Luigi Fontanella da Lo scialle rosso (Moretti & Vitali, 2017) con una citazione della prefazione di Paolo Lagazzi e un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Luigi Fontanella divide il suo tempo tra Firenze e Long Island, New York. Un’ampia scelta delle poesie composte fra il 1970 e il 2005 è stata raccolta nel volume riassuntivo L’azzurra memoria, a cura di Giancarlo Pontiggia (Moretti & Vitali, 2007, Premio Laurentum, Premio Città di Marineo), a cui hanno fatto seguito Oblivion (Archinto, 2008); L’angelo della neve. Poesie di viaggio (Mondadori, Almanacco dello Specchio, 2009); Bertgang (Moretti & Vitali, 2012, Pref. di Giancarlo Pontiggia, Postf. di Carla Stroppa, Premio Prata, Premio I Murazzi); Disunita ombra (Archinto, 2013, Premio Frascati Poesia alla Carriera); L’adolescenza e la notte (Passigli, 2015, Pref. di Paolo Lagazzi, Premio Pascoli, Premio Giuria-Viareggio); La morte rosa (Stampa, 2015, Pref. di Maurizio Cucchi). È anche autore di parecchi volumi di critica letteraria e dei romanzi Hot Dog (Bulzoni, 1986) e Controfigura (Marsilio, 2009). Dirige per Olschki la rivista internazionale “Gradiva”, ed è responsabile della redazione americana della rivista “Poesia”. 

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Ognuno di noi continua a parlare un linguaggio 
che lui stesso non intende, 
ma che ogni tanto, viene inteso. 
Il che ci permette di esistere e di essere perciò quanto meno fraintesi. 
Se esistesse un linguaggio in grado di essere inteso, disse Saurau, 
non ci sarebbe bisogno di nient’altro.

.

(Thomas Bernhard – Perturbamento)

.

Scrive Paolo Lagazzi nella prefazione al volume:

 

«Da un lato la raccolta allinea, zigzagando fra USA, Europa e Italia, versi di taglio narrativo, poemetti tessuti con una voce piana, semplice, colloquiale e tuttavia sempre aperta alle irruzioni del bizzarro o del perturbante (un semaforo oscillante “come un aquilone / munito di un solo occhio” maligno, una via di Firenze percorsa dalle vertigini del déjà vu: “era / la mia strada / ma a me sembrava come se / ci fossi vissuto tanti anni prima / e ora vi ritornavo straniero”…). Da un altro lato, posti all’inizio e alla fine del libro come cornici stranianti, La veglia dell’ultimo soldato e Canto del distacco stendono attorno a quelle narrazioni una serie di figure oniriche o metaforiche (da ricordi “inverecondi” striscianti “lungo le pareti” del pensiero a un fiume capace di “bucare” le mani, da “una stradina pietrificata / sulla tua fronte” al “singhiozzo del tempo”) che, mentre riaffermano l’impossibilità della voce poetante di sfuggire ai richiami di un senso aleatorio, sottolineano che quel regno dei sogni che è la vita non è solo leggerezza surreale o balletto fantastico ma anche crudeltà, svenamento, strazio (il rosso del sangue).

 

Il riflettersi delle cose nelle ombre o delle ombre nelle cose, il sinuoso procedere dello sguardo fra le sponde opposte e complementari dell’esperienza e della rêverie, dell’incanto e del disincanto, del desiderio e della pena,  crea nel testo effetti di ripetizione, diffrazione o eco (“sempre più in fretta / sempre più in fretta”, “Tu sai quanto conta… Tu sai quanto conta…”, “Piega le tue ginocchia / d’aria… Piega le tue ginocchia d’aria”) che sono come le cadenze di una lingua rituale, tesa a esprimere e insieme a esorcizzare il mistero dell’essere…

 

Dove ci portano i passi del poeta viandante Luigi Fontanella mentre perlustra i territori della sua intermittente, appassionata e tenace memoria, mentre ci offre e sottrae figure, simboli, oggetti della sua parabola umana, a partire da quello scialle rosso che intitola questa nuova raccolta? Pochi autori sanno altrettanto bene che la poesia è movimento incessante poiché tale è la vita, che le cose sono se stesse e altro da sé, che il mondo muta secondo l’angolo ottico da cui lo osserviamo. Tutto brilla nella fuga del senso: uno scialle, rapito dal vento, vola via, si perde chissà dove: la stoffa del reale non è più consistente di una danza di fantasmi, eppure è vero anche il contrario: i fantasmi tra cui ci aggiriamo – echi di momenti, larve di desideri, riflessi dell’improbabile, revenants dell’incongruo – hanno la stessa evidenza dei più ruvidi aspetti della realtà. […] Eppure “non è tardi” per continuare a credere nella poesia, nella forza della parola di testimoniare la vita come contrappunto, battito cardiaco, respiro, ritmo alterno di povertà e bellezza. Se lo scialle è fuggito, strappato dalle mani del tempo, il rosso della sua scia resiste nello sguardo di chi crede ancora nella grazia, nella luce di ciò che non ha peso, nella forma senza forma dell’anima, nell’invito del vento a volare “fino ad un altro Sole”.»

Giorgio Linguaglossa 

 

 Scrive Luigi Fontanella in una nota in calce al libro:

 

«nella mia ricerca poetica ho sempre alternato momenti per così dire epifanici, nei quali la scrittura si coagula in brevi momenti circoscritti – veri e propri cortocircuiti mentali, accensioni improvvise o pure trascrizioni di lacerti onirici (sulla lunghezza d’onda di un mio antico amore per il surrealismo) -, ad altri che hanno bisogno di una distensione riflessiva di più largo respiro. Da qui, il carattere anche “narrativo” o “diaristico” di questi poemetti, beninteso una narrazione in versi assolutamente non lineare, con iati e sbalzi improvvisi o accentuazioni di carattere metalinguistico (per esempio il mio periodico interrogarmi sul senso dello scrivere, del fare poesia, dello stesso vivere)».

 

Giorgio Linguaglossa

 

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

 

Da quanto precede è chiaro che la poesia di Luigi Fontanella si può compendiare nella formula: diario + epifania, intensificazioni metaforiche, propaggini metonimiche e esposizione quasi didascalica, cronachistica degli eventi e dei paesaggi-personaggi.

 

Il tema dell’Altro o dell’Estraneo e del «familiare» adottato da Luigi Fontanella pone la necessità di dare una risposta all’interrogativo lacaniano se «il posto che occupo come soggetto del significante è, in rapporto a quello che occupo come soggetto del significato, concentrico o eccentrico».

 

La risposta di Fontanella è che i nostri «luoghi» sono sempre «altro», noi siamo sempre disseminati, dispersi nei luoghi della memoria, nei suoi paraggi, nelle sue contiguità e nelle sue ambiguità. «La meraviglia di tutte le meraviglie: che l’essente è (das Wunder aller Wunder: daß Seiendes ist)»2, la si esperisce nel mondo. È meraviglia, autentica meraviglia – meraviglia delle meraviglie –, ma il mondo con le sue sorprese viene da «fuori», dentro di noi siamo poveri e, in quanto poveri ci meravigliamo e ci angosciamo della meraviglia, non sappiamo tener testa alla meraviglia, e ci ritraiamo, sorpresi e sconfitti, nella nostra povertà. La sorpresa introdotta dal tempo è la «quarta» dimensione dello spazio che si spalanca non appena il tempo, l’estraneo fa ingresso nel teatro del mondo. È il tempo, infatti, che apre l’orizzonte chiuso dei luoghi, che spazializza lo spazio, moltiplica gli spazi e moltiplica le temporalità. Non per-sé, per sua forza interna, lo spazio si spazializza, ma per ciò che ad esso viene incontro da «fuori», dal tempo che squarcia letteralmente l’orizzonte dello spazio, lo rende significativo, dà un senso allo spazio vissuto. Venendo al mondo il tempo squarcia l’orizzonte del mondo. Lo spazio si apre, si spazializza fecondato dal tempo. Lo spazio si spazializza perché entra in gioco il tempo, l’estraneo che ci accompagna in ogni nostro atto o pensiero. Il tempo è la possibilità possibile dello spazio, l’incarnazione dell’Estraneo.

 

Ecco il quadro di apertura di Dittico praghese:

Giorgio Linguaglossa

Strassenbahn Praga

 

Dittico praghese

 

Efemeridos

                                  (per Alfredo de Palchi) 

 

In treno 

nel respiro di giorni

straniti…  Mi riscrivo 

(non è forse sempre così?),  Leibowitz

stamattina discetta di possibili

reincarnazioni dopo il fatale congedo

e anche – da scaltro leguleio – di

mediazioni e di auspicabili

faustiane negoziazioni

nei suoi occhi di antico ebreo

l’inestinguibile fiducia

per il gruzzolo d’anni

che ancora ci rimangono, a noi

condannati a morte fin dalla nascita.

 

A un certo punto l’Heritage

mi è sembrato un barcone alla deriva

e noi due gli unici sopravvissuti:

novelli Vladimiro ed Estragone

scampati al disastro

con la sola parola rimastaci

come lascito estremo

in attesa che Qualcuno o Qualcosa

venisse a salvarci, indicandoci

una via d’uscita, una scelta, uno spiraglio,

una risoluzione, uno scampo.

 

Poi ci siamo scambiati 

consigli e ammonimenti

propositi e medicamenti

come fanno vecchi amici

frattanto divenuti amici vecchi…

“A maggio potremo rigiocare

un po’ a tennis… sì, ma, però, 

forse, magari in quattro, chissà, o anche a tre.”

 

Più tardi accompagno Irene ad Islip

il MacArthur dieci del mattino

quasi deserto, come a dirci 

inutile partire o ritornare

perché non restate dove siete?

 

Sylvia che al solito vive soprattutto

per riflessi e riporti era

ansiosa di sapere ogni particolare

del Gala americo-italiota dell’altra sera

dove si è parlato soltanto di quattrini

di genitori di nonni o bisnonni emigrati

fratelli cognati nipoti cugini

esuli trapiantati in questa

terra di tutti e di nessuno, l’unica

secondo loro che Dio ha benedetto

e bontà sua continua a benedire, e anche

di misfatti e di glorie

di sacrifici e di guadagni

di successi folgoranti per sé e per  altri

amici e parenti più o meno benestanti.

 

Uno dei due festeggiati 

ha raccontato della sua fortuna

di ricco palazzinaro, oggi

più che ottantenne, fiero

della sua collezione di 32 Ferrari

(dico trentadue), mentre

con affettata indolenza (o senile demenza)

ha annunciato d’aver già ordinato

la trentatreesima del 2012

e quella del 2013 e del 2014, sicuro

sicurissimo, senza alcuna paura

della sua sopravvivenza.  Tutto qua

il discorsetto della sua cultura.

Arrivo infine alla Penn, gente-matassa 

s’addensa a fiotti sulle scale, tanta

ch’i’ non avrei mai creduto 

che morte tanta n’avesse disfatta

culi diversi e deformi davanti a me

ascendono in fila, striscianti 

semoventi silenziosi sudoranti

come animali da carneficina. 

Mi sono improvvisamente rivisto

34 anni prima quando

da Princeton arrivavo in questa

Caina mezzo imbambolato

tra migliaia di volti muti e stravolti

e mi avviavo verso la Columbia.  Primavera

millenavocentosettantasette. 

 

Il taxi-driver guida incurante

di niente e di nessuno

infilando a memoria 

uno dopo l’altro versetti del Corano:

un sordo brontolio senz’altro segno

che mi accompagna

fino alla settantaduesima.  L’appuntamento

per l’intervista al Cafè Aroma

è con un tale mezzo giornalista mezzo professore

un po’ saccente un po’ seccante un po’ deficiente.

Dopo qualche melenso convenevole

comincia  non richiesto

a sciorinarmi notizie indizi indirizzi

e perfino familiari ascendenze

del mio borgo natio Carifi:

località del tutto inesistente 

in qualsivoglia carta stradale

della nostra italica peninsula

“Vi nacque Ovidio Serino

uno dei Mille, che da prete

si fece rivoluzionario garibaldino.”

Questa, in effetti, l’unica

gloria della mia angusta contrada,

fatta di un’unica stradetta

che tutta la taglia a metà

ove mio padre nel settembre del ’43

trovò rifugio insieme con la sua

sposa bambina, una diciottenne

fresca e aulente cresciuta

nel Cilento ma di origine vaporina

sùbito incinta del suo

Luigi Augusto e molto poco Guerriero…

(Ora che sono andato negli anni

rimpiango non averli mai

interrogati - né lui Tenente della nostra 

regia armata né lei bellissima e nullatenente -

su quella rocambolesca fuga dal porto di Salerno

tra i continui bombardamenti

dei neo-alleati, sul come

di quello sfollamento, sul perché 

di quello spostamento

proprio a San Severino

e in quella borgata Carifi…). 

 

Soprappensiero intanto la mia controfigura

risponde con sufficiente convinzione

alla prevedibili domande

del questuante, mentre lui – faccia da mastino –

mi guarda con occhi bolsi e sospetti

fingendo di prendere qualche inutile appunto.

 

Arrivano due sfigati 

si siedono alla mia sinistra, sgombrando

bruschi e sgraziati il mio cappotto

e le mie carte, accelerando di fatto

la fine di questa stolida intervista.

 

Un’ora più tardi sono da Alfredo

incartato nel suo bugigattolo.

Ed eccoci qualche minuto dopo

sulla Sesta all’incrocio con Bleeker

e poi in Cornelia Street.

Presso l’omonimo Cafè  ci aspetta

Luigi con il suo fido Gil 

che ama ritrovare l’odore del Chianti

e del sigaro del nonno nel suo Connecticut.

Il mio amico si ostina da anni e io con lui

a tradurre e catalogare

non so con che ragione

autori espatriati, per poi ritrovarci 

periodicamente in questa oscura 

cantinetta buio budello del Village

ove ci leggiamo addosso i nostri versi.  Una sfida

che sfiora un’eroica incoscienza

o la più gratuita demenza

della nostra tribù.  Ma forse

solo un pretesto per ritrovarci

insieme a cena nella chiassosa Lupa Romana

o al Pitti sulla Sesta, immaginando

d’essere in qualche trattoria

di Trastevere o San Frediano.

 

La serata tra una sbevazzata e una risata

volge presto al termine.  Alfredo

alla mia sinistra fruga invano nel piatto

alla ricerca dei suoi ricci di mare, Beppe

ora diventato Joseph alla mia destra

è un gemello rovesciato

eterno ragazzo strapaesano, proprio con lui 

cominciai trent’anni fa la mia recitazione.  Ora

mi sembra impossibile che

tra un boccone e l’altro parliamo ancora di poesia

cinema donne sesso viaggi un improbabile congresso e…

della prossima pensione. Seguo non seguo

l’incessante chiacchiericcio e già

penso al dopo, all’ansia di non

perdere il treno… 

 

“Alla prossima” 

mi dice l’amico presso la Penn

quasi parlando a se stesso  

… sì alla prossima… fra un mese 

o fra un anno, che importa?  Sono già

seduto nel treno, spalle rivolte

alla mia destinazione, mentre

davanti ai miei occhi socchiusi

tutto vertiginosamente regredisce, sfuma

e si fa sogno 

oblìo 

ombra 

aria

illusione.

 

 

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