Peter Russell ELEGIE – CONSIDERAZIONI SUL FRAGMENTUM FILIPPINUM 2993 (Quintilii Elegidion e Villa in Tuscis) VITAM REDDERE AD ASSES – Una poesia del tardo Quintilius dalla residenza etrusca – Due Poesie del Ritorno – Un esempio di «Nuova ontologia estetica», con una Nota di lettura di Giorgio Linguaglossa del 1999

Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa
   Fayyum ritratto di uomo                                 Fayyum-Portrait 120-140d.c. 

 

 A cura di: Cataldo U. SIRONI-Aladino COSTURI

Anatolio R:SCUDI-Tarcisio D’OLONA
(estratto dall’American Journal of Philology, agosto 2998 )
Una poesia del tardo Quintilius dalla residenza etrusca

Per Mario De Filippis

 

Ecce solecismi mihi vani adsunt aliorum
Incomitatus quos et levis aspicio.
Lamque catervatim foedis, mihi crede, et ineptis
Carmininibus nullo nunc pluit auxilio,
Multorum cura, viventes qui dicuntur,
caelestes asini, gaudia nulla mihi.
Annosus cum sim, “ Secessus” pangere conor
Pervalidis cinctus, dulcibus asseculis.
Nunc vitae cursum felix possum moderari
Cum in lingua magnae sint mihi divitiae.
Putida me accipiet mox certe terra serenum
Asses perpauci cum mihi sufficiant!

 

Dal mio mondo solipsistico guardo
I solecismi degli altri
Che sono inesistenti. IL cielo piove
Rovesci di poesie dai cosiddetti viventi,
Asini dal Paradiso, magro conforto, nessuna gioia.
Solo nella mia vecchiaia scrivo le mie Solitudini,
Popolata da un’innumerevole compagnia
Che mi dà conforto, energia, e gioia.
Bastano asses per il peso della mia sussistenza
Ed io affonderò nella putrida terra sereno
Con una grande ricchezza sulla lingua.

 

Da una postilla latina trovata sotto il tavolo alla Buca S., Francesco di Arezzo. Pratomagno 26 maggio 1993
Tradotta dall’inglese da Peter Russell da Peter George Russell

 

NOTA: in Plinio “ reddere ad assen” significa “ rimborsare all’ultimo centesimo”. I filologi più scaltri hanno sospetto che questi “ asses” fossero anglosassoni.

 

Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa
   Nerone                                                               Petronio arbiter

Peter Russell Una breve Nota su “Quintilius”

Il poeta tardo greco-romano Quintilius nel 1948 dopo una visita a George Santayana, così anticipando di un bel po’ di anni il “ vecchio Filofoso a Roma” di Wallace Stevens! Da allora non ho più smesso di scrivere le poesie di Quintilius- sono già quasi cinquanta anni.
Quintillius è una specie di vasta persona (nel senso di Browning o di Ezra Pound) e mentre le sue opere sono ambientate nel V secolo d.C., con molti riferimenti ai suoi contemporanei ben conosciuti e ad eventi storici contemporanei ed antichi ( anche per lui) e con un apparato greco-romano del tutto autentico raccolto da fonti originali oltre che da studiosi moderni, in esse è riflessa non soltanto la nostra condizione moderna, ma qualche cosa della maggior parte dei secoli trascorsi fra l’epoca di Quintilius e la nostra. Trasformo versi di Dante, Pontanus, Scaliger, Milton, Comeille, Voltaire, Goethe, Holderlin, Novalis e molti altri in echt-quintilius. Neppure Shakespeare è stato risparmiato a questo ladrocinio! Perfino William Carlos Williams viene adombrato da alcuni tropi di Quintilius.


Mi rendo conto fin troppo bene che gli studiosi genuinamente impegnati hanno ben poco tempo, se ne hanno affatto, da dedicare ad una produzione artistica contemporanea a meno che non siano interessati di per se alla poesia, che è cosa alquanto rara. 

Al momento presente sto scrivendo (già da dieci anni) l’ “Apocalisse” di Quintilius, che ebbe origine da una serie di sogni che ho avuto riflettevano molte delle caratteristiche della Apocalissi giudeo-cristiane ed islamiche, ( le principali fondi dello stesso Dante), altre agli ‘sciamani’ descritti da Erodoto e Veneratio dai primi orfici e pitagorici, per non parlare dei miei ricordi di conversazioni con anziani indigeni del Canada occidentale ed orientale. Il testo dell’originale ‘Apocalisse’ di Quintilius (1984) è andato bruciato in un disastroso incendio avvenuto nella mia abitazione del 1990, e come sapeva fin troppo bene l’Alighieri, non è possibile ricostruire tali visioni con il solo aiuto della memoria. Le visioni sbiadiscono, non le si possono falsificare. Perciò gran parte dell’ “Apocalisse di Quintilius” ha ben poco di apocalittico ed è simile alla visione di S. Perpetua o di Chaim Vital, che hanno a che fare con contingenze personali che con temi comuni od universali. Comunque una nuova Rivelazione è stata data di recente e si trova già in forma di manoscritto ( gennaio 1995)
Ci sono adesso più di cento poesie di Quintilius nelle riviste e una trentina di articoli dedicati alle sue opere.

 

LIBRI E OPUSCOLI DI QUINTILIUS:

Three Elegies of Quintilius 1955
The Elegies of Quintilius Anvil Press, 1975, esaurito da 20 anni

Quintilii apocalypseos fragmenta. The Golden Chasnberpots AGENDA EDITIONS, Londra 1986
Metamaipseis noerai AGENDA EDITIONS 1991 original edition ( traduzione italiane di questi Quattro sono pronte) Legnetti per il fuoco/Fiddlestiks Pian di Scò 1992 Bilingual con una satira sugli accademici e post-modernismo; 

QUINTILIUS Introduction English only Pian di Scò 1992 Discorso tenuto all’Associazione Italo –britanninca, Viareggio 

The Elegies of Quintilius Anvil Press, Londra 1996 Tutte le opere di Quintilius publicate fra il 1949 e 1976 1990, e come sapeva fin troppo bene l’Alighieri;  

Due poesie di ritorno Pian di Scò 1993 Bilingual Quintilius torna da soggiorni in India e Persia.

 

QUINTII APOCALYPSEÔS FRAGMENTA


DUE POESIE DEL RITORNO

Two Poems of Return

English translations from Aramaic targums with italian version by Pier Franco Donovan and Peter Russell
PIAN DI SCO’ 1993

Giorgio Linguaglossa
Tiberio 

Da Quintiliis Apocacalypseôs Fragmenta

 

Krisna nero, Gesù bambino, Ishu
Continua a incitarmi a essere
L’Apostolo delle guardiane delle oche


Mi ha mandato tra i prati in fiore


Il vecchio Toro mi ha rincorso
Io sono scappato


Nei pascoli delle pecore

Il vecchio Ariete
Mi ha incornato


Nel recinto dei maiali


Il Signore certamente sentirà il grido
Anche dei discendenti
Di vittoriosi produttori di sapone


Le guardiane di oche mi scivolano tra le dita
Le pastorelle mi hanno bersagliato di pietre

Il fiore del campo
E’ schiacciato dalle macchine


Le pecore stesse
Calpestano Psalliota


Io sono una vecchia vescia
Verde grigio dentro


Il burro sta gocciolando dalle dita delle muggitrici
Quando avrò io una prole>?


All’alba del Venerdì Santo mi sono svegliato
Schizzato di fango nelle tenebre di Gadara


E’ permesso a un mortale pregare gli dèi per il sapone?


Questo campo ai confini di un tetro boschetto
Questo recinto di maiali


E la Piana della verità?
E il campo di Er?
E dov’è il Giardino delle Muse?


Qual è il punto di riferimento della Resurrezione?
Il sito del prossimo Giudizio Universale?


I dottori eruditi ne stanno ancora discutendo
Gli impiegati dei produttori di sapone
Stanno preparando fatture


Le Sirene stesse guardano nei loro magici specchi
Ma non possono vedere i loro musi di maiale


Nessuno sembra soddisfatto della propria vita


Nudo e sudicio gioca un ragazzino
Con margherite grandi come soli

E le ninfe e le driadi timide come gazzelle
Guardano fisse la folgorante bellezza
Del dio bambino


E un vecchio uomo con cosce pelose
Che balbetta


Da Codex Disco.

TRADOTTO 1986

 

Nota del verso “ Quando avrò io una prole?”: in Inglese c’è un gioco di parole: “issue” significa “prole”, ma l’omofono “ Ishu” può essere sia il nome Sanscrito del Signore, Krisna, che il nome di Gesù in Aramaico

 

Sono tornato a casa
Per trovare il tetto crollato
Il pavimento un cumulo frastagliato
Di mattonelle rotte

 

Il cielo
Dove c’erano una volta travi
Il foro per il fumo

 

Ipetra
Un sambuco
Riempie il soggiorno

 

Foglie giallognole
Cadono sui cocci
Color rosa
Foglie d’oro
Che stridono

 

Mi siederò sotto il mio ficus religiosa
Con pingui fichi che cadono
Ogni giorno sulla mia testa

 

Il fuoco non curato
Dura le terra sotto di me
L’aria il mio pane

 

La luminosità del sole
Cosa è
Se non intensità di Splendore
Che nasconde la fonte

 

La mia debole fiamma
Come una candela gocciolante Va su
Di palo in frasca
Alla cima dell’albero
E dentro attraverso il buco nel sole

 

Fiamma
Che diventa fiamma più pura
Niente altro.

 

Tu sei il capo del filo
Tu attraversi la cruna dell’ago
Ma devi lasciarti dietro
Il cappotto di cammello
Non c’è spazio per entrambi

 

Quelli che raggiungono la cima dell’albero
Avendo ali
Volano via
Il resto Cade al suolo

 

Mi sentirai farfugliare a me stesso
Ma saranno e silenzi
Che parlano dei mondi

 

E se divento malinconico
Per la fugacità Delle eternità transitorie

 

Guarda su verso il tuo tetto

………………….( greco) mi mancano le lettere
E conta le ragnatele

 

 

Da Codex Disco Tradotto 9 giugno 1985

 

  Nota: ficus religiosa è il nome latino del fico della pagoda ( ingl. “bo-tree”), sotto il quale il Budda meditava e ricevette finalmente l’illuminazione. C’è un bel fico della pagoda a Urbino, pingue come il tasso a Selborne reso famoso da Giulio Cesare e poi da Gilbert White. Anch’io l’ho visto qualche mezzo secolo fa.- P.R.

 

Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa

Nota di lettura di Giorgio Linguaglossa

 

Peter Russell from Apocalypse of Quintilius University of Salzburg 1997.

 

Quintilio è un poeta nato dalla straordinaria fantasia e versatilità di Peter Russell. Quintilio nasce nel V secolo dopo Cristo, ha conoscenza delle opere di Proclo e delle filosofia di Agostino; sa a memoria i poeti elegiaci della paganità romana, l’epica di Omero gli è familiare, così come conosce la filosofia dei greci antichi, ma non disdegna gli Gnostici e la Bibbia. Poeta lunatico e visionario, Quintilius Stultus dapprima si converte al giudaismo, ma ben presto, preso dal disgusto, si volge al cristianesimo. Dopo alcuni anni di ardente vita missionaria in Africa, Quintillius ritorna ad una forma di reazionario paganesimo, rifiutando sia i dogmi della Chiesa, sia la sua visione del mondo e della trascendenza. Il mondo giudaico ellenico e tardo-romano in putrescenza convivono con una mirabile sintesi e si traducono in un’opera di poesia davvero polifonica e originale.  Poesia simultanea   questa di Peter Russell per la sua capacità di assimilare e dare corpo nuovo e volto nuovo alle reminiscenze della poesia cinese, persiana e indiana, ma invero dietro le paratie di tanto trasognato mondo del tardo impero non è difficile riconoscere uno specchio delle nostra epoca senza identità.

 

E’ significativo citare Russell stesso circa la nascita di questo particolare eteronimo: “I invented the late greco-roman poet Quintilius back in 1948 after a visit to George Santayana, anticipating Wallace Stevens’ ‘ Old Philosopher in Rome’ by quite a few years! I’ve been writing the poems of Quintilius ever since-a-span of nearly fityi years”.

 

Quintilius è quindi da considerare come una persona ed un poeta distinto da Peter Russell, con una sua peculiarissima identità psicologica e culturale. Ritengo questo volume di poesie di Quintilius una delle  vere novità  della poesia di questo decennio. Lo dico con la modestia e la saggezza che mi derivano dalla consapevolezza dei miei limiti, mi piacerebbe veder pubblicati in traduzione italiana alcune almeno di queste poesie, ne trarremmo tutti più vigore per uscire dalle secche del minimalismo e dal neoconservatorismo imperante. Non c’è nulla nella poesia italiana di questo secolo di equiparabile alla poesia di Quintilius. Eppure Russell vive in Italia, ama il nostro paese e noi dovremmo essere un po’ grati al poeta inglese per questa sua preferenza

 

Una annotazione a “ Legnetti per il fuoco”

 L’autore di questa poesia scritta in un Greco tardo e molto illetterato, visse in un’epoca così tecnologicamente primitiva tanto da non essere nemmeno capace di accendere un fiammifero. E pure in dubbio il fatto che Quintillius fosse in grado di maneggiare pietra focaia e metallo. Quindi doveva fare ricorso ai tradizionali legnetti per il fuoco, in origine ( come per gli antichi Brahmani indiani) un rito sacro che però richiedeva una gran perdita di tempo. Egli fu visto regolarmente vagare sotto i larici alla ricerca di Fomes  fomentarius,  il fungo da esca o dei chirurghi, che ben seccato bruciava sin dalla prima debole fiamma.

 

 Sembra che questa poesia l’abbia scritta in un momento di sconforto, o forse soffriva di una mania depressiva o di qualche altra malattia di moda. Il motivo per cui non chiamava i preti ad accendergli il fuoco non era tanto che avesse perso la fede quanto l’evidente penuria di danaro, e i preti sono notoriamente avidi. In questi nostri giorni illuminati dal progresso, le televisione e l’educazione statale, come il dotto Professor Michel Alexander della University of St. Andrews ha recentemente osservato, pochi studiosi ( eccetto se stesso, Hugh Kenner e Donald Davie) conoscono la letteratura inglese, per non parlare della Bibbia. Spero dunque che il lettore democratico non si offenda se il traduttore spiega alcune delle parole meno comuni. Il problema della società senza classi è, come piace dire agli americani, che non ha “ classe”. Le insulae ( letteralmente isole) erano grandi quartieri della città dati con affitti esorbitanti alla gente più povera, ed erano notoriamente rischiosi per gli incendi e invariabilmente erano in uno stato pietoso. Aposynagôgos significa letteralmente “ escluso dalle comunità ecclesiastiche”, una parola greca del Nuovo Testamento. Quintillius, pare, a differenza delle persone castigate dal dott. Alexander, aveva letta la Bibbia. Agyrtôdes significa un accattone vagabondo come il faqîr o derviscio, generalmente un devoto della Grande Madre, spesso un ciarlatano orfico o un indovino che usava i dadi ( vedi Platone, Repubblica 364 e Euboulos Comicus, Fr. 13° .  Adelphê mou, numphé  “ Sorella mia, mia Sposa”, proviene dal Cantico dei Cantici. che certamente pochi eccetto Michaelus Alexandrinus conoscono oggi.  Questa strana frase è stata interpretata dai filologi eruditi come un riferimento a culti segreti dell’incesto del Medio Oriente. La domanda retorica di Quintillius “ mi seppellirò nel mio giardino?” è ovviamente la prova di un tardo culto di Zalmoxix nella Bassa Scizia o Alta Mesia.

 

 Trovo estremamente deplorevole che si debba ritenere necessario spiegare una cosa semplice come una poesia di Quintillius;  se le cose stanno davvero così, e i moderni letterati sono così illetterati, dovremmo tutti essere profondamente gradi al dotto studioso di Anglo-Sassone di St. Andrews.

 

 Uno studioso italiano locale, completamente ignorante in letteratura inglese, mi dice che in Quintillius ci sono echi di centinaia di testi di etnologia, religione comparata, cerimonialismo vedico, divinazione orfica, tecnologia antica, storia greca e romana , superstizione popolare e folclore, ecc…, ma a me sembra che il fascino di questa poesia è proprio che non richiede alcuna spiegazione eccetto che per quei studiosi professionisti che vogliono un campo esclusivo nel quale anche la cultura teorica più elementare è riservata unicamente a loro.

 

 Come antidoto alla probabile incredulità del lettore di buone intenzioni riproduco qui di seguito il meraviglioso lucido e responsabile articolo del Professor Michael Alexander. Per coloro i quali siano tanto ignoranti, a differenza del Professor Alexander, da non sapere il Greco Antico ( e la letteratura inglese e la Bibbia) devo spiegare che la dotta parola “fallocentricità”, con la sua elegante miscele di radici greche e latine, benché sia ben oltre la mia limitata comprensione intellettuale, sembra indicare vagamente “ i cazzi parlanti” come elemento centrale alla nostra progredita civilizzazione post-moderna.

 

 Confesso di non essere sufficientemente informato per poter dire cosa intenda Il Professore  con “ l’ex contea di Devon “, Posso solo presumere che l’antica contea abbia recentemente dichiarata la propria indipendenza, come i Serbi della Bosnia, e che questa importante notizia non sia ancora filtrata fino a questo mio situs isolato fra le montagne etrusche del Pratomagno.

 

 Ricordo con affetto paterno il quindicenne Michael Alexander, allora allievo del mio vecchio amico Peter Whigham a Worth Priory, Sussex, e mi  meraviglio del progresso intellettuale che anche una persona infantile può compiere dopo trent’anni di Accademia..

 

Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa

 Isola Tiberina ricostruzione Roma antica                      sesterzio romano

 

Legnetti per il fuoco

Pian di Scò  1992

 

Il fuoco del mio focolare si è spento, la nicchia annerita è tutta buia,

L’umidità fuoriesce dalla pietra, il freddo si sparge per l’atrium.

Il gufo grida alla mia sinistra dalla macchia di sambuco aggrovigliato.

Non ho bisogno di auspici, d’indovini,  di nauseanti interiora

Di vittime che mi dicano che la fine è prossima, o almeno

Che qualcosa di cruento sta per accadere. Soltanto riaccendere il fuoco

Con lo stoppaccio non basta. E’ troppo tardi adesso

Per chiamare i sacerdoti, pagarli perché battano assieme

Le pietre del tuono, o inseriscano il piolo di legno duro

Nel receptaculum consacrato di morbido abete de “ lavorare vigorosamente”.

Dicendo preghiere a Hestia, accendendo il fuoco votivo. Il sangue

Si è diluito col declino, il vigore è scorso via col fuoco.

Mi cospargerò di cenere, nudo vagherò per i campi.

Come mero fantasma in abiti di mendicante frequenterò

I focolai d’altri uomini, d’altri banchetti, cliente non desiderato

Che rammenta la morte ai vivi. Meno d’un extracomunitario, d’ora in poi sono

L’eterno forestiero. Dissoluto adesso, desolato, devo solo

Dissolvermi, tutta la mia coscienza dispersa al vento.

Dove nella vastità dell’oceano sono i tratti del Tevere e del Po?

E dietro tutto  questo, -maledetto sia questo smantellamento,-una donna.

Liberato dal desiderio, i sapienti venerano lo spirito universale.

Non vogliono più passare attraverso il seme umano.

Gli antichi saggi insegnarono questo. Tutto il desiderio messa da parte, insegnavano anche

Che il Paradiso può essere conquistato con la sola forza, nessuna quantità di virtù

Ti può  portare lì. Io ho vissute le mie eternità

Il tempo non ha più misure. Il nodo è stato sciolto.

Vagabondo nella Città stiverò i miei domestici

In un buco umido nel muro di una della insulae?

( Che bel nome per un dormitorio!) – aposynàgôgos, agyrtôdês,

Un derviscio del genere. Persone infelici, ho sentito, spesso si seppelliscono

Nei loro libri. Mi seppellirò nel mio giardino? Vieni a vedere, Sorella,

Adelphè mou, Ninfa, ci saranno violette in aprile.

 

Giorgio Linguaglossa  Giorgio Linguaglossa

Fayyum ritratto femminile 120-140 d.C.     Fayyum-Portrait d'homme 120-140 d.C. 

 

THE ELEGIES OF QUINTILIUS

LE ELEGIE DI QUINTILIUS

’Car la Muse m’a fait l’un des fils de la Grèce’

( Traduzione di Mauro De Castelli )

 

PREFAZIONE ALLE ELEGIE

 

Fu nel 1948 o 1949 che Robert Payne mi presentò a Stefan Schimanski, il curatore della terza antologia della Nuova Apocalisse, e all’epoca direttore del Word Review . Quando Stefan udì che ero diretto in Italia, mi chiese, per caso, se volevo tentare di intervistare benedetto Croce, George Santayana, Max Beerbohm e Ernest Hemingway.

 

Se avessi accettato avrei ricevuto 5 sterline per ogni intervista ma nessun compenso per il viaggio. E fu dall’incontro a  Roma con Santayana, allora nonagenario, che nacquero i poemi di Quintilius.Molti piccoli dettagli  , per esempio i lupi sui colli albani, derivano dalle conversazioni di Santayana con me.

 

Era rimasto impressionato dal fatto che dalla devastazione  della guerra, i lupi avessero ricominciato a vivere e riprodursi nelle dirette vicinanze di Roma. Molti  altri dettagli del Mediterraneo in genere, e in particolare dei ‘colli liguri’, provengono del mio soggiorno- quello stesso anno- Ora con Olga Rudge a Sant’Ambrogio, presso Rapallo. Beerbohm viveva solo a poche centinaia di metri di distanza, quindi era semplice andare a fargli visita. I pomei di Quintilius sono intrisi della luce dell’intera costa ligure, secondo la mia propria esperienza e l’idea che me ne ero fatto dai Cantos  di Ezra Pound.

 

Dopo un anno o forse più, trascorsi sei mesi a Cagnes-sur-Mer sulla costa azzurra, una specie di estensione della Liguria, dove un tempo la lingue predominante era ligure. La seconda elegia parla della decisione del poeta di prendere residenza nella Provincia Romana, e la terza descrive la sua vita colà.

 

Mentr’ero anch’io  a  Cagnes, dedicai molto del mio tempo a leggere Virgilio e i poeti bucolici della Grecia, fui interessato in particolare al famoso libro Virgilio Romano  di Gavin Douglas e lo leggevo assiduamente.

 

Nello stesso tempo studiavo il portoghese con una mia amica, la bellissima  Violante do Canto, figlia di un noto scultore portoghese.

 

Ricordo, con spasso, che proprio quando iniziammo a leggere Camoens contrassi una grave infezione a un occhio e dovetti girare con una benda nera. Se fosse dovuto  alla fogna cittadina che si disperdeva in mare, dove facevamo il bagno, oppure se fosse semplicemente autosuggestione, non lo saprò mai. Nello stesso periodo ero solito fare l’autostop per la strada della costa, spesso fra enormi incendi forestali, per fare visita a Richard Aldington a Le Lavandou e Roy Campbell,  che  non viveva lontano  da  quel luogo.

 

Campbell era un ottimo cuoco e le sue  bouillabaisse,  con le loro  rouille che scottavano, sembravano ancora legarsi ai numerosi litri di robusto vino rosso locale, risuscitando altresì 

un folto gruppo di reminiscenze dei costumi e della storia della Provenza, antica a moderna.

 

Mentre mi parlava nella grande cucina di bàsolo, gli sarebbe piaciuto rivivere la vita che descrisse in Provenza Taurina e ne Il Primato battuto, e lasciava cadere frammenti di citazioni da Boezio e Cassiodoro, oppure curiosità tratte da Plinio il Vecchio o Isidori di Siviglia.

 

Descrisse i combattimenti dei tori e Nimes ( la romana Nemausis ) e la naumachia sia  dei pescatori antichi che dei moderni, e sarebbe andato avanti a leggere da Calendal o altre poesie di Mistral. La maggior parte delle informazioni di Campbell finì nella versioni di Quintilius. Il mio ( e di Quintilius) personale ed eterno rancore verso i burocrati e i cercaposto (place-seekers) fu accompagnato dalle tirate di Roy contro gli avidi, i timidi e i taccagni.

 

Sospetto che, virtualmente, ogni immagine e frase nei poemi di Quintilius fosse formata per concordare, in qualche modo con qualche particolare ‘fonte’ , o nel mondo fisico, o nella letteratura da noi condivisa, o nelle conversazioni di Roy e Richard.

 

Roy era particolarmente bene informato sulla storia dei vini dell’Europa del sud e sulla  storia antica della viticultura in Portogallo, e in verità il più delle volte riecheggiava le parola dello stesso Quintilius, senza conoscerle.

Accadde come se molte menti fossero connesse attraverso  i secoli e parlassero a una voce sola.

 

Nota: il critico inglese Roger Sharrock nella rivista londinese (settimanale) "The Tablet", ha detto che questa prima elegia di “Albius Quintilius” ( in verità poesia originale di Peter Russell), sia la migliore imitazione o ricreazione in lingua inglese dell’elegia antica romana.

Peter Russell ( 1983)

 

Giorgio Linguaglossa
gioco della palla pittura parietale stile pompeiano

 

 

QUINTILIUS

Poetae vesani Libidinosiqve Atque Puellarum Ejus omnium In Meoriam tenetriman

 

ELEGIA PRIMA

Daunia

 

Generoso lucignolo con olio di cocco

Che suscitavi ogni sera la nostra fiamma nuziale,

Molte volte testimone dell’atto d’amore fosti,

 

Ogni notte, nella città di Sfax nei giorni di giovinezza

Finché Daunia mi abbandonò a tremare in un letto vuoto

 

Fu lei a prendere queste coccole in principio

E baci al chiaro d’una lampada fin tardi dopo che l’alba

Affievoliva a fianco del letto la fiamma subito eretta.

 

Possibili risultati o la continuità mai sfioravano

Le nostra testa colma di giochi erotici e di gladiatori;

Di giorno l’arena, di notte la polvere  del nostro letto

Con il lucignolo slanciato e luminoso, e sull’altro lato

Del foro il gemito dei musici, con flauti e un tamburo

A caricare l’aria seròtina di voci e vino

Troppo teneva occupati per pensare a un focolare o ai bimbi.

Ora mi ha abbandonato, è fuggita con un altro

(Una maledetta canaglia di Roma con più danaro 

nel suo borsellino)

Di quanto mai ne ebbe mio padre. Prima

del crollo della dracma e la crisi dei  mercati),

Partono con la prossima nave per Roma, è scappata con lui.

 

Al mattino bussò alla mia porta per un addio

‘Non piangere, Quintilius, presto ne troverai un’altra carina

Che ti scaldi nel letto prima del sonno e ti lavi i capelli.

 

Dimenticherai la tua dolce Daunia prima che lei

Cessi di bramare un ex amante  a Sfax’

Non più di queste parola sopportai di ascoltare fulmineo

Fui nel cortile con i polli e piansi

Lasciando che il resto del suo messaggio cadesse

Sul battiporta di lucido rame, orgoglio paterno.

Spesso avevo pensato di essere sul punto di fare fiasco;

Tutt’al più avevo pensato “ sta ragazza sarà buona moglie

Ora che in ogn’altra cosa ho fallito, sciogliendo a sera

I suoi capelli e acquietando i nostri figli fino al sonno

Mentre sulla nostra modesta casa tramonta  il sole”

Mai m’ero preoccupato di domandarglielo. Ora è andata

E le luminose strade di Roma l’avranno per il resto

Della sua giovinezza. Forse morirò solo

Senza il fastidio di prepararmi la colazione

O di tenere in casa più che poche mezze bottiglie

Di conveniente vino rosso e un barattolo di olive nere.

 

La raffinatezza costa molto-

Senza di lei a volere un bracciale d’occasione

Morirò con le mie palme limpide della polvere d’oro

E non sarò più infelice di prima. ‘O Madre Venere

Cosa possono i figli poveri abbandonati da ragazze

Che davano per scontato? Fa male.

 

Manda un’altra cortigiana greca

Stanca di vivere nei bordelli, alla ricerca d’una casa

Abbastanza modesta ch’io stesso possa provvedervi,

Oppure poni fine al tedio dei giorni

Sarò buon marito te lo prometto.

 

Trovami solo una casa non troppo lontana dalla città

Con un campo e spazio sufficiente ai polli,

A un gallo, un suino e una mucca: fai vi siano

Tre o quattro ulivi nodosi e fessurati

Con bacche mature ai primi di Novembre; fai vi siano

Un’ampia stanza per porre d’inverno il frumento e un patio

Di viti dalle grandi foglie per i mesi d’estate.

Non dimenticarti di ricordare al tuo antico padre

Di far sì che piova il necessario. Cara dea

Metterai subito radici ai margini della citta di Sfax

A patto che mia moglie non si riveli una suocera

Ed ulteriori intrusioni non interrompano

Le ore dal piede alato con riunioni di senzatetto

E affamati in cerca di cibo’

 

Che stupido fui a non farle domanda allora:

Le sue morbide dita rendevano dolce il pasto serale

E mai rifiutò di deliziarsi nelle gioie d’Amore

 

Dubito di trovarne un’altra, almeno a quest’età

 

Traduzione dell’inglese di Alessandro Gentili

Rivista da Pier Franco Donovan.

 

Nota: il critico inglese Roger Sharrock nella rivista londinese (settimanale) The Tablet, ha detto che questa prima elegia di “Albius Quintilius” ( inverità poesia originale di Peter Russell), sia la migliore imitazione o ricreazione in lingua inglese dell’elegia antica romana.

 

Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa
  Imperatore romano Caracalla                                   Lupa Capitolina

 

SECONDA ELEGIA

I DISEREDATI

Mutamdae sedes…

 

Quintilius, s’è trasferito: considerava il calore

D’Africa eccessivo per un pigro, piccolo proprietario terriero.

 

Lo minacciavano anche recenti proscrizioni 

(Disse) di confisca della fattoria.

 

Quindi, preso il meglio di due corsi negativi

(La povera Licoride disperata di lasciarsi tutto alle spalle)

Ha venduto la piccola proprietà di Sfax

Per poco denaro ed è venuto a Cagnes.

Qui in quel poco che è rimasto della provincia romana

Quintilius programma di passare il resto dei suoi giorni

Ahimè! Poiché la maggior parte della sua ottima collezione

Di pergamene ora orna i banchi dell’usato a Sfax

 

E’ meglio tuttavia ridurre al massimo le perdite

E ricominciare in un altro paese,

Che soffrire ignobile evizione, violenza con tutta probabilità

Per mano di una banda d’insoffribili vandali

Ebbri del senso di potere per il semplice fatto

Che le persone civili sdegnano sollevare la spada

Questi maiali ipernutriti incedono per le rovine della città

Hanno rubato e bruciato, incapaci di governare

Perfino un manipolo d’ignoranti ringhiosi cani di coloniali,

E si fanno chiamare letterati, parlano di cultura’,

Quando tutto ciò che in realtà sanno è far di conto

O sillabare un messaggio di richieste di più cibo,

O le ragazze da condurre ai loro quartieri.

Che feccia! Con le braccia sferraglianti e voci roche

Tiranneggiano i lo saggi come un branco di sciocchi.

Monopolizzano i mercati e assicurano penuria.

 

Cosa deve fare Quintilius? Dove fuggire il pesante destino?

 

Detesta Roma – povero poeta!- Mantova e Cremona

Puzzano, con gli occhi sporchi discendenti dei Cimbri e Galli.

Per non dire dei rudi legionari del divino Ottavio.

 

Dove poggiare il capo? L’Apulia brucia, 

La Campania anche, fuma con i fuochi di Febo,

La Sicilia è meglio sui libri ch’abbrucchiandosi a piedi le suole

Solo la provincia romana gli può dare pace desiderata.

Civiltà senza impegni delle città;

Inverni miti senza l’intollerabile calùra

 

No, Quintilius, è saggio uno spostamento!

Stette troppo al chiuso con la bella Licoride

A studiare finché lei non ne poté più e pregò

Il padre dei suoi piccoli d’arrotolare le pergamene e parlare

Un’ora o più finché il sole non sia tramontato e il vino

Ancora una volta infiamma la giovane coppia fino al letto nuziale.

 

Dopo è la lingua sottile ed esperta di Licoride

A bruciare come una fiamma le labbra cupide di Quintilius,

Lui come irsuto caprone sulle vette del monte Ida

Scruta estasiato le dolci membra della sua compagna.

 

Ma a Sfax con i loro polli, il cane rognoso e la capra,

Gl’antichi e nodosi ulivi quasi senza frutto

E la polvere insidiosa d’eterno meriggio,

Cosa dovrebbe fare il poeta, chiuso nell’orbita più esterna

Con nessuno se non con una ex cortigiana e un servo schiocco

Che aiuta in casa e provvede ai bisogni corporali?

 

E’ vero le schiave africane sono più a buon mercato, ma che si ricava

A comprare una schiava che in men di un mese sarà stuprata ( se avvenente)

O catturata e venduta a un altro ( se i suoi attributi sono tali

Da attirare l’insaziabile vandalo per il proprio volgare spasso?)

 

Qui sulla calda montagna di Cagnes lui è al sicuro:

Di giorno le api producono un miele più dolce dell’ibleo

e soffici sono le olive come le migliori cresciute

Sulle pendici della Fiesole etrusca. Erbe di gran abbondanza

Scaturiscono dai sentieri di montagna, aglio e salvia

Prezzemolo e cipolla selvatica, anice, pimento e timo,

Balsamo dolce e finocchio, spigo, indivia e alloro.

 

Fresche insalate, fagioli bianchi e peperoni, melanzane purpuree

Quanto il vino, pompelmo e melone, ovunque a caso sulle mulattiere

Prospera il cactus spinoso ma non impedisce la crescita

Delle albicocche, delle pesche e delle prugne. La mela è vero

Qui non fruttifica, gli spinaci sono grinzosi, e il cavolo

Come cuoio per i palati soliti alle verdure toscane.

 

Ma i funghi teneri come carni d’agnello crescono

Nei primi mesi dell’anno vicino ai pagliai.

 

Così si, ora nel porto sottostante

Marinai avvolgono le loro scorte ben ordinate

E il capitano dà ordini di scaricare la stiva

 

Un ricco carico di granaglie è stato spedito dal Basso Egitto,

Mangime per le bestie in aggiunta a cibo per umani,

Senza far menzione della farina grossa usata da queste parti

Per acconciare pasticci di acciughe da offrire a Espero

Tuttavia anche questo prezioso cargo, dono di nostra Madre Cere,

Non regge il paragone con il tesoro acquisito da Cagnes

Quando il dotto, e da troppo tempo esule, Quintilius discese la passerella

 

Giorgio Linguaglossa

 

ELEGIA TERZA

L’ETA’  DELL’ORO

 

Per tutto il tempo che i fichi acerbi

Continueranno a cadere fuori della porta

Così anche le mie modeste speranze non svaniranno.

 

Vi fu un tempo quando mi figuravo un futuro

Di pace nel paese, coltura di viti fruttuose,

Possedimenti di una vita compresa una casa e terrazza,

Limpide condutture d’acqua e abbondanza di legna

Per intrappolare  le  fredde incursioni dell’inverno;

Pochi libri su di una mensola asciutta, le visite degli amici

Da paesi lontani ( occasione per scannare un vitello

E servire agli stanchi viaggiatori un ricco Falerno

E le gustose cervella del povero animale nel burro nero);

Discussioni di poeti nottetempo, il significato d’antichi miti,

-Il tempo della semina, potrebbe essere,

dei nostri capolavori auspicati,

Sbocco finale dei nostri banchetti,- dunque felicità, credevo.

Ma sedendo qui insoddisfatto, con il testo di un povero imitatore

( ingarbugliato, scorretto e zeppo di interpolazioni,

Tristemente frainteso dai Dottori di Roma con orecchi d’asino),

Cosa fare se non piangere, sentendo le ore fluire,

Schiantare fico dopo fico fra fredde e verdi foglie

E sparsi sulla terra buia essere preda di voraci insetti.

 

Cara generosa Madre, che idiota fu, chiedo,

Chi ha piantato il tuo albero del fico nell’ombre ostili

Cosicché solo i frutti elevati hanno ricevuto la manna solare

Per maturare in pieghe purpuree e calde e nutrire i tuoi ministranti?

 

Ne fu convenientemente curato quest’albero troppo cresciuto

Per cui non potendo raggiungere i rami più alti resto

Con nulla se non dure pallottole di fico.

Molte cose sono in dubbio; - di ciò solo siamo certi-

Ogni cosa degna richiede una spesa di lavoro: le superfici

Tutte potenzialmente fertili

Devono essere attraversate da molti canali,

E i rami germoglianti troppo alla svelta

Necessitano sapiente potatura

Per mezzo di ore laboriose sotto un sole cocente;

Proprio come, O Apollo, i tuoi malinconici giovani

Devono adeguare

Il  loro triste canto a forme ordinate di dolore,

O anche, Priapo, i tuoi  felici adoratori le loro urla.

Matandae sedes:  non posso tollerare questa condizione;

Moderata accettazione,

ragionevole disponibilità di libri

E qualche lieve speranza di Pace

Duratura potrebbe avermi distolto

Dal mio infelice vagabondare sulla faccia dell’Europa,

Asia, Africa, alla ricerca tra libri e uomini

Della buona vita. L’iniquità, sembra avere molti volti

Poiché ora vi  sono guerre sulla terra: anche per i poeti questa vita

E’ senza onore, integrità- perfino senza vergogna.

Dove un tempo cantavano gl’antichi bardi, vili schiavi

Assurgono a lavori gradevoli

Ben retribuiti nel Servizio Civile, Università, gruppi culturali,

Ed altro, come fossero latifondi metropolitani.

Ogni valore è capovolto dove la codardia è un valore

E il coraggio è da molti considerato vergognosa affettazione,

Dove parlare anche solo di “Eroi” o redigere vergognosa affettazione,

Dove parlare solo di ‘Eroi’ o redigere le gesta dell’aristocratico

Senz’altro contraddistingue il folle, impedisce ogni promozione

E gli procura più nemici di quanti siano i culattoni a Sibari.

E prima d’ogni cosa, tuttavia, è un incontro per venerare gli Dèi:

Così ho sempre creduto e così ,spero, crederò.

Tuttavia dicono che non sia di nessun vantaggio invocare gl’antichi dèi-

Deboli uomini hanno rovesciato l’Onnipotente Giove, il Re

Dicono di aver fatto vergognare Giunone, la regina del cielo.

Non so che dire ma di ciò sono certo

Esistono gli spiriti benefici quanto poi i maligni.

 

Codesto nuovo Dio che unisce tutti gli schiavi contro di noi

Che ci fa mancare sotto i piedi il meglio dell’antico ordine,

Oberato di etica e avvelenato dalla sgradevole politica,

Ha indebolito il dominio del bene, sostituendo l’Antica Giustizia

Con corti piene di schiavi, orientali e vandali

Ognuno trattenendo, la sua non piccola commessa

Sui frutti  della libertà individuale. Puzza

Questo accentramento d’ogni facoltà autonoma,

Questo logorio sistematico della vecchia etica individuale.

 

Il privato cittadino è derubato della responsabilità

Rivenduta sporca al pubblico, ad alti prezzi,

Presso la folla scomposta

E insopportabile della Roma imperiale di un tempo,

di Costantinopoli, Ravenna e Napoli, o Dèi, che banda

di lerciume e corruzione riempie ora i posti del nostri antichi consigli!

 

Prego  Venere, Apollo, Minerva e Marte

Di disfarmi da questa  calca coprofila e bruciare i loro resti

Lasciando insepolte ed animale, loro untuose ceneri.

Per me devo svolgere le ben note fatiche del poeta zelante

Sacerdote profano di Apollo, servo dei virtuosi,

Erudito e appassionato d’ogni arte e scienza

E in  ogni istante custode della Musa ospite,

Persi i sensi e lasciato affamato, come potrei essere, 

Dalle Parche ostili e dalle mani omicide degli uomini

 

Qui devo restare e comporre i miei versi persistenti

Finché abbia venduto prodotti sufficienti sui mercati di Cagnes

Per levare di nuovo l’àncora e partire per luoghi più amichevoli

In verità, sopra ogni cosa, le dolci muse

(di cui porto i sacri emblemi guidato da appassionante amore)

Mi potrebbero accogliere con doni;

 

A me, loro servo, potrebbero mostrare le vie del Cielo

E la stella

Il quotidiano tramonto del Sole, le diverse fasi della Luna;

La causa dei terremoti, e la forza che solleva l’oceano

Ora rompendo le sue barriere,

ora sprofondando nel bacino  assegnatogli;

Il motivo per cui gli astri invernali s’affrettano tanto ad immergersi

Al di sotto del mare, e quale indugio trattiene le notti tardive.

 

Le tue campagne e tutti i Tuoi incessanti torrenti

Siano la mia gioia, dolci Dee; lascia che ami

Le tue acque e i boschi solitari, Là non si ascoltano gli echi profondi

Delle urla della fama lesa, né interrompono le Ore. 

 

Lascia che talvolta in fuga mi faccia avanti nei boschi

Solo per confluire nelle folle, ignoto ad Erraginum,

O che partecipi, non visto, ai riti mitràici a Nemea

 

Potrei incontrare tribù pacifiche lungo la strada

Che danzano i loro riti segreti in boschetti nascosti

Dove Bacco e le ninfe  sono visitatori consueti

Latori di vino dolce e abbondante amore. E potrei vedere

Freddi abissi, abitare all’ombra di enormi rami.

 

Felice chi seppe d’ogni cosa le cause,

Dominò l’insinuanti paure, pose ai suoi piedi

Il duro Fato ed il lurco Acheronte dal suono terribile.

 

Felice anche chi conobbe gli dèi agresti

Pan, Silvano e tutte le ninfe sorelle loro amabili.

Costui non si sottometterà agli onori popolari

Né alla porpora reale,

Né ai dissidi che muovono fratello contro fratello;

Né all’unione di forze fra tribù barbare periferiche,

Né al potere costituito o qualsiasi altro punto di collassare:

né s’affliggerà

Pietoso per gli oppressi o invidierà i ricchi.

Il frutto raccolto da tale uomo, i campi àlacri e i rami

Di propria scelta lo producono; egli non  conosce

Il Foro ridicolo o le ostinate leggi,

O il tabulario con le liste di tutte le persone

Trascritte meticolosamente tanto quanto in pedigre delle capre. 

Poca la sua saggezza, grande la follia dei governanti.

 

Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa

 

ELEGIA QUARTA

 

QUINTILIUS  E I SUOI DEI

 

 ‘ A quale tipo di femmina, Quintilius, dai la caccia?

Quale dea o etèra attrae la tua natura sensuale?

E’ l’ultima novizia-una vergine fino a poco fa-

Nelle coorti ben addestrate, dislocate presso la porta di Livia? 

Una ragazza di certo alquanto affascinante  che da poco ha lasciato

Dopo uno sciocco bisticcio la madre- un po’ consueto, forse

Ma che ne importa se apre la soffice sua bocca ai baci

E trattiene le chiacchiere, per il mattino- e un altro uomo?

Alcune iniziano così, piccole innocenti care,

Ma escluse le zitelle e scolarette infine imparano

Di prostituta i trucchi più astuti. Oppure, triste,

E’ un’impudente captiva- Schiava tedesca

Dagl’ occhi azzurri   

( Che venera chi sa quali dèi, in più capace

D’ammaestrarti, Quintilius,

Ai propri severi rituali – un’abominevole schiavitù!)

Oppure è una maliarda, occhi a mandorla, asiatica, nuda                    

Non fosse per l’oro pesante sulle braccia e 

campanelli alle caviglie

Ti calma, in barbari templi, fino all’arduo sonno,

Appellandosi a Astarte frigia o altri demoni più

Terribili

Per assicurarsi la stregoneria più potente, vuotarti

Le tasche.

E’ la stessa vecchia storia, Quintilius Stultus, mio amico

Che attende di cadere dalle labbra arse mentre ti trascini

Per il Foro, poco più tardi del solito, in questo

Mattino di febbraio?

Oppure, forse, è Avventura amorosa, il battito del

Tuo povero cuore non il colpo del lingam,

Passione eterna, eroica devozione, di necessità ignota

Per l’onore d’una Lady e di un nome d’antica schiatta?

Eppure l’amor, che la povera Didone dètte prodiga

A Enea, o Ettore a Andromaca sua consorte,

Sia che sia una passione intensa, viva, pare, fino alla morte

O l’Età delle dita flosce che spegne la sua fiamma,

O nobile devozione stabilita tra uomo e donna,

Durevole oltre la morte, che si fa Storia,

E’ pregevole, raro, assai ambito- ma non da quelle come noi.

 

Per noi, agili ragazze di Coo abbigliate con veli,

Abili nelle nostre astuzie dell’indecente Cipriota

 Basta!   Nell’oscuro passato era possibile fuori di dubbio

Adorare come dea una ragazza giovane ed amabile

Ché gl’antichi avevano dèi per ogni occorrenza,

Ogni dio una dea o due;

 

Ogni campo e boschetto, ogni corrente d’acqua lucente

Aveva innumeri ninfe, giovani e amabili, driadi ed amadriadi;

Ma che può fare un giovane solo nelle vie di Roma

Quando la brama d’amore lo assedia come tempesta?

Le giovani carine tutte voglion marito-

Ma qui non v’è gioia, mille pericoli, semplicemente

 

Benché là, vecchio amico, tu sia sufficientemente al sicuro!

O può essere mio caro, per quanto esiti a suggerirtelo,

Qualche ragazzo dalle guance lisce, un empio oggetto d’amore

Pure niente di strano in questa città (felicemente) oppressa dal vizio,

Ha allettato il più appassionato, a quel tempo, servo di Venere

Con un nuovo piacere? Oppure, povero e abbattuto Quintilius,

E’ questa faccia mattutina, grigia e non accogliente

La ricompensa per i favori concessi del Dio del Vino? Può essere

Che Bacco abbia stordito il tuo intelletto, e il fegato non il cuore

Sia la tua disgrazia? Ma nessun problema è semplice- più probabile

Che il bardo sia caduto in balia di Bacco, e scaldato da troppo Falerno

Sia caduto lungo la strada, mite preda delle ‘signore’

 

Ah non è la prima volta che accade, Quintilius

E neanche l’ultima, per Venere, sebbene possa vedere

Dalla tua faccia che il tuo borsellino è quasi vuoto!

Non disperare

Si empirà di nuovo presto:  La povertà non dura in eterno.

 

Non è nessuna di queste cose? E’ qualcosa di meno ‘serio’?

Oh Mercurio, aiuta il mio povero amico- so ch’è davvero nei guai!

Quintilius ci raggiunge. I suoi vecchi amici lo deridono un po’

 

‘Di nuovo bagordi?’  ‘ Come sta la tua testa?’ ‘ Confessa!’

 

‘ Oh mon brave, sei senza parole- Cosa ti tormenta?

Sfortunato poeta!

Fu lento a replicare, come se cercasse parole inusitate

 

Fu ovviamente un tergiversare, una conversazione, in

Un certo senso sensazionale,

Si palesava qualcosa di insolito per il nostro

Vecchio amico.

 

Parlava; povero bardo dai mille guai.

‘Sono entrato in una setta di Cristiani

 e vi ho speso la notte

In orazione e digiuno, vigilia davanti all’Unico e 

Vero Dio,-

E non miei cari amici, in abbandono sensuale

e volgare.

 

La mia cara moglie, Lucimnia, di cui ho

prima d’ora, troppo abusato

Per ubriachezza e sfrenatezza, è stata a lungo, in segreto

Una cristiana. Ora, miei cari amici, anch’io

Rinuncio a tutte le vanità, agli inganni,

Alla falsità della vita cittadina e sono qui a dirvi

Addio. Domani partiamo.

 

Una santa matrona, amica della zia di Lucimnia,

Facoltosa, devota, una santa, ci ha offerto un 

Passaggio

A Giaffa, donde andremo a piedi in una piccola

Città della Giudea:

 

Un convento ci attende. Pane, latte e tutte le

Squisitezze del paese,

Verdura, frutta ed erbe benefiche ci manterranno 

In buona salute.

Alla parca tavola.

 

Così sistemati, il sonno selvaggio non ci priverà

Delle preghiere

Né la troppa agiatezza interromperà lo studio.

D’estate gl’alberi ci forniranno una tettoia

In  autunno le foglie, cadute per l’aria più gelida, 

un frascato

Diverso dalla frenetica Italia perseguitata dagli eccessi;

 

In primavera quando i fiori decorano i campi

I nostri salmi saranno più dolci

Mischiati con le lodi degli uccelli;

E, all’arrivo delle nevi invernali

Quando i poveri rabbrividiscono nei loro letti,

Saremo benedetti con legno abbondante e camere

Ben riscaldate.

 

Roma si tenga le sue folle, la sua arena crudele

gli spettacoli selvaggi,

i teatri soffochino nella propria stoltezza,

E tutti  i nostri vecchi amici continuino le loro

Fatue ‘ visite’;

La nostra gioia è in Dio, in Lui la nostra speranza,

la nostra salute

Acquisita in Paradiso, e tutti i beni terreni, senza

Valore…

 

Così predicò il povero compagno, pazzo

Ovviamente,

Cercammo di non farci troppo caso. Era già

Accaduto

Quintilius ha sovente attacchi di pazzia,

predisposizioni

Deplorevole per uomini meno famosi di lui ( anche 

Se più ricchi)

 

Noi lo trovammo divertente da parte sua. Gli

Stringemmo la mano

E gli dèmmo l’addio, accettando di buon grado le

Sue benedizioni

( Come spesso sopportavamo oscenità, scurrilità,

insulti

Quando bevendo era solito insultarci).

 

Chissà che cosa ha in serbo il destino per un

Iniziato tanto strano?

Non credo durerà a lungo questa infatuazione

Quest’adulazione di “ Un Solo Dio” ( come se gli dèi 

Nativi

Ci dovessero turbare tanto, lasciamo perdere

 

Un nume pazzo  cui  gli stessi Ebrei non

S’inchineranno).

Povero diavolo sarà andato pur lontano

Ma non durerà per sempre: tornerà, lo sento

Non appena la ricca matrona avrà acquisito i suoi 

Risparmi

E si occuperà d’un altro ingenuo intrigante.

 

Se solo si fosse attaccato alle donne ( il vino

Non fu mai abbastanza!)

Tutto ciò sarebbe stato eluso. Piccolo vizio ma

Fece gran danno

Ma la virtù rovina molti innocenti.

 

O fratello Mercurio, risparmia

Al nostro vecchio amico questa disgrazia!

Lascia che si salvi – maledizione, sei il DIO delle

Evasioni! 

 

Giorgio Linguaglossa

 

ELEGIA QUINTA

 

Quintilius, esule dai circoli di corte, è adagiato sul punto di morire. Avverte l’anima separarsi dal corpo, la implora di non abbandonarlo, di ricordare piuttosto gli splendori che avevano caratterizzato la loro vita in comune, e ritornare così a nuova vita.

 

ELEGIA IN PUNTO DI MORTE

 

E di nuovo la verde primavera invade la Terra

Inabitata

Splende il Sole e Zefiro stimola in germogli novelli:

Anima mia, non celarti nei desolati antri iemali,-

 

Ritorna! Non abbandonare, povera anima

Vagante, il tuo Maestro esiliato.

Ritorna! Non andare a Est, Ovest, Nord o Sud!

Non a Oriente ove sfumano le carovane di 

Cammelli della Media

In cupi e sterili livelli di sabbia senza fine

Più crudele della sanguinaria arena, popolata di

Demoni

Ch’infuriano, irsuti con testa di porco e occhi

Sporgenti;

Oh anima non andare nell’oriente denso di

Pericoli, Rinvia!

 

Né anima dovrai andare nel gelido Nord,

Su montagne glaciali dove procedono lenti barbari

Con le corna;

Dove non cresce vegetazione e scorrono gelidi e 

Profondi i fiumi,

Mai in secca d’estate per la traversata dei non

Disinvolti;

Dove il cielo è increspato di neve e il gelo taglia

Come spada, uccidendo la linfa vitale. Oh anima!

Non andare, errante svolazzante, nei gelati abissi del Nord.

Né nel terribile Ponente, insoddisfatto disertore d’avversità,

Dove come migliaia di forti legioni schierate a cavallo

Spietato l’Oceano sommerge l’ultima spiaggia della Terra

Nuvole s’addensano basse, si posa sul mare la 

Nebbia. E al di là fluttua luccicante il ghiaccio.

Oh anima, non andare a Ponente, verso la conca

Boscosa ove il Sole

Sprofonda nel buio, com’anima senza casa

Nell’Orco.

 

Né, Anima, nel Sud consumato dal fuoco dove la 

Terra si sgretola

Annerita e serpi    velenose scompaiono tra le

Fiamme!

Dove su erti sentieri o in boschi profondi furtivi

Movonsi

Tigri e leopardi, e strani uomini- bestia saltano

Dalle rocce

Non andare al Sud, O Anima! Volgiti alle lieta

Pace.

Godi nella quietezza Capri e Baia, i colli toscani e

Le valli

Dell’aprica Umbria, schivo solo dei tuoi capricci,

Dimentico del dolore, di nessuno servo.

L’agio quotidiano attenuerà il peso dei giorni

E prolungherà gl’anni restii a un’altra esistenza,

E dove il grano mietuto è riposto alto  come case,

Si preparano squisite crostate di mais tenero e ricco;

Lo straniero viene invitato a scrutare le pentole in 

Ebollizione

Mentre il cuoco affaticato vi getta pezzi di pollo

Ed erbe astutamente pepate. O Anima-il vitto

Che ami!

Leccornie e delizie dei tempi andati. Ritorna!

 

E presso il fuoco è il rosso Falerno

Riscaldato di gradimento per il palato più esigente;

E quando fragranti i fumi quanto lenitivo

L’agognato sorso,

Vendemmia per gli Dèi,- per noi – non per

Gente qualsiasi.

 

O Anima, ritorna, estingui la tua spossatezza,

Le cornamuse e le corde pizzicate, remote melodie

Allietano i banchettanti, antichi canti di quelle colline;

Non le farse levantine della delicata lira,

Del genio musicale, che filano oro, O Anima,

 

Ritorna al lamento dell’arpa e al flauto.

E poi i danzatori! Orientano i loro passi alle parole

Del poeta,

Battono i  loro campanelli, accordano i loro suoni

Alla moderata rapsodia.

 

E i cantanti! Canto dopo canto finché penseresti

Nulla più resti da cantare, e ancora ne cantano di nuovi.

 

O Anima, ritorna al fraterno incontro canoro!

Le signore della Corte, donne belle, caste

Le amammo e curammo, donne che amarono

E curarono i nostri figli – mirandamente

Preparate

Di filosofia, brillanti  tuttavia serie – ora dove

Sono?

E le cortigiane, le danzatrici e le cantanti, e le

Argute,

Irriverenti e viziate  ma teneramente arrendevoli,

Scuotono i lunghi capelli, ci mostrano i denti,

Ridono e battono le mani, premendo vivaci

L’intricate gioie della notte,- ricordi?

 

E, anima mia! – di giorno – sfilano per strade e parchi,

Festeggiano in locali intimi con amici preziosi,-

Anima mia, torna a vivi per questi piaceri.

Ricordi là sui prati i pavoni, i laghetti con le

Lamprede?

Ricordi il richiamo di Iti nel profondo del gualdo

Di mirti?

 

Chi gode di questi molteplici piaceri è felice,

E nobile, saggio: il suo consiglio è di Pace,

Non il saccheggio delle ricchezze o la 

Sottomissione dei poveri.

Forse governerà ancora un Imperatore, guidato da

Saggezza

E amore non dall’avidità arrogante o dalla follia

Adulatoria,-

Con interesse, non disprezzo, per i bisogni

Dell’impero brulicante di gente:

In ambito pubblico con doti mercenarie, ora

Scomparse.

 

Io potrei essere un idiota farneticante,

sognatore dai sogni sconsiderati,

Ma so che sulla terra c’è cibo e acqua sufficiente

Per tutti,

Per essere felici e amare: che non si può dividere

 

E distribuire in porzioni uguali a ognuno, a 

Dispetto della categoria.

Ciò potrebbe produrre danni peggiori persino

Dell’attuale fiasco.

 

Godimento, non di ricchezze e potere, il

Godimento della Natura,

Della sufficienza, della libertà, è più del diritto

Di vivere come un porco.

 

Un governatore giusto scalderebbe i cuori come il

Sole:

Un’epurazione di generali

E banchieri renderebbe l’aria più fragrante…

Pure non dimenticare che gli abusi sono radicati a

Fondo,

E dubito che nell’Impero esista una dozzina di

Uomini

Adatti al controllo della Giustizia – e forse non è

Per niente un bene.

Muoio con questi amari pensieri sulle labbra,

questa pena in me.

 

Anima, sei sul punto di lasciarmi, d’andare a 

Ponente o a Sud

A Oriente o a Nord, non so dove,-

M’abbandoni freddo e trascurato, senza vita e

Illacrimato

Cadavere rannicchiato e insepolto sulla terra

Antica, generosa.

 

Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa

 

QUINTILIUS

AGLI AMICI IN GALLIA

Che inviarono un cesto di squisitezze

 

L’avvenente Licoride era nel recinto a sfamare 

Il rognoso porco

Anch’essa non indifferente alla gran

Confusione che facevano,

Quando uno schiavo dal mercato nel Campus

Ucca, giunse in gran fretta

Portando un possente cesto di gamberi della

Selvaggia costa marina

Un prosciutto ben cotto adornato di pampini,

e formaggio dei colli di Albione

Dono di qualche amico lontano. V’era un tale

Trambusto quando l’affamato Quintilius

Pose lo sguardo sulle leccornie;  svelto quanto 

L’arcadia cacciatrice

Corse alla tavola imbandita e tirando il collo a

Una bottiglia

L’assetato poeta rese generosa libazione.

‘O Bacco, il tuo àlacre schiavo- se fossi ricco

Quanto molti poderosi templi

Con pareti di marmo, non m’alzerei in felice

Adorazione.

 

E, vivande, Priapo! Quante pietanze non ha

Ordinato il generoso!

 

Ma non è più il Saturnale Dicembre, quant’è

Consuetudine i regali vòlino

Qua e là, fibbie per le scarpe, cerini e tavolette

Di cera,

Piccoli vasi impacchettati con prugne di

Damasco, gingilli

E quant’altro, - e io – miserabile amico, un 

Semplice liberto della penna,

Senz’altro da invidiare  che parole, graffiate

Sulla cera con stilo incerto.’

Licordide, mentre il poeta pomposo parolaio

S’esprimeva, assaggiò il formaggio.

Sbocconcellò il biscotto avvantaggiandosi sul

Suo padrone. ‘ O Mercurio, caro fraterno dio,

Quali bontà hai inviato! Aiutami ad avere la

Mia parte altrimenti

Lui avrà tutto ed io e i miei piccoli

Sgraffigneremo  neppure una salsiccia.’

Propizia l’occasione, il poeta consumava una 

Miscela di parole e vino,

Dita leste sottraggono una buona porzione e la 

Nascondono

Dall’avide mani del bardo, sebbene ignaro.  

     

‘Benedetto da Mercurio! E ‘da Bacco’

Pronunciò

La coppia felice, guardando con garbo

Una  volta ancora il grasso e sbuffante porco

Britannico.

 

Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa

 

BROCK sul sudario

 

Un poema sulla pazzia di Quintilius, trovato iscritto

 Sul sudario avvolto al corpo di una prostituta sacra

 nel tempio  di Iside a Mestre, scavato di recente.

 

Sessile, un nomade,

Società, gli esperti, mi vorrebbero estirpare

Non dovevo  nascondermi nel mio covacciolo

Un tasso, mi chiamano, i preti e i tribuni

Militari,

I  Rufuli, retori e disgustosi rapsodi,

gli amanuensi sepolti nei loro scrittoi

E gli avvocati nelle lor toghe corte e untuose

S’incontreranno un Sabato, giorno di riposo,

E indosseranno le tuniche dei cacciatori

E giungeranno alla porta della mia casa con

Ciocchi e zolfo,

E roteando il bastone di quercia

Nel solco fondo del grembo di mia madre

Appiccheranno il fuoco ai fuscelli di betulla

E poi a questa catasta ammuffita,

E così mi cacceranno

Ma sono astuto- ho tre porte sul retro

( A uso di mogli prese in prestito e altre

Emergenze)

E so fare di meglio che lasciare

I miei oggetti preziosi

Senza protezione in una casa vuota

 

Vamus

 

Nelle foreste vergini dove il tasso sogna

Appiombo, dalle bianche e infere parti

Degli alni

Corre a lato della ninfa lucente

E io siedo alla luce di una luna tuberosa

E fischio alle nottole e alle rossette

Sotto una fronzosa quercia

Dove la calda sorgente di Apollo, come Baia

Allo strepito dei flauti foresti

Dolcemente inonda e attenua

Lo spirito, Artrite, ch’indugiò a lungo

Fra i miei artigli retrattili e robusti

Sono Brock della foresta vergine

Non, in una città, un somaro a due gambe

Lascia che vengano con  i loro bastoni e i 

Randelli

Le scatole per l’esca e le loro citazioni

Le loro bugie e le loro fusa

Me ne sarò andato per il loro arrivo

Lasciati esplodere d’odio

Lascia  che si dilettino con l’inganno

E dei compiacimenti supremi

Della menzogna

Io sarò fuori nella boscaglia

Dove il merlo chiama

E lo smeriglio vola basso

Sopra la brughiera rosea in fiore

E le probi api accumulano il loro pondo di

Miele

*

A sera farò visita

A mio fratello il vecchio orso bruno

E condividerò, nella tana battuta e 

Confortevole

Del cacciatore anziano e scarmigliato

Il miele da entrambi trovato

Nelle profondità d’impenetrabili boschi

Dove le sottospecie umane non giungeranno

Con i loro fucili e gli esplosivi

E si siederanno sulle nostre anche a rompere

Nocciole dai rami virenti di avellàno  e nocciòlo

E le spoglie rubate alle falde dell’Etna

E a biascicare indisturbati

 

Sì la fortuna è fortuna

L’umane bestie dicon sia una ruota che gira

Ma nel nostro buon mondo

Possiamo destreggiarci abbastanza bene

Senza tali ambigui vantaggi

Quali la ruota che schianta e frantuma

Bruin ed io ottimi denti

Ma i carradori e i carpentieri e i costruttori di 

Chiodi ferrei

I folli sdentati

Son tutti andati  dai chirurghi barbieri

A comprare una serie di molitori

 

Inadatti a rosicchiare anche la coscia più tenera

Di giovane daino

Tanto meno le squisitezze del cervo

E cosa dovrebbero fare gli idioti

Se non cucinarlo in pentole di ferro

Con viscoso grasso di scrofa capuana

 

O Troia!

 

Giorgio Linguaglossa

 

 

 

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