Simone Zafferani POESIE SCELTE da   Questo transito d’anni  (2004) perfetta la quiete degli oggetti, nel punto preciso del dolore il dolore finisce, con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Giorgio Linguaglossa

 

Simone Zafferani, nato a Terni nel 1972, vive a Roma. Ha pubblicato i libri di poesia Questo transito d’anni (Casta Diva, 2004), vincitore del premio Lorenzo Montano 2006, Da un mare incontenibile interno (Ladolfi Editore, 2011), finalista ai premi Sulle orme di Ada Negri 2012 e Laurentum 2012, L’imprevisto mondo (La Vita Felice, 2015). Ha inoltre scritto insieme a Paolo Camilli il testo teatrale Per colpa di un coniglio, rappresentato a Roma nel maggio 2017. Sue poesie sono uscite in riviste, antologie, plaquette ed edizioni d’arte. E’ autore del blog imprevistoverso.it

*

L’unica sfera in cui si dà Senso è nel luogo dell’Altro, nell’ordine simbolico.
Allora, si può dire, lacanianamente, che «il simbolo uccide la “Cosa”».
Il problema della “Cosa” è che di essa non sappiamo nulla,
ma almeno adesso sappiamo che c’è,
e con essa c’è anche il “Vuoto” che incombe sulla “Cosa” risucchiandola
nel non essere dell’essere.
È questa la ragione che ci impedisce di poetare alla maniera del Petrarca e dei classici,
perché adesso sappiamo che c’è la “Cosa”, e con essa c’è il “Vuoto” che incombe minaccioso e tutto inghiotte.

 

È stato possibile parlare di Nuova Ontologia Estetica,
solo una volta che la strada della vecchia ontologia estetica si è compiuta,
solo una volta estrodotto il soggetto linguistico
che ha il tratto puntiforme di un Ego in cui convergono,
cartesianamente, Essere e Pensiero,
quello che Descartes inaugura e che chiama «cogito».

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(Giorgio Linguaglossa)

 

Giorgio Linguaglossa

 

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

 

Simone Zafferani ha un senso spiccato nel cogliere la dimensione illusoria degli «oggetti»; ecco due suoi tipici versi:

 

è perfetta la quiete degli oggetti

                   

nel punto preciso del dolore il dolore finisce

 

che descrivono con precisione lo stato di «quiete» degli «oggetti», quella loro sonnolenza «domenicale» mentre riposano nella «penombra sul fianco delle cose», nel punto in cui inizia e finisce il «dolore» degli «oggetti». Questo è il punto decisivo della poesia di Zafferani, non a caso si tratta della poesia che apre la raccolta, come a prefigurare la sua nuova poetica degli «oggetti» e delle «cose», categorie sulle quali la nuova ontologia estetica ha da tempo appuntato la propria riflessione.

 

È significativo che nel frattempo anche la poesia di Zafferani già da tre lustri si muovesse in questa direzione di ricerca; il tempo è un testimone affidabile e non smentibile, è la nostra ancora di salvezza; i nuovi orizzonti di ricerca sono parte integrante dello Zeitgeist, sono qui, nell’aria che respiriamo, nelle parole che a volte affiorano dal profondo. Un altro elemento che mi induce in riflessione è la percussiva attenzione alla presenza dei «morti», alla «rovina purgatoriale» nella quale sono immerse le poesie di Zafferani.

 

Il verso è lungo, spezzato, irregolare, un verso che non dà tregue al lettore, che lo incalza con la propria aritmia, con la propria irregolarità metrica. Anche il titolo rimanda al concetto di «transito d’anni», al tempo che fluisce in rigagnoli, estraneo alla nostra interiorità più intima. Le poesie di Zafferani si rivolgono ad un «tu», un interlocutore lontano e inaccessibile al quale l’autore chiede di pronunciare il «nome nevralgico»; lo ripete più di una volta, il «nome nevralgico», l’utopia di un «nome» dotato di proprietà demiurgiche.

 

Ed invece alla poesia di oggi è concessa soltanto una nominazione «debole», sbiadita e corrosa dal tempo. È forse per questo motivo che oggi la poesia contemporanea pensa il proprio «oggetto» nei termini di una «poesia statica» attraversata da micromovimenti e contro movimenti tellurici.  Un aiuto ci può giungere dalla riflessione del Wittgenstein maturo: nelle Ricerche filosofiche è all’opera un tentativo di de-psicologizzazione del linguaggio psicologico, vale a dire un’indagine grammaticale relativa al modo in cui parliamo delle nostre esperienze «interne». Centrale, in quest’ultimo tratto del percorso wittgensteiniano, è il termine «atmosfera» (Atmosphäre); il filosofo si muove attraverso una critica di tale concetto, si analizza il nostro modo di parlare dei processi psicologici e, in particolare, della comprensione linguistica, intesa come esperienza mentale «privata».

 

Contro l’idea che il significato accompagni la parola come una sorta di alone di senso, come un sentimento o una tonalità emotiva (Stimmung), Wittgenstein valorizza l’aspetto comunitario e già da sempre condiviso dell’accordo (Übereinstimmung) tra i parlanti. Il richiamo al modello musicale dell’accordo armonico tra le voci consente così di recuperare la dimensione «atmosferica» dell’esperienza linguistica, in cui si assiste a una «sintonizzazione» tra i parlanti coinvolti in un comune sentire.

 

Mi sembra che anche Zafferani si muova in questo ordine di idee: tracciare una «atmosfera» degli «oggetti» per poterli comunicare meglio.

 

 

Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa


Poesie di Simone Zafferani

 

Poesie da Questo transito d’anni (2004)

 

è perfetta la quiete degli oggetti

in questa disposizione

nell’uso domenicale di riflettere

la penombra sul fianco delle cose

(un volgersi minimo, estenuato trasalimento).

Nulla ferisce più le cose in questa

usura periferica del loro

vivere

- non conta alcun perché, è un lieve sfarsi

un ossidarsi continuo.

 

*

 

avvicinate i morti gli uni agli altri.

Scostateli dai muri. Fatene un cerchio

che prema i confini al silenzio ostile,

contro l’oblio. Salvacondotto della gloria

feritoia dei martiri. Visti in processione mormorano

parole come mollica di pane al passaggio.

 

Questa gerusalemme irreale

questa rovina purgatoriale. Fate grumi d’ossa e

macerie. Un cerchio che ritroveranno tra secoli.

Il segno del passaggio, dai pozzi del cuore

all’inferno delle viscere. 

 

Macchiate di sangue la strada, come

avventori appestati untori. Anche questa

ennesima fine va celebrata.

 

(qui manca una spina, un dorso) 

 

*

 

sei ad ovest del cuore dove

non puoi che tramontare. Questa

inconvenienza breve ti sta addosso come

un peso di cui liberarti.

Liberati, adesso, mentre sei ancora

Intermittente.

L’improvvisa ombra sul tuo deserto

non dovrebbe intimorirti. Ma

eventualmente circumnavighi il cuore.

 

*

 

scrivilo tu per me il mio nome nevralgico.

(la pena non dura oltre l’istante in cui la pensi.

Parlandone la spegni)

 

Adesso nel nitore del mezzogiorno puoi donarmi

la tua latitanza assoluta tra gli sterpi.

Adesso che non c’è ombra che ci protegga, che l’estate accoglie

tutte le estati passate e tutte quelle a venire

dimmi

quale sole può esplodere la sua belligeranza

quale rogo attende

le parole in rivolta – tu ammutolisci la pronuncia

chiedi stanotte al capanno la tregua del buio.

 

Domani al sole fermenteranno le ore.

Ci sarà teso l’agguato del tempo

quale mai l’abbiamo atteso.

 

Tu scrivi, te ne prego, il mio nome nevralgico

sfiora la mia vena tesa allo spasmo, il cataclisma che temiamo.

La successiva stagione cancellerà le tracce

di questa canicola

di questa chiarezza disperata per caso.

 

È un momento di desolato splendore.

Una periferia improvvisa del senso.

 

*

 

nel punto preciso del dolore il dolore finisce.

Nell’equinozio della calma e dello smarrimento

L’incontro presagisce il suo abbandono.

 

Nel centro del trifoglio esiste

la possibilità del quadrifoglio.

 

Nel sogno si rovescia il tentativo in resa

si disfa la trama della corda

avanza la più cedevole acqua

a barricare il mondo.

 

Nella betulla dorme la neve fatta goccia.

 

In un impensabile suono di flauto

resiste la forza degli anni;

sorveglia un diesis ostinato le procedure e le consuetudini

e le addolcisce.

 

Dove non sono arrivato io non dovevo arrivare

Se mi sono assiepato percepivo lo strappo.

Se ero fermo in un punto, da quel punto pensavo la traiettoria

per disciplinarla.

 

Nella dispensa più vuota germoglia il bisogno del pane.

 

*

 

quasi niente, questi ritorni questi sestanti

il sole radente di Roma una franta allegria.

 

Uscire è come divagare e molto si deve camminare

fino a un ponte dove il pensiero torna a sé

- l’incrocio esatto della memoria e della cura

con l’attenzione ostinata del tempo.

 

Io sono caparbio e mobile. Tu aspettami

non spaventarti

portami verso una curva più lieve del cuore

dove il fiume possa specchiarsi e sentire

che il viaggio riparte, che i platani continueranno,

che il sussulto lieve dell’acqua colmerà le distanze ed i mesi

le provvigioni del ricordo.

 

Cercami ancora in una piazza tra volti che indovini,

scaturigini di tenerezza, fughe impensate.

Cercami e non chiedere.

 

*

 

la cosa più difficile per la madreperla

è affiorare. Esita perché deve

tornare a somigliarsi e per fare questo deve assottigliarsi

- dirompere in eccesso non le è dato, né comporsi

nell’argine della brezza presto costretta all’esalazione.

 

Certo preferirebbe divagare, scoprire lentamente

come fare a rilucere in potenza, dimezzare.

 

Ecco allora che fluttua,

fluttua, si tiene lontana dall’estensione e dall’abbraccio,

compone internamente un mosaico di ragioni, trame vegetali

utili a rimandare, affabulare, misurare

l’esatto tempo necessario al sole per riscaldare

la superficie accessibile del miraggio.

 

 

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