Petr Král POESIE traduzioni di Antonio Parente, con una Presentazione di Donatella Costantina Giancaspero

 

Giorgio Linguaglossa

Giorgio Linguaglossa
Quando dietro la silhouette maturata del passante avanzi un po’ fino alle Zattere

 

 

Presentazione di Donatella Costantina Giancaspero

 

Se in Internet cerchiamo Petr Král, ovvero uno dei maggiori esponenti della letteratura ceca contemporanea, verifichiamo un dato che ci rattrista e ci rallegra al tempo stesso: solo la nostra rivista telematica, LOmbra delle Parole, gli ha dedicato ampio spazio. Pochi altri blog si sono limitati a pubblicarne due o tre poesie, al massimo, insieme a qualche breve cenno biografico, senza altro commento.

 

Però, l’altro giorno, cercando appunto in Internet Petr Král, mi sono imbattuta in una bella notizia: a Torino, nell’ambito della III edizione dello “Slavika Festival” (dal 18 al 25 marzo), è stata presentata l’edizione italiana di Nozioni di base (Miraggi Edizioni), un centinaio di brevi prose dello scrittore ceco, tradotte da Laura Angeloni. Precedente a questa pubblicazione, è l’eccellente antologia Tutto sul crepuscolo, che raccoglie la produzione poetica più rappresentativa di Král, realizzata con grande cura da Antonio Parente, per Mimesis (2014): lo stesso editore che, già nel 2005, aveva riunito, nel volume Sembra che qui la chiamassero neve, una pregevole selezione della poesia ceca contemporanea. Tra gli autori, il nostro Petr Král.

 

Nonostante questo, è sempre troppo poco per conoscere un poeta, prosatore, traduttore, saggista, autore di opere sulla storia del cinema; un grande intellettuale, insomma, che guarda la realtà con occhi “spesso piuttosto perfidamente obliqui”, come Král dichiara ironicamente nella nota introduttiva alla sua antologia Tutto sul crepuscolo.

 


Giorgio Linguaglossa
Petr Král, grafica di Lucio Mayoor Tosi

 

Ma chi è Petr Král?

 

Petr Král nasce a Praga il 4 settembre 1941, in una famiglia di medici. Dal 1960 al 65 studia drammaturgia allAccademia cinematografica FAMU. Nellagosto del 1968 trova impiego come redattore presso la casa editrice Orbis. Ma, con linvasione sovietica, è costretto ad emigrare a Parigi, la sua seconda città per più di trent’anni. Qui, Král si unisce al gruppo surrealista, che darà un indirizzo importante alla sua poesia. Svolge varie attività: lavora in una galleria, poi in un negozio fotografico, anche come insegnante, interprete, traduttore, sceneggiatore, critico, collaborando a numerose riviste. In particolare, scrive recensioni letterarie su Le Monde e cinematografiche su LExpress. Dal 1988 insegna per tre anni presso l’Ecole de Paris Hautes Études en Sciences Sociales e dal „90 al 91 è consigliere dellAmbasciata ceca a Parigi. Risiede nuovamente a Praga dal 2006.

 

Petr Král ha ricevuto numerosi riconoscimenti: dal premio Claude Serneta nel 1986, per la raccolta di poesie Pour une Europe bleue (Per unEuropa blu, 1985), al più recente “Premio di Stato per la Letteratura” (Praga, 2016).

 

Tra le numerose raccolte poetiche, ricordiamo Dritto al grigio (Právo na šedivou, 1991), Continente rinnovato (Staronový kontinent, 1997), Per l’angelo (Pro Anděla, 2000) e Accogliere il lunedì (Přivítat pondělí, 2013). Autore anche di prosa e curatore di varie antologie di poesia ceca e francese (ad esempio, l’Anthologie de la poésie tcheque contemporaine 1945-2002, per leditore Gallimard, 2002), è attivo come critico letterario, cinematografico e d’arte. Ha collaborato con la famosa rivista Positif e pubblicato due volumi sulle comiche mute.

 

La creazione poetica di Petr Král è segnata, come abbiamo detto, dall’incontro con il surrealismo. Il tema centrale è il rapporto tra realtà e immaginario. Un rapporto che, durante gli anni Settanta, diventa via via più articolato e conduce il poeta ceco verso esiti espressivi e formali di particolare interesse: la sua poesia si configura quasi come una sorta di commento della realtà, che mescola le esperienze quotidiane più banali, gli oggetti di uso comune, con l’istantanea psicologica dei personaggi, avvolti da un alone di vuoto. I luoghi descrivono gli interni domestici, dove va in scena la vita quotidiana, oppure appartengono al paesaggio urbano: strade, piazze, autobus, lampioni, treni, stazioni avanzano sulla pagina, e, spesso, un interlocutore muto condivide il colpo docchio e le riflessioni che ne scaturiscono, gli interrogativi sul significato dei gesti, sul senso di unaffannosa, quanto frustrante, esistenza. Il tutto reso in modo tale da evitare il pur minimo ristagno nel cliché del patetico. In questo contesto, l’angolo visuale dal quale si osservano le cose risulta, per così dire, “spostato” rispetto alla prospettiva consueta, quella frontale, da cui ci affaccia da decenni la nostra poesia tradizionale. Viceversa, la prospettiva di Petr Král è resa di scorcio. Per questo motivo, il discorso che ne deriva non è diretto, esplicativo, ma rimane nel non-detto, è sottinteso, mascherato, indirizzato su percorsi periferici, inconsueti. Un certo ispessimento, o indurimento di espressione, e, ancora di più, il suo contrario, ovvero quel senso di ironia e auto-ironia, peculiare di talune poesie, possono essere interpretati come una reazione difensiva contro la transitorietà del mondo, contro il nulla. E l’effetto di mascheramento che lironia produce, quell’apparente alleggerimento della parola, rende, al contrario, più manifesta la sofferenza esistenziale e la malinconia che laccompagna, il dramma che la suggella.

 

Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa

 

 

Petr Král

 

Appiè di fanfara

                                                                                  a Claude Courtot

 

Di tutti i mezzi espressivi, la musica è quello che, probabilmente, ci delude meno. Soltanto l’ascolto di alcuni dischi fonografici, quali le prime registrazioni “giunglesche” dell’orchestra di Ellington, è capace di placare almeno un po’ quella fame interiore ed indefinibile che regolarmente si impossessa di me nel periodo pre-natalizio, nelle giornate insoddisfacentemente brevi di inizio inverno e scorcio anno. Soltanto con quei suoni preziosi e soprattutto, naturalmente, con i toni leggendari della cornetta di Armstrong di fine anni Venti, riesco a venire a patti con la malinconia che mi assale nelle serate estive e di fine primavera, quando la vita rivela in maniera così opprimente tutta la sua vana bellezza.

 

  La musica non lascia in bocca lo sgradevole sapore della disillusione, poiché è sempre pienamente presente e si concede alla nostra solitudine senza riserve, proprio quelle per le quali altrimenti, volenti o nolenti, deprechiamo – almeno in ultima istanza – ogni altra forma di messaggio poetico, inclusi i testi o le immagini, il cui linguaggio ci pare più confidenziale. Come mezzo di espressione assoluto – e “lingua in se stessa” – la musica non conosce aneddoti di pensieri  nascosti e significati segreti; a chi è disposto ad ascoltare, rivela tutto d’un colpo. Proprio lei, in altre parole, di tutte le arti è quella che meno tenta di fingere che “sotto il reale esistano strati, sepolti o soppressi, di significati, percezioni, realtà o verità”; di dissimulare “che tutto, in particolar modo ciò che vi è di fondamentale, è sempre stato a portata di mano e in superficie”[1]. La profonda veridicità delle relazioni che i toni allacciano con chi li ascolta, nell’istante in cui riempiono d’un tratto l’intero orizzonte acustico, si fonda senza dubbio anche nella congenita amnesia della musica – nel fatto che ogni volta sia di nuovo senza passato, senza futuro e “senza dimora”. La musica esiste soltanto nell’attimo in cui risuona ed è ascoltata; soltanto lì dove risuona e per colui che l’ascolta. In definitiva, ciò  è vero anche per la realtà; tutto ciò che vi è di fondamentale è non solo “a portata di mano e in superficie”, ma è sempre presente proprio ora e qui. O cavalli che galoppate verso l’incendio, siete voi stessi quelle fiamme inquiete, la cui lucentezza avete premura di vedere  sulla vostra pelle umida.

 

  Ed inoltre, come la più “insussistente” forma di soliloquio umano, la musica ha un effetto tanto irrevocabile soprattutto perché la vertigine che evoca si sazia di se stessa: il soggetto, fonte originaria e supremo ricettore di luce che l’essere umano convoglia con la sua presenza nell’oscurità dell’universo, avverte se stesso, come in nessun altro luogo, in tutta la sua futilità e ingiustificabilità, come limpido, infondato amor proprio dell’io e – attraverso quello – di tutto ciò che esiste.  Se è scaturito il bisogno di cantare, parallelamente al risveglio della coscienza umana, senza dubbio la musica – tutta la musica – offre anche una prova assiomatica del fatto che la stessa vertigine provocata dall’esistenza è qualcosa di innato nell’essere umano, e che è stata soltanto soppressa dopo aver presunto di non poter concedersi a lei senza motivazione: non ne trova ragione intorno a sé in ciò che nella natura, nella società e nell’universo vi è di esteriore. Di tutte le certezze che qui all’occasione ha rinvenuto, è dovuto prima o poi rimanere nulla più della cenere della disillusione; l’intero piacere per il dono, che è la vita, si fonda sul fatto che lei stessa è sufficiente motivo e giustificazione. Gioia oltre la speranza e senza la speranza, che non è epiteto occasionale dell’esistenza, ma sua forma essenziale: continuamente presente, vuol essere soltanto invocata dal silenzio, come melodia con la quale acquista voce il respiro umano[2].

 

 E nel caso qualcuno non avesse capito, intendo dire che anche nella musica dell’Internazionale possono essere fonte di gioia i semplici suoni, senza riguardo del programma che devono propagandare.

 

[1]    Antonin Artaud, lettera ad André Breton, 28 febbraio 1947.

 

[2]   La costante presenza della musica è dimostrata in modo particolare anche da alcune registrazioni jazzistiche degli ultimi anni (un esempio per tutti: Forest Flower di Charles Lloyd); quelle nelle quali la modulazione del motivo ricorrente, invece che incidere violentemente la composizione nel silenzio, lascia piuttosto che essa emerga in superficie dal suo profondo.

 

 

Giorgio Linguaglossa

Giorgio Linguaglossa  Giorgio Linguaglossa
(M. Ajvaz e T. Tranströmer – «vi chiedete con cosa riempire gli intervalli inevitabili»)

 

Petr Kral POESIE traduzioni di Antonio Parente

 

Tranne l’ultima poesia, “È qui”, le altre sono presenti nell’antologia Sembra che qui la chiamassero neve e in Tutto sul crepuscolo (Milano, Mimesis Hebenon, 2015).

 

Ora

 

E uno zeffiro rimescola l’oblio nelle pagine del libro
Con i brividi dello sterpeto circostante ci tiene senza fine
in guardia

 

(Per l’angelo, 2000)

 

 

Campagna

 

Il pugno del meriggio
Immagini di palpare in cerca delle cupe viscere del cespuglio
e di trovare il bubbone dell’antica umana cupidigia
Gronda dalle cicale Il bestiame impastato col candido caolino locale
immoto sotto gli alberi lappa l’ombra

 

(Per l’angelo, 2000)

 

 

Visita

 

Aspettate la visita di un amico; l’anticipate immaginando la stazione 
e i suoi gesti, la loro improvvisa vicinanza estranea 
sullo sfondo della giornata vuota. Avete in programma una passeggiata e il pranzo, 
vi chiedete con cosa riempire gli intervalli inevitabili. 
Anzitempo vi inquietano i capricci del vostro amico, la questione del tempo, 
fin quando d’un tratto – tempo nuvoloso ma senza pioggia – arriva l’attesa giornata 
ed ecco il vostro amico, lontano, in fondo al binario. Cortesie appena sufficienti 
aprono il dialogo: sul viaggio passato, su immaginari antichi meriti 
di una regione non particolarmente brillante. E, ma guardate un po’, all’improvviso l’amico è
in cucina, fuma e annusa, giocherella quasi, il suo cappotto appeso nell’ingresso accanto
al vostro. 
Alla luce della sua visita il giorno successivo sembra più angusto, chiuso senza riporto 
attorno. Per un attimo, mentre si mangia, quando non si sa più cosa dire, 
d’un tratto il tovagliolo sul tavolo sembra essere più vicino dell’amico. 
Più tardi, al caffè, lo guardate da lontano mentre osserva il giardino 
e ridete dei suoi sguardi timorosi sulle vostre aiuole, 
che comunque grazie a lui sembrano essere più misteriose, loro 
stesse come se meno sonoramente disposte ai suoi piedi. 
La passeggiata sotto al sole che si allunga attraverso i prati è chissà perché 
quasi inebriante, lo spazio così sovrasta in ogni direzione i volti vivi, vicini e rossastri, 
nessuno sconosciuto né familiare, tutti esistono 
sullo sfondo di solchi fiammeggianti nell’erba. 
Vi sorprendete quasi, quando vi accorgete che è già il momento di pensare al treno 
e di far ritorno alla stazione. Con sollievo però chiudete tutto, salutate con rapidi cenni
al finestrino 
che il vostro amico, già dentro, ha fatto in tempo ad aprire – prima di accorgervi che con la
sua partenza in treno 
d’un tratto l’intero mondo si ritira a margine.

 

(Massiccio e crepacci, 2004)

 

Giorgio Linguaglossa

 

Giorgio Linguaglossa

 

 

Ampi boulevard

                                              Ad Alain e Nicole

 

Il lastrico in un lungo sbaglio; contro sole a volte 
la V capovolta di due gambe sotto la gonna 
e poi ancora soltanto asfalto, niente degno di menzione, silenzio.

Da qualche altra parte, sotto la minaccia del crepuscolo, 
il Museo Britannico, sigaro di sangue nero (pioggia bigia nelle ossa), 
Il suo giornale, Sir Alfred.

 

E così via, il tempo tiepido scorre tutt’intorno, lambisce il marciapiede, 
via così, reliquie, automobili, piogge di capelli, 
cifre segrete sigillate nella polvere. 
Terrazze di ristoranti: al fragile fuoco dei ficus 
mani distinte accennano un fremito sulla soglia della grotta, tra gli spifferi del cimitero, 
sarò lì, troneggiante, nel discreto brusio dei trench, cadute di remoti anelli 
piuttosto in fondo, nella notte macchiata –- 
Sul margine delle terrazze avvenenti burattini, carezzati senza fretta 
dalla vellutata dimenticanza del mondo.

 

(La vacuità del mondo, 1986)

 

 

Con gli anni

Attecchisce sempre più sporco tra le unghie erpeti
nell’intaglio della bocca Alla vigilia di un secolo straniero
il tè nella cuccuma si raffredda dissenziente fino sul fondo

 

(Il continente rinnovato, 1997)

 

 

È qui

 

Buoni a nulla
e battifiacca, ah,
è qui il giorno, 
getta su di noi il suo sguardo.

 

Il giorno odierno, non chiede
nulla, 
è qui, raccoglie il bucato,
aduna i resti della famiglia.

 

Dimenticate il pudore
e le pretese, è qui,
veglia
ai piedi delle vie.

 

È qui il giorno,
mi conosce
quanto voi, apre in noi
gli stipiti,

 

scrive sulla nostra pelle
messaggi per altri.
Il giorno,
è qui più di noi,

 

fa luce in noi
da lontano, guardatevi 
pure intorno,
travi, pennoni abbattuti;

 

alzatevi, 
è giunto il giorno,
sdraiatevi, 
è qui,

 

scarica la luce
sul marciapiede,
in piedi, lui stesso chiede
del giorno,

 

incede
senza vanto,
sale d’attesa, prestiti,
recessi,

 

capannelli vari,
grassi. 
È qui il giorno,
avvicinatevi adagio,

 

senza lampada
e impacco,
passate 
accanto agli attrezzi,

 

voltatevi 
di spalle;
è ovunque,
ovunque gemono

 

i cardini, stagnano
le acque accresciute,
siete dappertutto inastati
nel giorno,

 

issate la bandiera, deponete
le valige,
vuoti e pervasi
dal giorno.

 

(Accogliere il lunedì, 2013)

 

Giorgio Linguaglossa

 

Giorgio Linguaglossa

 

 

Sono qui

 

Quando dietro la silhouette maturata del passante avanzi un po’
fino alle Zattere
tra le panchine di pietra e gli alberi come in un vecchio dipinto
tremolante
– le signore sulla panchina che discutono, il fumo di luci e ombre
sparse leggere lungo la riva
tra gli alberi, pedoni, facciate rosa e grigie – ti ritroverai di nuovo lì
oggi,
e te ne pentirai. Le vecchie signore sono qui come sempre, odierne
e sicure,
è oggi, la pulsazione che riempie fino all’orlo i corpi e la cornice
del quadro, soltanto chi è morto
manca. Il vapore umidiccio della stiratura di vecchie flanelle,
come trattengono sibili
penetra nelle fessure del giorno che si restringono, è presente come
i becconi delle gru
che si profilano minacciosi lì dietro la cala. – Di sicuro non
dimenticano nemmeno di rimpiangere nulla,
di guardare fuori dalla cornice verso il passato e scavare un po’
il quadro
col rimpianto per ciò che fu; nessuna di loro però a casa toglie
la mano davanti alla massa ringhiosa del frigorifero
e davanti al freddo dell’inverno a venire. Sono qui oggi come noi,
nessuno è in ritardo; solo il giorno d’oggi, il pulsare, pietra colma
di pietra
fino al gelido midollo, l’alzare la polvere della luce e il disegno
oscurante degli alberi, delle nostre silhouette
senza un altro strato a parte la profondità della fenditura, della
percezione
e del suo pronunciamento.

 

(da Massiccio e crepacci)

 

 

Giorgio Linguaglossa

Costantina Donatella Giancaspero
 

vive a Roma, sua città natale. Ha compiuto studi classici e musicali, conseguendo il Diploma di Pianoforte e il Compimento Inferiore di Composizione. Collaboratrice editoriale, organizza e partecipa a eventi poetico-musicali.
Suoi testi sono presenti in varie antologie. Nel 1998, esce la sua prima raccolta, Ritagli di carta e cielo, Edizioni d’arte Il Bulino (Roma), a cui seguiranno altre pubblicazioni con grafiche d’autore, anche per la Collana Cinquantunosettanta di Enrico Pulsoni, per le Edizioni Pulcinoelefante e le Copertine di M.me Webb.
Nel 2013, terza classificata al Premio Astrolabio (Pisa). Di recente pubblicazione è la silloge Ma da un presagio d’ali (La Vita Felice, 2015)

 

 

Corsa

 

A Standa

 

Quando, dopo aver pedalato alacremente, raggiungemmo la cima e ci lanciammo in bici giù per il pendio, allo stridore di sollievo della ruota libera, sperimentammo anche l'altra faccia della corsa: non era soltanto dovere ma anche vertigine, ricambiava la sfacchinata della pedalata con uno stato di grazia, come sua verità nascosta e reale traguardo, e solo allora acquistava significato. Quando Hodges porta alle labbra il suo sassofono contralto e inizia l'assolo, non l'affretta, si fa portare dalle sue onde sfuggenti e lascia che di loro risuoni soltanto la vertigine della corsa. Anche Mozart è pura grazia, una graziosa discesa per le scale che basta a far salire fino al soffitto il brusio sottostante della sala, i suoi pizzi e spume. La vertigine è tanto più grande in quanto entrambi, come noi in bicicletta, già calano all'unisono, invece dell'entrata trionfale nell'arena, lentamente ma inesorabilmente vi discendono.

 

Concerto

 

A Tomáš Paul

 

Ascoltiamo il concerto, almeno ci proviamo, a tratti, però, trascuriamo la musica prorompente per il pensiero dei cappotti immobili, che i musicanti hanno lasciato al guardaroba; e poi sono loro stessi a distoglierci, quando girano la partitura con smorfie e  volti arrossati, si asciugano la fronte sudata, non sappiamo cosa scegliere: seguire la composizione oppure quella teatralità peculiare che interpretano con una verve non minore? Solo dopo un po' appuriamo cosa aggiunga alla musica il concerto grazie alla concretezza della cornice – e della situazione -  nella quale è incastonato e dove la impone con ostinazione, a dispetto delle sue ambizioni di trasportarci altrove, oltre lo spazio e il tempo. L'accordatura brancolante, con la quale l'orchestra si prepara all'inizio, fa parte in questo senso dell'esibizione con uguale fondatezza dell'applauso, che si alza alla fine nella sala: soltanto con il modo in cui lasciano che la musica scaturisca e svanisca nell'onda di semplici brusii, che al tempo stesso lei nega e sviluppa, quegli avvenimenti unisoni manifestano entrambi la sua metafisicità. L'unico vero concerto fu di sicuro quello che ascoltammo nella tenda, grazie al suono fortuito di vecchi dischi proveniente dalla vicina villa mentre ci addormentavamo, e nel cui fruscio prima di raggiungerci si stemperò con discrezione lo stormire del bosco notturno.  

 

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