La Nuova Ontologia Estetica: Poesie di Anna Ventura, Raymond Carver, Michal Ajvaz, Petr Král, con Commenti di Mario Gabriele, Lucio Mayoor Tosi, Giorgio Linguaglossa

Giorgio Linguaglossa 

Riassumo qui brevemente alcune caratteristiche dei linguaggi della «nuova ontologia estetica»:

Frammento, frammentazione, de-simbolizzazione, disparizione dell’io, presenza della contraddizione, principio di contraddittorietà, principio di negazione, diplopia della identità, principio di incontraddittorietà, il paradosso, intemporalità, multitemporalità; inversioni spazio-temporali; mobilità degli investimenti linguistico-libidici; indipendenza dell’io dalla realtà esterna; il mondo esterno visto dal «tempo interno»; il «tempo interno» dell’io, il «tempo interno» delle parole; utilizzazione del punto nella orditura della sintassi, ritorno del rimosso, asse metonimico e asse metaforico…

 

Tutti questi sono evidenti tratti salienti dell’inconscio. E non c’è neanche bisogno di ricorrere alla procedura dei surrealisti, la «nuova ontologia estetica» viene molto tempo dopo l’esaurimento del surrealismo, vive semmai degli spezzoni e dei lacerti dell’epoca post-surrealistica, tra gli stracci delle parole, tra le parole di plastica della lingua di plastica dell’informazione, in mezzo alle parole «raffreddate» ed assopite. [g.l.]

 

Mario Gabriele
18 giugno 2017 alle 14.29

 

Bene ciò che dici Giorgio sul piano della posizione estetica della «nuova ontologia estetica». In poesia bisogna adoperare tutti gli strumenti tecnici in grado di rendere il testo ineccepibile. E’ nostro dovere offrire il meglio della esperienza linguistica e culturale. Ci stiamo lavorando sempre in crescendo (vedi Tosi e altri poeti qui presenti) non per produrre l’increabile, ma per rispondere al postmoderno poetico lasciato nelle mani di conservatori e idealisti. Ogni poeta della «nuova ontologia estetica» ha un proprio cliché estetico che lo porta a indagare su ogni aspetto della realtà, e la cosa più sorprendente che si può rilevare, è che questo modo di scrivere versi non si identifica per niente con la produzione poetica degli anni passati e con chi, per un motivo o per altro, presenta rigide tesi a sostegno dei loro lavori rispetto alla NOE.

 

Giorgio Linguaglossa
18 giugno 2017 alle 15.54

 

caro Mario,

contro i timorosi del «nuovo», contro i conservatori ad oltranza, contro chi reclama la conservazione della tradizione (come se essa fosse un capitale che sta in banca a produrre altro capitale ad interessi fissi), contro chi è recalcitrante alle nuove forme estetiche, contro chi pensa che scrivere poesia lo si possa fare a spese della tradizione utilmente collocata nel proprio bagaglio pret à porter, riporto qui un pensiero di Adorno:


“Gli argomenti contro l’estetica «cupiditas rerum novarum», che così plausibilmente possono richiamarsi alla mancanza di contenuto di tale categoria, sono intrinsecamente farisaici. Il nuovo non è una categoria soggettiva: è l’obbiettiva sostanza delle opere che costringe al nuovo perché altrimenti essa non può giungere a se stessa, strappandosi all’eteronomia. Al nuovo spinge la forza del vecchio che per realizzarsi ha bisogno del nuovo… Il vecchio trova rifugio solo nella punta estrema del nuovo; ed a frammenti, non per continuità. Quel che Schömberg diceva con semplicità, «chi non cerca non trova», è una parola d’ordine del nuovo […] Quando la spinta creativa non trova pronto niente di sicuro né in forma né in contenuti, gli artisti produttivi vengono obbiettivamente spinti all’esperimento. Intanto il concetto di questo (e ciò è esemplare per le categorie dell’arte moderna) è interiormente mutato. All’origine esso significava unicamente che la volontà conscia di se stessa fa la prova di procedimenti ignoti o sanzionati. C’era alla base la credenza latentemente tradizionalistica che poi si sarebbe visto se i risultati avrebbero retto al confronto con i codici stabiliti e se si sarebbero legittimati. Questa concezione dell’esperimento artistico è divenuta tanto ovvia quanto problematica per la sua fiducia nella continuità. Il gesto sperimentale, nome per modi di comportamento artistici per i quali il nuovo è vincolante, si è conservato; esso però indica ora un elemento qualitativamente diverso… indica cioè che il soggetto artistico pratica metodi di cui non può prevedere il risultato oggettivo”. “la categoria del nuovo è centrale a partire dalla metà del XIX secolo – dal capitalismo sviluppato -“. “L’oscuramento del mondo rende razionale l’irrazionalità dell’arte: essa è la radicalmente oscurata”. “Nei termini in cui corrisponde ad un bisogno socialmente presente, l’arte è divenuta in amplissima misura un’impresa guidata dal profitto” .1]

 

1] T.W. Adorno Teoria estetica, Einaudi, 1970, trad. it. pp. 32,33

 

Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa

 

Mario Gabriele
18 giugno 2017 alle 17.50

 

Ecco la chiave di lettura per meglio comprendere certe posizioni artistiche fra soggetto poetico vecchio e nuovo. Determinante è l’intuizione di Adorno: «Quando la spinta creativa non trova pronto niente di sicuro, né in forma, né in contenuti, gli artisti produttivi vengono obbiettivamente spinti all’esperimento». E non è certo un’avventura, ma la fase aurorale su stagioni di oscuramento mentale e di parassitismo linguistico, perché tutto resti come una crema a lunga conservazione.

 

Anna Ventura

 

Le case

 

Ho amato molte case
e due moltissimo. La prima
era nel vecchio quartiere della città,
partiva da terra ma poi si capiva
che spaziava sui tetti in piccole terrazze fitte di voli.
La componeva
una serie di stanze minuscole
bianche di luce e calce-casa
di astronomo,
o di marinaio –
In fondo, l’altana coperta
di travi decrepite,
gonfia d’aria e di sole.
Ma sotto ci abitavano gli straccivendoli,
e dai terrazzi a conchiglia si vedeva
la loro vita miseranda brulicante da basso.
Non piacque a mia madre,
anzi, le fece paura. Io invece
ne rimasi ferita a morte,
col tempo mi ammalai di nostalgia.
L’altra è la casa del vento,
tutta esposta a Occidente, davanti nulla,
solo gli spiriti dell’aria
che di giorno e di notte
bussano ai vetri con le loro manine.
Neanche questa casa piace.
E perché dovrebbe?
Solo che intanto io ho imparato
A mettere il bavaglio ai miei sogni,
accettato l’assioma
che la realtà rifiuterà di abbracciarli
nel suo concretissimo giro ma io
me li terrò lo stesso,
nel giro infingardo
della mia verità.*

 

* da Aria sulla quarta corda, 1985 (I° edizione), 1987 (II° edizione), FORUM, di Giampaolo Piccari Forlì

 

Straordinaria poesia di Anna Ventura, che racconta come in sogno le due case della sua vita, la casa degli «straccivendoli» e «la casa del vento». C’è tutto il pudore dell’autrice, la delicatezza del tocco elegiaco e la spezzatura degli inserti prosodici a correggere l’inclinazione elegiaca. (g.l.)

 

Giorgio Linguaglossa

 

Lucio Mayoor Tosi
18 giugno 2017 alle 16.23

 

Il biografismo che caratterizza la poesia di Carver è davvero leggero e sopportabile. Il suo “io” è per così dire, interattivo – certo, favorito com’è dalla cultura americana da sempre votata all’estroversione –. Spesso da noi si fatica a risalire alle cause di uno stato d’animo, di una comprensione improvvisa, forse perché assuefatti all’effetto stupefacente delle metafore.
La problematica dell’”io” sarebbe da archiviare nella strumentazione, accanto a significato e significante, perché ho notato che nelle poesie NOE capita spesso di imbattersi in forme dal significato aperto… se non perfino suicida e al contempo deridente come nel caso di Mario Gabriele, oppure, come in Linguaglossa, in forma d’enigma, ma lo si potrebbe dire anche di Steven Grieco. Gino Rago no, lui è il mastice che unisce, e ricompone. In tutti i casi si assiste allo spezzettamento del senso, la qual cosa non sembra avere precedenti.

 

Giorgio Linguaglossa
18 giugno 2017 alle 18.16

 

… e questa poesia di Raymond Carver, non è poesia ontologica?

 

DORMIRE

 

Ha dormito sulle proprie mani.
Su una pietra.
In piedi.
Sui piedi di qualcun altro.
Ha dormito su autobus, treni, aerei.
Ha dormito sul lavoro.
Ha dormito per la strada.
Ha dormito su un sacco pieno di mele.
Ha dormito in una latrina a pagamento.
In un fienile.
Nel Super Dome.
Ha dormito in una Jaguar e sul retro d’un furgoncino.
Ha dormito a teatro.
In galera.
In barca.
Ha dormito in cassetti ferroviari e, una volta, in un castello.
Ha dormito sotto la pioggia.
Sotto il sole rovente, ha dormito.
A cavallo.
Ha dormito su sedie, banchi di chiesa e alberghi alla moda.
Ha dormito sotto strani tetti tutta la vita.
E adesso dorme sottoterra.
Dorme, dorme e non si sveglia mai.
Come un vecchio re.

 

Giorgio Linguaglossa

 

Giorgio Linguaglossa
18 giugno 2017 alle 18.18

 

… e questa? Sempre di Raymond Carver. Questo sì che è un quotidiano forte, robusto…

 

LA CABINA TELEFONICA

 

La donna s’accascia nella cabina, singhiozzando
al telefono. Chiede un paio di cose
e singhiozza ancora più forte.
Il suo compagno, un anziano tutto
in jeans, sta lì vicino in attesa
che tocchi a lui parlare, e piangere.
Lei gli porge la cornetta.
Per un attimo restano insieme dentro
la minuscola cabina, mescolando
le loro lacrime. Poi
lei va ad appoggiarsi al parafango
della loro berlina. E ascolta
mentre lui prende accordi.
Osservo tutto questo dalla mia macchina.
Neanch’io ho il telefono in casa.
Resto seduto al volante
e fumo, in attesa di prendere
anch’io accordi. Ben presto
lui riaggancia. Esce e si asciuga il volto.
Salgono in macchina e restano
dentro con i finestrini chiusi.
I vetri s’appannano sempre più
mentre lei gli si appoggia e lui
le cinge le spalle con un braccio.
I gesti meccanici di conforto in quell’angusto luogo pubblico.
Vado con le mie monetine
verso la cabina e m’infilo dentro.
Però lascio la porta aperta, perché
si sta così stretti qui. La cornetta è ancora calda.
Non mi piace per niente usare un telefono
che ha appena portato notizie di morte.
Ma non ho scelta, perché è l’unico telefono
nel raggio di miglia e Sto arrivando! ascoltare
senza schierarsi da nessuna parte.
Inserisco le monete e aspetto.
Anche quei due nell’auto restano in attesa.
Lui accende il motore ma poi lo spegne.
Da che parte andare? Nessuno di noi
è in grado di dirlo. Non sapendo
dove cadrà il prossimo colpo,
né perché. Gli squilli dall’altro capo
cessano quando lei alza la cornetta.
Prima che io possa dire due parole, il telefono
si mette a gridare: “T’ho detto che è tutto finito!
Finito! Puoi anche andare
all’inferno, per quanto mi riguarda!”
Abbasso la cornetta e mi passo una mano
sulla faccia. Chiudo riapro la porta.
I due nella berlina tirano
giù i finestrini e mi guardano,
le loro lacrime bloccate per un attimo
di fronte a questa distrazione.
Poi tirano su i finestrini
e restano seduti dietro ai vetri. Per un po’
non andiamo da nessuna parte.
Ma poi andiamo.

 

Giorgio Linguaglossa
Gif Malika Favre

 

Ecco una poesia del poeta ceco Michal Ajvaz (1949) che sicuramente getteremmo nella spazzatura se fosse italiano…

 

[è scrittore, saggista e traduttore. Studiò boemistica ed estetica all’Università di Praga e, dalla metà degli anni ΄70, alternò una serie di professioni, tra cui portiere, guardia notturna, buttafuori e redattore del Giornale letterario(Literární noviny). Nel 1994 ha iniziato la carriera di libero professionista e collaboratore esterno, e suoi contributi sono stati pubblicati su riviste e giornali, quali Forma (Tvar), Rivista filosofica (Filozofický časopis), Spazio (Prostor) e altri. È autore di un’unica raccolta di poesie, Assassinio all’hotel Intercontinental(Vražda v hotelu Intercontinental, 1989), dove si alternano raffigurazioni grottesche e aforismi filosofici, il tutto accompagnato da un sottile tono parodico e da giochi linguistici. Alcune delle poesie che qui presentiamo sono apparse come inediti nell’antologia E i ligli tarri, (Lepě svihlí tlové, 2002), che prende il nome dal primo verso della poesia dello Giabervocco in Attraverso lo specchio di Lewis Carroll].

 

Turisti

 

Nell’ultimo appartamento dove ho abitato mi accadeva spesso
che quando la mattina mi svegliavo
c’era nella stanza un gruppo di turisti.
Una giovane guida mostrava ai turisti gli oggetti sulle mensole:
statuette cinesi, scatoline di tè e palle di vetro,
presentava loro il contenuto dei miei cassetti,
prendeva dalla mia libreria delle preziose edizioni e le passava tra il pubblico.
Spiegava tutto con professionalità.
I turisti fissavano a bocca aperta le mie stoviglie come se fossero strumenti medievali di tortura
e fotografavano e toccavano tutto.
I bambini si rincorrevano per la stanza. Si sentiva:
“È possibile comprare delle cartoline qui?”
“Devo fare pipì.”
“Non toccare, sporcaccione, è cacca!”
Fortunatamente non si accorgevano quasi di me,
soltanto di tanto in tanto un anziano turista si sedeva
sul bordo del letto dove giacevo
e tirava un sospiro profondo.
Queste cose mi succedevano continuamente.
In un altro appartamento con me viveva un cinghiale
e in un altro ancora di notte passava per la camera da letto un espresso internazionale.
Presto ci feci l’abitudine ma ancora oggi ricordo
il terrore della prima notte, quando fui svegliato
da un baccano infernale e dal turbinio delle luci.
Peggio era quando di notte mi trovavo in dolce compagnia.
È vero però che alcune donne erano eccitate all’idea
e volevano fare l’amore al fragore di quei terribili boati,
tra gli sciami apocalittici delle scintille.
Ora che vivo nei boschi e la città
è per me soltanto una striscia tremolante di luci,
interrotta da tronchi neri
che guardo prima di addormentarmi
su un mucchio di foglie bagnate, so già
come sia necessario accettare e dare il benvenuto agli intrusi,
imparare a voler bene agli sciacalli, che si aggirano per la stanza,
agli animali di grossa taglia che vivono negli armadi, al loro malinconico canto notturno,
alle sfingi assonnate delle ottomane pomeridiane.
A chi non è mai successo di toccare con la palma della mano sul fondo dell’armadio
dietro ai cappotti flosci la pelliccia umidiccia di un animale sconosciuto?
Nessuno spazio è chiuso.
Nessuno spazio è solo di nostra proprietà.
Gli spazi appartengono a mostri e sfingi.
La cosa migliore per noi è /cuius regio…/
adattarsi alle loro abitudini, al loro antichissimo ordine
e comportarci con modestia e in silenzio. Siamo ospiti.
Comportarsi senza dare nell’occhio, venire a patti con la silenziosa terra.
I tronchi tribali selvatici
di quest’autunno passano per gli ingressi.

 

(Assassinio all’hotel Intercontinental, 1989)

 

Giorgio Linguaglossa
19 giugno 2017 alle 13.18

 

Ecco un altro poeta ceco che potrebbe essere acquisito nella «nuova ontologia estetica»:

 

Petr Král (1942)

Caduta in giugno
Del giorno restano brandelli
Nulla se non cenere
L’odore di benzina sussurra basso di bruciature lontane
I segnali degli uccelli già pieni della notte
sfregano nel rivolo
I lampadari vanno accendendo nelle finestre le nostre visioni nascoste
I testimoni si disperdono per le stradine Qua e là la massa bianca
della luna o della schiena
si accinge ad illuminare nel grigiore orfano
I lampi scivolano nell’oblio vellutato Tiriamo fuori con un sorriso
subdolo i coltelli e le forchette
Il naufragio dell’uccello La bancarotta del lampadario
La crepa della schiena impigliata nella polvere dei ficus
La mano terrorizzata nella cenere del corpo
Le gonne nel mormorio al limite del crepuscolo sfiorano
le ortiche
Le fresche bellezze sul balcone splendente erette sotto una sottile
pioggia di fuliggine
pazientemente aspettano che le vengano a prendere

 

(da Lampi radenti, 1981)

 

[Petr Král (1942) è uno scrittore e poeta ceco, è un classico vivente della letteratura ceca. Poeta, saggista e traduttore studia drammaturgia all’Accademia cinematografica FAMU di Praga e nel 1968, dopo l’invasione russa, emigra a Parigi. Nel 1986 riceve il premio Claude Sernet per la raccolta di poesie Pour une Europe bleue (Per un’Europa blu, 1985). Tra le numerose sue raccolte possiamo ricordare Dritto al grigio (Právo na šedivou, 1991), Continente rinnovato(Staronový kontinent, 1997), Per l’angelo (Pro Anděla, 2000) e Accogliere il lunedì (Přivítat pondělí, 2013). È anche autore di prosa e curatore di varie antologie di poesia ceca e francese e nel 2002 ha curato e tradotto per Gallimard Anthologie de la poésie tcheque contemporaine 1945-2002 (2002). Importante è anche la sua attività di critico letterario, cinematografico e d’arte; è autore di saggi e articoli sul cinema, contributore alla famosa rivista Positif ed ha pubblicato due volumi sulle comiche mute].

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