Vivian Lamarque DIECI POESIE da Madre d’inverno (Mondadori, 2016) La condizione della poesia-mediatica di oggi: – A proposito di una poesia scritta a 6 mani; Il problema della forma-poesia riconoscibile […] Che cos’è l’«esperienza»? – È possibile una poesia dell’ «esperienza»? La «zona franca» dei linguaggi letterari di oggi. La poesia come bisogno corporale, come atto di fede. Il poeta-massa pronuncia un atto di fede: una cartolina dove ci sono l’io e il tu. La poesia turistica. La fluidificazione turistica di tutte le forme. Sì, insomma, probabilmente per il poeta-massa «c’è posto per tutti» Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Giorgio Linguaglossa
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Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

A proposito di una poesia scritta a 6 mani

Pochi giorni fa, sulle pagine dei Commenti di questa rivista è stato fatto un esperimento molto interessante, è stata creata una poesia a sei mani a partire da un verso lasciato lì per caso da un commentatore. Ecco, io vorrei sottolineare questo evento perché ne è uscita fuori una poesia non riconoscibile. Imprevista e imprevedibile. Finalmente, è stato creato un qualcosa che nessuno di noi si aspettava.

Ecco la poesia composta da frammenti a 6 mani, da Ubaldo De Robertis, Antonella Zagaroli, Flavio Almerighi, Giorgio Linguaglossa, Lucio Mayoor Tosi, Giuseppina Di Leo. Beh, che ve ne pare? Non sarà una «bella poesia» nel senso tradizionale del termine, ma almeno c’è della elettricità dentro. Qualcosa che vibra.

.

Come la luce passerà su quel vetro o si rifletterà.

M’è dolce leggere ascoltando e vedendo.

Mi raccomando: acqua in bocca!

glu glu glu

In principio non sembrò un problema.

Betta cavalcava la pinna dello squalo

sembrando compiaciuta.

Tre squali bianchi nuotano nella vasca.

Brillano i bambini sul vetro dei bicchieri.

Manca sempre l’oliva, disse lo squalo.

Ignari

suonano con tutte le acque

Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa

Il problema della forma-poesia riconoscibile

Il problema che mi accingo a porre in evidenza è di carattere macro stilistico, o extra stilistico, se volete, e concerne la totalità o quasi della poesia italiana che si fa oggi. La questione della poesia intesa come momento lineare, un certo concetto di forma-poesia, dove lo spazio e il tempo della poesia è il rispecchiamento dello spazio e del tempo dell’io nella sua vita quotidiana. Io qui mi limito a sollevare dubbi e eccezioni a questo concetto del reale e della creazione artistica. Il mio dubbio è che non si dà alcuna equivalenza o equipollenza tra le due situazioni, e che se si fa una poesia o un romanzo che segue il modello lineare della vita quotidiana, si finisce dritti nella falsariga del riconoscibile, della rappresentazione mimetica, in una parola, del realismo mimetico e mimetizzante. Nulla di male, s’intende, ci sono migliaia di romanzi e di poesie di intrattenimento che seguono questo modello compositivo. Direi che è questo il pericolo che impende sopra grandissima parte del romanzo e della poesia contemporanee. Ma il romanzo ha una via di uscita di sicurezza che è dato dai suoi svariati generi e sotto generi: il giallo, il noir, il fantastico, il fantasy, il semi giallo, il quasi fantasy, il gotico, il gotico-fantasy, il giallo-fantasy, il fantasy e basta etc.; la poesia no, non ha, per ragioni storico-estetiche, una altrettanta versatilità di forme, e quindi è più vulnerabile, più esposta.

Il problema cui si trova davanti la poesia di oggi è quello di una forma-poesia riconoscibile. C’è in giro una fame di riconoscibilità, una sete di conformismo, per cui si tende a creare qualcosa che sia immediatamente riconoscibile e identificabile.

Il problema di una forma-poesia riconoscibile, è sempre quello: se l’«io» sta in un luogo, immobile, anche l’«oggetto» sta in un altro luogo, immobile anch’esso. Di conseguenza, il discorso lirico diventa un confronto tra il qui e il là, tra l’io e il suo oggetto, tra l’io e il suo doppio, e il discorso lirico assume un andamento lineare. Ma, se poniamo che l’oggetto si sposta, l’io vedrà un altro oggetto che non è più l’oggetto di un attimo prima; di più, se anche l’io si sposta di un metro, vedrà un oggetto ancora differente, anche posto che l’oggetto se ne fosse stato fermo nel suo luogo tranquillamente per un bel quarto d’ora. E così, il discorso lirico (o post-lirico) si può sviluppare tra due postazioni in stazione immobile. Altra cosa è invece se le due posizioni, ovvero, i due attanti, cambiano il loro luogo nello spazio; ne consegue, a livello sintattico, un moto di ripartenza, di stacco e di arresto e, di nuovo, di stacco. Avremmo una poesia che non si muove più secondo un modello lineare ma secondo un modello non-lineare. Voglio dire che già Mallarmé aveva distrutto il modello lineare dimostrando che esso era una convenzione e null’altro e, come tutte le convenzioni, bisognava  derubricarla e passare ad uno sviluppo non più lineare ma circolare della poesia. 

Gran parte della poesia contemporanea parte da un assunto di base che è dato dalla stazione immobile dell’io, con l’io al «centro del mondo», attorno al quale ruota tutta la fenomenologia degli oggetti; in modo consequenziale i giri sintattici, anche se di illibato nitore e rigore metrico, si dispongono in modo lineare, come tipico di una tradizione recente: l’io di qua e gli oggetti di là, in un costante star-di-fronte. Questo tipo di impostazione, intendo quello della stazione immobile dell’io e della distanza fissa tra l’io e gli oggetti, conduce, inevitabilmente, al pendio elegiaco. L’elegia ti costringe a cantare la «distanza». E l’elegia è tipicamente consolatoria. In definitiva, il dialogo tra l’io ed il suo oggetto si rivela essere un dialogo posizionale, posizionato, «convenzionale», come da una certa tradizione italiana novecentesca. Così, la poesia che si fa oggi consta di un susseguirsi di componimenti fenomenologici, di una fenomenologia che tende all’elegiaco. Eccepirei una fenomenologia immobile, priva di direzionalità laterali e trasversali, priva di verticalità, di diagonalità, di salti posizionali, temporali e spaziali. Ecco, questa è la ragione che delimita uno stile, e lo stile è come immobilizzato all’interno di una postazione fissa dell’io e del suo oggetto.

Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa

Che cos’è l’«esperienza»? – È possibile una poesia dell’ «esperienza»?

Che cos’è l’«esperienza»? – È possibile una poesia dell’ «esperienza»? Credo che l’idea più diffusa che si ha oggi in Italia è quella di una poesia che sia significativa di una esperienza genericamente «corporale» o genericamente «spirituale» (tutte cose in sé algebricamente problematiche). Concetto quanto mai rarefatto e indiziario quello di «esperienza» che non è possibile delimitare e identificare con cognizione di causa. Come nasce una esperienza? Come finisce? Come nasce una intenzione significante? Come finisce? Questa sarebbe una bella questione da investigare. Una intenzione significante non è il prodotto (stocastico, statistico, probabilistico) di tutti i tentativi di intenzionare il significato? Ma, mi chiedo, e lo chiedo ai lettori, è ancora possibile esperire il mondo dell’esperienza di questo trapassare di tutte le cose in «altro»? È ancora possibile fare poesia in questo fiume segnaletico dalla corrente incessante? E in che modo scrivere in questa fluidificazione universale? Con quale sintassi? Con quale punteggiatura? Con quale lessico? Con quali tematiche? Con quale sceneggiatura? Siamo immersi tutti i giorni nella fluidificazione di tutte le forme e dei vasi comunicanti, dei trasmettitori elettronici, delle segnaletiche elettroniche, del mondo dei segni propri dell’universo mediatico. Mi chiedo, è ancora possibile stabilire, con un minimo di precisione, la comunicazione della in-tensione significante?

Quello che la poesia moderna fa e non fa o di-sfa non ha più nulla a che vedere con le questioni filosofiche classiche come la «radura», l’«apertura» all’essere o la «distanza» dall’essere, o l’«oblio» dell’essere… Il tutto è stato sostituito da una segnaletica universale che non conduce ad alcun luogo-senso, ovvero, che conduce ad una pluralità multidimensionale di «sensi-luoghi» mancati, interrotti, obtorti, di direzioni intermesse, di sensi vietati, di direzioni cieche, di sentieri nel bosco etc.. Attigua a questa «nuova» dimensione c’è una «zona franca» di frastagliature, di arcipelaghi, di smagliature semantiche e lessicali, infinite e complicate strettoie linguistiche, di ostacoli, di dossi, un vero e proprio mare di segni in agitazione perpetua dove ciò che le carte nautiche possono indicare è una miriade di arcipelaghi e di isolotti che il mare qua e là annega di continuo con la pienezza della sua fluidità.

Una «zona franca» dunque? (come scriveva Pasolini negli anni Sessanta?). Non mi sembra che per la poesia contemporanea si possa parlare di «zona franca». È che tutti i campi operazionali sono diventati «zona franca» »; ogni luogo è diventato un luogo di ostensibilità di presunte libertà creatrici. Ogni arbitrio linguistico, ogni segnaletica «privata», ogni idioletto è permesso, anzi, incentivato dalla amministrazione globale dell’intrattenimento.

In queste condizioni è ancora possibile esperire l’esperienza di un «viaggio», come fa molta poesia turistica di oggi? Come si pone l’«esperienza» nella nuova situazione intravista dalla «termodinamica delle strutture dissipative» e dalla matematica topologica delle catastrofi? Quando siamo già da tempo nella catastrofe permanente della stagnazione matematizzabile.

Grandissima parte della poesia che si fa oggi in Italia adotta uno spazio-tempo omogeneo, interamente misurabile e retrodatabile, annichilabile e convertibile, un universo elastico, fluttuante, in cui non c’è alcuna differenza tra il nord e il sud, tra l’alto e il basso, tra la destra e la sinistra; dove non sono più le nostre azioni a scandire lo zenit del «destino» (già parlare di destino è come parlare di alberi!), non sono le nostre passioni a scandire un «canzoniere» (morto e sepolto insieme alla vita quotidiana e alla storicizzazione di essa); nelle nuove condizioni della temporalità estraniata le stesse parole cadono non più perché soggette alla legge della gravità della sintassi o alla legge della leggerezza delle strutture significanti ma perché sottoposte alla legge della «fluidificazione» del globale e del locale: la fluidificazione del «Vuoto». Oggi non si danno più le differances, quelle sì di un tempo rassicurante. Sicuramente, è rassicurante vivere in un universo di forme riconoscibili.

Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa

Un tipico esempio di poesia riconoscibile: la poesia di Vivian Lamarque 

Se consideriamo lo spazio poetico come una «zona franca» di «cose» che galleggiano sulla fluidificazione turistica di tutte le forme e di tutte le «cose», ecco che avremo pronto lo stile della «indirezione indifferenziata» della poesia di Vivian Lamarque, un quasi-stile indifferenziato. Se consideriamo la poesia dal punto di vista del nostro «locale», del nostro «corpo», del nostro «spirito» (e via cantando), si fa della letteratura pseudo-esistenzialistica, direi turistica; poesia da viaggio turistico: l’alienazione e l’angoscia descritte con il linguaggio del corporale-quotidiano fa ridere, diventa: la caricatura dell’alienazione e dell’angoscia, diciamo: una poesia orizzontale facile facile. La poesia della Lamarque è espressione di questo «locale-corporale» che comunica con il «locale-corporale» del lettore. Tutto qui. È: un esistenzialismo turistico ricco di geografia di «luoghi» riconoscibili, ricco di topologia turistica. Ecco la ragione della ossessione percussiva di tematismi corporali piuttosto che di tematiche. La poesia come bisogno corporale, come atto di fede e non come operazione intellettuale.

Il proposizionalismo della poesia che si fa oggi, e di cui la poesia della Lamarque ne è un parametro significativo, ha qualcosa di un mobilio di seconda mano, gestuale, gergale, idiomatico, con i mobili presi in prestito dai vicini rivenditori linguistici del telemarket, che si esprime tramite idiomatismi: con perifrasi idiomatiche, monadico-mediatiche. La poesia è diventata un atto di fede di massa. Il poeta-massa pronuncia un atto di fede: una cartolina dove ci sono l’io e il tu che ci parlano delle loro storie. Qui non c’è alcun «problematica», non c’è storia interiore, né una esperienza; lo stile si fa telegrafico, monocorde, la sintassi è elementare, monodirezionale, monotonale. Sì, insomma, lo dice il poeta-massa: «c’è posto per tutti».

Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa

Dieci poesie da Madre d’inverno di Vivian Lamarque (Mondadori, 2016)

Ritratto con mare I

Oggi di fronte a te
ho messo un mare.
L’ha appeso Paolo,
è un olio Castellani, scogli
violetti come quel giorno
che quasi annegavamo,
spruzzi lievi di bianca
schiuma ti guardano
che li guardi
mentre io guardo te
diventata quadro.

*

Ritratto con vela

Ci mancava anche il vento! Come quando in casa
la malchiusa finestra da sola si spalancava e
aria folate d’aria tende di vela, pol-mo-ni dicevi,
respiravi. Ora sulla tua fronte da secchi
rami in volo ferita, piano come bianca benda,
piano di platano plana una grande foglia.

*

Ritratto con intermittenza

Come il diavolo l’acquasanta temo
l’intermittenza delle luci di natale
quelle luci col vizio di tramontare
continuamente tramontare. A ogni
batter di ciglia pendono dall’abete
dai rami fili neri strani e l’intorno
si fa spettrale, tutto il contrario
del natale. Idem il tuo ritratto
come di una non viva che di nuovo
cessasse di vivere, che ricominciasse
tutto da capo morte vita morte
occhi aprire chiudere aprire
come un’insonnia – del morire.

*
Compro Oro

……………a Lello Baldini

Scusa che ho venduto quella tua spilla
d’oro, quella come un ramo d’oro
a un Compro Oro, a una addetta signorinella
pallida come la tua canzone però è sposata
le ho venduto anche anellini vado
e vengo ormai mi conosce fa così
caldo le ho detto come fa otto ore
perché non mette un ventilatore
di quelli piccoli ce ne sono anche
portatili ha ragione ha detto ma tanto
lo so già che non lo metterà, non so
che Compro Oro è, l’ho scelto
che sia vicino a casa e educato
le quotazioni del giorno non me le dice
mai, speriamo. Disapproveresti, sei la solita
mi diresti, e poi perché vendere
la spilla d’oro al Compro Oro non ne hai
bisogno, è vero non ne ho bisogno, era
per non lasciarla ai ladri che prima
o poi verranno, dicono che vanno da tutti,
mi sono già entrati dalla finestra, dalla
porta non osano sai che fuori ho scritto Tom Ponzi
e Polizia, l’oro loro non l’hanno trovato ma
un altro potrebbe non hanno portato via niente
solo mi pare una carta di credito, il computer no
perché astuta avevo incollato un foglietto
con scritto non funziona portare
a riparare (dovrei però tradurlo in caso
di ladro straniero) e poi scusa l’ho venduta
per non lasciare pensieri a figlia e nipoti
tutti oggi preferiscono contanti, tanto la tua
spilla d’oro con sul ramo dei fruttini sangue
di rubino (la Compro Oro ha detto che
non occorre staccarli, ci pensa lei) e colore
del tuo smisurato cuore, tanto la tua spilla –
ce l’ho infilzata nel petto, mi sanguina, però
ora che l’ho posata qui sulla carta
un poco meno (sai facciamo così noi poeti).

*

Giorgio Linguaglossa

Cedrus atlantica

Preventivo per abbattimento
con ausilio di scala cingolata
che fortuna non assisterai
era come tuo da metà Novecento
l’albero, le sue aghiformi braccia
ti entravano nel balcone quasi
in casa, per non dire del luttuoso
giorno in cui ti trattennero,
ti impedirono il disperato salto.
Ma ormai fantasma il salto, fantasma
il motivo del salto e la sua origine,
fantasma la notizia, fantasma chi dovette
dartela, fantasma chi ti consolò,
fantasma chi per primo ti chiamò
vedova, fantasma lui il giovanissimo
coniuge tra i più biondi e belli
a spasso nel regno dei cieli, fantasmi
i cieli, fantasma tutto, ogni accadimento,
ogni ricordo di ricordo di accadimento,
ogni poesia di accadimento?

*

Disastro del Gleno

……………ai miei cugini camuni

Che colpo di fortuna nell’ossario
di Musocco si era liberato un posto
proprio accanto a lui, ossario matrimoniale.
Ma tu hai voluto tornare a occhi chiusi
nella valle dove li avevi aperti, accanto
a fratelli padre e madre, veramente di lei
c’è solo la fotografia, le ossa se le era rubate
con tutto quanto il cimitero, nel ’23,
l’acqua ladra del Gleno.

*

L’età

A delle persone chiedevo di indovinare
quanti anni avevi come facevo sempre
per meravigliarli che erano quasi cento.
Ma nessuno questa volta voleva rispondere
non capivo perché suggerivo ma loro zitti
bocche cucite su vi aiuto io sono molto più
di ottanta, dite un numero rispondono sempre
tutti perché voi tacete? chiedevo ostinata
nel sogno, non capivo, io. Ma lui il sogno
sì, lui lo sapeva che non l’hanno più l’età,
i morti.

*

Madre l’altra valdese

Naturalmente ci tenevo a far sapere che avevo degli
antenati anch’io, ma non volevo tirarli fuori dalla
tomba per le orecchie e pareva che non venisse
mai l’occasione di introdurli in modo che potesse
apparire casuale.
Mark Twain

Da sotto il Rosa guarda a occhi chiusi le nevi
dalla Valle dei Valdesi, i perseguitati, i semi-sterminati
e nel 1689 i gloriosamente rimpatriati. Immobile
guarda svettare gli alberi, anche lei svettava libera,
figlia scandalo del Moderatore, quattro figli
fece, un dono per ogni stagione
dell’anno: il figlio biondo di giugno,
il bruno figlio d’autunno, la cara
dicembrina, e infine l’ultima, l’illegittima,
la nata d’aprile, la scribacchina.

*
Preferisco Szymborska II

Preferisco Szymborska
preferisco Szymborska in riva al fiume Warta
che preferisce i Paesi conquistati
a quelli conquistatori, preferisco i vivi
preferisco i morti, preferisco i morti caduti
i loro nomi scritti sul monumento in piazza
che i figli “su leggi” dicono ai figli e ai figli
dei figli ma poi un giorno alt
nessuno in piazza indica più niente a nessuno
preferisco saperlo che siamo formichine
che ci spazzerà via il vento che ci spazzerà via
il tempo, preferisco tutto, preferisco tutti
tutti i fiori dei prati, portarli ai giovani
caduti, preferisco la parola camposanto
fare giustizia togliere l’acqua piovana
ai fiori finti che tanto non la bevono
e darla a quelli veri che la bevono subito
che la bevono fino all’ultima goccia
come bambini con la cannuccia
preferisco la pioggia, la voce della pioggia
e quella del mare, preferisco sedermi guardare
preferisco saperlo che siamo formichine
che ci spazzerà via il vento che ci spazzerà via
il tempo, preferisco i madrigali, preferisco le ali
preferisco la parola ridere preferisco la parola
piangere che in polacco si dicono circa smiac e puakac
preferisco Szym che “sei bella dico alla vita”
preferisco Szymborska, preferisco Wisława
che in polacco si dice Visuava.

*

P.S.
Ma voi poeti su non spingete non litigate
litigare per fare? Siamo piccole voci
per un coro grande, voci tutte diverse
avanti che c’è tempo, che c’è posto
per tutti (quasi tutti).

Giorgio Linguaglossa

Vivian Lamarque è nata a Tesero (Trento) nel 1946, è sempre vissuta a Milano dove ha insegnato italiano agli stranieri e letteratura in istituti privati. Ha pubblicato Teresino (1981), Il signore d’oro (1986), Poesie dando del lei (1989), Il signore degli spaventati (1992), Una quieta polvere (1996). Nel 2002 la sua opera poetica è stata raccolta nell’Oscar Poesie 1972-2002. Successivamente ha pubblicato Poesie per un gatto (2007), La gentilèssa (2009) e Madre d’inverno (2016).

 

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