Alfonso Cataldi SETTE POESIE INEDITE – con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Giorgio Linguaglossa
Giorgio Linguaglossa

Alfonso Cataldi è nato a Roma, nel 1969. Lavora nel campo IT, si occupa di analisi e progettazione software. Scrive poesie dalla fine degli anni 90; nel 2007 pubblica Ci vuole un occhio lucido (Ipazia Books). Le sue prime poesie sono apparse nella raccolta Sensi Inversi (2005) edita da Giulio Perrone. Successivamente, sue poesie sono state pubblicate su diverse riviste on line tra cui Poliscritture, Patria Letteratura, il blog di poesia contemporanea di Rai news, Rosebud.

 

 Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa, Il mondo visto dal di dentro

Il problema della poesia di oggi è che abbiamo a disposizione, gratis e disponibile a tutti, un medio linguaggio poetico che è diventato un linguaggio artificiale, conformistico, clericale, creato da clerici per altri clerici, non idoneo ad esprimere i grandi conflitti del nostro tempo; ci si accontenta di translitterare le piccole tematiche, i tematismi, i trucioli, i reumatismi dell’io, le tematiche edulcorate del cuore, il paesaggismo trito e triviale, il quotidiano più becero, la corporalità. E a tutto ciò si dà il nome di «poesia».

S’intende, questa «poesia chiacchiera» non richiede una forma, una struttura significante. L’uomo è un ente «instabilissimum atque variabilissimum», scriveva Dante Alighieri, che utilizza un linguaggio relazionale che mai come oggi viaggia ad una velocità in continua accelerazione. L’instabilità dei linguaggi è diventata la legge universale delle comunità linguistiche ad economia globale, questo fenomeno ha segnato il tramonto definitivo delle «forme di organizzazione linguistica» sia nel romanzo che nella poesia; sono tramontate anche le petizioni di poetica ottimistiche e acritiche come lo sperimentalismo personalistico del tardo novecento, il topologismo, il micrologismo dell’io… oggi quello che rimane di tutto ciò che un tempo faceva capo alla «tradizione», è un linguaggio «corporale», un linguaggio «emotivo», «istantaneo», che fa capo ad un presente ablativo. Ne è risultato che il linguaggio poetico è pensato nella sua funzione strumentale di «comunicazione».

Giorgio Linguaglossa

Credo che un autore intellettualmente curioso come Alfonso Cataldi non possa non porsi questo problema, è dalla risposta che si dà a questa problematica che deriverà un certo tipo di poesia e non un’altra. Questo, Cataldi, lo sa bene, e infatti ha rivolto la sua attenzione alla «nuova ontologia estetica» per cercare una soluzione ai suoi dubbi. Nei componimenti che presentiamo è visibile la lezione di essenzialità stilistica della «nuova ontologia estetica».

Per esempio, una riflessione è doverosa sull’impiego dei verbi: quando dove e come adoperare un verbo? Noi della NOE abbiamo già dibattuto questo problema e lo abbiamo risolto così: la forma verbale designa una azione (un soggetto che compie un atto su di un oggetto) e, come tale, mentre per il romanzo è quasi insostituibile e non sopprimibile, in poesia può essere soppressa quando il testo indica chiaramente le circostanze oggettuali che la forma verbale designa. Insomma, di frequente accade che l’inserimento dei verbi e delle particelle pronominali cui essi si riferiscono, indebolisce piuttosto che rafforzare la struttura testuale. 

Propongo ai lettori un esercizio: dopo aver scritto una poesia, cancellate mentalmente i verbi, vi accorgerete che quello che rimane della frase ha acquisito maggiore vivezza. Un altro problema è quando usare un aggettivo? Anche qui io risolverei la questione così: utilizzare un aggettivo come se fosse un equivalente di un sostantivo; un aggettivo è una sostanza, al pari di un sostantivo, non è diverso da un sostantivo. E poi c’è la questione della punteggiatura. In linea di massima, io direi che il punto deve servire a chiudere un frammento sintattico per aprirne un altro. Quindi, una intensificazione del punto è buona cosa ed auspicabile. 

E poi ci sono i «soggetti» che si accavallano («Larsen C ha perso un arto galleggiando. Sofia s’irrigidisce / quando perde»); le fraseologie dichiarative («Destiniamoci al pontile verde veridiano»); i verbi declinati all’infinito o alla terza persona a sottolinearne la terzietà («il residuo del nostro rincorrerci bestiale»); gli incisi frequentissimi («Per un balzo sconsiderato»); il lessico utilizzato per il suo registro basso, le frequentissime spezzature del discorso. In ultima analisi, mi sembra un esperimento molto interessante questo che Cataldi ha fatto con i suoi mattoni, le sue parole e la sua sensibilità; ci sono «lesioni, frammenti, anticorpi distratti», vi si trovano nomi-icone (Maddalena, Donatello, Ivan Ilicič, Gerasim), simboli de-simbolizzati, lessemi denaturati di senso, c’è una «geometria vuota» che pervade ogni angolo linguistico, si avverte uno smarrimento del tutto anti elegiaco, direi oggettivo e oggettivante. 

Un linguaggio di «plastica», con moltissimi «stracci» e brandelli di stoffe linguistiche dismesse. Un buon augurio per questo esperimento alla «nuova ontologia estetica». Noi non possiamo disegnare una mappa completa degli accadimenti del mondo, gli accadimenti, e tra questi il passaggio del tempo, sono sempre solo attuati in una interazione rispetto ad un sistema fisico che interagisce con il non tempo e il non spazio e gli eventi. In fin dei conti, «il mondo è un insieme di punti di vista in relazione reciproca. “Il mondo visto dal di fuori” è un non senso, perché non c’è un “fuori” dal mondo».1] È questo il segreto della «nuova ontologia estetica».

Nell’ultima poesia presentata c’è la dichiarazione di poetica di Cataldi, una significativa petizione di principio: tendere la mano al «traliccio più alto»; il punto più «alto», quello a cui tendevano i poeti acmeisti russi degli anni Dieci.

1] Carlo Rovelli L’ordine del tempo Adelphi, 2017 p. 108

Giorgio Linguaglossa
Alfonso Cataldi

Anche se intorno brucia

Sprofondare al centro esatto dell’inseguimento
alla mammella giornaliera
Larsen C ha perso un arto galleggiando. Sofia s’irrigidisce
quando perde, della malinconia originale, il fiore che l’inteneriva.
Sfilarsi dalle regole non scritte toglie l’arsura dalla bocca
anche se intorno brucia
il residuo del nostro rincorrerci bestiale.

 

Un balzo sconsiderato

Destiniamoci al pontile verde veridiano
non per tramandare un’esperienza di viaggio.
Per un balzo sconsiderato.
Oltre la barriera della rutilante speculazione cognitiva.
Ora o mai più. Mai più. Papà, con noi?
Il movimento Cassina mi tiene ossessionato alla sbarra dal lontano 2002.
Il morbo della perfezione ha ispessito corpi digiuni
della facoltà di percepire nel metodo il vaccino.
Gli ultimi acquerelli di Francesca trascurano
le trasparenze. Il fiore è fiore.
Nulla trapela della siccità
che ha già intaccato la sua fierezza.

 

Uniformiamoci nel numero dei passi

Non basta l’entusiasmo a raccontare
la verità della felicità posseduta.
Justin Gaugher, folgorato da un fulmine
con la sua fedele canna da pesca, è salvo
non riesce più a raccontare altro fluidamente.
Il caldo torrido globale rafforza
le nostre intemperanze sociali e personali.
Uniformiamoci nel numero dei passi, nei percorsi urbani
ci si avvicina tutti con i centimetri di addome,
lasciando intatto l’appetito privato.
The School of Life ha pubblicato un video illuminante
sulla secolare propensione a divorare le disfatte
mal confezionate per mancanza di pessimismo.

 

Varcata la soglia

Varcata la soglia: l’idea
risale da ogni metro quadro
un manicomio circoscritto
a sudori acidi vertiginosi.
Di qua si esce frontespizi inzaccherati
traghettando le cogitazioni riflesse
sul corpo: lesioni, frammenti
anticorpi distratti da coppe gelato.
La pigrizia prevale sui gesti commissionati
restano pilastri da inventare. In una geometria vuota.

Le gambe penzoloni e smagrite di Ivan Il’ič
raccolte dalle spalle di Gerasim
non reggono il peso di risposte mancanti.
Le gambe nodose e smagrite di Maria Maddalena
radicate a terra da Donatello, attendono il cielo.

Le fondamenta raccolgono l’eternità del vizio
praline allineate sulla lama dei bagordi

fronte mare
l’antidoto.

Giorgio Linguaglossa

Giorgio Linguaglossa

Un commento sotto l’altro

Non c’è una porta da bussare ogni volta
gli ospiti sono accomodati fino a nuova disposizione.
Qualcuno è sempre in piedi
dà notizie di sé ansimando.
Se non gradisce l’aperitivo
il suo pensiero sfugge, travolto
da una fiamma illusoria.
Qui la brace non ha il tempo di morire, come la parola
non ha il tempo d’essere tornita.

Il sindaco della mia città ieri presentava
un centro documentale dentro Villa De Sanctis
avviato sei mesi fa. Il più distratto ha ironizzato
sull’inaugurazione in differita di vent’anni della Casa della Cultura.

A nessuno ho mai promesso un porto in cui gli eventi trovino conforto.
Il mio ramo regge solo il peso di fringuelli gorgheggianti.
Paolo Fresu adolescente
con la tromba di vedetta, sostava tutti i giorni
in equilibrio sulla radura.

 

E’ il primo sospettato

Il capoufficio fa capolino.
Mi diletto a tirarlo giù con la polvere
perché non ha struttura.
Biasima. Nei mulinelli si nota
ma è una lamentela che non atterra
da nessuna parte.

-L’uomo in livrea si annoia al piano terra
mentre Marilyn, chiusa nella suite
stranamente è autosufficiente-

Determinare il numero esatto di necessità cerebrali
è un esercizio di stile
in un combattimento cranio a cranio
comune violazione d’uno sguardo
sulla disattenzione che ci oscura.

L’inviato in diretta si lascia afferrare da una fibra ben disposta
nelle ore della sera
una mano lesta lo gratifica nel rituale.
Sorveglia la notizia che non c’è.
Cerca un appiglio
la coerenza, il giudizio avvitato sulla colonna traiana.

E’ il primo sospettato per il flop di #maratonamentana.

*

Reso, fino all’ultima dimenticanza
compilato il form delle rimostranze
stampata l’etichetta.
Un pacco regalo non gradito.
La narrazione prosegue, si porta dietro
un commento sotto l’altro.
Venerabile rete
stanotte, che è la notte di San Lorenzo
proteggi tra i nodi la sua ossessione.
Prendi in affido il suo account
camminagli a fianco.
Sali, se puoi, sul traliccio più alto
e tendi la mano.

  

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