Il giorno 22 giugno è morto il poeta senese Attilio Lolini – Ritratto mnemonico di Giorgio Linguaglossa Con alcune poesie e testimonianze di Roberto Deidier e Matteo Marchesini

Giorgio Linguaglossa
Jason Langer, 2001

Il giorno 22 giugno è morto il poeta Attilio Lolini. La scheda di wikipedia recita:

Attilio Sigismondo Lolini (Siena, 1939 – San Rocco a Pilli, 22 giugno 2017) è stato un poeta e giornalista italiano.
Nato a Siena, risiede a San Rocco a Pilli. Ha scritto per “l’Unità” e per “il manifesto” e ha promosso poesia attraverso i Quaderni di Barbablù. Ha collaborato a diverse riviste di poesia (“Oceano Atlantico” di Tommaso Di Francesco; “Il gallo silvestre” di Antonio Prete; “Poesia” di Nicola Crocetti ecc.) oltre che con interventi e pamphlet, e ha pubblicato raccolte presso L’Obliquo di Brescia, Barbablù di Siena ed Einaudi di Torino. Ha anche scritto libretti d’opera per la musica di Ruggero Lolini.

Negativo parziale, Firenze: Salvo imprevisti, 1974
I resti di Salomè, Bergamo: El bagatt, 1983
Libretti d’opera per Ruggero Lolini: Emily D., Adele o le rose, La terrazza, Il viaggio, Siena: Quaderni di Barbablù, 1984
Morte sospesa, Bologna: Il lavoro editoriale, 1987 ISBN 88-7663-090-2
Arie di sortita (1984-1987), introduzione di Gianni D’Elia, Salerno: Ripostes, 1989
Imitazione, prefazione di Antonio Prete, Brescia: L’Obliquo, 1989
Belle lettere (con Sebastiano Vassalli), Torino: Einaudi, 1991 ISBN 88-06-12511-7
Senza fissa dimora, prefazione di Sebastiano Vassalli, Ripatransone: Sestante, 1994 ISBN 88-86114-24-9
Zombi-suite, Brescia: L’Obliquo, 2002
La città della muffa: corsivi “la voce del campo” 1995-1998, Siena: Mapi, 2004
Notizie dalla necropoli (1974-2004), Torino: Einaudi (collezione di poesia n. 335), 2005 ISBN 88-06-16841-X
Carte da sandwich, Torino: Einaudi (collezione di poesia n. 410), 2013 ISBN 978-88-06-20582-9
Bestiario gotico, Brescia: L’Obliquo, 2014 ISBN 978-88-98003-02-0

Giorgio LinguaglossaAttilio Lolini

Una poesia di Attilio Lolini

In questo museo
di porcherie
che visito (occidente)
peccatore redento
del passato mi pento

inneggio al cicaleggio

volteggio davanti
al babbeo
magnifico rettore
dell’ateneo

ho una crisi mistica
dico bene della saggistica

e non mi pare male
il poeta montale

mi metto in pista
per diventare giornalista
per far le recensioni
ai poeti babbioni

senza vergogna/son diventato carogna.

Ha scritto Matteo Marchesini:

Abbiamo riportato per intero la poesia Stampante, per dare subito un’idea dell’atmosfera che si respira in Carte da sandwich, la nuova raccolta del senese Attilio Lolini appena uscita da Einaudi. Leggendola, ci siamo ricordati delle pagine di 3012 in cui Sebastiano Vassalli fa di Lolini un personaggio di romanzo. Nella finzione narrativa, questo «antico poeta toscano» del XX secolo, ignorato dai contemporanei e morto vecchissimo per aver mangiato troppi funghi, viene citato dai professori di un lontano futuro come l’iniziatore di una tendenza denominata «maledettismo frivolo».

Ha scritto Roberto Deidier in

http://robertodeidier.blogspot.it/2014/12/ailanto-n-12-su-attilio-lolini.html

A soli due anni da Carte da sandwich, apparso nel 2013 da Einaudi, Attilio Lolini ci sorprende con una nuova raccolta di poesie, Bestiario gotico. La sorpresa è proprio in questa rapidità: Lolini appartiene a quella schiera nobilissima di autori appartati, un po’ schivi e un po’ caustici, ironici e sornioni, che dispensano con estrema saggezza – e con parsimonia – l’arte della sprezzatura. Di se stesso ha sempre dato una definizione, quella di “vice-poeta”, decisamente in linea con il suo libro precedente: Carte da sandwich si rifaceva a quella serie di titoli all’apparenza sottotono, falsamente minimalistici (ricordo le Poesie per incartare l’insalata di Michele Serra, fra i tanti possibili, ma con un distinguo fondamentale: Serra è un umorista – un moralista? – che in quell’occasione si è prestato alla poesia, Lolini è invece un poeta con una spiccata cifra comica) attraverso cui la poesia ci lancia un indiscutibile segnale di presa di coscienza critica. Parlare del presente, di questo presente, è cosa davvero ardua per chi non scelga la strada del solipsismo lirico, della cronaca sentimentale. E parlare chiaro, in una lingua che non si arrocca dietro facili orpelli retorici o giochi manieristici, ma che riesce ancora a costruire un’immagine plausibile del mondo anche e soprattutto ricorrendo a un istituto desueto come quello della rima (rima che è sempre in Lolini il modo di rendere e chiudere un pensiero, accanto all’immagine) è impresa ancora più difficile.

Lolini però vince sempre la sua scommessa e anche questo Bestiario gotico ne è la felice controprova, anche rischiando qualche effetto straniante. Dagli scenari talvolta asfittici del verso contemporaneo il lettore ha l’impressione di calarsi improvvisamente in una lingua che mima quella di certa poesia fin-de-siècle, tra Otto e Novecento. C’è un certo tono scanzonato, un po’ da poeta maudit e un po’ da osservatore irridente: un Palazzeschi senza liberty, capitombolato all’indietro, un po’ Lucini e un po’ Lautréamont, o Corbière,  non senza qualche eco da Apollinaire; o forse precipitato in avanti, tra le stravolte capriole di una comica del cinema muto. Il tutto, come sapientemente diceva Orazio, per fare secco il futuro ed esorcizzare – come in altri luoghi recenti della poesia di Lolini – anche la vecchiaia, il decadimento fisico, infine la morte. Ma dietro questa traccia personale, la realtà preme da ogni parte, incombe nel pensiero del poeta e si traveste spesso da apologo, da favoletta allegorica (allegorici sono moli di questi titoli, che sembrano talvolta esprimere un enigma, un rebus), e induce l’autore a mimare un’andatura da filastrocca, portata fin quasi sulla soglia del nonsense. E proprio qui, sul limite estremo di questa soglia che Lolini si sforza di non varcare mai, accade che l’allegoria si disveli e che dietro questo bestiario così inquietante, fatto di peli e di grassezza, il passato divenga solo una «mesta fantasia» e il presente torni a parlare in tutta la sua sconcertante tristezza, mostrando il mondo per ciò che è: «vuoto e tondo».

Giorgio Linguaglossa

Attilio Lolini, da Bestiario gotico, L’Obliquo 2014, E, 11,00.

Destriero

Cantano le ore
con voce afona
e stonata

cantano alla luna
arrotolata

il pianeta s’è fatto trasparente
dentro non c’era niente

se ne va il pensiero
sopra un macilento destriero

porta da qualche parte
la nostra inutile arte.

Giorgio LinguaglossaGiorgio Linguaglossa, grafica di Lucio Mayoor Tosi

Ritratto mnemonico di Giorgio Linguaglossa

«senza vergogna / son diventato carogna».

Poesia della disillusione tipica dell’età di transizione tra la grande crescita drogata degli anni Ottanta e l’inizio dell’età della stagnazione e della crisi economica, sociale, politica e spirituale di questi ultimi quindici anni. Poeta dunque significativo di questo passaggio epocale. Anche i suoi strumenti retorici sono per lo più «poveri». Poesia disadorna, versi brevi e asciutti, lessico basso, reticente, tono disilluso, poesia incentrata sulla crisi dell’io mantenuta ancora in termini tardo novecenteschi con recuperi di Corbière e di Apollinaire, con quel tipico andamento da canzonetta disillusa e desublimata in cui Lolini eccelleva. Ecco alcuni versi significativi della sua poesia:

«Chi non si siede davanti / al palcoscenico / della propria vita // alla recita / ammutolita // che penosamente / balbettammo / da una scena all’altra»; ed ecco le «maschere / malate di ruggine»; «il tempo ci smembra come un coltello affilato»; «La vita è un’ombra che passa sul tappeto», noi siamo, «carte da sandwich», viviamo il «giorno delle repliche», un’esistenza precaria. È preferibile vivere la notte piuttosto che di giorno: «Che bisogno c’è di uscire? / Ho trovato un alberghetto / me ne sto a letto»; «Se bussano alla porta non aprire» dice in apertura di raccolta Versi a mezz’aria, «se dicono: alzati! / cacciati sotto le lenzuola / rientra nelle trasparenze / di pareti nude dove sconfitti / stanno i desideri», è «esile il filo della vita» e «anche le stagioni / non danno doni / non chiedere perché / siamo qui / senza conoscere alcunché / carichi del peso / di cose senza nome».

Ricordo con simpatia le parole che Attilio Lolini scrisse in una prefazione come esempio di dolorosa estraneità al piccolo mondo letterario italiano:

«gente impettita e spocchiosa che già dalla prima plaquette si mette in attesa del premio Nobel. Defunti tre o quattro monumenti semoventi della lirica ufficiale che la mattina s’alzavano presto per conferire con il sole oggi non c’è un poeta che sia noto fuori dal proprio condominio, né una poesia che sia in qualche modo ricordabile dalle genti. Tuttavia i vicepoeti in servizio permanente effettivo, numerosi più dei lettori, trafficano giorno e notte per ottenere recensioni, premi, coppe e croste di pittori in cassa integrazione, diplomi e quant’altro sia esponibile nel salotto delle loro abominevoli abitazioni».

 

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