Chiara Catapano: poesie inedite, Autunno d’agosto con un commento di Giorgio Linguaglossa, Una lettura di Letizia Leone su “Erbario minimo triestino”, Un estratto dal poemetto Alìmono in traduzione inglese di Steven Grieco-Rathgeb per l’Antologia bilingue di prossima uscita con Chelsea Editions

 

Giorgio Linguaglossa
(Sara di Terach e della lettera yod diede tarda discendenza)

Chiara Catapano nasce a Trieste nel 1975. Si laurea nell’ateneo tergestino in filologia bizantina. Vive per alcuni anni tra Vienna, Atene e Creta, approfondendo così i suoi studi sulla cultura e la lingua neogreca. Alcune collaborazioni:

Museo Storico del Trentino (riedizione dei Discorsi militari di Giovanni Boine, http://fondazione.museostorico.it/index.php/Pubblicazioni/Libri-e-produzioni-video/Libri/Discorsi-militari); Casa editrice Pataki (http://www.patakis.gr/), e con la poetessa greca Aghatì Dimitrouka; Mincione Edizioni, per cui traduce e tiene i contatti con la Grecia (https://www.mincionedizioni.it/).

 

In passato ha collaborato con la rivista Anthropos de l’Istitucio Alfons el Magnanim CECEL, con l’Olandese Volante rivista transmoderna; con Thauma edizioni di Pesaro; con Rec Movie nella realizzazione del corto “Alìmono”. Ha pubblicato con Thauma edizioni e con Perrone. Sue poesie e testi sono apparsi in antologie e riviste italiane ed internazionali.

 

Sono in calendario:

 

Giovedì 9 novembre 2017, La militarizzazione della vita civile

 

Conversazione sul libro Discorsi militari di Giovanni Boine; a cura di Andrea Aveto, con scritti di Chiara Catapano e Claudio Di Scalzo (Trento, Fondazione Museo storico del Trentino, 2017;

 

14/15 Dicembre 2017, Centenario boiniano, in collaborazione con il Comune e la Biblioteca di Imperia, per l’organizzazione di Franco Contorbia e di Andrea Aveto.

 

Giorgio Linguaglossa
Chiara Catapano, grafica di Lucio Mayoor Tosi

 

Erbario minimo triestino

 

Val Rosandra e Costiera

 

Campanula piramidale – Campanula pyramidalis L.

 

(Durante i mesi freddi queste piante perdono la parte aerea, ricominceranno a germogliare la primavera successiva)

 

Sara di Terach e della lettera yod diede tarda discendenza.
E risalendo inversamente la scala del tempo, dalla famiglia
Passò a Sur sulle ventose coste del Libano:
Baciò i cedri sacri e fondò la guarigione iniziatica
Attraverso l’abbandono d’ogni negozio.
Messa al rogo come strega
Un lembo bruciato della sua veste ancora
Venerano le vergini e le anziane come reliquia.
Meno conosciuta di Tiresia
Vibrò decisa in terra il nodoso bastone di ciechi e indovini
E sulle sue orbite divorate dal fuoco
Dio calò un drappo perennemente bagnato.

 

Dolina

Elleborina verde – Hacquetia epipactis

 

(Il decotto di elleboro veniva usato dagli antichi come potente veleno)

 

Sostavano sull’uscio, era imperativo il loro sostare: 
impietosi, osavano quell’incertezza – sfoggiare era dominare. 
Da quella posizione non se ne comprendeva il numero, 
fuori la stanza delle attese: personalmente ne contai una decina, 
ma certo dal trambusto di ferraglia che cozzava intorno le cinte, 
le punte di ferro che sgusciavano tra le cosce, erano molti di più. 
Avrei giurato di averne riconosciuti un paio, visti giù al paese, 
o dentro i sogni in cui ti inseguono con gambe e braccia di piombo 
e se ti giri, loro svaniscono; 
a quei sogni di solito presto attenzione, suggeriscono il Vero. 
L’ultima volta pigiati all’interno delle ossa non li vedevo 
ma li percepivo perché ad ogni movimento 
lanciavano un garrulo grido: ridevano di me. 
Poi degli ubriachi hanno sostato sotto la mia finestra 
fino alle prime luci dell’alba ch’è durate ore, non dormii più. 
Questo per dire che non sono sicura delle facce, o dei miei ricordi. 
Potrebbero essere inquisitori anche se manca loro l’altezza 
(la stazza è importante in certi mestieri). 
Poiché si era creato grande imbarazzo per la loro presenza 
ci concentrammo tutti sotto i muri della stanza delle attese. 
La carta da parati ormai spenta presentava strappi 
intorno alle poche aperture da cui filtrava luce, 
ogni tanto un guizzo di colore combaciava 
con una qualche lontana realizzazione: 
per la prima volta riconobbi l’elleborina verde 
in formato grande su sfondo azzurro. 
Dalla sua bocca squamosa piccoli capezzoli gialli 
stillavano il vile veleno, raggiro del corpo; 
l’insolita fragranza del desiderio privo d’oggetto. 
Ma non era un dio a cercarci? 
Non stavamo dunque tutti lì, in attesa 
con questi petali d’intorno a contenerci 
a proteggerci col loro veleno dagli altri, 
dal loro e nostro imbarazzo 
per le prossime esecuzioni?
Nessuna pressione, nessun sussulto sotto il silenzio della pelle. 
Erano ali, sottili affilate per fendere nell’intima corteccia dell’umano; 
era la resina ai nostri piedi fino alla fonte di dolore, 
l’epicureismo delle fibre, la vita rivoltata dentro sé. 
Così uno dopo l’altro ci sciogliemmo in versi, 
palpebre tremule dentro un concerto di sillabe; 
miele di suoni invertebrati ancestrali, impronunciabili 
se non per una volta. Suoni privi di ritualità. 
Era il peso dell’atomo che cantavamo, e fuori 
lo stridere di spade e strade senza mistero.

 

Giorgio Linguaglossa
Chiara Catapano con Agathì Dimitrouka Atene, 2017

Landa e boscaglia
Orchide maschia – Orchis mascula

 

(I fiori della maggior parte delle specie di Orchis non producono nettare)

 

Sopra le tombe di due sconosciuti elleni

 

Accanto, noti con dispetto, ecco 
la forma precisa di cui siamo fatti: solido fumo.
Lì dove indicavi: due statue, vette d’Olimpo 
nel bianco poroso del marmo, e venature 
strette rughe di divina bellezza. Le nostre tombe. 
Noi non siamo né belli né eterni, 
ma lo specchio convesso dei nostri pensieri 
vedi come ne riflette le posture, i modi, le intemperanze? 
Siamo già parte di questo immaginario: la città salva,
la sdegnosa ferita. Oltre, ancora statue. 
Un Ermes fluido come mercurio, dall’anca flessuosa 
ripiegato giunco, osserva di sbieco l’entrata, la valuta. 
Egli sa che da lì prima o dopo dovrà passare. 
Pare effeminato perché gli hanno esagerato la dolcezza 
della spalla, la lunghezza delle dita; 
accennano alle ventose cime, ai luppoli flessi dal loro stesso peso
le curve femminee eleganti. I giganti di terra: 
pure impenetrabili senza l’ala di Ermes. 
Cosa sono queste statue? Le nostre memorie, i destini? 
Le gradevoli ineffabili intermittenze, 
alter ego affidati a uno stato senza tempo?
Sto, mi fasciano i polsi bende ricoperte di canfora,
è notte fonda e siccome non riesco a dormire mi porti al museo. 
Credo tu mi voglia abbandonare, forse scambiarmi 
con un simulacro che mi rappresenti 
ma perfetta, senza ferite. 
Parlo con Ermes. Con lievi mani 
ho sfilato dal baccello dell’orchidea il sorriso del dio. 
Ibico risuona dentro lo stesso sorriso, 
raggelato ecco si scioglie alle prime luci dell’alba:
Insonni lucidi albori dèstino usignoli.” 
E come ferraglia cantano i nostri cuori. 
Il mio più del tuo stona. Oh! abbandoniamo il museo, 
la sua storia ci fa ancora più piccini, soffio d’inutilità: 
solido fumo, come dicesti. I nostri usignoli erano desti, 
vegliavano tutta notte il ritorno
hanno perduto ogni bellezza per salvarci. 
Allora lascerò cadere le vesti, permetterò ai turisti 
di scambiare jeans e pullover con un solo, lungo peplo. 
Prima mi farò detergere d’olio di sandalo
e il dio-donna dominerà in me ogni istinto 
con il suo fallo di pietra. 
Pigiata al suo cospetto di vergine, mi farò dominare. 
Tu ormai non ci puoi fare più nulla: è pronto il talamo saffico
e il suo fallo, aperto e roseo come l’orchide maschia mi reclama. 
Poi torneremo a casa, e se lo vorrai, potrai avermi. 
Attraverso me, la purificazione.

 

Giorgio Linguaglossa

 

Dolina
Rosa Canina – Rosa Canina L. 1753

 

Di dove cadono le rose, mi suggerì un giorno il verso scarno – scabroso verso – 
nell’ululato tardo del mare, quando scura l’ora ed ogni minima et fecunda 
sfocia in giusto brivido prima di infilar la chiave e scomparire nell’ombra della casa.
Di dove cadono, senza mutar stagione o tempo, senza scroscio o strepito: nell’indifferenza. 
Sarebbe a dire, e così è, che la bellezza odia il fermento e quando si consuma – se si consuma – 
non dà nell’occhio, non fa pettegolezzo della sua condizione, né freme: non sgrana o diminuisce. 
Tace tutt’al più pure la morte: la propria, dico, quasi fosse un che da benedire.
Così misuro il petalo cadere con strepito di pancia, col dolore viscerale del bimbo
nel primissimo giorno di scuola: con quell’attesa di nulla, quella animale 
istinto che nulla crede possa accadere. È attesa, punto, di un vago piacere: 
dell’amore o del perdono. Che mi vengano a prendere fuori da scuola 
al termine del litigio o della festa, dove non esisto. All’estremità opposta della rosa 
su quell’equilibrio di spine, nella sospensione tra due dolori. 
Nel ventre di questa ferocia ch’è vita. Tornino qui, alla mia età di uomo, 
alla quintessenza della forza, all’età che spezza regole e tormenti. 
Tornino alla fonte risalendo la corrente, facendosi piccoli 
come io son stato. Tornino e m’accarezzino la fronte, dentro la febbre 
a cercar conforto. Dunque forse (forse) comprenderanno 
l’insolidità di questo male e il suo contrario, così assimilabili e ondosi.

 

Giorgio Linguaglossa

 

 

Senza titolo

 

                                               “E il modo delle acque di sciacquarsi sempre a riva

 

Quel modo, un’illusione.
Noi dentro-tirati, noi fasci d’onde;
Dove mi hai lasciato, quando non mi conoscevi?
Sotto la rosa dei venti, dentro un concetto
Tra Nord e Nord-Ovest.
Dunque sono, leggero stormire di schiume
Se imparo la ripetizione delle cose
Come atto unico dell’anima.
La tua e la mia antichità non hanno voce:
Solo onda dopo onda dopo onda: senza un poi.

 

Interposta frequenza mio tuo nome,
Tuo mio risorgere e inabissare;
Mio tuo cristallo tra due suoni
Tuo mio spezzare con forza il baccello.
Mio tuo crescere decrescere
Tuo mio abbattere
Mio
Tuo.

 

Fresco d’alba, l’attimo
Aperto sopra un prima e un dopo,
Tuo mio battito, mio tuo ristoro
Mio tuo fruttificare, tuo mio assimilare.
Lo sanno le famiglie dei pesci 
Dentro i più cupi abissi inviolati
Dalla sottilissima qualità della luce.

 

Sciacquarsi sempre a riva è 
Una qualità non più azione 
Agìta nello spazio di separazione. 
Tra due io distinti. La tua quasi dissoluzione 
Avverte l’etere in fiamme, ribalta
L’abisso indistinguibile dentro la luce.

Quando tornai era sera
E il mio nome cantava le tue rinascite.

 

Giorgio Linguaglossa

da sx, Steven Grieco Rathgeb, Chiara Catapano e Franco Di Carlo, Roma 2017

 

[La poesia prende l’avvio da un verso di “O Maistros – all’Epiro – Vento e asfodelo” , di Steven Grieco-Rathgeb]

 

Autunno D’agosto
(2017-08-10)

 

Ti tengo nel mio utero cielo.
Ti tengo sollevato, dentro la terra.

 

Sole quadrupede acceso, un sole di resina, alza aghi di soffio, vento soffio su polvere accesa.
Ora vedi il sole d’agosto, sole agostano riverbero suono. In Piazza Vittorio gli alberi son tutti carcasse: vibrano in cima il riposo dell’ombra, lo zufolo-ombra s’acquatta nell’alto, ritira l’onda d’abbraccio, sbreccia l’opale ferroso di luce che agguanta la terra.
È pura solitudine il guanto che avvolge le cose.

 

Ti tengo nel mio utero cielo.
Ti tengo sollevato, dentro la terra.

 

E culla il tiglio in Viale Aventino i pianti d’ipsofillo, latte accartocciate d’abbandono. È un autunno d’agosto, stagione dentro stagione 
– dici –
Piovono grappoli d’ombra senza più linfa, piovono secche radure.

 

                                                                                       Frinire di linfa, 

crepita piano.
Un autunno d’agosto che vive sotto le chiome, che impazza dall’alba al tramonto e impenna la notte in rivoli-foglie, 
in rivoli giallo-marrone, 
in sacche d’asciutto vibrare.

 

Ti tengo nel mio utero cielo.
Ti tengo sollevato, dentro la terra.

 

Quaggiù è un autunno d’agosto, un lento soffrire di luce. 
Osserva il silenzio del ramo: l’ala acuta, il protendersi ingenerato.
Non rami ma il loro protendersi:
di questo parliamo quando parliamo degli alberi,

 

e il loro lento vibrare la luce, insinuarla al compianto dell’acqua.
Ora tutto è suono. Di seta e fuoco sotto le scarpe. Suono d’ancoramento, suono-fittone al ramo di retina, 
dove tutto s’illumina il suono.
Dove tutto s’acquatta, diminuisce. E il risveglio lento fluisce dai muscoli al cuore, tutto l’essere contaminato di luce. 
I suoni sono luce. Un concerto d’agosto. Un frinire di suono ingenerato.

 

E ti tengo dentro il mio utero cielo.
Ti tengo sollevato, dentro la terra.

 

*

Giorgio Linguaglossa

Ti tengo nel mio utero cielo.
Ti tengo sollevato, dentro la terra

 

Luce solida, polvere di carta.
Luce solida-attesa, fittile presenza. Ruspe in lontananza.
Polvere natante, plasma disgregato, sgorgato da una ferita di luce.
Le ruspe silenziano il paesaggio.
Alberi d’osso, pallidi dentro il passaggio silenziato dei motori,
ti agguanta fermo la luce, il suo suono immobile. Lievemente oscilla occipitale
la testa febbrile d’agosto cosparsa di foglie secche acquattate, 
di rintocchi feroci dalle chiese cinguettanti
nella breccia tra due suoni di luce.

 

Ti tengo nel mio utero cielo.
Ti tengo sollevato, dentro la terra.

 

Quattro sbuffi di nuvole inchiodate ai rami. Il ferro del chiodo nella docile carne del tronco, ombra luminosa in retina accesa. 
La terra ribolle di polvere viola, polvere grigia-autunnale, polvere cicala che frinisce dentro l’ascolto.
Verdeggia altrove il pensiero. 
La nuvolaglia dei pensieri-ortiche.
È una notte di giorno il miracolo dell’insondato pensiero, snodato tra cielo e terra, suono riverberato e tattile. Il cuore autunnale nell’astro d’agosto che pompa luce alle periferie.
La notte non arriva, l’appena rugiada del giorno. 
Silenzio completo tra i rami che coperchiano il fragile azzurro. Silenziano il fragile azzurro.
Dove nasce il pensiero?
Nasce sospeso. Non dove, ma chi.
                                                     Non chi, non quando.
Le valve del tempo nel tempo intimo, tra luce e suono.

 

Ti tengo nel mio utero cielo.
Ti tengo sollevato, dentro la terra.

 

Ed entra il giorno dentro la notte, penetra piano.
L’immagine sbriciola se stessa, niente è più come appare. 
Un guado nel nuovo cammino, l’immagine ferma si attende.
L’aria sterile, aria fasciante di carta, 
lassù un piccione.

 

Tutti francobolli ritagliati nel suono e nella luce.

 

Giorgio Linguaglossa 

Quattro sbuffi di nuvole inchiodate ai rami

 

 

Commento di Giorgio Linguaglossa

cara Chiara Catapano,


qui, in questa poesia [“Autunno d’agosto”], si può parlare di un salto qualitativo e quantitativo più che di evoluzione o di crescita della tua poesia… si vede che l’impatto con la nuova ontologia estetica ha avuto su di te un effetto travolgente, direi che ti ha liberato dalle zavorre epigoniche, dagli impressionismi paesaggistici, ti ha dato la spinta giusta per correre con tutta la forza delle tue gambe, di inoltrarti nella nuova poesia… ma l’hai fatto con le tue corde e i tuoi strumenti, questo è significativo. Direi che hai fatto un balzo prodigioso ben oltre l’ultimo Bacchini de I canti territoriali (2009), dove però lo spettro lessicale e tematico del poeta parmense resta tutto nel cono di luce della poesia parmense e, retrospettivamente, post-bertolucciana. In questo poemetto invece c’è uno spettro lessicale amplissimo che coniuga toponimi romani e gestualità esistenziali… anche gli oggetti, con quei tuoi composti verbali tipici della tua manifattura (cielo-utero, luce solida, polvere di carta, sbuffi di nuvole inchiodate ai rami, etc.), diventano irriconoscibili e si mescolano alle tonalità espressionistiche diffuse a piene mani in un metro disarticolato e irregolare che non si lascia irreggimentare né tantomeno suturare da interventi esterni. Apprezzo particolarmente, infine, il tuo non cedere alle tentazioni di irrorare il tessuto della poesia con effetti medicamentosi e oggetti facilmente accessibili e riconoscibili. Di fatto, la poesia si presenta estranea e refrattaria ad una semplicistica ubicazione critica, è fatta per depistare i facili idioletti critici rendendoli inutili e fuorvianti. Questa tua poesia richiede un nuovo tipo di ermeneuta, un ermeneuta che ancora non c’è, oserei dire.

 

 

Giorgio Linguaglossa
Tace tutt’al più pure la morte…

 

Lettura di Letizia Leone a Erbario minimo triestino

 

Il mestiere del poeta è questo “portare alla presenza” sembra ricordarci Chiara Catapano con il suo appellarsi alla natura, all’eidos del fiore, alla sua forma intatta lungo il flusso inarrestabile del tempo. 
La natura è poesia, poiesis, in quanto in essa la Forma viene alla luce spontaneamente: “qualsiasi causa capace di addurre una cosa dal non-essere all’essere è ποίησις” (Platone, Convito, 205b).
Eppure qui il richiamo viene subito riposizionato nei limiti minimi e omeopatici di una possibile terapia per il nichilismo post-moderno perché appare evidente come queste erbe e queste piante siano organismi complessi. Oltre la clorofilla possiedono la proprietà interna della memoria e irradiano l’energia poetica della loro durata storica. Sono erbe antropizzate dalla registrazione dell’esperienza. Una esperienza storico-letteraria s’intende, dato che Proust ci convince del fatto che la vita vera sia la letteratura in quanto “vita registrata, fissata in un documento, e resa quadrimensionale…” 
Se in ultima istanza insieme al lungo, al largo e al profondo c’è anche il passato, come afferma il filosofo Maurizio Ferraris, “per l’osservatore proustiano c’è un istante privilegiato, il presente, il punto dello spaziotempo in cui l’osservazione avviene. (…) Una scia quadridimensionale, una connessione con il passato che favorisce l’integrazione di percezione e memoria”.

 

Il fiore è avvento, attimo, “punto dello spaziotempo”, presente caduco già svanito nella sua traccia. In questo “Erbario minimo” sfilano i fiori. Fiori strappati alla dimenticanza grazie alla “terza dimensione della poesia” come la chiama Elytis: lacerti, disiecta membra, numinose figurazioni la cui nominazione è la cruna d’accesso ad un immaginifico e stratificato discorso poetico. Si potrebbe dire, parafrasando O. Mandel’štam, che questi cursori vegetali siano input, “segnali-onde semantici” che una volta compiuta la loro funzione si defilano: mettono in atto una particolare strategia compositiva dell’ “immagine esteriore esplicativa” che avvia “il proprio comando programmatico nel processo di genesi della parola”. Avviano la costellazione delle digressioni poetiche.

 

L’autrice stessa in una nota chiarisce il senso di queste figurazioni che magnetizzano l’orizzonte di certi passaggi lirici assemblati in fotogrammi e associazioni analogiche: “Erbario minimo, ovvero ogni pianta o fiore qui citato mi suggeriva incursioni e suggestioni cui ho dato liberamente voce.”
Oltre i precisi riferimenti floreali e simbolici, l’immersione nella memoria collettiva. 
“Risalendo inversamente la scala del tempo” recita un verso della Catapano, ma un tempo non euclideo, un tempo fluido oscuro dove galleggiano impressioni, registrazioni, frammenti di Storie e acuti di tragedia. Il velo dell’allusione vegetale è lacerato immediatamente.
Questi “Eterni sussurri” del dolore lanciati nell’etere da un coro afono rimbombano in una cavea vuota, con-fusione di voci plurali, intime, interiori intercettate dall’ orbitale largo del verso ipermetro della Catapano.

 

Così uno dopo l’altro ci sciogliemmo in versi, 
palpebre tremule dentro un concerto di sillabe; 
miele di suoni invertebrati ancestrali, impronunciabili 
se non per una volta. Suoni privi di ritualità.

 

A sottolineare la scissione definitiva tra testo letterario e società, tra lingua della poesia (sulla quale grava il peso dell’incomunicabilità) e la lingua massificata del gergo mediatico dell’industria culturale, dato che il fantasma più inquietante è il lettore. La scomparsa del destinatario del messaggio poetico. Scriveva a proposito Vincenzo Consolo: “…ormai la cavea è vuota, deserta. Sulla scena è rimasto solo il coro, il poeta, che in tono alto, lirico, in una lingua non più comunicabile, commenta e lamenta la tragedia senza soluzione, la colpa, il dolore senza catarsi”. Scrive la Catapano: “senza scroscio o strepito: nell’indifferenza”

 

Di dove cadono le rose, mi suggerì un giorno il verso scarno – scabroso verso – 
nell’ululato tardo del mare, quando scura l’ora ed ogni minima et fecunda 
sfocia in giusto brivido prima di infilar la chiave e scomparire nell’ombra della casa.

 

…bellezza odia il fermento e quando si consuma – se si consuma – 
non dà nell’occhio, non fa pettegolezzo della sua condizione, né freme: non sgrana o diminuisce. 
Tace tutt’al più pure la morte…

 

Un archivio umanistico giace nella dimenticanza, o per meglio dire nell’impossibilità di una trasmissione viva e vivificante “il passato ha perso la sua trasmissibilità, e, finché non sarà stato trovato un modo nuovo di entrare in rapporto con esso, può d’ora in poi essere soltanto oggetto di accumulazione”. (Agamben) La poesia di Chiara Catapano vorrebbe uscire da questa impasse post-moderna, vorrebbe tentare una impossibile riconciliazione: vorrebbe ri-fondare “il presente (attimo caduco del fiore) come rapporto tra passato e futuro”. Mediare la minaccia di una fruizione distratta di una civiltà umanistica in cui l’uomo moderno non si riconosce più. Là dove, svanita la memoria, anche l’autore è morto nell’avvento di un presente storico che opera con altre strutture di pensiero, quelle della civiltà virtuale e mediatica.

 

Il poeta ormai parla una lingua morta, come il greco o il latino? Figura anacronistica, custode inascoltato della “casa dell’Essere, di certo arriva da un altro tempo e deve riseminare il terreno con i semi di un’epica senza trama. È un naufrago: Ritrovai il poeta steso sopra una roccia, le braccia aperte / E palpebre rovesciate da cui scaturiscono cieli.”
Il testo che apre questa prima sezione è dedicato alla “Campanula piramidale – Campanula pyramidalis L.”, della quale ci vengono fornite informazioni botaniche: la campanulacea, fiore dalla sinistra nomea di “campana dei morti” puntella il testo da un episodio di lutto (che irrompe con l’evocazione della scultura di Antonio Corradini situata nella Chiesa di san Giacomo Apostolo ad Udine) liberando un ricco materiale di suggestioni, di sensi interni, tracce e solchi emotivi profondi. Le materie sepolte cercano luce e presenza. Dalla messa a fuoco di un dettaglio i fatti/le storie irrompono come fantasmagorie (o simulacri, come li chiama Linguaglossa):

 

La carta da parati ormai spenta presentava strappi 
intorno alle poche aperture da cui filtrava luce..

 

I Fiori come forme di un eterno presente. Come le Campanule che “Durante i mesi freddi …perdono la parte aerea” per ricominciare a germogliare la primavera successiva. Il fiore è il logos, memoria cosmica, monumento vivente di un portato simbolico di folklore e civiltà, di tempi sacri o biblici:

 

E risalendo inversamente la scala del tempo, dalla famiglia
Passò a Sur sulle ventose coste del Libano:
Baciò i cedri sacri e fondò la guarigione iniziatica…

 

Soprattutto i fiori fragranti di queste poesie riescono a tenere il tempo aperto: successione tramutata nella simultaneità. E ci confermano che la migliore poesia di oggi è sempre un metatesto.

 

Giorgio Linguaglossa
A questo non troverai rimedio in nessuna religione

 

Chiara Catapano 
traduzione di Steven Grieco Rathgeb

 

Selezione da Alimono

 

IV

 

Perdona giovane barbara creatura, se pronunciare il tuo nome
Ancora mi crea sconforto: perdona la nostra bianca disperazione d’uomini.
Danza sull’amara lingua delle lettere, M-E-D-E-A
senza sforzo l’approssimarsi del dolore.
È come rompersi di guscio deglutito nel becco-pellicano
La tua ombra sul mio capo.
Da questi lidi, partire e tornare sempre da stranieri
Corrompe la natura tua non meno di quella del falco
Che nuota nella luce sopra le nostre teste.
Medea, fil di voce piegato come pallida guancia sulla spalla dell’amato
Perduto,
E sulle carni dei teneri figli, 
Andati anch’essi come navigli senza timoniere.

 

Per come vanno le cose nel solco della vita,
Per come vi si conficcano, eterne:
A questo non troverai rimedio in nessuna religione.
Il tuo corpo è il ciborio che andavi cercando, gli schiavi da liberare i sensi
Prostrati sotto veli di dubbi.
Ci hanno ascoltati tutti gli dei del poeta,
Ascoltati ed esauditi eppure
Brancoliamo esauste nello stesso buio:
Tu ed io, Medea, scortate dalle falangi d’Alessandro
Il cuore afflitto come terra dopo il temporale.
Non comprendiamo il perché certi giorni di così cupa disperazione.

 

VI

                                                                                    Allora entrai nella mia casa vuota.                                                                                                                                    (Seferis)

 

Torna Ulisse dopo cent’anni. 
Torna alla sua casa vuota dove morti son tutti:
Morto Telemaco, intonaco d’infiniti viaggi in cerca del padre,
Morta Penelope appesa al legno dell’attesa-croce-telaio;
Morti i Proci e nessuno ricorda più tirannia o l’odore di schiavitù.
Morto anche il fido Eumeo ed Argo, che mai più rivedrà il suo padrone.
Cent’anni, egli ancora fresco gagliardo: nessuno ad attenderlo, nessuno

 

Che infine imparò ad addomesticare la morte.

 

Sono di vento le stanze: la luce gli scuce le palpebre.
Dietro i gradini imperlati di notti antiche, la nostra memoria;
Dietro i vagiti di statue corrotte come bambini alla guerra,
Lì sorge la nostra dimora. Mia gioventù…
Non sono solo, sotto l’arco dell’uscio: con me cupi trafficanti di schiavi

 

Stringono in pugno qualche piuma di palpitante cutrettola,
E i loro palmi graffiano al cuore la viva mia porta.
Mie stanze.
Una sordità puerile incide latte sui capezzoli ad Artemide;
Un’età che vale quanto una vita intera, affilata falce dell’incomprensione.
Ecco, vedo avanzare Maria Nefèli, fiocco di neve che sposta l’equilibrio del mondo.
Questa sorte mi son tirato in grembo e filo e fuso
Perché vi sia chi un giorno recida ogni mia conoscenza. 
Così Maria Nefèli dispiega sulle sue gambe le minute ali della cutrettola.

 

Parla ad un’ombra. Dentro di lui il mare ha corroso ogni cosa.
Non esiste destino che possa alloggiare nell’immobile gesto del tempo

 

Come in questa mia casa.
Questo rifugio, non porta neppure ricordo di guerra.
Ah, non poter morire! Mentre ogni cosa cara ci viene a mancare. 
La casa come chiusa palpebra, trema.
Quale l’oscurità nell’assenza?
Qualcuno ha acceso dei ceri nelle stanze disabitate,
Attende lo schiudersi minimo, un’inflorescenza
Dopo tanto vagare.
Ecco la prima radice dell’uomo, suggerisce Maria Nefèli:

 

La prima radice è di sale.
A questa altre seguono, e come solide dita agguantano
Della terra resurrezione.

 

IV

 

Forgive me, barbarous young creature, if I am still distressed
when I utter your name: forgive us humans for our white despair.
Dance on the bitter tongue of the letters M E D E A
Pain’s effortless approach.
Your shadow on my head
Is like swallowed shell breaking in pelican-beak.
To leave these shores and always return to them like strangers
Corrupts your nature no less than it does the hawk’s,
Now swimming in the light above our heads.
Medea, thinnest voice bent like a pale cheek on lover’s shoulder
Lost,
And on the children’s tender flesh,
They too departed like vessels without a helmsman.

 

By how things go in life’s furrow
How they are lodged inside there, eternally – 
In no religion will you find a remedy to this.
Your body is the tabernacle you sought, the slaves to be set free 
Your senses weighed down by veils of doubt.
All the gods of the poet listened to us,
Listened and fulfilled us, and yet
We grope tiredly in the same darkness:
You and I, Medea, escorted by Alexander’s phalanxes
The heart afflicted like the soil after a storm.
We fail to grasp the reason for days of such deep despair.

 

VI


                                                Then I entered my empty house

 

Ulysses comes back after a hundred years.
Returns to his empty house where all have died:
Telemachus dead, the stucco of endless journeys in search of his father,
Penelope dead, hanging from the wood of the loom-cross of waiting;
The Suitors dead and nobody to recall any tyranny or smell of slavery.
The trusted Eumaeus also dead; and Argo, who won’t see his master again.
One hundred years, and he’s fresh, vigorous as ever: nobody waiting for him, nobody
Who at last learned how to tame death.

 

The rooms are of wind: light unstitches his eyelids.
Behind the steps beaded with ancient nights, our memory;
Behind the mewling of statues as corrupt as children to war,
There stands our dwelling. My youth…
I am not alone under the archway: beside me grim slave traffickers 
Grasp in their fist a few feathers of the quivering wagtail,
And their palms scratch my live door to the heart.
My chambers.
A childish deafness cuts milk into Artemis’ nipples;
An age that’s worth a lifetime, incomprehension’s sharp scythe.
There, I see Maria Nefeli come forward, a snowflake that shifts the balance of the world.
This is the fate I’ve pulled onto my lap together with the thread and the needle
So that one day somebody may cut off my entire knowledge.
Thus Maria Nefeli unfolds the wagtail’s tiny wings upon her legs.

 

He speaks to a shade. The sea has corroded all inside him.
There is no destiny that can dwell in time’s motionless gesture
like in this my home.
This shelter: it doesn’t even carry memories of war.
Ah, to be undying! While all we cherish goes missing.
The house, like a closed eyelid, quivering.
In absence, what darkness?
Someone has lit candles in the uninhabited rooms,
He waits for the least opening, a flowering
After wandering so much.
Here is man’s first root, it suggests Maria Nefeli:
The first root is salt.
Others follow it, and like solid fingers they grasp
earth’s resurrection.

 

 

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