Mirkka Rekola (1931) Poetessa finlandese – Poesie e aforismi scelti traduzione di Antonio Parente

Giorgio Linguaglossa

 

Mirkka Rekola, nata nel 1931 a Tampere, poetessa di fama internazionale, pluritradotta e pluripremiata (ha esordito nel 1954 con il libro di poesie Nell’acqua il fuoco –
Vedessä palaa), al quale sono seguite una ventina di pubblicazioni come ad esempio Gioia e asimmetria (Ho ja epäsymmetria, 1965) e L’orbita della quasi luna (Valekuun reitti, 2004) ha pubblicato anche diversi libri di aforismi che le hanno valso il prestigioso “Premio Samuli Paronen” alla carriera nel 2007.

La sua produzione aforistica comincia nel lontano 1969 con la raccolta Taccuino – Muistikirja che segna un punto di svolta nell’aforistica finlandese contemporanea. Seguiranno Maailmat lumen vesistöissä (1978), Silmänkantama (1984), Tuoreessa muistissa kevät e infine aforistiset kokoelmat (1987). Ha anche pubblicato nel 1987 un libro dal titolo Maskuja che è a metà tra la prosa, la poesia e l’aforisma e che contiene facezie, motti di spirito e detti umoristici.


Gli aforismi di Mirkka Rekola sono sapientemente concisi, con un uso davvero concentrato delle parole per esprimere significati complessi. Le singole immagini sono spesso ambigue e rivelano più significati di quanti il lettore potrebbe immaginare a prima vista. Come scrive molto bene anche Markku Envall nella sua antologia sull’aforisma finlandese Suomalainen – Aforismi (1987), ciascuno degli aforismi di Mirkka Rekola si presta a un sorprendente numero di interpretazioni, a differenza dell’aforisma tradizionale che – nella sua pointeparadossale e nel suo congegno ironico – si presta quasi sempre a una sola interpretazione.


L’effetto che deriva dalla lettura degli aforismi di Mirkka Rekola non è quello solito della battuta – il riso o il sorriso – ma piuttosto quello di uno spaesamento logico all’interno del fluire consueto del linguaggio quotidiano.


Presento qui di seguito al lettore italiano una scelta di poesie e aforismi di Mirkka Rekola. La traduzione è di Antonio Parente, che ha già tradotto in italiano presso alcune riviste letterarie una scelta di poesie di Mirkka Rekola. Poesie tratte da Poeti e aforisti in Finlandia Edizioni del Foglio Clandestino, 2012

Giorgio Linguaglossa
Mirkka Rekola


Commento di Giorgio Linguaglossa

È evidente a chiunque la profonda affinità che c’è tra l’aforisma, il pensiero aforistico e la «nuova ontologia estetica», perché entrambi i modi di pensare il pensiero poetante puntano sulla essenzialità lessicale e l’essenzialità della immagine. L’aforisma è un «detto», un «atto», l’aforisma «agisce», proprio come fa la «nuova ontologia estetica», in essa, nelle sue frasi brevi e concitate, c’è il «detto», ma, tra le maglie del «detto» si aprono le voragini del «non-detto», del «non-pensato»; il «non-detto» e il «non-pensato» svolgono una funzione essenziale all’interno della nuova piattaforma di poetica, questo credo sia chiaro e inequivoco a chiunque legga questo nuovo modo di poesia. Nella poesia aforismatica di Mirkka Rekola abbiamo lo stesso procedimento di pensiero, non c’è sostanziale differenza tra i suoi aforismi e le sue poesie aforistiche. Lacan, pensando a Freud, scrive: «ogni atto mancato è un discorso riuscito, piuttosto ben girato, e che nel lapsus è il bavaglio che gira sulla parola, e solo di quel tanto che basta perché il buon intenditor intenda».1]


Ecco, appunto, in ogni parola mancata, si cela e si rivela la parola «detta», è l’inconscio che parla, è lui il soggetto s-centrato, il soggetto Altro che sgomita per farsi notare… È paradossale che l’inconscio parla meglio e più speditamente laddove c’è un «detto» chiaro e distinto. In fin dei conti, per chi non l’abbia ancora recepito, la «nuova ontologia estetica» predilige il «detto» chiaro e distinto.

1] J. Lacan, Scritti I, Funzione e campo della parola e del linguaggio, Einaudi 1970 p. 261


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Abbasso la visiera del berretto smetto di guardare
i pensieri pronti alla partenza
siedo in questo treno lungo un viaggio.


(1065)


Al vento


Non c’è di che preoccuparsi. L’ombra
non può cadere. Si muove come l’albero
e ne segue ogni scatto.
Come fuoco è trascinata via nel vento
e scivola con leggerezza sopra ogni cosa.
Non c’è di che preoccuparsi. L’ombra non
può cadere. Si muove soltanto.
e quando si stacca un ramo dal tronco
lei lo sente e lo accoglie.

 

(1954)

 

Il salice

 

Sulla sponda
di una fresca corrente
ricordi
quel salice piccolissimo?
Quando andasti
la mia nuvola un tutto.
Adesso la cima resuscitata
la santità delle nubi
ferisce.

 

Non così

 

Non così. Non fune di aghi di pino,
se vuoi uno scabro cammino
attraverso fuoco, acqua e verso l’inespugnato.
Il sentiero si ammansisce nel fiacco remoto.
Attraversa la marcita
e ascolta il beccaccino,
vai attraverso la boscaglia verso l’ignoto.

 

(1954)

 

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Fiori di melo fiori di melo
e l’autunno passato ritorna:
sui rami si dondolano i rami.

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Ogni giorno un foglio bianco davanti a me, io scrivo
e lo lascio aperto.

 

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Guarda com’è alto l’autunno e com’è basso il gatto.
Il frutteto qui è una mezza luna.
Vorresti cogliere una mela da sola,
ti alzo oppure abbasso il ramo?

 

(1965)

 

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Le notti non sono più calde,
il ribes nero sa di freddo,
il topo muschiato nuota più veloce,
in città le luci si infittiscono.
la cima dell’abete oscillava sul tetto,
non riesco a liberarmi dal pensiero
che si sia dimenticato qualcosa.
Si sente un treno da est, da sud il grido di una civetta.

 

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Dormo alla luce con la notte negli occhi.

 

(1968)

 

Giorgio Linguaglossa

 

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Gli occhi socchiusi
un quarto alle tre,
i battenti della finestra spalancati, nell’aria le rondini.
Una vespa entra nella stanza
e subito tu cominci a gesticolare.

 

 

(1974)

 

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Fu l’anno scorso. In campagna.
Il cuculo cantò le sei, l’orologio batté le dodici.
Ne fermai il pendolo
e aspettai fino al mattino.

 

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Guarda com’è alto l’autunno e com’è basso il gatto.
Il frutteto qui è una mezza luna.
Vorresti cogliere una mela da sola,
ti alzo oppure abbasso il ramo?

 

(1965)

 

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Il sole azzurro del mare.
Le tendine gialle oscillanti
si asciugavano al vento,
e lì lei che aspettava, sulla panchina lungo la riva,
guardava i passanti e il mare.
«Per me è come se le persone
avessero iniziato a venire qui
una seconda volta», disse.
«Hanno lo stesso aspetto di prima».
Qualcuno passeggiava ancora lì, il blu si scurì sul mare.
Prendemmo quelle tendine e le piegammo,
ognuna ne afferrò un capo.
Mi ricordai di come i bambini
ogni volta che stiracchiavamo i panni
saltassero sotto il lenzuolo

 

(1974)

 

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Una nuova casa nel bosco

 

Il bosco guarda dalla finestra, lì c’è
una casa amica.
È una casa nuova,
tirata su per trecento anni
con la legna di vecchi pini.
Il bosco si allontana, molti alberi giovani
finiranno per farsi da parte per non intralciarlo.
Il bosco lo sa.
Guarda dentro.
Dove crescono, quei pini perenni?

 

(2011)

 

Giorgio Linguaglossa

 

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Aforismi

 

Non creare un’immagine. Tutto lo è.

 

Tu la chiami morte e lei ti chiama.

 

Più piedi a terra, dici. Vuoi seppellirmi.

 

Il mondo è una tavola imbandita. Lì ve di la tua fame.

 

Se l’arbitrio è libero, può forse essere tuo?

 

Il tempo si ferma dovunque ci sono quelli che non ne sono vincolati.

 

La felicità è una buona guida, è stata già lì dove stai andando.

 

Il segreto della longevità dell’eremita: non vedere morire nessuno.

 

Vuoto è il sepolcro e aperto fino in cielo.

 

Ciò di cui si tace diventa parola.

 

Da piccola dicevo: faccio quello che voglio. Ora voglio quello che faccio.

 

La vecchietta cammina lì come se proteggesse il sentiero dalla pioggia.

 

La simmetria la si può sempre dividere in due, non è integrità

 

Hai ormai lasciato qualcosa alle tue spalle, è davanti a te.

 

Le grida non cercano più di raggiungere l’orecchio ma la bocca. E le trombe soffiano nelle trombe.

 

Quando lasciò che a provvedere fosse il suo destino, trovò la provvidenza.

 

Noi guardiamo ciò che posa il suo sguardo su di noi.

 

Gli occhi, tedofori del monte a oriente.

 

Lascia che gli occhi si muovano nello sguardo del giorno e della notte.

 

Il margine del ghiaccio si scioglie: il suono delle gocce di pioggia. Sulla pietra una lucertola una striscia di sole sotto la zampa.

 

Il bimbo disse alla vecchietta: sei curva perché sono piccolino.

 

Volgi pure il tuo sguardo altrove: le immagini ti ricorderanno il tuo passato.

 

Il ricordo è toccante, ma la freddezza non ci dimentica.

 

Parlano di te alle tue spalle, ed lì che sono.

 

Lascialo gridare, anche lui ha le orecchie.

 

Quanta gente vive per vendicare la propria nascita.

 

Ma perché giunge insonne, il mattino?

 

Molti vogliono continuare a parlare di quelli che si sono zittiti per gli altri.

 

Quando non ti accorgevi di me, io me ne accorgevo. Quando non ricordavi, io lo ricordavo.

 

Dai alle parole i tuoi occhi, irradiano.

 

Sperava, una volta diventato adulto, di poter essere bambino, indisturbato.

 

La transitorietà accorda la lingua su un ampio presente.

 

Nota già ora la presenza e l’assenza in modo da non ritrovarti a dire, una volta che non c’è più: solo ora capisco.

 

 

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