Mario Lunetta (Roma, 23 novembre 1934 – Roma, 6 luglio 2017) un Ricordo  a cura di Luciana Gravina – con una scelta delle poesie e 4 poesie par délicatesse

 

Giorgio Linguaglossa
Mario Lunetta, 2006

 

Con la scomparsa di Mario Lunetta perdiamo uno degli intellettuali più autentici e più «veri» del nostro tempo. Perdiamo l’uomo, ad un tempo generoso e ostile, fazioso (nel senso di ostinatamente convinto), ma appassionato, soprattutto limpido nella sua onestà intellettuale. Non perdiamo però il suo pensiero che ci rimane rappresentato in una feconda produzione di scrittura che spazia dalla poesia alla narrativa al teatro alla critica. Oltre sessanta pubblicazioni. Di sé diceva poco.

 

In una intervista di alcuni anni fa dichiarava: “Romano, sposato, un figlio. Laurea in lettere, servizio militare……Calcisticamente sono romanista fin dal primo vagito”.

 

Sorvolava su tutta l’attività legata alla sua condizione di poeta, narratore, autore teatrale, critico, intellettuale a tutto tondo. Un’attività intensa, quasi spasmodica che ci consegna un’eredità preziosa di lotta e di scrittura ribelle. Passo un flash di Francesco Muzioli : Lunetta pratica la strada difficile ma produttiva della gestualità verbale sporca e incomposta, incontenibile, e della mimica ghignante”. 

 

Mario Lunetta è stato un intellettuale dalle grandi risorse, con il quale comunque l’intellighentia italiana deve fare i conti per le sue provocazioni e per la sua vulcanica creatività.

 

Ci lascia lo stimolo delle sue ironie, del sarcasmo, delle invettive nello svelamento impietoso delle piaghe marce di un paese che, ci piaccia o no, è il nostro, così affogato e boccheggiante dentro il caos che condiziona la nostra quotidianità. Ci indica le finalità della letteratura che

 

“è quello di creare contraddizioni all’interno del senso comune egemone, di produrre enzimi fantastici indigeribili, di creare sconcerto nei confronti dell’universale obbedienza. Uno scrittore che non sia scomodo e non procuri fastidi alla digestione del dominio delle menti, non è uno scrittore, è un addetto al servizio delle pulizie”.

 

Ci consegna la sua rabbia di intellettuale umiliato da una società mediocre, se non corrotta e fatiscente, rabbia fortemente consapevole, e a difesa della propria dignità. Ci affida il messaggio del suo pensiero eretico, dissonante, dissacrante, non omologato, perché sempre e comunque divergente. Ci lascia una scrittura violenta, ossessionata, non banalmente sperimentale, ma che realmente frattura e frantuma il canone classico tradizionale incapace ormai di “cantare”.

 

Ci sorprende alla fine (In L’allenamento è finito, con introduzione di Giorgio Patrizi, Robin editore, 2016) perfino con un pudico minicanzoniere d’amore. E tutto questo non è poco.

 

Giorgio Linguaglossa

Mario Lunetta, foto Dino Ignani

 

Mario Lunetta, critico letterario e d’arte ha collaborato a: “l’Unità”, “Il Corriere della Sera”, “Il Messaggero”, “Rinascita”, “La Rinascita della Sinistra”, “Il manifesto”, “Liberazione”, e a numerose riviste italiane e straniere. È stato Presidente del Sindacato Nazionale Scrittori. Suoi libri e singoli testi sono tradotti in diversi paesi del mondo. Ha vinto numerosi premi ed è stato due volte finalista al Premio Strega (1977, 1989). Nel 2006 gli è stato conferito il Premio Alessandro Tassoni alla carriera.

 

Ha pubblicato in Poesia

 

Tredici falchi (1970); Lo stuzzicadenti di Jarry (1972); Chez Giacometti (1979); La presa di Palermo (1979); Flea market (1983- Premio Pisa); Cadavre exquis(1985 – Premio Adelfia); Autoritratto con acrostici (1987); In abisso (1989); Panopticon (1990), con disegno e lito di C. Cattaneo; Pianosequenza (1990), con acqueforti e acquetinte di S. Paladino; Sorella acqua
(1991), con serigrafie di C. Budetta; Antartide (1993); Catastrofette (1997), con un acquerello di E. Masci; Cunnichiglie (1997), con un acquerello di E. Masci; Roulette occidentale (2000), con un disegno di B. Caruso; Doppio fantasma – 91 poesie per 91 artisti (2003); Magazzino dei monatti (2005); Bacheca delle apparizioni, con quattro litografie di L. Boille (2005); Mappamondo & altri luoghi infrequentabili (2006); Nitroglicerina per ermellini, con cinque acqueforti-acquetinte e un rilievo di B. Aller (2007); Videoclip, con tre acquerelli e un rilievo di C. Budetta (2007), La forma dell’Italia (2008), Cartastraccia(2008).

 

Narrativa

 

Comikaze (1972); Dell’elmo di Scipio Marsilio 1974 – Premio Pisa); I ratti d’Europa (Editori Riuniti, 1977 – finalista al Premio Strega); Mano di fragola(Editori Riuniti, 1979); Guerriero Cheyenne (Manni, 1987); Puzzle d’autunno(Camunia, 1989 – finalista al Premio Strega);
L’ubicazione di Lhasa (Camunia, 1993); Mercato delle anime Manni, 1998) – Premio Bergamo); Penalty (Le Impronte degli Uccelli, Roma 1998); Montefolle(Manni-Quasar, 1999); Soltanto insonnia (Odradek, 2000); Cani abbandonati(Odradek, 2003); Figure lunari (Robin, 2004); I nomi della polvere (Manni, 2005); La notte gioca a dadi (Newton Compton, 2008).

 

Saggistica

 

La scrittura precaria (1972); Invito alla lettura di Italo Svevo (1972); Il Surrealismo (1976); Sintassi dell’altrove (1978); L’aringa nel salotto (1984); Da Lemberg a Cracovia (1984); Et dona ferentes: sindromi del moderno nella poesia italiana da Leopardi a Pagliarani (1996); Le dimore di Narciso (1997); Invasione di campo: progetti, rifiuti, utopie (2002); Liber Veritatis (2007).

 

Teatro

 

La visitatrice della sera (Radiodramma – Radio Frankfurt); Galateo (Teatro delle Voci); Città proibita (Teatro del Palazzo delle Esposizioni di Roma); Antartide (Teatro Belli di Roma); Gigantografia (Festival Internazionale di Ferentino), Coca-Cola di Rienzo Story (Teatro dell’Orologio); Altorilievo, Poema drammatico (Museo Archeologico di Formia); Arkadia nonsense e Smash(Giugno al Casaletto – Villa Zingone); La forma dell’Italia (Atelier Metateatro); Lunapark (Chiostro di San Pietro in Vincoli).  In volume: Coca-Cola di Rienzo Story Book Editore); La mela avvelenata (Cinque dialoghetti blasfemi); Prigioniero politico! (“Le Impronte degli Uccelli” Editrice).

 

Giorgio Linguaglossa

foto Richard Avedon, 1957, Les Folies Bérger

 

 

La “scrittura della contraddizione”

di cui Lunetta è stato il teorico di spicco, si pone tra “l’appiattimento sul consumo e lo scarto semantico” (Invasione di campo, p. 110), e i testi poetici sono uno «spartito da allestire e da digerire, senza soluzione di continuità, fino alla chiusura, sempre disperatamente provvisoria.

 

[…]

 

L’incompiuto è la vivente allegoria di questa provvisorietà, precarietà, scontentezza. C’è in loro, sempre, un sentimento meticcio di amore-odio nei confronti dei materiali che adoperano; e un certo sospetto: come se questi stessi materiali, che si presentano sotto figura accattivante e disponibile, celassero in realtà intenzioni ostili, di sottrazione e di provocazione. E questo comunque, in fondo, che aizza il poeta, ed eccita il suo istinto canino.

 

[…]

 

Il concetto di contraddizioneallora, si contrappone al senso comune dei codici poetici dominanti, e annette quello di paradosso. Dal momento che la più autentica funzione della poesia consiste nell’azzerare costantemente i propri statuti per procedere oltre il già noto, pena la ripetitività dei codici formali, e quindi la banalizzazione del suo linguaggio, il momento paradossale del fare poesia appare di importanza primaria, soprattutto in ordine al gioco delle metafore.

 

[…]

 

Dice Pound, con splendida icasticità: “Nessuna buona poesia è stata mai scritta nello stile di venti anni prima”.» (Ivi, pp. 108-9, 111, 114).

 

[…]

 

La poesia è come una macchina la cui efficacia ed efficienza dipende sia dai materiali usati che dalla téchne e dall’abilità con cui il lavoratore si mette all’opera per un montaggio radicale e iconizzante dei testi:

«In questa coerenza ha un ruolo fondamentale l’abilità con la quale il poeta procede a un gioco di contaminazioni, che comunque non è mai passivo, non è mai neutrale; anzi, tanto più innovativo e sorprendente esso risulterà quanto più sarà innervato di stridori (non casuali) e di contraddizioni (non scontate). Jurij M. Lotman parla in proposito, con bella incisività, di “lingua creola”. Servendoci di un’analogia di Wittgenstein, diremo che la robustezza di un testo poetico complesso è simile a quella di un filo, che consiste “non nel fatto che una fibra corre per tutta la sua lunghezza, ma nel fatto che molte fibre si sovrappongono le une alle altre”. Un poeta consapevole è un artefice che connette elementi di provenienza eteroclita riducendoli per forza di stile alla propria ortodossia”».*

 

Invasione di campo. Proposte, rifiuti, utopie Lithos, Roma 2002, p. 109

 

[…] Non ho paura di niente se non
di me stesso della mia immaginazione troppo povera stenta
piena di rumori non decifrati. Sento che i miei occhi sono
sempre più inadeguati a definire le cose le loro ombre smarrite
Sento che i volti che ho amato nascondevano una noce radioattiva
che era la loro luce il loro nulla. E ora non mi resta che tacere
con gli abiti che mi si stringono addosso i capelli che cadono
illuso sotto la pioggia di avere ai piedi una coppia di pattini alati.

 

(Opzione deviata – 19 giugno 2010 – ) 

 

Giorgio Linguaglossa

 

da Catastrofette,

 

Bonne santé

 

alterazioni residuali di folla in un formicaio
con caduta di caschi di banane da palmizi sfiancati
caracollare di nuvole stranite dentro strisce di vento
sopra le sponde della mia testa disunita, franta, allergica
(sale & salute mes salauds!)
tutto uno zabaione un marrakesh tutto un effetto mustang
nelle tubature del cranio piene di insetti e di giaguari zoppi
così però non si va avanti non si va – ma allora è soltanto 
un gioco a rubamazzo un numero al fine di scioccare
chi non è sciocco e fa sciocchezze per fumarsi la vita
(sale & salute, mes salauds!)
per simulare il simulabile: bonne santé e un quoziente
di intelligenza appena al disopra della media – quindi usciamo
proviamo a uscire finalmente dal cine per entrare di straforo (di stradford)
nel teatrino di quest’altra imago che non somiglia a nulla
(sale & salute, mes salauds!)
con in tasca un’aragosta in compagnia di un topo sordomuto
nelle orecchie un rombo da tour eiffel
oscillante nei turbini d’inverno
nella memoria niente: e salutiamo, mes salauds, con gentilezza
il cadavere del mondo.

 

settembre 1995

 

L’infinito

 

(Imitazione e tradimento)

 

Un colle, poi una siepe, un orizzonte:
Uno scenario dello sguardo, muto:
Ansia dell’ansia della mente, estremo
Luogo dell’oggi, gorgo di uno schermo
Cinetelevisivo, che si sfoca
E si sfioca, s’inabissa, si fissa
In uno spazio vuoto, silenzioso.
Niente più colli, né orizzonti o siepi:
Spento suono il pensiero che si esclude.
Nulla mi fingo che non finsi, nulla
Che non vedessi cieco, nel terrore
Del mio niente fantastico, col vento
Tra le piante, randagio, in una eterna
Comparazione tra l’eterno e questa
Viva stagione, mare naufragato.

 

Accademia Platonica, gennaio 1999 

 

4 poesie par délicatesse

 

Cose persone comunismo grattachecche

 

ci sono cose & persone ci sono & pensieri & progetti
avvolti dalla stessa vitrea solitudine dei chioschi
di grattachecche sui lungotevere in inverno. muoiono
anche i grandi poeti, la legge del menga non fa sconti
neppure al padreterno afflitto da certi fastidiosi raffreddori
& intanto mentre lui si ingozza di aspirine

 

da un meridiano all’altro la terra è tutto un rumore
il frastuono delle vuvuzelas in sudafrica sembra
un’eco in codice per il baccano di gola dei gabbiani
che ormai vanno a caccia non più di pesci ma di topi
qui nella città eterna che gioca a nascondino con se stessa

 

le finte risse dei reality hanno lo stesso tasso di menzogna
dei dibattiti in parlamento. la stanchezza somiglia all’energia.
l’energia somiglia a un accesso di delirium tremens.

 

essere (o voler essere) comunisti oggi – ank’ora! ank’ora (!)
totalmente disancorati come siamo da pressoché tutto
vuol dire (anche & ancora) farsi carico di quella totalità
priva di fessure storia tremenda incancellabile di quella

 

bestia zoppa che si è chiamata appunto incautamente
Comunismo – rompendone la continuità lacerandone
il senso comune la vulgata la cecità fideistica senza una stilla
di pentimento ma con tutta la possibile impossibile

 

freddezza analitica dentro quest’onda che non presenta mai
nessuna anomalia nell’immane flusso di morte sorridente
che si chiama ank’ora ank’ora Capitalismo eccetera
magari anche guardando l’avviso attaccato a quel tronco

 

d’acacia in cui sotto al fotocolor del quadrupede si chiede
aiuto per il ritrovamento di un “dolcissimo volpino
microchippato” – e di lì a poco il tg parla di massacri
& di festini di stupri di glamour cinematografico di contratti
tipo garrota foderata di velluto (Pomigliano & altrove)

 

con la stessa inflessione di voce lo stesso tono caucciù
di fronte alle cose alle persone al gratta&vinci vinci&gratta.

 

tu corri sui tuoi tacchi a spillo dici ridendo che sei più brava
di un saltatore in alto cubano o di un airone. io muoio.

 

16 giugno 2010

 

Due Conti (e due conti) attorno alla vergogna

 

Certo che il Benso Camillo che era anche conte,
oculato proprietario terriero & primo ministro
in quanto cavallo di razza della scuderia Savoia,
ci vide proprio bene quando in un articolo apparso
sul “Risorgimento” (6 marzo 1848) ammonì:
“Non sono l’idea di repubblica e di democrazia
che spaventino; è lo spettro del comunismo che tiene
tanti animi dubbiosi e sospesi”: il che sta a dimostrare
che del minaccioso trattatello a firma Marx-Engels
intitolato Der Manifest de Kommunistischen Partei
aveva letto almeno l’incipit (“Uno spettro s’aggira
per l’Europa: lo spettro del comunismo”) & l’explicit
(“PROLETARI DI TUTTO IL MONDO UNITEVI”).

 

Un altro conte, che a differenza del franco-anglofono
Benso Camillo frequentava soprattutto le lingue morte
aggirandosi davvero come uno spettro per un’Italia
che capiva crudelmente & non poteva capirlo, leopardo
spolpato, poeta proletario, morto vivente, ateo pieno
di luce, sicuramente non avrebbe mai pronunciato, lui
maestro supremo della parola, parole simili. Non credo
di sbagliare, dal momento che a cinque anni dalla morte
così si espresse: “Se noi dobbiamo risvegliarci una volta,
e riprendere lo spirito di nazione, il primo nostro moto
dev’essere, non la superbia né la stima delle nostre cose
presenti, ma la vergogna. E questa ci deve spronare
a cangiare strada del tutto e rinnovellare ogni cosa”.
(Zib. 24 marzo 1831). All’attentissimo Benso Camillo
pochi dettagli sfuggivano: & certo tra quei pochi
è difficile ci fosse questo, che non era un monito ma
un’invettiva. È da supporre non suonasse come musica
alle sue orecchie: & l’ipotesi ci piace, in tutta franchezza.

 

Il terzo uomo, araldicamente privo di contea, si chiama
Marchionne, amministratore delegato FIAT: e due conti
a vantaggio dei propri padroni e di se stesso li sa fare
con tutta l’indispensabile disinvoltura casual. A me, che sono
anche meno ricco dell’ultimo dei suoi domestici, procura
un notevole fastidio perché 1) da supermanager un po’ troppo
sbrigativo troppo sbrigativamente cambia gioco; 2) all’altezza
del ruolo che occupa dovrebbe mentire con maggiore accortezza;
3) eviti poi di atteggiarsi al contempo da padrone che morde
con mascella di ferro & da storico cinico: almeno
al fine di evitare di far ridere i polli, che nella fattispecie sono,
siamo il popolo degli incazzati di cui mi pregio di far parte
– quando pronuncia con tono da killer, come ha fatto qualche
giorno fa, questa frase che s’è già guadagnato un paragrafetto
igneo lapillo nell’Annuario delle carognate da non dimenticare:
“Io vivo nell’epoca dopo Cristo; tutto ciò che è avvenuto prima
di Cristo non mi riguarda e non mi interessa”. Forse, chi sa, anche
il Benso Camillo se l’avesse udita ne sarebbe rimasto imbarazzato.
Di Cristo, poi, meglio non parlare.

 

Opzione deviata

 

Le mie furbizie credo siano rimaste tutte nel ventre di mia madre
tenerissima donna piena di timori e tremori timidezze labilità
quando sono venuto al mondo come si dice in cerca di chissà cosa
chissà con quali pretese Ora so soltanto che a costruirmi

 

tutte le mie ingenuità ho fatto una fatica mostruosa e tuttavia
non me ne pento. Le mie difese cedono un giorno dopo l’altro
ed è sempre più chiaro che solo le eccedenze hanno un senso
Tutto ciò che si risparmia è qualcosa di non esperito qualcosa

 

di non vissuto La verità o ciò che così viene denominato
non è l’opposto della menzogna ma una sua opzione deviata
un suo irrealizzato desiderio Ecco perché tentare di definire
esattamente il proprio profilo è come insultare lo scirocco

 

fare linguacce agli acquitrini Non ho paura di niente se non
di me stesso della mia immaginazione troppo povera stenta
piena di rumori non decifrati Sento che i miei occhi sono
sempre più inadeguati a definire le cose le loro ombre smarrite

 

Sento che i volti che ho amato nascondevano una noce radioattiva
che era la loro luce il loro nulla E ora non mi resta che tacere
con gli abiti che mi si stringono addosso i capelli che cadono
illuso sotto la pioggia di avere ai piedi una coppia di pattini alati

 

19 giugno 2010

 

Unica certezza

 

Questo è un tagliacarte, quello è un bazooka. Unica certezza
nell’oceano del plausibile: tra un minuto e il successivo
possono passare anche diverse ore, talora interi millenni
sgretolati in polvere oscura. Dipende dalla pazienza
di chi attende (se ha voglia di attendere), d

al calcolo
delle probabilità, dalla meteorologia, dalla quantità di cibo
ingerita e dalla musica di Cage: e non sono che esempi
disperatamente approssimativi.

 

Il silenzio, che è poi in realtà soprattutto una suggestione,
può contenere quantità smisurate di immondizia che fanno muro
contro i soprassalti della memoria – mentre tutto si altera,
fa le fusa il bicchiere di vetro smaltato coi colori di Mondrian,
la fanciulla di ceramica abbassa gli occhi sculettando, la vita intera
si svena in un ghigno, tutto resta comunque immutato dentro o fuori
la vasca sporca del tramonto, qui, davanti ai miei piedi, dietro
la mia nuca di cane.

 

Unica certezza: tutto questo bianco finirà in rosso sangue.

 

30 marzo 2010

 

Sangue dal naso, a perdere

 

È stato tutto un caracollare di bottiglie di bibite una torva sarabanda
di sfilatini che colano interiora – forse reduci dalle spiagge incatramate
li nella piazza strapazzata dal vento & dalle chimere – pensiero fìsso
a francocavallo ohé fratello perduto ohé — sotto l’ombrellone lì nella piazza
del Grancaffè Aragonese – testa trapassata da un chiodo – chiaroscuri
mucillaginosi in una memoria d’inverno ancora pervicace ancora sì –
piazza San Domenico Maggiore — lo spettro furente giocosissimo
di Giordano Bruno nolano in allegra conversazione col Gobbo recanatese —
& di sicuro parlano del loro esilio perenne — eppure con facce liete —
nella piazza che sputa frotte di turisti indefessi – & la radiolina sciorina
news sempre meno attendibili — nel nulla nello scirocco dolciastro —
nel giorno che più notte non si può – & cade su di sé quasi fosse
una tenda senza sostegni
– ma chi ne ha voglia può aggiungere gratis
a questa invereconda litania ciò che preferisce — mentre di colpo
alla bambina made in Germany del tavolo accanto —
cola sangue dal naso — sangue come una fontana —
& la piazza si fa strada nel mio corpo — nella mia testa
disancorata — lascio lì i giornali la pastiera il caffè – & me ne torno
a abitare la caverna delle ombre che hanno corpi anche troppo corporali —
ferocemente, sgherri (ma non vorrei proprio esagerare, dioneguardi)
– & voci tanto simili a quelle di animali sconosciuti – incomprensibili
– in questa piazza sfortunata che ora non c’è più — svanita in un’altra vita –
è tutto chiacchiera & vuoto a perdere tutto un caracollare di bottiglie
di bibite — una torva sarabanda di sfìlatini che colano interiora – lasciano
sugo & sangue sullo schermo – cade il sonoro la parola è smemorata
eppure abbaia abbaia non smette di abbaiare – mai

 

[Napoli, 24 aprile 2006]

 

Stringhe, yogurt, falsari

 

Vediamo: si provi a mettere in un rapporto tra loro sia pure
preliminarmente anarchico tre o più componenti
o situazioni o modi d’essere l’uno dall’altro remotissimi
ad es. io (inteso come ML) mentre mi spalmo sulla pelle
una pomata protettiva antisolare sotto l’ombrellone
a dieci metri dalla riva di questo mare nostrum
oppure quello sconosciuto mezz’età che scruta al binocolo
lo stesso mare o quel bimbetto che sgranocchia un biscotto
o ancora il pilota invisibile di un aereo granturismo
che passando a un palmo dalle nostre teste ci stravolge
di terrore rumore furore prima che tutti si ritorni alle nostre

 

stupide attività balneari o infine (se proprio vogliamo
rimpolpare l’elenco) quella signora là sdraiata sulla stuoia
che incurante degli anni e delle rughe si mostra impavida
in topless dio la benedica — e davvero per chiudere al buio
soffermarci sulla controversa teoria delle stringhe con le loro
vibrazioni oscillazioni aberrazioni impercettibili da cui
come niente o come tutto si dipartono elettroni neutroni
protoni e altre fantasmagorie senza fine dentro una musica
di violon d’Ingres ma ora è gustoso tra un’astrazione e l’altra
sentire sul palato il sapore dello yogurt Sterzing Vipiteno
con l’occhio e la memoria al conno rosa alchemica conno
caverna delle ombre con sempre calda la convinzione che
non tutti siamo dei Faux monnayeurs ma certo tutti siamo
comunque dei falsari all’ombra dei cipressi o dentro i nostri
crawl discretamente vigorosi, mascherati in abiti leggeri
o nudi come vermi con un sorriso lieve o un ghigno torvo

 

[luglio 2009]

 

Dribbling, cinema, grattaschiena

 

appunto: proprio in un effimero momento di fulminea estemporanea
eternità l’esistenza di molte moltitudini schiacciate sul bianconero
dello schermo s’è rovesciata come un guanto non indossato da nessuno.
(Nel cinema il colore deprime il sapore dei dettagli, spegne le virgole,
impasta il groviglio cellulare in un tourbillon costantemente a rischio
di pàtina accattivante, di verniciatura choc, di falso in atto pubblico).
Quando scrissi che la prima spinta all’innaturale naturalezza del cinema
l’ha data Caravaggio, mi riferivo ovviamente al delirio spasmodico
– e sempre stretto in ceppi – dei suoi dinamismi che si fanno beffe
di qualsiasi verisimiglianza, e sono un invito e un’istigazione sospettosa
non alle luminarie cromatiche ma alla severità luttuosa del buio
che annienta la luce ingravidandola: e non ne faccio certo ammenda.
Ora a chiamata risponde chissà chi. Gente ignara di così trascurabili
questioni si difende dietro gli occhiali scuri smanettando sul tablet
in attesa del proprio atout. Alla parete, incongruenza o fatalità,
la riproduzione di quel quadro di Carrà — spudorato retour à l’ordre
dopo le alquanto goffe velleità sperimentali all’ombra di De Chirico
& Savinio. (La longa manus di plastica è ormai solo un grattaschiena
e ha una sua indubbia utilità). Il terremoto ha un dribbling assassino
più imprevedibile di quello di Sivori: e il paragone non basta tuttavia
ad attenuare la mia angoscia (che cerca scampo nelle ossature azotate
di Mondrian), il mio male di vivere, il mio stupido to be, or not to be


[giugno 012]

 

Scommesse truccate

 

possono esserci, e ci sono, momenti in cui lo scricchiolìo
della suola di una scarpa equivale nella più stonata
delle nostre membrane cerebrali allo scricchiolìo
di questo paese stressato, fatte ça va sans dire le debite
differenze. Mi si dimostri il contrario. Scommesse aperte
per tutti, dai tre ai novant’anni – magari con qualche eccezione.
Ne sono ovviamente esclusi gli ultracentenari, i pessimisti
cronici e quelli che parlano con Dio credendolo loro amico
solo perché una volta hanno vinto 50 € al grattaeperdi.
intanto, caracollando senza posa né riposo tra fanfaluche,
fanfaronate e vari giochi di prestigio, fuga, azzardo, destino,
alcuni di noi hanno capito che la grandezza mitologica
delle città si misura esclusivamente sui km quadrati di cielo
che le sovrastano senza schiacciarle (beatissima pazienza),
e che dentro di loro anche le coincidenze
sono necessità, perché alla fine, come dice quel signore
di Stratford-on-Avon, There are more things in heaven and earth,
Horatio, Than are dream of in our philosophy, mentre
la lancetta dei secondi continua a girare e il mondo annaspa
in apnea, a corto di ossigeno e di idee, chiuso nella filosofia dei telequiz.


[maggio 2012]

 

(I testi sono tratti dal n. 2/2013 della rivista “Lo stato delle cose”, Oèdipus Ed.)
da 4 poesie par délicatesse

.

Giorgio Linguaglossa
Samuel Beckett fa colazione, Parigi

 

 

La vita nelle società umane è fondata sulla vendita

 

Ciascuno vende le proprie capacità, tratta (quando e come può) sui propri talenti. Oggi va particolarmente di moda vendere se stessi, specialmente in mancanza di talenti specifici. Anche chi viene socialmente definito poeta, o chi tale si autodefinisce, vende le proprie opere, mette sul banco del mercato i propri prodotti (v. in proposito Bertolt Brecht). Ergo, anche (e perché no?) il poeta è un venditore.

 

Nella stagione che ci è dato vivere, in verità, i poeti venditori sono un po’ sovrabbondanti, anche se la poesia è un articolo ben poco vendibile. “Fuori mercato”, si dice in termini tecnici. Scaduta nell’interesse dei più, ammesso che in altre epoche quest’interesse coinvolgesse platee segnatamente più ampie, almeno in questa penisola benedetta che ha sempre sofferto carenza di consumatori di cultura. Ma tant’è: i poeti venditori non demordono, e continuano con eroica pertinacia a esporre sul banco la loro merce. La maggior parte di essi, però, offre un campionario alquanto vecchiotto, se non addirittura scaduto: non rispetto al passo della moda, che è sempre così rapida, fuggevole, labile, illusoria – ma sul piano della sorpresa. Perché è assolutamente fondamentale che il poeta venditore abbia la capacità di indossare le vesti del poeta étonneur (v. Giambattista Marino), il che è anche abbastanza facile, ove ci si rivolga a un pubblico inconsapevole.

 

Io dico però, proprio al contrario, che il poeta venditore deve farsi venditore di trappole, anche quando pericolose per lui stesso. Quindi, attenzione massima ai tranelli, agli agguati e ai tradimenti della lingua, che è, dei poeti, mater et soror, ma al tempo stesso amante fedifraga. “Dove c’è la poesia, lì c’è un indovinello” (v. Edoardo Sanguineti): perché, insegna lo Stesso, ogni testo (letterario) è un test. La sua natura è ovviamente ambigua, ed è all’interno e all’esterno di quest’ambiguità che il testo in quanto test assume legittimità.

 

Il poeta che non si stanca di allestire/allestirsi trappole è quindi un saggiatore. Un artigiano della lingua e del ritmo che solo a colpi di consapevolezza può salvare la “legalità” (anarchica) del proprio fare e quella dei propri manufatti. La sua massima preoccupazione ha da essere, credo, non quella di imbonire un eventuale pubblico, ma di fare crudelmente attenzione a non farsi imbonire da se stesso.

 

Questo autoimbonimento in cui troppo spesso il poeta intriso di vaticinio si trova ancor oggi immerso è quello per l’appunto che qualche stagione fa fu strepitosamente definito aura (v. Charles Baudelaire; v. poi Walter Benjamin). La maggior parte dei poeti nostri coevi non smettono di amarne l’equivoco umidore. Meglio il profumo ferino della foresta, o il fetore smoggoso delle metropoli.

 

Penso che un poeta senza memoria della lingua e di tutta la grazia e l’orrore che detta lingua si porta o si trascina dentro (quindi: un poeta senza crudeltà critica come compagna costante della sua lingua) non abbia storia, non possa riempire di futuro il presente. E’ un gatto scodato.

 

Una poesia degna del nome è pensiero che si trasmuta in forme che inchiodano a una parete di ferro e d’aria questa o quella scheda filosofica e la lavorano con il lanciafiamme. Il lanciafiamme, ovviamente, può sviluppare una potenza di fuoco di varia entità. Ciò che importa è che il combustibile non sia truccato.

Produrre buona poesia è coltivare l’arte laboriosa dell’improbabile come fosse il massimo del realismo.

 

http://www.omero.it/omero-magazine/il-poeta-e-un-venditore/speciale-mario-lunetta/

 

 

Appunto di Giorgio Linguaglossa

Ringrazio Anna Ventura per il commento precedente. Nei confronti di Mario Lunetta ho un debito di riconoscenza quando nel 1992 pubblicai alcune mie poesie in una antologia che conteneva alcuni compagni di viaggio con i quali non ho mai avuto rapporti né avevano la mia stima, compagni sbagliati. Lunetta lodò quelle mie composizioni (senza conoscermi), cosa rarissima ai giorni nostri.

Della vasta produzione poetica di Mario Lunetta prima o poi qualcuno dovrà comporre una antologia.
Le sue prime pubblicazioni risalgono agli inizi degli anni Settanta: Tredici falchi (1970); Lo stuzzicadenti di Jarry (1972); Chez Giacometti (1979), poesie anti farisaiche, derisorie, scanzonate, oppositive, “materialistiche” come si diceva allora… In quel decennio lo sperimentalismo entra già in crisi e Lunetta intercetta con prontezza e acume questa crisi e reagisce proponendo una «scrittura della contraddizione» che ereditasse il testamento critico dello sperimentalismo… La direzione della operazione era giusta ma i compagni di viaggio, a mio avviso, erano sbagliati, o, almeno, non all’altezza del compito. Fatto sta che quel problema in cui Lunetta si era imbattuto, quello di spostare il baricentro della poesia italiana da Milano e dalla poesia milanese ad una «scrittura della contraddizione», era quello giusto, bisognava sterzare.

Con Lunetta non mi sono mai incontrato ma ciò non significa che non lo stimassi e non stimassi i suoi interventi derisori, avversativi, oppositivi, sarcastici… purtroppo oggi che il poeta romano se ne è andato, ci manca uno come lui, adesso ci sono molti professori che scrivono pezzi professorali… a pochi metri da casa sua abitavano e abitano due poeti con i quali Mario non si è mai incontrato, ed aveva ragione Mario, era meglio lasciarli andare (lo riconosco)… 

Fatto sta che tra i due contendenti romani, tra Valentino Zeichen (Area di rigore, Cooperativa Scrittori, 1974 e Ricreazione Guanda, 1979) e Mario Lunetta, la palma della vittoria e del successo editoriale sono arrise al primo mentre il secondo (scomodo e indisciplinato) è stato messo da parte dal palazzo editoriale. Ma i valori della poesia non stanno affatto così, ad una lettura attuale, la poesia di Zeichen andrebbe derubricata a poesia gioiosa e scettico-scherzosa con degli intermezzi ludici di qualità (quando definisce il treno «una chiusura lampo sul filo dei binari»), quella di Lunetta andrebbe rivalutata per il suo taglio anticonformistico, spigoloso e avversativo…

 

 

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