Poesie di Gino Rago, Steven Grieco Rathgeb, Kikuo Takano, Boris Pasternak, Samuel Beckett – Tre traduzioni di una poesia di Samuel Beckett – What is the word (Qual è la parola) di Beckett –  La petizione panlinguistica delle poetiche del secondo Novecento – Nuova ontologia estetica, Dialoghi e Appunti: Salvatore Martino, Paolo Statuti, Gino Rago, Giorgio Linguaglossa

 Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa

 

Steven Grieco Rathgeb

 

 POESIE DEL MONSONE

 

 Per Chunni Kaul

1
Si dice che il poeta abbia un suo paesaggio

 

                                 “spoglio”

 

bianco-nero nella penombra
nel sogno variopinto del mondo

 

ecco il poeta

 

                                            apre le porte    apre le porte

 

2
Leggevo Seferis nel tempo delle piogge
a lungo dialogando
con la casa buia a mezzogiorno

 

Nella stanza accanto, una pittrice silenziosa.
Persone assenti gremivano l’aria.

 

Fuori, verde tuonante:
brezza che non soffia muove qualche foglia del banano.
Un cielo grave sulle strade ferme in ogni direzione.

 

Verde tuonante sulla vetrata, il grande geco.

 

Verde tuonante, ora pioggia sul tetto,
nella stanza di là, fra i mobili,
la mano di lei traccia colori nell’aria scura.

 

Dalla porta socchiusa le foglie del banano.
Dalla porta entravano strisciando i lunghi vermi del monsone.

 

Di esotico non esiste niente.

 

(da Supersimmetria, Jaipur, luglio 1996)

 

DALLA COLLINA DI BELLENDA

 

In effetti, non sappiamo più
se questo è scrivere o non scrivere.

 

Oltre un punto indefinito spariscono 
anche le cose di cui scriviamo, 
rimane solo la traccia del loro migrare:
e noi che ancora scendiamo sugli scogli
per studiare il mare, ad esempio,
lo spumeggiare che è già noi.

 

Perché le parole hanno un bell’inseguirsi
laddove il senso se ne libera: oltre
il punto di significazione
che non fornisce più certezze.

 

Solo dopo l’inspirazione sapremo meglio:
in questo tornare espirando
verso il suo silenzio.

 

(Ventimiglia, 2011)

 

Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa

 


Gino Rago


(Dal postmoderno decadentistico al postmoderno forte):

 

Il Vuoto non è il Nulla
Preferiva parlare a se stesso. Temeva l’altrui sordità.
“L’intenzione dello Spirito Santo è come al cielo si vada.
Non come vada il cielo”.
(…)
A Pisa tutti tremarono.
Il poeta vero ama la nascita imperfetta delle cose. Come fu.
In principio…Il vero poeta lo sa.
E’ nei primissimi istanti dell’universo materiale.
Non c’è lo spazio. Non c’è il Tempo.
Non si può vedere nulla. Perché per vedere ci vogliono i fotoni.
Ma in principio i fotoni non ci sono ancora.
Né si può ‘stare’. Perché per stare ci vuole uno Spazio.
Nessuno può ‘attendere’ (o ‘aspettare’).
Perché per poter attendere o aspettare ci vuole un Tempo.
(…)
In principio. Nei primissimi istanti… E’ solo il Vuoto.
Il Vuoto soltanto che non è il Nulla. E’ un Vuoto zeppo di cose.
E’ come il numero zero. Lo zero che contiene tutti i numeri.
I negativi e positivi che sommati giungono allo zero.
In Principio… Nei primissimi istanti il Vuoto. E il Silenzio.
Ma il silenzio che contiene tutti i suoni. Il silenzio di Cage.
E l’universo materiale? Viene dalla rottura della perfezione.
(…)
E’ stata l’imperfezione a produrre questa meraviglia?
Sì. Il Tutto viene dalla imperfezione.
Ma i paradigmi nuovi faticano a lungo prima d’essere accettati.
Finché Luce non si stacchi dalla materia opaca.
Ma se la luce si distacca esistono i fotoni, il moto, l’attrito.
Il tempo e lo spazio. L’uomo che scrive la vita.
La poesia che scoppia dal vuoto che fluttua.

 

Giorgio Linguaglossa  Giorgio Linguaglossa

Helle Busacca e Pasolini nella grafica di Lucio Mayoor Tosi

 

 

Giorgio Linguaglossa

 

Caro Gino Rago,

 

questa tua poesia è una delle punte più alte della «nuova ontologia estetica». Hai abbandonato alle ortiche la vecchia e antiquata concezione delle parole che parlano dell’«io» e del «tu», la tua poesia ricomincia daccapo, alla maniera di Lucrezio, dal De rerum natura. Riprendi a tessere il filo del discorso poetico dall’origine, dal nulla e dal tutto.

 

L’essere, ed è questo l’enorme problema della metafisica, sfugge alla predicazione, non risponde al predicato, non rientra nel linguaggio nel quale sembra, tuttavia, in qualche modo, anche risiedere come all’interno di una dimensione illusoria (come un palazzo fatto di specchi che si riflettono l’un l’altro), nella quale l’io pensa di esserci; ma, allora questo è il luogo di un grande abbaglio se l’io della percezione immediata crede ingenuamente in ciò che vede e sente. Ed è appunto questo ciò che fa il linguaggio della poesia: far credere in quel grande abbaglio. Ma è, per l’appunto, un abbaglio, una illusione. Per questo la poesia ha a che fare più con l’illusione e l’abbaglio piuttosto che con le categorie della certezza e della verità, che filosofi come Platone ed Eraclito non potevano accettare perché avrebbe messo in dubbio ciò su cui si edifica il mondo dell’edificabile, il mondo dei concreti e delle certezze, del nomos e del logos, parole altisonanti che all’orecchio della Musa invece suonano false e posticce.

L’io, per quanto manifesto, reperisce altrove il suo statuto ontologico,
nella sua mancanza costitutiva, che lo costituisce come impalcatura del soggetto.

 

l’io mento, è la vera dimensione dell’io penso.

 

L’abbaglio, l’illusione, l’illusorietà delle illusioni, lo specchio,
il riflesso dello specchio, il vuoto che si nasconde dentro lo specchio,
il vuoto che sta fuori dello specchio, che è in noi e in tutte le cose,
che è al di là delle cose, che è in se stesso e oltre se stesso,
che dialoga con se stesso…

 

Il mondo dell’innominabile, delle petizioni cieche in quanto prive di parole che stanno nell’inconscio, una volta raggiunto il Realitätprinzip, e cioè la dimensione propriamente linguistica, ecco che indossa l’abito di parole. Ma non sono quelle le parole che la petizione chiedeva, sono altre che la petizione non aveva previsto, né avrebbe mai potuto immaginare.

 

La petizione panlinguistica propria delle poetiche del Novecento scivolava invariabilmente nell’ombelico autoreferenziale, in quanto diventata ipoteca panlinguistica. […]

Il linguaggio poetico, in quanto potenza del rinvio, fame inappagata di senso
per via della stessa logica differenziale che vedeva nel gioco dei rinvii
la sua sola consistenza, si autonomizzava, si chiudeva su se stesso
e diventava linguaggio che si ciba di linguaggio. Una dimensione auto fagocitatoria.

 

Nella dimensione auto fagocitatoria scivola inevitabilmente ogni petizione panlinguistica.

 

Che lo si voglia o no, la poesia del post-Novecento, così come è stato per la poesia del Novecento, è stata colpita a morte dal virus del panlogismo, sconosciuto ad altre epoche e alla poesia di altre civiltà.
Nulla è più disdicevole dell’atteggiamento panlogistico proprio delle poetiche sperimentali e post-sperimentali che pretendono di commutare una ipoteca linguistica in petizione di poetica, in intermezzo ludico facoltativo.

 

C’è sempre qualcosa al di fuori del discorso poetico, qualcosa di irriducibile,
che resiste testardamente alla irreggimentazione nel discorso poetico.

Ecco, quello che resta fuori è l’essenziale.

 

L’unica sfera in cui si dà Senso è nel luogo dell’Altro, nell’ordine simbolico.
Allora, si può dire, lacanianamente, che «il simbolo uccide la “Cosa”».

Il problema della “Cosa” è che di essa non sappiamo nulla, ma almeno adesso sappiamo che c’è, e con essa c’è anche il “Vuoto” che incombe sulla “Cosa” risucchiandola nel non essere dell’essere.
È questa la ragione che ci impedisce di poetare alla maniera del Petrarca e dei classici, perché adesso sappiamo che c’è la “Cosa”, e con essa c’è il “Vuoto” che incombe minaccioso e tutto inghiotte.

 

È stato possibile parlare di «nuova ontologia estetica», solo una volta che la strada della vecchia ontologia estetica si è compiuta, solo una volta estrodotto il soggetto linguistico che ha il tratto puntiforme di un Ego in cui convergono, cartesianamente, Essere e Pensiero, quello che Descartes inaugura e che chiama «cogito». Solo una volta che le vecchie parole sono rientrate nella patria della vecchia metafisica, allora le nuove possono sorgere, hanno la via libera da ostruzioni e impedimenti perché con loro e grazie a loro sorge una nuova metafisica.

 

*

 

Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa

 

Giorgio Linguaglossa

 

Tre traduzioni di una poesia di Samuel Beckett sono tre poesie diverse

 

Vorrei attirare l’attenzione dei lettori sulla problematicità del tradurre queste poesie che, apparentemente, sembrano semplici, e invece nascondono grandi difficoltà per il traduttore. Ecco qui due altre traduzioni (di cui una mia) molto diverse da quelle di Frasca. Io nel mio modesto tentativo di rendere la quartina originale in italiano ho puntato sulla forza dei verbi italiani declinati al gerundio… ma, ovviamente, ci possono essere una infinità di altre soluzioni espressive… Questo per rispondere indirettamente a chi ripete meccanicamente la tesi del Beckett minore in poesia, quando invece bisognerebbe leggere la poesia di Beckett come a se stante, come una modalità espressiva diversa da quelle del teatro e del romanzo…

 

Francesca Diano (se ci legge) esperta traduttrice dall’inglese, sarei curioso di conoscere il tuo parere circa questa traduzione. Analogo invito lo rivolgo a Steven Grieco Rathgeb, se ci legge.

 

«Un giorno, studiando la filosofia del ’600, [Beckett] ebbe un’illuminazione – simile al lampo remoto perso in una notte profonda. Sfogliò le opere del filosofo belga Arnold Geulincx (1624-69) e vi trovò scritto: «Ubi nihil vales, ibi nihil velis» ossia, facendo eco allo stoicismo di Epitteto: dove nulla puoi, niente devi volere. Fu una grande scoperta: il modo migliore per non suicidarsi era non volere. Il modo migliore per affrontare i conflitti della volontà (compresi quelli di emancipazione personale) era l’abolizione stessa della volontà. Si applicò a questo credo da giovanissimo e così l’ebbe vinta sulle pulsioni suicide».**

 

 

Gnome

 

Spend the years of learning squandering
Courage for the years of wandering
Through a world politely turning
From the loutishness of learning

 

Traduzione mia:

 

Gnomo

 

Scorrono gli anni dell’esperienza dissipando
il coraggio per gli anni vagabondando
attraverso un mondo che gentilmente ruotando
dalla volgarità dell’apprendimento

 

Traduzione di Gabriele Frasca:

 

Passano gli anni dell’apprendimento
A dissipare il coraggio per gli anni
In cui vagabondare dentro un mondo
Che con garbo si libera ruotando
Da ogni grossolano apprendimento

 

Altra traduzione:*

 

Gettar via gli anni di apprendistato nello scialacquio
del coraggio al posto di anni di vagabondaggio
attraverso un mondo che educatamente gira attorno
la volgarità d’imparare.

 

*da:

 http://nicolaghezzani.altervista.org/psicologia_disturbi_psicologici_psicoterapia-il_genio_paradossale_di_samuel_beckett.html
** Ibidem

 

 

Paolo Statuti 

18 luglio 2017 alle 8:08

 

Interesserebbe anche a me conoscere il parere di Francesca Diano e di Steven Grieco Rathgeb. Traducendo questo tipo di poesie, sia che si conosca o non a perfezione la lingua inglese, c’è sempre il rischio di una interpretazione diversa dall’intento dell’autore. E’ un po’ come se il traduttore dicesse a se stesso: “tentar non nuoce”. E invece a mio avviso nuoce e come!

 

 

Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa
Pasternak e Gino Rago nella grafica di Lucio Mayoor Tosi

 

 

Gino Rago 

18 luglio 2017 alle 10:31

 

A conferma della questione – tutt’altro che oziosa – sollevata da Giorgio Linguaglossa e accolta da quell’eccellente traduttore che ha sempre mostrato d’essere Paolo Statuti in ogni suo esercizio di traduzione di poesia straniera nella nostra lingua, propongo a mò di esempio la stessa poesia, “Il vento” di Borìs Pasternàk, nella duplice traduzione di Mario Socrate e di Serena Prina (Da PAIDEIA, Anno IX, N.29):

 

 

Il Vento

 

Io sono già morto e tu vivi ancora.
E il vento, con gemiti e pianto,
fa oscillare il bosco e la dacia.
E non per proprio conto ogni pino,
ma tutti insieme gli alberi
nella loro distesa sconfinata,
come armature di velieri
sulla superficie d’una baia.
E non per tracotanza
o per vano furore,
ma per trovare nell’angoscia le parole
d’un canto di culla per te.

 

(Trad. di Mario Socrate)

 

 

Il Vento

 

Ho raggiunto la fine, e tu sei viva.
E il vento, con gemiti e singhiozzi,
Fa oscillare il bosco e la dacia.
Non ogni pino separatamente,
Ma tutti assieme gli alberi,
Tutta la lontananza sconfinata,
Come involucri di velieri
Sopra la superficie di una rada.
E tutto questo non per ardimento
O per vano furore,
Ma perché nell’angoscia sia parola
Per una ninna nanna per te sola.

 

(Trad. Serena Prina)

 

(Le differenze formali, ritmiche, lessicali appaiono evidenti…)

 

 

Salvatore Martino 
19 luglio 2017 alle 14:16

 

Ho ripreso in mano il volumetto della bianca Einaudi delle Poesie in inglese, nella traduzione di Rodolfo Wilcock, a distanza di anni dall’ultima lettura. In parte mi devo ricredere: alcune poesie mi sembrano notevoli, qualcuna persino straordinaria, certo comunque all’altezza dei capolavori in prosa. La traduzione di Wilcock, per quanto io possa giudicare profondamente l’originale inglese, mi sembra migliore di quelle proposte qui.

 

alba

 

prima dell’alba sarai qui
e Dante e il Logos e tutti gli strati e i misteri
e la luna segnata
oltre il piano bianco di musica
che stabilirai qui prima dell’alba
sera grave soffice cantante
chinati sul nero firmamento di areche
pioggia sui bambù fiore di fumo viale di salici
chi anche se ti chini con dita di pietà
ad avallare la polvere
non aggiungerà alla tua munificenza
la cui bellezza sarà un foglio davanti a me
una dichiarazione di se stessa attraverso la temperatura di emblemi
sicché non c’è sole e non c’è rivelazione
e non c’è ostia
soltanto io e poi il foglio
e massa morta

 

Dopo quel vertiginoso incipit sei già calato nel mistero, nel vortice oscuro dei suoi versi, che ti penetrano al profondo, lasciandoti a guardare l’abisso dove il poeta si è calato. La sua febbre visionaria ti conquista, oltre la rima del tuo intelletto.

Chiedo questo impatto alla poesia e se non c’è poco mi interessa.

 

Giorgio Linguaglossa

 

 

 

Giorgio Linguaglossa

19 luglio 2017 alle 16.51

Io sono nel posto
in cui si vocifera che
«l’universo è un difetto
nella purezza del Non-Essere»

 

(Lacan – Scritti)

 

E dove siete è la dove non siete.

 

(T. S. Eliot – Quattro quartetti)

 

Il «fantasma» che così spesso appare nella poesia della «nuova ontologia estetica», si presenta sotto un aspetto scenico. È il Personaggio che va in cerca dei suoi attori. Nello spazio in cui l’io manca, si presenta il «fantasma».

 

Dal punto di vista simbolico, è una sceneggiatura, il «fantasma» è ciò che resta della retorizzazione del soggetto là dove il soggetto viene meno; il fantasma è ciò che resta nel linguaggio, una sorta di eccedenza simbolica che indica una mancanza.

 

L’inconscio e il Ça rappresentano i due principali protagonisti della «nuova ontologia estetica». Il soggetto parlante è tale solo in quanto diviso, scisso, attraversato da una dimensione spodestante, da una extimità, come la chiama Lacan, che scava in lui la mancanza. La scrittura poetica è, appunto, la registrazione sonora e magnetica di questa mancanza. Sarebbe risibile andare a chiedere ai poeti della «nuova ontologia estetica», mettiamo, a Mario Gabrieleo a Donatella Costantina Giancaspero che cosa significano i loro personaggi simbolici, perché non c’è alcuna significazione che indicherebbero i fantasmi simbolici, nulla fuori del contesto linguistico. Nulla di nulla. I «fantasmi» indicano quel nulla di linguistico perché Essi non hanno ancora indossato il vestito linguistico. Sono degli scarti che la linguisticità ha escluso.

 

I «fantasmi» indicano il nulla di nulla, quella istanza in cui si configura l’inconscio, quell’’inconscio che appare in quella zona in cui io (ancora) non sono (o non sono più). L’essenza dell’inconscio risiede non nella pulsione, nell’essere istanza di quel serbatoio di pulsioni che vivono sotto il segno della rimozione, quanto nella dimensione dell’io non sono che viene a sostituire l’io penso cartesiano. La misura di questa dimensione è la “sorpresa ”, l’esser colti a tergo. Tutte le formazioni dell’inconscio si manifestano attraverso questo elemento di sorpresa che
coglie il soggetto alla sprovvista, che, come nel motto di spirito, divarica uno iato fra quanto detto e il voler-dire. Come nei sogni, dove l’io è disperso, dissolto, frammentato fra i pensieri e le rappresentazioni che lo costituiscono, così l’inconscio è quella dimensione soggettiva in cui l’io sperimenta la propria mancanza a essere. Come aveva intuito Freud: l’inconscio, dal lato dell’io non sono è un penso, un penso-cose, esso è formato da Sachevorstellung, è costituito da rappresentazioni di cose. La formula “penso dove non sono ” è la formula dell’inconscio, che si rovescia in un “non sono io che penso”. È come se “l’io dell’io non penso, si rovescia, si aliena anche lui in qualcosa che è un penso-cose”.

 

Il «fantasma» inaugura quella dimensione della mancanza che si costituisce nella struttura grammaticale priva dell’io, cioè della dimensione della parola come luogo in cui il soggetto «agisce». A questo punto apparirà chiaro quanto sia necessario un indebolimento del soggetto linguistico affinché possa sorgere il «fantasma». Nella «nuova ontologia estetica» non c’è più un soggetto padronale che agisce… nella sua struttura grammaticale l’io si è assottigliato o è scomparso. O meglio, il soggetto viene parlato da altri, incontra la propria evanescenza.

 

Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa
Kikuo Takano

 

Giorgio Linguaglossa 
20 luglio 2017 alle 10.29

 

Kikuo Takano

 

Sempre una voce

 

Sempre una voce
ti ha avvisato: “Se piangi
vai oltre il dolore.
E ti accorgi che nell’addio
c’è l’incontro”.
Così ti parlava Dio, sfiorandoti
con la mano la schiena.
Sempre una voce
ti ha avvisato: “Con pazienza
aspetta, e per meglio guardare
impara a chiudere gli occhi”.
Così ti parlava Dio, con una lieve
carezza sui capelli.
Quando nel dolore piangevi
senza poter far nulla
quel Dio lo avevi accanto,
a volte ti portava sulle sue spalle.

 

 

Se ti dico

 

Se ti dico che è la destra,
mi rispondi: “Anch’io la destra”,
se ti dico che è la sinistra
mi ripeti: “Anch’io la sinistra”.
E così insieme abbiamo atteso l’alba.
Solo l’addio che entrambi ci eravamo detti
era il desiderio dell’uno per l’altra
e assai fortemente stringeva l’uno all’altra
e noi, senza neppure toccarci,
eravamo stupiti da tanto desiderio.

 

“Siamo stati stupiti come bambini…”
E ora tu mi disprezzi
“sì, ti odio
perché l’hai contemplata come in estasi
senza svegliarmi con uno schiaffo
anch’io abbagliata da quella visione”.

 

Senza darti uno schiaffo.
un pesante schiaffo.
E noi, in quell’istante,
eravamo già oltre quella “domanda”;
tu avresti potuto pronunziare il tuo addio,
io avrei detto il mio
e con questi nostri addii
avremmo potuto iniziare
ogni notte e ogni mattina.

 

Ma ancora mi chiedi:
“Non poteva quell’addio
prender congedo dall’addio?”
Ed io ancora ti ripeto
quando diversa è la “domanda”,
che sparisca quella “domanda”.
Abbiamo fatto esperienza non d’amore
ma di tempo, il tempo vuoto,
e l’abbiamo accettata come un fatale contrassegno.
Avesti dovuto capirlo anche tu.

 

Ma alla fine che cosa vuol dire?
Se mi confronto con te,
scuoti il capo in modo banale
e banalmente mi rimproveri.
Erano inutili quei giorni,
inutili quelle lotte.
Oggi sentiamo come peccato
l’esperienza dopo aver recuperato
ciò che abbiamo vissuto.
Oh, la spola della tessitura!
È un terribile filo: più costruisce la trama
più si sfila l’altra parte del bandolo
E passano i giorni in cui mi capita
di dipanare sempre fil filo.

 

(da L’infiammata assenza Ediz del Leone, 2005 cura e trad di Yasuko Matsumoto e Renato Minore)

 

 

Salvatore Martino 
20 luglio 2017 alle 15.07

 

Cosa vuoi commentare quando la poesia si snoda meravigliosamente dentro questi versi. Certo Takano è lontano in maniera siderale dalle proposte della NOE, strano Linguaglossa l’abbia postato!

 

“È un terribile filo: più costruisce la trama
più si sfila l’altra parte del bandolo
E passano i giorni in cui mi capita
di dipanare sempre fil filo.”

 

La sintesi sublime della condizione umana

 

Giorgio Linguaglossa

 

 

Samuel Beckett


Qual è la parola

 

Follia –
follia per verso –
per verso –
qual è la parola –
follia dopo questo –
tutto questo –
follia dopo tutto questo –
dato –
follia dato tutto questo –
vedere –
follia nel vedere tutto questo –
questo –
qual è la parola –
questo questo –
questo questo qua –
tutto questo questo qua –
follia dato tutto questo –
vedere –
follia nel vedere tutto questo questo qua –
per verso –
qual è la parola –
vedere –
intravedere –
parere di intravedere –
bisognare di parere di intravedere –
follia per bisognare di parere di intravedere –
che cosa –
qual è la parola –
e dove –
follia per bisognare di parere di intravedere che cosa dove –
dove –
qual è la parola –
là –
laggiù –
distante laggiù
lontano –
lontano distante laggiù –
dileguante –
dileguante distante lontano laggiù che cosa –
che cosa –
qual è la parola –
vedere tutto questo –
tutto questo questo –
tutto questo questo qua –
follia per vedere che cosa –
intravedere –
parere di intravedere –
bisognare di parere di intravedere –
dileguante distante lontano laggiù che cosa –
follia per bisognare di parere di intravedere dileguante distante lontano laggiù che cosa –
che cosa –
qual è la parola –
qual è la parola

 

(traduzione di Rosangela Barone)

 

 

What is the word

 

folly –
folly for to –
for to –
what is the word –
folly from this –
all this –
folly from all this –
given –
folly given all this –
seeing –
folly seeing all this –
this –
what is the word –
this this –
this this here –
all this this here –
folly given all this –
seeing –
folly seeing all this this here –
for to –
what is the word –
see –
glimpse –
seem to glimpse –
need to seem to glimpse –
folly for to need to seem to glimpse –
what –
what is the word –
and where –
folly for to need to seem to glimpse what where –
where –
what is the word –
there –
over there –
away over there –
afar –
afar away over there –
afaint –
afaint afar away over there what –
what –
what is the word –
seeing all this –
all this this –
all this this here –
folly for to see what –
glimpse –
seem to glimpse –
need to seem to glimpse –
afaint afar away over there what –
folly for to need 

to seem to glimpse afaint afar away over there what –
what –
what is the word –
what is the word

 

 

Comment dire

 

folie –
folie que de –
que de –
comment dire –
folie que de ce –
depuis –
folie depuis ce –
donné –
folie donné ce que de –
vu —
folie vu ce –
ce –
comment dire –
ceci –
ce ceci —
ceci-ci –
tout ce ceci-ci –
folie donné tout ce –
vu –
folie vu tout ce ceci-ci que de –
que de –
comment dire –
voir –
entrevoir –
croire entrevoir –
vouloir croire entrevoir –
folie que de vouloir croire entrevoir –
quoi –
comment dire –
et où –
que de vouloir croire entrevoir quoi où –
où –
comment dire –
l à –
là-bas –
loin –
loin là là-bas –
à peine –
loin là là-bas à peine quoi –
quoi –
comment dire –
vu tout ceci –
tout ce ceci-ci –
folie que de voir quoi –
entrevoir –
croire entrevoir –
vouloir croire entrevoir —
loin là là-bas à peine quoi –
folie que d’y vouloir croire entrevoir quoi –
quoi –
comment dire –
comment dire

 

 

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