Daniela Marcheschi    QUATTRO POESIE inedite con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa – Più la problematizzazione investe il pensiero più il soggetto si rivela in questione – Il mistilinguaggio di Daniela Marcheschi

Giorgio Linguaglossa

 

Daniela Marcheschi è nata a Lucca, dove risiede abitualmente. È  autrice di diversi volumi e saggi sulla poesia e sulla narrativa italiana e scandinava. Un esempio significativo della sua opera di riflessione teorica e critica è inclusa nel volume Il Sogno della letteratura. Luoghi, maestri, tradizioni, Roma, Gaffi, 2012. Di recente ha curato l’Antologia di poeti contemporanei. Tradizioni e innovazione in Italia, Milano, Mursia, 2016 e la prima antologia di poesia rurale, La Gravidanza della Terra, Milano, OOF, 2017.

 

 Ha pubblicato i suoi versi in riviste quali «Tabula», «Salvo Imprevisti», «Tellus», «Apparecchio», «Frontiera», «Confini», «Poesia», ecc. E in volume: L’Amorosa Erranza, Prefazione di Felice Del Beccaro, Siena, Quaderni di Barbablù 23, 1984; Sul Molo Foraneo (Poesie 1979-1990), Prefazione di Giuseppe Pontiggia, Firenze, Esuvia, 1991; La Regimazione delle acque Poesie 1992,  Con il saggio Una classicità senza classicismi di Amedeo Anelli, Parma, Il Cavaliere Azzurro, 2001; Si nasce perché l’anima. Poesie e Poemetti 1995-2002, Lucca, Zonafranca, 2009; Dieci poesie d’occasione (1993-2009)in Festival Internazionale della Poesia XV Edizione, San Benedetto del Tronto, Circolo Culturale Riviera delle Palme, 2009, pp. 79-86;  Ossigeno [Tre acrostici], con un’incisione di Luciano Ragozzino, Milano, Il Ragazzo Innocuo, 2012; Fuoco [Quattro poesie], Prefazione di Roberto Barbolini, Viadana, FUOCOfuochino, 2012.

Nel 1996 ha ricevuto un Rockefeller Award per la Letteratura (Critica e Poesia) e nel 2006 è stata insignita del Tolkningspris dall’Accademia di Svezia.

 

  *

 

Caro Giorgio,

 

ecco 4 poesie per il tuo bel blog. Grazie dell’invito.  

 

Tre sono inedite, Puglia invece è uscita nel 2016  in un calendario d’arte. 

 

Le prime due poesie sono per mio padre, quando stava morendo e non riusciva  a farlo, presto come invece desiderava.

 

In Puglia e in Metropolis non punto al pastiche, ma ora le poesie mi vengono spesso così: come se le lingue che conosco e parlo normalmente/giornalmente, il mondo che vedo grazie alle docenze, si dispieghi davanti a me nelle parole che più gli si attagliano.  Cerco le parole più precise, più ricche di significato, la loro musica, e a volte vengono in altre lingue….

 

(d. m.)

 

Giorgio Linguaglossa

 

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

 

 Coraggiose e ardite queste poesie di Daniela Marcheschi. Non nascondo che dinanzi a questa post-scrittura poietica mi sono sentito smarrito, sorpreso e irretito. Perché questo meta linguaggio?, mi sono chiesto, e perché questo voler uscire fuori dai linguaggi della lingua italiana? Perché questo confluire di tutte le lingue in un unico fiume linguistico che tutto trascina e tutto trascende? Ma non avevano fatto una operazione simile Emilio Villa in tutta la sua produzione meta-poietica e Sanguineti con il suo Laborintus? (1956). Il primo scriverà direttamente in aramaico le sue poesie, evitando l’italiano dei «piccoli borghesi fascistoidi» mentre il secondo con il suo marxfreudismo e il suo psicolinguismo dava una sferzata al linguaggio letterario italiano degli anni Cinquanta ancora impaludato nella versione letteraria e piccolo borghese secondo il cliché pascoliano e in funzione anti Pasolini.

 

Ma qui, in queste quattro poesie di Daniela Marcheschi, non c’è niente di tutto ciò: la piccola borghesia fascistoide non c’è più (c’è un Ceto Medio Mediatizzato ondeggiante tra populismo e idiosincrasie varie), come non c’è più un alter ego pasoliniano da dover osteggiare. C’è una pancia mediatica che inghiotte e tritura tutto ciò che divora.

 

Oggi non c’è nulla da osteggiare né da favorire in poesia, non ci sono domande che la poesia può porre, alla poesia non è richiesto nulla e la poesia non deve rispondere a nessuno, essa è sola allo specchio, senza trucco, senza sfondo, non ci sono più parametri né modelli (per fortuna), nulla di nulla, la poesia viaggia a tentoni, i poeti toccano le cose e le scrivono, o almeno, credono di scriverle con il pensiero fisso ad una poesia della «comunicazione». Oggi non c’è più alcun modello o canone stilistico che la poesia deve perseguire, è questo il problema del fare poesia oggi. Daniela Marcheschi è autore troppo colto e smaliziato da non sapere a menadito tutto ciò, sa benissimo che la poesia non ha nulla da perdere perché tutto è stato già perduto, o forse non è stato neanche perduto ma semplicemente dimenticato, lasciato in un angolo come cosa dismessa. È questo il senso dell’Oblio della Memoria di cui dicevo nella prefazione alla Antologia Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Progetto Cultura, Roma, 2016).

 

Il problema risiede, credo,  nella formulazione stessa del Logos. Più la problematizzazione investe il pensiero più il soggetto si rivela in questione e l’oggetto si ritrova ad essere un oggetto già retorizzato. È questo il problema. Di qui non si esce, sembra dirci la Marcheschi. E, retorizzazione del soggetto e dell’oggetto significa equivalenza di tutti i linguaggi. Sta di fatto che la problematizzazione ha investito i linguaggi poetici debellandone la significazione semantica dal loro interno, rendendoli infungibili e inservibili, è questo il punto di partenza della Marcheschi. Essi giacciono esangui e impossibilitati alla significazione sul tavolo di anatomia del poeta di oggi. Questo sembra suggerirci Daniela Marcheschi. Questo credo di intendere.

 

Tuttavia, dinanzi a questo mistilinguaggio di Daniela Marcheschi rimaniamo sconcertati e illusionisticamente catturati come dinanzi ad un congegno magico, un talismano che sprigiona scintille di arci sensi, frammenti di acufeni e frasari-fosfeni acusticamente bene imbanditi sulla tavola dell’obitorio e dell’oblio museale qual è divenuta la scrittura poetica di oggi.

 

Forse, la poesia deve essere compiutamente anacronistica se vuole sopravvivere: acufeni profetici, fosfeni aproteici, segmenti di sintagmi in linguaggi allogeni, frammentazione di fosfeni, frammentazione di acufeni.

 

Giorgio Linguaglossa

 

Daniela Marcheschi Quattro Poesie

 

L’Appeso

 

                             (Acrostico)

 

L’impiccato alla vita, il padre,
Anche se vorrebbe spiccarsi dal ramo:
Piccole oscillazioni di fatica mala
Parole, braccia, lombi, gambe,
Erosione degli anni, asportazioni.
Sgabello dei suoi piedi un nemico
Ostinato disegna le fluttuazioni

11 dicembre 2011

 

*

 

A mio padre

 

Viene la notte
e ti ha stupefatto il giorno,
hai camminato dietro la vanità
e vana non è stata la tua carne.
Cecità della luce meridiana
l’infanzia ancora t’inghiotte
con il suo infelice scorno
ma l’onore del tuo seme
impetuoso
alla gioia farà
certo ritorno

 

(2012)

 

Giorgio Linguaglossa

Daniela Marcheschi

 

Metropolis

Santiago del Cile, 16-18 novembre 2014

.

Aquí hay en röst
många röster estan aquí
toutes tillsammans – un ensemble tonitruans
una sobre otra une voix
dedans d’autres dehors
si inalberano som vågor , tienen un élan
più che vital. Ómoi moi …
Horror, não é ?
This exotic world 
– enligt mig –
where everything is visible
but clemência, meus amigos, os corpos
oblíquos, transversais: os corpos
e paralelos. Lo dudo
que haya un trabajo más crüel
en algún lugar
roten till allt ont
un sufrimiento porque caro
non mente, infirma est:
spiritus quidem promptus est – c’est évident –
a noite della fame unica e sola
of Injustice. Es geht schon.
Geht schon.
Mina ögon se encuentran
con los ojos dos outros,
gamla ansikter d’une
civilization de la que los hidalgos
tenían miedo
– en el castillo, allá arriba:
la primera vestigie
della colonizzazione och av den
skapelsen di questa stora
Ciudad
– vi kan säga “inmensa”
ora.
Mina vänner, blod
av mitt blod, cuya memoria está
atestiguada por algunos
apellidos – uno è stato pompiere,
un eroe del Teatro Nacional. Videte
si est dolor sicut dolor
eorum. Migrantes
– innocentibus condemnatis –
Amaritud och döden.
Men det skulle okså vara en stor glädje,
på botten av tingen…
Tiene que estar, pero quién sabe
dónde está?

 

*

Qui c’è una voce/ molte voci sono qui/ tutte insieme – un insieme tuonante/ una sopra l’altra una voce/ dentro altre di fuori/ si inalberano come onde, hanno uno slancio/ più che vitale. Ahimè… / Orrore, non è vero?/ Questo mondo esotico/ – secondo me -/ dove ogni cosa è visibile/ tranne la clemenza, amici miei, i corpi / obliqui, trasversali, i corpi/ e paralleli. Dubito/ che ci sia un lavoro più crudele/ in qualche luogo/ la radice di tutti i mali/ una sofferenza perché la carne/ non mente, è debole;/ ma lo spirito è risoluto – è evidente -/ nella notte della fame unica e sola/ dell’Ingiustizia. Va tutto bene./ Non importa./ I miei occhi incontrano/ gli occhi degli altri,/ vecchi volti di una/ civiltà di cui gli hidalgos/ avevano paura/ – nel castello, lassù:/la prima vestigie/ della colonizzazione e della/ creazione di questa grande/ Città/ – possiamo dire “immensa”/ora./ Amici miei, sangue/ del mio sangue, la cui memoria è/ testimoniata da qualche/cognome – uno è stato pompiere, /un eroe del Teatro Nacional. Vedete/ se c’è un dolore come il dolore /loro. Migranti / – condannati innocenti -/ Amaritudine e morte./ Ma dovrebbe esserci anche una grande gioia, /in fondo alle cose…/Deve esserci, però chissà / dove sta?

 

*


Puglia


Stenarna och ljuset
levande ljus
la pietra
e la luce
vi si adagia e come attraversandola
le dà forma la luce
devient de plus en plus glänsande
come la pelle depois de um acto
de amor
che riempia e distenda
le membra;
ett döende ljus
mansa luz
y la luz che insemina
la non luce de la que necesita.
Tutto pour être si congiunge
al suo opposto.
La pietra che senza la luce
è impensavél
la pietra luce.
La luce che senza la pietra
è invisível
la luce pietra.
Stanno le cose tutte e cambiano
nel loro svolgersi,
che non muta.

 

*

Pietre e luce/ luce viva/l a pietra -/ e la luce/vi si adagia e come attraversandola / le dà forma la luce/ diventa sempre più brillante/ come la pelle dopo un atto/ di amore/ che riempia e distenda/le membra; una luce morente/ luce mansueta/e la luce che insemina/ la non luce di cui ha bisogno./ Tutto per essere si congiunge/al suo opposto./ La pietra che senza la luce/ è impensabile/ la pietra luce./ La luce che senza la pietra/ è invisibile/ la luce pietra. Stanno le cose tutte e cambiano/ nel loro svolgersi,/ che non muta.

 

 

 

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