Carlo Livia – Poesie inedite – Luci del desiderio , con una  Dichiarazione di intenti dell’autore e un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

 

Giorgio Linguaglossa 

Carlo Livia è nato a Pachino (SR) nel 1953 e risiede a Roma. Insegnante di lettere lavora in un liceo classico. È autore di opere di poesia, prosa, saggi critici e sceneggiature, apparsi su antologie, quotidiani e riviste. Fra i volumi di poesia pubblicati ricordiamo: Il giardino di Eden, ed. Rebellato, 1975; Alba di nessuno, Ibiskos, 1983 (finalista al premio Viareggio-Ibiskos ); Deja vu, Scheiwiller, 1993 (premio Montale); La cerimonia  Scettro del Re, 1995; Torre del silenzio, Altredizioni, 1997 (premio Unione nazionale scrittori ); L’addio incessante, ed. Tindari, 2001; Gli Dei infelici, ed. Tindari, 2010.

Dichiarazione di intenti di Carlo Livia

Gentili lettori, un autore invitato  – come me, dallo stimato Linguaglossa  – a produrre una riflessione sulla propria opera, si trova in una situazione paradossale e imbarazzante: non potendo riferire analisi critiche e valutazioni estetiche, che ovviamente spettano agli altri, è indotto ad illustrare aspetti e caratteri della propria  esistenza e formazione, magari addentrandosi in anfratti e asperità psico-evolutive, la cui analisi e chiarificazione è spesso così ardua da aver necessitato un’attività inattuale e illucrosa come la scrittura poetica, senza contare l’invincibile ripugnanza che spesso pervade a parlare di sé e dei propri meandri emotivi o spirituali senza travestizioni o trasfigurazioni letterarie, anche se nella poesia post-simbolista  l’ostacolo è parzialmente aggirato dall’eclissi o decentramento dell’io, ineludibile fattore di rimodellamento e rigenerazione di temi e stilemi.

Vorrei quindi accentrare l’attenzione sulla definizione di aspetti emozionali o spirituali costitutivi di eteronomie e anamorfismi culturali e comportamentali che credo caratterizzino il mio mondo espressivo, che forse nella mia precedente confessione non sono riuscito a illuminare a sufficienza.

Presupposto originario è l’angoscia, vissuta come smarrimento di senso, vertigine di tenebra e terrore del nulla, l’Angst dell’esistenzialismo di Kierkegaard e dei suoi fedeli, confine in trascendibile del pensiero spogliato delle illusioni della metafisica dopo Kant. Quasi disabilità o patologia del pensiero  ha eluso in gran parte ogni libertà di scelta, trovando sollievo solo nella lettura di poeti e pensatori che ne hanno condiviso l’esperienza, come Emily Dickinson:

Ci abituiamo al Buio – 
Quando non c’è più Luce – 
Come quando la vicina tiene sospeso 
Il lume – testimone del suo Addio –

Da prima i nostri passi sono incerti 
Nell’improvvisa Notte – 
Poi gli occhi si adattano alla Tenebra, 
e affrontiamo la strada –

Così è nelle tenebre più vaste, 
Quelle notti del cervello – 
Quando nessuna luna ci fa segno – 
Nessuna stella sorge dall’interno –

I più arditi barcollano un istante 
E sbattono talvolta 
La fronte contro un albero – 
Ma appena imparano a vedere –

L’oscurità cambia, oppure 
Qualcosa nella vista 
Si aggiusta alla mezzanotte – 
E la vita procede – quasi dritta.

Giorgio Linguaglossa

Giorgio Linguaglossa

Questo sguardo “aggiustato alla mezzanotte” non consente una vita completamente conforme alle esigenze della maggioranza, capitalisticamente e incomprensibilmente beata di produrre e consumare, e di esaltarsi dei propri trionfi tecnologici (e catastrofi ecologiche), ma si trova costretta a tentare la liberazione dalla oscura prigionia spirituale – epistemica, tentando di decifrare e rappresentare icone ed istanze simboliche e preconsce, attingendole dalla dimensione trascendente da cui sono sorte da sempre mitologie e rivelazioni  religiose.

Altro indivisibile collega d’ambasce ed esplorazioni nei labirinti del pensiero post-religioso è stato Kafka, il cui genio ineguagliato  ha tracciato confini e precipizi della dimora umana a cui la morte di Dio (Nietzsche) ha sottratto senso e conformità all’essere e alla verità. Nei suoi due maggiori romanzi ha descritto, con inaudita preveggenza, alcuni dei più tragici eventi della contemporaneità: nel Processo ( 1914 ), sembra di assistere all’irruzione delle guardie della Gestapo in un alloggio di ebrei, per la loro programmatica eliminazione; nel Castelloappare il simbolico capostipite degli innumerevoli protagonisti dell’infinita diaspora di disperati dei nostri tempi, che approdano in luoghi ostili e inospitali, dove attendono invano, fino all’esaurimento delle forze, riconoscimento e integrazione.

Rimbaud, con tutti i suoi eredi surrealisti, iperrealisti, ribelli e visionari d’ogni etnia e regione, è l’autore che più di ogni altro ha fornito modelli e strumenti etico-estetici per compiere “l’ascolto del linguaggio originale” (Heidegger), cioè tradurre contenuti affettivi ed emozionali, sommersi nell’inconscio, o rivelazioni del Sacro -mutando il logos in melos-  in icone e prospettive simbolico-metaforiche  che rivelano l’urgenza e necessità di violare le strutture obsolete della logica per una rifondazione onto-teologica del soggetto e delle sue forme di rappresentazione. Poco più che adolescente, pervaso dal fuoco d’una paradossale ascesi, satanica e divina, ha intuito e programmato direttive del pensiero poetico ancora valide e feconde (“ Io è un altro.   Non è giusto dire io penso, ma sono pensato.    È  ritrovata infine, cosa? L’eternità, il cielo sopra il mare!” ).

Dopo di lui tutto muta irrevocabilmente, anche chi, come Croce, interpreta la sua rivoluzione come un’imperdonabile profanazione della sacralità di forme metriche, etiche ed estetiche, deve riconoscere l’autenticità della sua disperata tensione di varcare il confine di una nuova dimensione spirituale.

Da questa breccia irromperanno miriadi di inevitabili velleitari e millantatori, che spacceranno per poesia inutili brandelli di entropie e disgregazioni logico-sintattiche, ma anche le migliori risultanze di tutte le avanguardie, che hanno tradotto in codici psicoanalitici, marxisti, strutturalisti, edonisti, psichedelici, ecc. il suo misticismo eterodosso e visionario.

Giorgio Linguaglossa

Giorgio Linguaglossa

A questo punto si spalanca uno spazio senza confini, una libertà d’espressione assoluta, paralizzante e disumana, come il cielo deserto profetizzato da Hölderlin, nessuno potrà più spingersi oltre, anzi serviranno nuovi paradigmi etici e assiologici, nuove frontiere fra io e Dio, finito e infinito, essere e nulla, nuovi codici rappresentativi di questa mutazione delle strutture dell’io, dove risuona, tenebrosa e abbagliante, l’invocazione atterrita ed esaltata dell’Ubermensh nicciano:

“O uomo ascolta, 
che dice la mezzanotte profonda? 
Da un sonno profondo mi sono risvegliata. 
Ogni dolore dice perisci! 
Ma ogni piacere vuole eternità, 
vuole profonda, profonda eternità!“

Forse il ’68, l’ubriacatura rock, la psichedelica e la Beat Generation hanno rappresentato il vertice di questa esaltazione libertaria e dionisiaca, ma non hanno potuto condurre dilatazioni di coscienza e liberazioni morali e politiche a nuove soterie e teologie  post- metafisiche, materialiste e scientifiche, accordate ai nuovi codici antropologici e culturali.

“ La poesia mi ruberà la mia morte” recita un verso di Char, definendo l’auspicio per una funzione salvifica dell’odierno linguaggio poetico, con le sue accecanti trasfigurazioni e mutazioni semantiche,  le sue ellissi, aporie, decomposizioni e decontestualizzazioni logico- sintattiche, per edificare nuove relazioni fra logica e ontologia, e quindi nuove configurazioni dell’io,  come un ponte gettato nella tenebra, verso una verità intuita e vagheggiata, ma ancora inesperita. 

Pazienti lettori,  ringraziandovi per l’attenzione, mi congedo con una favola scritta per la mia nipotina,  testo che forse meglio di ogni  speculazione o illustre citazione riassume lo scenario ideale ed emozionale da cui sorge la mia ricerca espressiva.

 Giorgio Linguaglossa

L’invito

                                              Ai senza patria

  Quando lasciammo le nostre case per metterci in viaggio, non credevamo che avremmo incontrato tanti ostacoli e sofferenze. Speravamo di trovare un’altra terra più ricca e ospitale, dove le nostre condizioni sarebbero migliorate. Ma quel tempo è ormai così lontano che nessuno lo ricorda più, e presto dimenticheremo perfino di averlo dimenticato.

  Ormai non possiamo far altro che andare avanti, cercando ogni giorno di sfuggire a pericoli e minacce che costantemente sorgono sul nostro cammino, cercando faticosamente di alimentare la speranza sempre più debole che un giorno tutto cambi e appaia la terra pacifica e felice da eleggere a vera patria.

  Quando qualcuno di noi, stanco di quest’insensata, dolorosa e interminabile diaspora, ci abbandona e scompare per sempre su strade misteriose e solitarie, tutti ci fermiamo, ci sentiamo ancora più stanchi, e per un momento ci sembra che non saremo più capaci di riprendere il viaggio. Poi, come sempre, gli anziani che ci guidano, studiano l’orizzonte, la direzione dei venti e ci indicano la direzione da prendere, ammonendo i più increduli: l’unica salvezza è davanti a noi.

  Ma è sempre più difficile crederci.

  Oggi, all’improvviso, un giovane sconosciuto è apparso in mezzo a noi. Solo vedendo l’espressione nobile e luminosa del suo viso, ascoltando le sue parole, misteriosamente nuove e rivelatrici, ci sentiamo riconfortati, ricchi di insperato coraggio e vigore, e seguiamo con entusiasmo la sua figura che sembra illuminare il nostro nuovo cammino.

Giorgio Linguaglossa

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  Seguendo il nostro nuovo maestro ci sembra di muoverci senza peso e fatica, come fuori dal tempo e dallo spazio, e in un istante ci appare un luogo misteriosamente familiare: è la casa del Signore! È questa la patria che cercavamo da sempre di raggiungere, senza saperlo. E ora ci ricordiamo anche del Suo invito: da molto tempo ci ha chiesto di venire a trovarlo, e noi avevamo promesso di farlo, ma troppo occupati da pensieri e desidèri di ogni genere, ce ne eravamo completamente dimenticati.  

  Quando giungiamo davanti a Lui, lo troviamo addormentato, nella sua poltrona a dondolo, sospesa fra le nubi.

  • È colpa nostra, lo abbiamo fatto aspettare troppo a lungo!
  • Ecco perché sulla Terra tutto andava così male!

  Vergognosi e intimoriti, vorremmo fuggire di nuovo. Ma quando Dio si sveglia, ci sorride benevolo, fissandoci con sguardo sereno e amorevole:

  • Stavo sognando proprio voi, mi sembrava di vedervi smarriti e sofferenti, vagavate disperati, senza meta, come se mi aveste dimenticato. Ma vedo che finalmente siete arrivati. Ora, per fortuna, è tutto finito!

Giorgio Linguaglossa
Giorgio Linguaglossa, Donatella Costantina Giancaspero, Genzano, 22 ottobre 2017

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

A proposito del surrealismo Walter Benjamin scriveva:

«Nel punto centrale di questo mondo di cose sta il suo oggetto più sognato, la stessa città di Parigi»1].

 Parole-chiave, sono imitologemi  che riguardano le grandi città: Parigi e Berlino, la percezione del moderno e il Bildraum:  sogno, ricordo, autobiografia. Il moderno produce le evasioni nel mondo fantastico: «Sul fiore azzurro non si fanno davvero più sogni. Chi oggi si risveglia come Enrico di Ofterdingen deve aver dormito troppo. La storia del sogno è ancora da scrivere. […] Il sognatore partecipa della storia. […] Il sogno non dischiude più un’azzurra lontananza. I sogni sono una scorciatoia per il banale» 2].

I frammenti di esperienza sono tradotti in fantasmagoria, formano una costellazione. La «via eccentrica» altro non è che una «strada a senso unico» che si percorre con lo sguardo del flâneur, a questo sguardo, gli oggetti si mostrano senza alcun legame apparente, perché sono i legami sotterranei quelli significativi. La Parigi del secondo impero viene interpretata da Benjamin come luogo allegorico della nascita del moderno, il centro del labirinto è dato dai Passages, mercato delle merci e allegoria delle illusioni delle merci messe in bella mostra. I Passages come espressione simbolica di un Übergang. Nei Pariser Passagen II, Benjamin scrive:

«Il padre del surrealismo fu Dada, sua madre un passage. Quando la conobbe, Dada era già vecchio. Verso la fine del 1919, per antipatia verso Montparnasse e Montmartre, Aragon e Breton trasferirono i loro incontri con gli amici in un caffè del Passage de l’Opéra, la cui fine sarebbe poi stata decretata dall’irruzione del boulevard Haussmann.» 3]

Oggi, a distanza di cento anni, un poeta colto ed evoluto come Carlo Livia, che vive a Roma, la città eterna, con le sue miserie e i suoi splendori di carton gesso dei monumenti sepolcrali di una antichissima civiltà pagana, non può non essere cosciente del fatto che il soggetto scrivente è un soggetto retorizzato, un luogo retorico e lo spazio della scrittura è uno spazio di immagini (Bildraum), un luogo di segnali geroglifici, come ci insegna la nuova ontologia estetica.  Tutta la sua immaginifica costruzione di spazi siderali e di mitologemi altro non è che un magnifico e immaginifico allestimento scenico della meraviglia, un luna park di mitologemi, splendore e miseria del «vuoto» che si apre appena al di sotto e dietro l’atto della scrittura.

1] W. Benjamin, Avanguardia e rivoluzione, trad. it. di A. Marietti, Torino 1973, p. 16.
2] W. Benjamin, Kitsch onirico, in Strada a senso unico. Scritti 1926-1927, a cura di G. Agamben, Torino 1983, p. 71
3] W. Benjamin, Parigi, capitale del XIX secolo. I «Passages» di Parigi, a cura di R. Tiedemann (ed. it. a cura di G. Agamben), Torino 1986, p. 1095.

Giorgio Linguaglossa
Roma, Aleph, vicolo del Bologna, Trastevere, Carlo Livia, 2017

Poesie di Carlo Livia

Dediche (dell’immortale fallito)

Alla donna che santifica l’oscuro precipizio
Ai sogni che scavano tunnel d’agata nel destino
Alla tempesta ormonale che ubriaca l’addio
Alla morte che si suicida nella follia del santuario
Alle reliquie dell’Enigma cosparse di belle vergini
Ai frantumi della Lanterna che corteggiano la mente
Al pugnale d’amore fra le labbra celestiali
Ai cadaveri degli angeli nelle soffitte di Kafka
Al pazzo diamante che perseguita l’ombra di Dio
Alle nostalgie svenute nei corridoi delle madrine di Chopin
Al ragno universale che è il pensiero visto dal Paradiso
Al terrore di donna nuda che illumina le sagrestie
Agli Dei infelici che non sanno di sognarci

Madre solitudine

Le sacre capigliature di flauto sono sfinite
Non dovremo aspettare ancora per molto

I lavatoi celesti 
Sono completamente vuoti
E senza speranza
Anche se molti ammirano
Il meraviglioso color pervinca
Di queste nuvole così vicine
Ai camerini di Dio

Se rivedrai quel volto
Non dartene pensiero
Continua a fingere una ragione
Mentre attraversi i prati di plastica vermiglia

Fra lontane finestre malinconiche
O ti addormenti nella tua antica prigione

Ormai il Paradiso è così facile
Da raggiungere o da dimenticare

Giorgio Linguaglossa

Insufficienza spirituale

I malati d’amore sognano per sempre
La donna che vive lassù
E sorride fra i cespugli
Fra le angeliche fonti
Incantando i serpenti nel cuore
Delle dolci padrone del cristallo 
La voce fuggita dai colonnati
Che giungono fino al mare
La capigliatura d’alba
Che tinge il vento di speranza
E trattiene il respiro celeste
Sulla fuga d’uno stormo di campanili

Sette apparizioni dell’Enigma in un appartamento vuoto

La dolce inesistenza si specchia nuda in ogni preghiera

Gli amori scomparsi indossano l’eternità delle nubi

La tempesta ormonale delle belle prospettive dei sobborghi contrasta
l’avvenire del crepuscolo

L’estasi delle sagrestie si perde in congetture

Il silenzio che chiude il passaggio di Dio è più duro e prezioso del diamante

Le strade dell’esilio sono tracciate a colpi di coltello sui corpi degli angeli sconosciuti

L’ultimo addio sogna su un guanciale di frasi fatte

 Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa

Giorgio Linguaglossa

 

Ospiti

Le tre signore d’ombra che governano l’universo con il pensiero sono ancora in giardino, a contemplare l’ultima alterazione del silenzio.
Ai loro colli risplendono le gemme ultracelesti dell’Eterno.

La quiete della casa viene regolarmente turbata dai gemiti degli amanti, dalle carezze della luna e dal sorriso del mistero.

Nel salone c’è un’attesa viola con una ferita spirituale, un terrore di marmo e una sera nuda che piange.
Nella stanza da letto c’è un davanzale di spettri che salutano, uno specchio colmo d’infinito e un bisogno d’amore che uccide anime e simulacri.
Nel bagno sono rinchiusi sette serpenti di tenebra e un idolo folle.

Ogni domenica gli ospiti vengono gentilmente accolti davanti all’altare adorno di lacrime e frammenti d’infinito, a celebrare l’eterna eclissi universale.

Inquadrature della famosa assenza

Il profumo dell’abisso ha fatto impazzire i muri e le luci del santuario.
L’antica promessa, spezzata in due da una risata, è ricoperta di donne scarlatte.
La notte ha venduto il suo sesso più profondo e si aggira scalza in cerca dei miei pensieri.
Il giorno, accecato dal vento di corallo, distrugge gli altari di nostalgia celeste.
La grande pausa di flauto nasconde il pianto delle vergini sonnambule.
L’amore è una fontana sepolta che si pettina in una prigione di palpiti d’angelo.
L’ombra del male dice il vero.
La fine non è…

La nostalgia fra i suoi gioielli

In fondo al viale degli elefanti di sonno
Vedo muoversi gli scheletri delle stanze celesti

La donna dai pensieri recisi
Scruta l’orizzonte rinchiuso in un altro destino

Il suo padrone ha una stella canuta in braccio
E uccide col pensiero
Le donne oltraggiate dalla notte

Il fiore del valzer non sorride più
Da quando ha visto il tavolo dei defunti
Aspettare da sempre la sua coppa d’eternità

Perché il teatro del tempo
Ha lasciato morire i suoi tristi guardiani

Regnano le immense lune dei folli
Con ventagli di sonno e portali di sesso

Ma la pausa di senso
Ha ucciso le due eternità 
Che aveva sedotto

E un cielo completamente solo
È apparso sette volte
Nel mio ripostiglio

Giorgio Linguaglossa

Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa

Torre del silenzio

Al centro della città
Si vede un istante lungo e pallido
Coricato sull’asfalto come un ubriaco
Così pesante che nessuno riesce a muoverlo
“Forse è il vuoto dell’universo che cade a frammenti”
Dicono i passanti spaventati
“ No è la mancanza d’amore che abita nel mondo “
Dice una signora dalle vesti romantiche
Che ama sognare nuda al chiaro di luna
“ È il silenzio di Dio che ha ucciso il tempo “
Dice un vecchio che ha letto tutti i libri
Ma non c’è niente da temere dal silenzio
È la sorgente della nostalgia celeste
La neve che scende sull’ultima parola
La traccia lasciata dagli Dei sepolti nel vento dell’est
L’anello che unisce l’amplesso e l’addio
Che le anime rinchiuse nelle soffitte invocano all’alba
In un dolore di cristallo purissimo
Che riflette il falso sorriso dell’Enigma sterminatore
No non abbiamo niente da temere dal silenzio
Anche se cancella i nostri nomi le nostre vite
Alla fine ci renderà chiari e lievi 
Come nuvole nel plenilunio o arcobaleni nel crepuscolo
Capaci di comprendere tutto lo stupore
Di esistere per sempre

Ipogeo

– Rostri di terrore sul calesse del sogno… E si uccide
– Pensieri inerpicati sui margini dell’assenza
– La donna ammaestrata scardina l’azzurro
– Illibata follia del Regno alle carezze vegetali
– Frantumato l’amore del nulla vacilla sull’argine tempestato
– Domani eclissato nel tiepido tumulto
– Scagionando l’ombra dell’essere
l’Ultradio verga il peccato…O si destina
– Ma quale specchio resiste sul sentiero del Nirvana
– Illividita bellezza premio dell’addio
– Nostalgia distillata nelle prigioni del Paradiso
– Profumo d’infinito o persuasione delle piogge ferite
– Apocalissi bionde occhieggiano sullo spartiacque
– Affamando le stelle il silenzio che recide mari
– Vento solare in attesa nell’estasi dei campanili
– Terribile perfezione delle felci dell’attesa
– Lacrima del dissenso quando ci eternerai?

 Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa

Lo sguardo di Orfeo

                                Per Maria Grazia Calandrone

Si sapeva che un’ala dell’universo era spezzata. 
Il precipizio si chiamava “musica per anime pallide” e accarezzava. 
La notte era un guanto dell’Enigma, ricoperto di lontananze preziose. 
Le creature del diluvio sospiravano e si aggiravano intorno ai pozzi, 
aspettando il loro Dio. 
Due eternità diverse si congiunsero, generando cattedrali di vento
e immensi peccati mortali. 
La padrona del tempo attraversò lentamente l’eclissi del pensiero,
separando tutte le parole,
e ci donò un delizioso silenzio verde e una notte sconfinata. 
Il mio amore serrò le porte sull’istante tempestoso. 
Volevo raggiungerlo, ma era solo un addio che chiamava, chiamava…

Intimità del senso

Lo spettro insonne pensa: perché oggi il silenzio celeste è più duro del dolore dei bambini? 
Nessuno risponde, tranne la romantica luna di maggio, tante volte violata dai poeti ubriachi, che ha una voce folle con cui ripete sempre le meraviglie del paradiso: tutte le donne suonano lunghi violini azzurri; le macchine sono vegetariane e vanno nude per la strada, tenendo al guinzaglio i loro autisti; la morte è un frammento di nulla, rinchiuso in una luce di diamante; intorno alle fontane di nostalgia blu si riuniscono i sogni che non sono mai esistiti; l’eternità è una torre di uccelli muti e l’amore un oceano di lampi.
E Dio è un risveglio di menti perdute che rischiara i nascondigli del tempo. 
Ma le stelle più antiche, che hanno attraversato le regioni del mistero, sanno che la luce è impossibile; e giunte nell’ultima sala si spogliano del loro candore ed entrano cantando nel grande specchio dell’Essere, che con dita abissali intreccia i nomi del tempo, dell’inizio, della fine.

Meditazione sull’argine

L’uomo gira intorno alla cupola
il tempo s’inginocchia e chiede ancora musica
l’altissima signora raggiunge il cielo più folle
e si ferma a contemplare il rosso del peccato
l’attimo avvinto all’amore reciso viola l’eternità del sogno
l’anima ferita a morte distrugge le parole dell’addio
e una vita intera scivola nell’ombra

 

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