mi annido. Potrei trascinarti – lui ripeteva.

 

(Alcune donne in sottoveste. Altre dentro grattacieli di creta).

Già arroccati i miei margini in quelle pietre dure.
Venivano persino tamburini dal Missouri.
Ancora altra neve nei grani del pulviscolo.

 

-la mosca-

infiorescenze

in garbo al fiume. 

Il tempio 

guardava questo viso di sabbia.

Schegge tra i corbezzoli. . 

La mosca era la mano.

Prima mi ha morso poi si è cucita

 

-lei invernale-

lei invernale passava col

dorso dell'istrice. Mi chiamò per l'imbragatura

di pesanti stracci dentro un magazzino. 

In tre passi poi giunse fino al cappellano di vetro.

-Mi disse: non temere. Ho le cosce di tua madre e

una cena di carne con patate sotto la cenere-.

Lungo il corridoio un colpo di tosse. 

Guardai il tuo ritratto nel lento crepuscolo.

Lei si fermò. Scosse la testa.

 

-luna-

 

cenci allo specchio. Non dorme il faggio

spogliato per l’inverno. Pallido il vetro con

la tenda notturna. Qui la luna nello spazio non appare.

Luna. Luna rancida. Luna in croce sotto una lapide.

Luna che ormai stinge dentro la cenere stanca.

Dell'albero scarno o luna sorgo con un vecchio vestito. 

Niente a fare luce. 

Scostiamo in segreto mute persiane sempre dopo il mare.

Luna. Luna greve potresti fallire. Ancora capsule assonnate

senza cantori e madonne.  E sorge la strada ma si bruciano i 

murales di borghi immensi. Un istante _ luna _sopra questo letto.

O lo scialle del Drago dopo il buio.

 

-margini acquei-

margini acquei forse in albore. 

Sera

lungo l’ acqua del Nilo. 

Annego la mia benevolenza 

nel vagito di un bimbo. 

Nella vulva l’eterno

 

-non espia il cielo cieco-

non espia il cielo cieco in questo luogo d’ombra.
__ In un istante: ormoni  
e duri nuraghi restituendo la cava radice.
_- Più volte
Benson ha logorato la memoria. Al raccordo cento : l’autostrada annichilita.
______Nessuno si concede
la chiave del motore.
Senzatetto la casa di Marta. Non ha bracciali ai seni lucenti.
Una chitarra sulle ginocchia.
__-Scorgo la baracca del barbone. Una baracca di sospiri
scavati dalla febbre di un dottore.
Alternate le zebre della valle. Cavalcano e distruggono.

Ora Benson si appiattisce tra i vetri in frantumi. Un altro giorno è sgorgato di gardenie marmose .
Il grilletto della tempesta
preme annerito di un sogno. 

Un mullah alla fontana bianca : s’inginocchia addosso.
___Un tappeto di juta.
Dorme tra te e il soggiorno in Giappone . 

Scavo l’ostaggio a quest’anima solitaria.
E’ una città –davanzale.
Dieci ortiche al crepuscolo spostando i blocchi diamantati .
___I vapori del geyser si alzano a Sinaloa.
Poi ancora a Merida.
Scintillo come un atrio di una larga cisterna.
Increduli conventi di ruta.

__Sia agevole Benson dentro la donna invisibile.
Se non la zolla scura l’argento della pioggia fino al viso.

-non un rosso d’autunno-

un fiore nel freddo silenzio.
Il sasso si compone fino
alla pallida mangrovia. E’
magro il santone che cade nella buca di Anubi.

L’alba sussurra di sciogliere gli unguenti per le stelle.

Nel Nilo il limo è ancora incolto. 

Non un rosso d’autunno.
Non il flabello verso angeli coniugali.

Poche parole d’ordinanza.
Donna Solitaria ci esorta per la sutura eterna. Si volteggia ai carri funerei. Ma potremmo spalancare la porta oltre l’arsura delle tombe. I veli di cristallo tracciano dove sorge il sole.
Osando le vene tu per la via dei polmoni.
Beve il mio volto dalla pietra.

-sotto l’albero segregato-

sotto l’ albero segregato
l’immenso gambo della bisca.
Sole non desto.
Sul vetro si eiacula dal perno del pugnale.
Troppe pupille
in acque tinte di tubercolosi.
Dormirei blu-girasole
tendendo longilinea l’ anello luminoso.
Decima centuria l’età del mondo.
Non il tuo turbinio per le stelle
Re alcalini si saldano nel frutto rigoglioso.
Un muggito tra le pietre del teatro.
Potrà mai la città perdonarmi?
Delle nubi la nebbia ai monti.
Lei persino ingioiellata entra tintinnando.
Un gotto d’autunno. Uova e granturco
nei panieri velocemente esiliati.
Magister mi custodisce al silenzio
di un confessionale.
Il mare ferito.
Meissa ha l’arco più alto.

-una sala d’aspetto-

una sala d’aspetto con visi stanchi.

                   L’ uomo mi dice che forse una sedia spunta nell’ultima fila.

      -Bene_ dico-. Mi guardo intorno. La balconata si stacca dalla parete.

Pigro un bambino in braccio alla madre.

      -Quando si entra in questi posti restiamo sepolti- dice la ragazza del cardigan rosa.

             Annuisco. Lei ansima un certo fascino. Smilza . Dieci centimetri di tacco. Scatti leggeri

quando si muove di fresca colonia. E’ sabato. 

            L’inquadratura  ha cinque o sei bottoni 

                   scivolando sulla brioche di una vecchietta accanto.

                                 Riaffiora la donna del cardigan e un flying bridge perduto a Ponza.

Uno dopo l’altro alle diciottoetrenta. 

*

<_______________> viaggio

 

ho scritto lontano ogni notte : non giungo a me stessa

se l’altra finge nel grande respiro.

Odio i simboli assonnati. Odio gli abitatori 

che crivellano i sogni più sicuri. 

________Un secolo. Non è un neurone.

Dopo il naufragio. E' di venerdì la prima fenditura.

Sasa continua i sacrari tra gli altari.

In un bicchiere trascina il fumo. 

Scorrono persino visi mercenari.

Anche la robinia (se tu la lasci fiorire).

_Guardo lo specchio_.

Aneta ha due gambe

e quattro braccia

e più di cinque dita fino al colletto traballante.

Nemmeno un'ora di marcia per San Venceslao.

L’oblio si dispone.

La combustione tira esili cuori____________ Portate le offese? Ascoltate i morti?

Le lune ci tendono.

__----------- Berta, Blanka , Amalie_______. 

Contagi tra reti nemiche. _Care_.

Lo scialle ha la quinta casa.

L’ imene è occluso. 

_____________________Venite donne si entra dalla grata.

-E tu Jan perché ci scruti?-

Forse hai sognato? 

E' il buio che si dilata? Un amico svuota le fiamme dentro un cartone.

Non so se l’idea doleva sotto una sottana strappata di peso.

A destra il mercato.

A sinistra un sughero sbriciolato verso l'Orsa.

E’ duro il pavimento. Ecco tu resti in silenzio.

__________________________________________

 

Ho raggiunto tre ombre: Josef, Libuse e Jiří.

Forse gli angeli  vanno a sciogliere i ghiacci.

Lucenti zampilli per l’uscio della porta. 

Un miracolo.

Qui erro nella sonda dinnanzi al mondo. 

Berta ascolta il vocio di una pallida suora. 

Un viaggio senza fine. Sotto gli architrave

la boscaglia è fatta di paglie.

Tu capovolgi l’eco nel peso della sera. 

Oltre la stella rossa un soffio gelido.

 

-il volto tra abeti di campi inabitati-

il volto tra
                          abeti di campi inabitati.
Nel dilungo del tempo
        nane-altalene affilano il tuo
leggero fruscio. L'aereo cade più volte.
                                      A grappoli l'estate remota
dentro rive severe.
      Dell'immagine la brina sull'acqua.
                         Salomè si compiace
nella festa del banchetto.
           Sassoso il contesto della leccornia.
Un nubiano è dentro la pancia
           dei cardinali.
                                                  Novecento schiavi hanno posato
un freddo paniere.
          Formaggio e vino del Reno.
                     Vassoi d'averno
                         dove l' ombra irradia di luce.
-Tu portami la testa-albero-
                                                           Intorno i sepolcri sonanti
dei compagni.
                Gli Aztechi in mezzo ai gomitoli azzurri.
                                Si tortura tuo padre lungo il paese
lontano.
             Un assassino deglutisce
la piccola pallina di carta.
                             Tre altezze di frumento
con il flauto dell'angelo.

*

-nelle cataratte-

nelle cataratte
l’orzo per i campi.
Dal sisma non portarmi i sassi.
Aspetto un'alba immortale.

*

-settanta spighe-

settanta spighe spaiate.

              Lui era l’uomo-ermellino

con un refolo di fosforo nel sangue.

                          Dietro la siepe non l’incanto

del sole per le piante-sorelle.

             Correva il mio gemito al primo slancio.

Quasi scolorito un ginnasta  tremante.

            Di sperma fu la tua fiandra asciutta. 

Sul selciato ci dissero: più avanti._ Oltre la vecchia sinagoga.

*

-canto al Centauro-

lunghissime dita nel vuoto.
Plessi stellari per miglia e miglia.
Non mi somiglia l’ultima piega
che spalanca solo un soffio sul vetro.
Dimmi che volerai _o Centauro _sopra
queste pupille?
_______Acquistando una linea di spazio
ti vengo a salire debole e
con un chicco di avena che qui non abita
se non tra le ganasce di un sciarpa serpiginosa.
_Erodere i metalli.
Cominciare calzante uno stacco oltre il lenzuolo dell’aria.
_____Guardo lontano.
Nulla.
Non è acre questo nulla?
Freddo di cianuro e nel bacio della buonanotte.
Così concluso il cerchio
che grida e non ci trova. Tu un cavallo di fiamme
al traino di questo fiordaliso che
stilla remoto al suo pistillo.
____E scelgo un petalo. Svolazza ad arte__ o Centauro_
sfregando miriadi di tessere e pavimenti.
Mi rivedo quaggiù __ erbacea consistenza
di un agglomerato al minimo delle sue forze.
_ E’ triste il dispiacere . Tocco la coda
scendendo illegale.

*

-solarium-


solarium  nell’ antiCasa. Il ventre della vacca 

           aveva rapito i miei capezzoli.

Intorno la ghiaia disseccata.

               Notte dopo notte i fossili  nel parcheggio dell’acqua.

Ora la dea-scialle  ci requisisce dal fetore.

        L’anima è gialla per l’ eterno.

-frammenti di Apsias-

l’acqua mi concesse il fiume sacro per Chalav.

                  Lui danzò per me le foglie dell’ulivo.

Io canto dal resto degli Ausoni.

                     La femmina unisce il maschio nel bianco tamburo.

Gridano ancora gli Aschenazi.

                              Frammenti di Apsias sulla terra-viola.

Impaglio musei che non mostrano riparo.

        Lupi-marinai ti guardano.

                                         Valanghe di ghiaccio sulle vie delle mummie.

Batte il piede una statua nel grano.

              La battona ha l’ennesima luna lucente.

Qualcosa lungo il costato portando nuvole morte.

 

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