LA NUOVA POESIA, OVVERO, LA NUOVA ONTOLOGIA ESTETICA - POESIE E COMMENTI  di Mauro Pierno, Antonio Sagredo, Francesca Dono, Carlo Livia, Giorgio Linguaglossa

 

Lettera di Giorgio Linguaglossa ad Antonio Sagredo

caro Antonio Sagredo,

Una interlocutrice ha scritto che ogni giorno «diventiamo sempre più sagrediani». Ben detto!, ho sempre pensato che gli «ultraplatonici ai quali sfugge sempre l’ingenuità» (Nietzsche), finiscono sempre per andare a braccetto con l’Euro e il Potere, con il conformismo dei nuovi clerici. Sia detto con la massima chiarezza: non interessano alla «nuova ontologia estetica» le capriole della poesia bene educata, quella fatta negli epicentri di Milano e nel circoletto romano di piazza Argentina, noi siamo per una poesia sempre più sagrediana, sempre più mariogabrielana e sempre meno chiesastica (intesa nel senso: fatta da chierici). 

Mi piace la bella poesia di Mauro Pierno fatta con gli scampoli del parlato di una mia poesia, mi piace questa ibridazione anche perché anch’io nelle mie poesie faccio frequentemente delle citazioni e dei richiami impliciti od espliciti a versi di altri poeti, così tanti che poi ne perdo finanche la memoria. Questo tessuto di scampoli, di stracci, di frasari perduti sono le nostre tombe, le nostre pietre tombali… ci stiamo bene nelle tombe… viviamo in una civiltà che ha fatto del passato un «immenso camposanto di lapidi» (cito me stesso), va quindi benissimo fare interagire «Evelyn» (personaggio inventato da Mario Gabriele) con le mie «Maschere», con il «tedio» di Pessoa, con il turlupinare sgomento di Antonio Sagredo e che il tutto finisca nella «Commedia» di Mariella Colonna. Tutto ciò è motivo di autenticità, molto vivo, effervescente come una poesia sagrediana! – La poesia deve vivere e prosperare sulla «crisi del senso», che è concetto complesso che i poetini della domenica mattina che poetano sull’io non possono minimamente neanche immaginare. 

Mauro Pierno

L’Intruso

dell’ombra
scalfisco la luce, quest’ultimo tratto indistinto
la stasi.
queste tregue di lenti fruscii, dopo,
dopo le parole in tempesta. dopo,
dopo l’acqua alta a Venezia
migliaia di volti in cornici dorate.
I volti dipinti parlavano tra di loro.
Dicevano: «Non fate entrare le ombre maledette!
Sbarrate loro l’ingresso!».
[…]
Mi accorgo che dalla porta entrano in molti.
Dicono: «Buongiorno» e «Addio».
l’intruso solo interruppe.

Una poesia di Edith Dzieduszycka si intitola «Groviglio». Ebbene, che cos’è il «groviglio»? Lascio la parola ad Adorno (filosofo troppo spesso oscurato dagli ignorantini poetini di oggi): «Il groviglio di fili, l’intreccio organicistico viene tagliato e distrutta la credenza che un elemento si combini vitalmente con l’altro, a meno che l’intreccio non diventi così fitto e arruffato da oscurarsi sul serio al senso»; «ma la soglia fra l’arte autentica, che prende su di sé la crisi del senso, ed un’arte rinunciataria, consistente in frasi protocollari in senso letterale e traslato, è che in opere significative la negazione del senso si configura come cosa negativa, nelle altre si riproduce in maniera cocciutamente positiva».1]

Facciamo dunque una poesia aggrovigliata, ibridata, sovrareale, che si fa beffe del senso, che si fa beffe del paludamento dell’anima bella e del pretesco poetese.

Alcuni pensieri sulla poesia della «nuova ontologia estetica»

L’«Evento» è quella «Presenza»
che non si confonde mai con l’essere-presente,
con un darsi in carne ed ossa.
È un manifestarsi che letteralmente sorprende, scuote l’io,
o, sarebbe forse meglio dire, lo coglie a tergo, a tradimento
Il soggetto è scomparso, ma non l’io poetico che non se ne è accorto,
e continua a dirigere il traffico segnaletico del discorso poetico come se nulla fosse.

La parola è una entità che ha la stessa tessitura che ha la «stoffa» del tempo
La costellazione di una serie di eventi significativi costituisce lo spazio-mondo.

Con il primo piano si dilata lo spazio,
con il rallentatore si dilata e si rallenta il tempo.

Con la metafora si riscalda la materia linguistica,
con la metonimia la si raffredda.

Nell’era della mediocrazia ciò che assume forma di messaggio viene riconvertito in informazione, la quale per sua essenza è precaria, dura in vita fin quando non viene sostituita da un’altra informazione. Il messaggio diventa informazionale e ogni forma di scrittura assume lo status dell’informazione quale suo modello e regolo unico e totale. Anche i discorsi artistici, normalizzati in messaggi, vengono silenziati e sostituiti con «nuovi» messaggi informazionali. Oggi si ricevono le notizie in quella sorta di videocitofono qual è diventato internet a misura del televisore. Il pensiero viene chirurgicamente estromesso dai luoghi dove si fabbrica l’informazione della post-massa mediatica. L’informazione abolisce il tempo e lo sostituisce con se stessa.
L’atto dello scrivere, corre sempre il rischio di porsi come invasione dello spazio della scrittura da parte del soggetto, corre sempre il rischio di trasformarsi in immagine intransitiva, positiva, autoreferenziale, di risolversi in una retorizzazione del soggetto. Dinanzi alla poesia «in vitro» di oggi potremmo parlare di un pensare scrivendo; in ogni scritto si celano due testi: uno esplicito e l’altro segreto, due inseparabili dimensioni: il testo «in chiaro» e la sua dimensione «nascosta». 

Aristotele ha sostenuto che i segni scritti sono immagine di ciò che «è nella voce», Platone invece come ha rilevato Derrida, ha presentato il discorso orale come ripercussione di una inattingibile archi-scrittura al di qua della voce sensibile, una archiécriture che è la poesia stessa nell’atto del suo prendere forma. Per contro, la scrittura che «appare» non può che agire quale «comunicazione del comunicabile», come affermò genialmente Walter Benjamin, ossia corre sempre il rischio di essere mera trasmissione e pubblicizzazione di significati attraverso i suoi segni pubblici. L’immediatezza di certa scrittura poetica di oggi pensa ancora possibile e attingibile la scrittura come sguardo frontale. È qui, a mio avviso, in questa impostazione categoriale aporetica, che sussulta e frigge la posizione della poesia moderna, in questa oscillazione tra una archiscrittura (celata) e una scrittura dell’immediatezza (manifesta), che non può trovare alcuna soluzione compromissoria.

Il discorso «manifesto» non può comunicare pubblicamente i suoi messaggi se non si è già attivata la misteriosa danza dell’invisibile archiscrittura. Ogni poesia non può non tendere l’orecchio dell’ascolto nei riguardi del segreto di quella danza nascosta. Ogni poesia è un porre in atto mediante parole ciò che in atto non è.

La «nuova ontologia estetica», almeno questo è il mio pensiero, non è né una avanguardia né una retroguardia, è un movimento di poeti che ha detto BASTA alla deriva epigonica della poesia italiana che durava da cinque decenni. Deriva da un atto di sfiducia (adoperiamo questo gergo parlamentare), abbiamo deciso di sfiduciare il governo parlamentare che durava da decenni nella sua imperturbabile deriva epigonica. Occorreva dare una svolta, imprimere una accelerazione agli eventi. E deriva da un atto di fiducia, fiducia nelle possibilità di ripresa della poesia italiana.

 

Francesca Dono

sono lontana dal molo. Lo stesso ErgoSum
nuota contro il canale e gli orsi marini. Due ore circa per Venezia.
Di fronte la grandine rossa. Non sapevo molto dei palazzi lagunari.
Il primo punto? Una maschera dai fiori in plastica. Lo sgherro (invece) si intercalava sulla superficie di rottura.
La potenza di un flash avrebbe potuto illuminare la sartoria teatrale _ ma le ombre girevoli sventavano ogni mano ferma
il tempo tra le meduse agganciate alle mie caviglie.
Nel film un tumulo di secondi . I rulli dei tamburi dopo il ponte sub anemico.
Ora la muschiata della piazza è una fotografia a scacchi.
Poco o nulla _ penso_ alla sola vista di te con i coriandoli filanti.
Un gondoliere ha l’aria turbata.
– Buon carnevale_ dice a tutti.

(6 novembre 2017 alle 19:44)

Antonio Sagredo

Tu sei vicina alla destinazione che ti ho assegnato,
ma non t’abbandona la melanconia di Saturno –
forse è la chiacchiera del lutto o il suo contrario
che alla vuota contemplazione si ribella… invano!

L’allegoria è come la carezza di una satira strisciante
che la risonanza dei lamenti trasmuta in candelabri accesi
per una fine che mai è un compiuto atto – sul capezzale,
se vuoi, non confondere la genesi e il tuo fare originale.

Il dramma che inizia da un rogo annunciato sostiene l’altare
barocco di Bamberga – e, così sia, la visione di una santa: rose
sul letto ha sparso una più alta vergine!… e il suo confessore
non le vede: per l’intelligenza non si prevede libera docenza!

(Vermicino, 9 luglio 2008)


Allegorie

Incontrai sul Ponte delle Anime Gioiose la stramba maschera… deforme di tutte le finzioni che sul selciato i passi dei monatti e i segni lasciavano interdetti i testimoni,
e sui portoni il loro volto ornavano di ceppi e di capestri…. i corpi decollati delle Erinni smarrivano i riti circoncisi su pagani altari fra Centauri e Giganti.

I cardini legnosi dei tre regni vomitavano ruggine urlando che era quello del Verbo, originario tradito dalla volgarità cristiana, il volto senza maschera di un sogno… il toscano Cordigliero, per inferni e paradisi creò la parola più sottile con la sua cetra maledetta e i crudeli battiti del sangue conteggiò per un viaggio al centro

oltretombale della teologia, e traguardi ignoti indicò nella geometria degli imbuti, e le sfere che celesti non so dire… dubitò del cosmo di Tolomeo e predisse la caduta nel regno di Como di tragiche figure e la sacralità dell’Erebo pagano, mollò dubbioso come Caronte i remi alle correnti poi che il traghettare anime buffe

o bizzarri corpi non seppe mai – si scocciò infine… Cerbero col veleno delle note crollò il Tempo Assoluto, schifò il trono Minosse, e Colui che si nasconde dalla Notte col belletto della ruggine… il grecoro si pinse il sogno d’una finzione… e il canto del cerchio terzo recitò: maledetto, consùmati la maschera – con le lacrime!

(Roma, 27-28 ottobre 2015)

Carlo Livia.

Paradiso artificiale

Ieri hanno portato via l’ultimo corpo, in parte già trasformato in luce,bianco-musica e celeste-silenzio.
Al suo posto è apparsa la macchina che guarisce il pensiero: il dolore è dissolto dal raggio verde, la paura risucchiata dagli specchi.
Sembra che il sistema abbia raggiunto la perfezione, eliminando ogni sensazione ed emozione o altro elemento di disturbo, solo onde di piacere nelle menti-ricevitori, che le riflettono all’infinito.

sono nel sogno sbagliato
raccolgo i miei occhi e cado
nell’universo che è la mia zona morta
no sono la mente del Dio oscurato dal programma
sguardo frantumato in miriadi di occhi che si allontanano
o la colpa di esistere nel cuore-tabernacolo
dell’ombra-fanciulla che simula l’essere

Attenzione: residuali entità antisistema potrebbero sfuggire al controllo delle barriere di filtraggio e mutazione di campo.
Il rischio maggiore è che, introducendosi nelle fasi ricettive, alterino la qualità dei valori di soddisfazione e riproducano perturbamenti e segnali negativi, superflui e nocivi.

ero la ferita del cielo
ero prigioniero della processione di istanti o di maschere
ai piedi della candida peccatrice
nella dogana di lune e sospiri dov’erano gettati tutti i desidèri
sognavo corpi che erano frutti di cieli lontani
cieli spogliati d’ombre malate di parole
parole come squarci d’addio nel pensiero
aspettavo poi venne il sonno
un macigno di lacrime fra arcate di nubi
e quei saliscendi finti che gridavano
che la mia testa era senza confini

Sembra che permangano visibili tracce di entità non ancora conformi alla codificazione del sistema; occorre approntare al più presto sistemi di identificazione ed eliminazione totale, per evitare che producano segnali in grado di interferire con l’attività programmata.

Come sono arrivato in fondo a questo precipizio
corridoio di domande oscurate
dove sono esposti tutti i miei peccati
stella spenta o giuramento tradito
trascino pensieri sono bagagli di cenere
angeli disossati pendono dalle feritoie
da millenni lo stesso luogo di polvere
niente più che viva e palpiti
ma la morte è scomparsa
o attende fra le porcellane
ponte gettato nell’oscurità
tento di raggiungere il mio essere
che non sorge e non si estingue
sento l’esterno che non esiste ma ferisce
ma non posso sentire l’interno
oceano di fontane spente
sterminio di Dei o di parole allacciate
amplesso immobile o folle paradiso paralizzato
sogno dell’oscuro Dio scomparso
mani che tentano di forzare la grande serratura celeste
dietro cui attende la vergine distesa
che non posso ricordare

Sembra che l’azione di contrasto abbia avuto effetto: le tracce di elementi non conformati si fanno sempre più labili ed evanescenti.

lo squarcio, i sogni che sfuggono, e

no, perché quando scompari trascini il peccato per un sentiero scosceso e completamente azzurro, gridi di aspettare, ma
da quando il tuo regno non è di questo mondo

il tuo sguardo, il profumo del Paradiso,
il silenzio dell’immenso violino che

l’estasi della nuvola sul pendolo del mistero, la veglia delle deliziose lontananze col suo supplizio di corallo, la tenerezza del crepuscolo appesa al chiavistello di stelle morte, la visione che aspetta l’ultimo respiro, il gomitolo delle finestre da

nel freddo della soglia scavata nell’anima
l’attimo resterà
quando risponderai

Vorrei spendere due parole per questa composizione di Carlo Livia (anche il termine poesia è divenuto obsoleto e fuorviante!).

Conosco Carlo Livia dal 1994, conosco la sua poesia, l’ho studiata attentamente negli anni, inoltre Carlo è uno dei poeti più colti e consapevoli che abbia conosciuto in questi ultimi tre decenni, preparato anche nel campo filosofico, il che è una assoluta singolarità nel panorama dei letterati italiani che si occupano di poesia (lascio da parte il termine “poeta” ormai del tutto fuori luogo e talmente massificato che non si può più usare).

Livia sono trent’anni che è impegnato nella proposizione, nell’ambito della poesia italiana, di un campo espressivo di origine e di derivazione surrealista… compito arduo, difficilissimo perché la poesia italiana del novecento non ha mai avuto un movimento surrealista o di derivazione surrealista, lacuna questa, come Livia ben sa, che è stata uno dei motivi che ha condannato la poesia italiana del secondo novecento ad un ruolo di minorità e complementare rispetto alla poesia europea più aggiornata. Quindi Carlo Livia è un benemerito, innanzitutto perché i suoi sforzi trentennali non sono caduti nel pozzo dell’oblio, e poi perché gli esiti raggiunti dal poeta romano sono senza dubbio considerevoli.

Vorrei dire subito che il tentativo di costruire una piattaforma collettiva in grado di rilanciare la poesia italiana in ambito europeo passano anche per la via intrapresa da Carlo Livia, il suo tentativo è utilissimo per riparametrare la poesia italiana di oggi, per individuare nuove strade di sviluppo e per ricostituire un terreno comune, di poetica intendo, sul quale costruire, oggi, qui in Italia, una poetica della surrealtà o della sovrarealtà con strumenti espressivi consapevoli ed evoluti.

In questa composizione noto degli esiti notevoli:

«Ieri hanno portato via l’ultimo corpo, in parte già trasformato in luce,bianco-musica e celeste-silenzio.
Al suo posto è apparsa la macchina che guarisce il pensiero: il dolore è dissolto dal raggio verde, la paura risucchiata dagli specchi.
Sembra che il sistema abbia raggiunto la perfezione, eliminando ogni sensazione ed emozione o altro elemento di disturbo, solo onde di piacere nelle menti-ricevitori, che le riflettono all’infinito.

sono nel sogno sbagliato
raccolgo i miei occhi e cado
nell’universo che è la mia zona morta
sono la mente del Dio oscurato dal programma…
»,

esiti che vanno in concordanza con ciò che si propone la nuova ontologia estetica, la quale non può non porsi il problema di una poesia fondata su un concetto di «reale» meno referenziato e meno «mimetico» di quello adottato dalla poesia di questi ultimi decenni.

Unico suggerimento che mi permetterei di dare a Carlo Livia è di eliminare qualche riferimento all’io soggetto pronominale, almeno in quelle parti della composizione che non lo necessitano e, soprattutto, di giustificare le sue composizioni a sx, evitando di giustificarle centrate.

1] T.W. Adorno Teoria estetica Milano, Einaudi, 1975 pp. 220, 221

 

 

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