Neither  di Samuel Beckett,  musica di Morton Feldman, traduzione di Gabriele Frasca e  What is the word, musica di György Kurtág, traduzione di Rosangela Barone, a cura di Donatella Costantina Giancaspero

 

Giorgio Linguaglossa
(Morton Feldman e Samuel Beckett)

 

NEITHER – Nè l’uno né l’altro, 87 parole con 9 a-capo – Testo di Beckett musica di Morton Feldman per Soprano e Orchestra da camera

 

Cade a proposito, qui, l’ascolto di Neither, la sola opera di Morton Feldman (1926 – 1987). Scritta nel 1977 su testo di Samuel Beckett, è un atto unico per Soprano e Orchestra da camera.
La partitura si avvale di pochi e semplici segni grafici per comunicare ai musicisti i vari registri (acuto, medio o grave), ma non le altezze precise, né le durate, al fine di configurare uno spazio sonoro capace di dilatarsi nel tempo.

Il fatto che Neither sia la sola opera scritta dal compositore newyorkese testimonia il suo scarso interesse per questo genere musicale. Ancora minore interesse nutriva Beckett. Insomma, riprendendo il titolo del lavoro, Neither, né l’uno, né l’altro erano patiti per l’opera. Come ci riferisce il biografo Knowlson, alla richiesta di Feldman, la risposta dello scrittore fu disarmante: «Signor Feldman, l’opera lirica non mi piace! E non mi piace che le mie parole vengano messe in musica». La replica del musicista fu, se possibile, altrettanto disarmante. Disse che comprendeva benissimo il disinteresse di Beckett e che, dopotutto, non aveva idea di cosa volesse esattamente da lui. A quel punto Beckett prese un pezzo di carta e buttò giù alcune parole. Poi disse che ci avrebbe lavorato un po’ e che forse si sarebbe rifatto vivo.

Alla fine di settembre del 1976, Feldman ricevette una cartolina da Beckett: sul retro un breve testo scritto a mano e intitolato Neither, ovvero ottantasette parole, senza uso di maiuscole, con nove a capo, per un totale di dieci brevi enunciati. La punteggiatura ridotta a due o tre virgole.
La voce parla dell’andirivieni tra due ombre, quella interna e quella esterna, “dall’impenetrabile sé all’impenetrabile non-sé“, finché non si arresta, finalmente disinteressata “all’uno e all’altro“, raggiungendo così “l’inesprimibile meta“.

 

La prima di Neither andò in scena al Teatro dell’Opera di Roma il 12 giugno del 1977. Dieci anni dopo, Feldman avrebbe di nuovo reso omaggio all’autore irlandese componendo la lunga suite orchestrale For Samuel Beckett e un partitura originale per Parole e musica.

 

Testo di Neither (Nè l’uno né l’altro) di Samuel Beckett

 

su e giù nell’ombra da quella interna all’esterna
dall’impenetrabile sé all’impenetrabile non-sé di modo che né l’uno né l’altro
come due rifugi illuminati le cui porte non appena raggiunte [impercettibilmente si chiudano, non appena volte le spalle impercettibilmente di nuovo si schiudano
si accenni l’avanti e indietro e si volga le spalle
noncuranti della strada, compresi dell’uno o dell’altro barlume
unico suono passi inascoltati
finché finalmente arrestarsi una volta per tutte, disattenti una volta per tutte all’uno e all’altro
allora nessun suono
allora impercettibilmente indissolvendosi la luce su tale inosservato né l’uno né l’altro
l’inesprimibile meta

 

(traduzione di Gabriele Frasca)

 

 

back & forth: to & fro

 

Neither

 

to and fro in shadow from inner to outer shadow

from impenetrable self to impenetrable unself
by way of neither

as between two lit refuges whose doors once
neared gently close, once away turned from
gently part again

beckoned back and forth and turned away

heedless of the way, intent on the one gleam
or the other

unheard footfalls only sound

till at last halt for good, absent for good
from self and other

then no sound

then gently light unfading on that unheeded
neither

unspeakable home

*

 

A questo punto, mi pare di particolare interesse ascoltare What is the word Op. 30b (per voce, coro e orchestra) del compositore ungherese György Kurtág (1926).

Il brano fu scritto in due versioni nel 1990 – ’91 sulla poesia omonima di Samuel Beckett, la sua ultima, prima di morire. Già dal 1986 la salute dello scrittore era peggiorata in modo irreversibile. È l’inizio dell’enfisema. Nel luglio del 1988, Beckett cade per un malore mentre si trova a casa, battendo la testa contro un mobile. Viene ricoverato all’ospedale di Courbevoie e, successivamente, alla Maison Tiers Temps, una casa di riposo con trattamento ospedaliero. Sarà durante questa degenza che Beckett butterà giù la prima bozza del suo ultimo componimento, in francese, col titolo «Comment dire». Il drammaturgo l’aveva dedicata al regista e scrittore americano Joe Chaikin, colpito da afasia parziale in seguito a un’operazione al cuore.

Quasi in analogia con Beckett, Kurtág scrisse il brano per Ildiko Monyok, una cantante che, dopo molti anni di duri sforzi, aveva ritrovato la parola perduta a seguito di un incidente d’auto.
Anche nella versione musicale, What is the word continua a interrogarsi in modo angosciante su cosa sia la parola. Scrive Enzo Restagno: «La incontrollabilità e incomprensibilità della parola, quella «stream of words» della quale non si riesce ad afferrare né la metà né un quarto, quel ronzio che continua a vorticare nel cervello, si incarnano nella piéce di Kurtág come figure sonore di un astrattissimo dramma: da un lato la voce della protagonista che il testo di Beckett bisbiglia, canta e grida in ungherese, mentre tutto all’intorno un ensemble di cinque voci fa mulinare il testo in inglese intrecciandolo ai filamenti sonori degli strumenti che solcano lo spazio. La complessa e sofferta sensibilità spaziale di Kurtág che si era affacciata sul mistero del suono nello spazio interno della cattedrale di Chartres [*una volta, nella cattedrale di Chartres, il musicista aveva avuto una particolarissima e suggestiva percezione dello spazio], trova qui non una risposta ma una formulazione ancora più veemente: What is the word?

Il mistero della parola esce dalla mente dell’uomo per articolarsi nello spazio. Non è una conclusione, ma l’inizio di una vicenda alla quale questo nostro tempo di presunta ubiquità dovrebbe guardare con un sentimento di benefica inquietudine».


What is the word (Qual è la parola)
di Samuel Beckett

 

Follia –
follia per verso –
per verso –
qual è la parola –
follia dopo questo –
tutto questo –
follia dopo tutto questo –
dato –
follia dato tutto questo –
vedere –
follia nel vedere tutto questo –
questo –
qual è la parola –
questo questo –
questo questo qua –
tutto questo questo qua –
follia dato tutto questo –
vedere –
follia nel vedere tutto questo questo qua –
per verso –
qual è la parola –
vedere –
intravedere –
parere di intravedere –
bisognare di parere di intravedere –
follia per bisognare di parere di intravedere –
che cosa –
qual è la parola –
e dove –
follia per bisognare di parere di intravedere che cosa dove –
dove –
qual è la parola –
là –
laggiù –
distante laggiù
lontano –
lontano distante laggiù –
dileguante –
dileguante distante lontano laggiù che cosa –
che cosa –
qual è la parola –
vedere tutto questo –
tutto questo questo –
tutto questo questo qua –
follia per vedere che cosa –
intravedere –
parere di intravedere –
bisognare di parere di intravedere –
dileguante distante lontano laggiù che cosa –
follia per bisognare di parere di intravedere dileguante distante lontano laggiù che cosa 
che cosa –
qual è la parola –
qual è la parola


(traduzione di Rosangela Barone)


What is the word


folly –
folly for to –
for to –
what is the word –
folly from this –
all this –
folly from all this –
given –
folly given all this –
seeing –
folly seeing all this –
this –
what is the word –
this this –
this this here –
all this this here –
folly given all this –
seeing –
folly seeing all this this here –
for to –
what is the word –
see –
glimpse –
seem to glimpse –
need to seem to glimpse –
folly for to need to seem to glimpse –
what –
what is the word –
and where –
folly for to need to seem to glimpse what where –
where –
what is the word –
there –
over there –
away over there –
afar –
afar away over there –
afaint –
afaint afar away over there what –
what –
what is the word –
seeing all this –
all this this –
all this this here –
folly for to see what –
glimpse –
seem to glimpse –
need to seem to glimpse –
afaint afar away over there what –
folly for to need to seem to glimpse afaint afar away over there what –
what –
what is the word –


what is the word
Comment dire

 

folie –
folie que de –
que de –
comment dire –
folie que de ce –
depuis –
folie depuis ce –
donné –
folie donné ce que de –
vu —
folie vu ce –
ce –
comment dire –
ceci –
ce ceci —
ceci-ci –
tout ce ceci-ci –
folie donné tout ce –
vu –
folie vu tout ce ceci-ci que de –
que de –
comment dire –
voir –
entrevoir –
croire entrevoir –
vouloir croire entrevoir –
folie que de vouloir croire entrevoir –
quoi –
comment dire –
et où –
que de vouloir croire entrevoir quoi où –
où –
comment dire –
l à –
là-bas –
loin –
loin là là-bas –
à peine –
loin là là-bas à peine quoi –
quoi –
comment dire –
vu tout ceci –
tout ce ceci-ci –
folie que de voir quoi –
entrevoir –
croire entrevoir –
vouloir croire entrevoir —
loin là là-bas à peine quoi –
folie que d’y vouloir croire entrevoir quoi –
quoi –
comment dire –
comment dire

 

 

Giorgio Linguaglossa
(György Kurtág)

 

Sono sempre le opere concrete che devono spingerci a riflettere, poiché in esse troviamo le ragioni per rimettere tutto in discussione. Da quelle bisogna partire, non da astratti ragionamenti. In tal senso, le opere di Beckett ci forniscono molti spunti utili. Se poi una di queste ha la fortuna di incontrare un compositore del calibro di György Kurtág, allora la riflessione dà luogo a un piccolo grande capolavoro musicale. Sto parlando di “pas à pas… nulle part” op. 36, per baritono, trio d’archi e percussioni, che Kurtág compose negli anni 1993 – ’98 sulla poesia omonima di Samuel Beckett:

 

pas
à pas
nulle part
nul seul
ne sait comment
petits pas
nulle part pas à pas
obstinément

 

La poesia fa parte della raccolta Mirlitonnades [* il “mirliton” è uno zufoletto per bambini], scritta in francese negli anni Settanta (solo due poesie, Elles viennent… e Dieppe…, appartengono alla fine degli anni Trenta). Quando compose questi brevi testi, Beckett attraversava un periodo di profonda angoscia. Li appuntava in modo occasionale sui sottobicchieri, nei bar di Parigi, di Tangeri, o dietro le note della spesa; una volta perfino sull’etichetta di un noto whisky… Era forse un modo per esorcizzare il disagio, l’alienazione, l’angoscia, che scaturivano dal vivere quotidiano. Successivamente, trascriveva gli appunti e li elaborava in un piccolo taccuino che portava sempre in tasca. E infatti, come scrive Thomas Bösche [Metamorphosen, Lucerna, Internationale Musikfestwochen Luzern 2000]:

«Queste “rimette”, “rimerie” o anche “versicoli” – questi i vari tentativi di Beckett di dare un nome a questi testi – attestano nondimeno la più grande compiutezza artistica. Non solo l’estrema restrizione dei mezzi linguistici, l’affinamento laconico dell’enunciazione che ne risulta, ma anche la fantastica musicalità nel trattamento – veramente artistico – del linguaggio (si può parlare, senza esagerazione, persino di virtuosismo linguistico) catturano immediatamente il lettore. In particolare l’uso di assonanze, il frequente impiego di rime baciate fanno nascere una musica parlata, dalla quale Beckett – a partire dal Finnegan’s Wake, di James Joyce – è sempre stato affascinato».
Pas à pas – potremmo dire – la voce di Beckett risuona nel brano di György Kurtág. La sonorità straniata prodotta dagli archi insieme alla incisività, a tratti dura, delle percussioni (marimba, timpano, templeblock, tamburelli e tamburi e altre), il carattere frammentato della scrittura, tutto contribuisce a caratterizzare «un’aura inconfondibile, nella quale l’io immaginario delle poesie di Beckett, che cerca orientamento e coraggio, si mette in viaggio in un mondo onirico – che si rivela essere nient’altro che il suo mondo interiore – avvolto nell’oscurità della notte, un viaggio al cui termine c’è la morte» (Thomas Bösche).

La riflessione musicale di Kurtág sul pensiero nichilista di Beckett dà corpo a un insieme sonoro che unisce in sé rabbia e rassegnazione per il cammino senza ritorno a cui tutti siamo destinati.

 

Giorgio Linguaglossa

 

Donatella Costantina Giancaspero vive a Roma, sua città natale. Ha compiuto studi classici e musicali, conseguendo il Diploma di Pianoforte e il Compimento Inferiore di Composizione. Collaboratrice editoriale, organizza e partecipa a eventi poetico-musicali. Suoi testi sono presenti in varie antologie. Nel 1998, esce la sua prima raccolta, Ritagli di carta e cielo, (Edizioni d’arte, Il Bulino, Roma), a cui seguiranno altre pubblicazioni con grafiche d’autore, anche per la Collana Cinquantunosettanta di Enrico Pulsoni, per le Edizioni Pulcinoelefante e le Copertine di M.me Webb. Nel 2013. Di recente pubblicazione è la silloge Ma da un presagio d’ali (La Vita Felice, 2015); fa parte della redazione della Rivista telematica L’Ombra delle Parole.

 

 

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