Alfredo de Palchi, Testi scelti da Estetica dell’equilibrio, Milano, Mimesis Hebenon, 2017 pp. 80, € 10, con una Interpretazione di Donatella Costantina Giancaspero

 

Giorgio Linguaglossa

 né rispetto né nobile rigore dalle azioni dell’antropoide…

 

Alfredo de Palchi, originario di Verona dov’è nato nel 1926, vive a Manhattan, New York. Ha diretto la rivista Chelsea (chiusa nel 2007) e tuttora dirige la casa editrice Chelsea Editions. Ha svolto, e tuttora svolge, un’intensa attività editoriale. Il suo lavoro poetico è stato finora raccolto in sette libri: Sessioni con l’analista (Mondadori, Milano, 1967; traduzione inglese di I.L Salomon, October House, New York., 1970); Mutazioni (Campanotto, Udine, 1988, Premio Città di S. Vito al Tagliamento); The Scorpion’s Dark Dance (traduzione inglese di Sonia Raiziss, Xenos Books, Riverside, California, 1993; II edizione, 1995); Anonymous Constellation (traduzione inglese di Santa Raiziss, Xenos Books, Riverside, California, 1997; versione originale italiana Costellazione anonima, Caramanica, Marina di Mintumo, 1998); Addictive Aversions (traduzione inglese di Sonia Raiziss e altri, Xenos Books, Riverside, California, 1999); Paradigma (Caramanica, Marina di Mintumo, 2001); Contro la mia morte, 350 copie numerate e autografate, (Padova, Libreria Padovana Editrice, 2007); Foemina Tellus Novi Ligure (AL): Edizioni Joker, 2010. Ha curato con Sonia Raiziss la sezione italiana dell’antologia Modern European Poetry (Bantam Books, New York, 1966), ha contribuito nelle traduzioni in inglese dell’antologia di Eugenio Montale Selected Poems (New Directions, New York, 1965). Ha contribuito a far tradurre e pubblicare in inglese molta poesia italiana contemporanea per riviste americane. Nel 2016 pubblica Nihil (Milano, Stampa9) e nel 2017 Estetica dell’equilibrio (Mimesis Hebenon).

Giorgio Linguaglossa

7 aprile 1945… quattro energumeni antropoidi armati di pistole e parabellum mi si piazzano a pochi passi davanti…
io adolescente antropoide in disfatta guardo i quattro musi incerti se fucilarmi in piazza addosso una vetrina di tessuti..

Nota dell’autore

 

Ogni mia raccolta di poesie, inclusa questa di Estetica dell’equilibrio, si formò con lo stile scelto dal soggetto in prima stesura. Anche quest’ultima raccolta, accantonata precisamente per sei mesi, l’ho revisionata.

 

Ciascuna delle quattro sezioni ha il titolo adatto al proprio soggetto che fa immaginare straordinari concetti abbigliati di poesia in prosa. Naturalmente per me autore sono verità rivelate dalla realtà repellente dell’uomo dai suoi primordi al presente. Ovviamente, io sono autore, soggetto, e repellente  protagonista uomo.

 

È poesia in prosa, stile direi ignorato dai poeti italiani, i quali, se il materiale non è in versi, è semplice prosa. Allora penso che dubitino della grandezza di poeti francesi dell’Ottocento, notevoli anche di poesia in prosa, e quelli del Novecento. Ce ne sono pure in una Italia della prima metà del Novecento, però nessuno ci crede o ci pensa.

È sconcertante che una Italia medievale sforni annualmente centinaia di illusi addetti alla vana missione di voler superare il loro maestro Petrarca. Non lo ammettono, eppure ci insistono…

 

Giorgio Linguaglossa

 

Interpretazione di Donatella Costantina Giancaspero

 

Credo che questi testi del nuovo libro di Alfredo de Palchi, Estetica dell’equilibrio, appaiano quantomeno singolari ed abnormi ad un lettore italiano di oggi, disabituato dal linguaggio letterario corrente dal leggere testi scritti nell’antichissimo genere dell’invettiva. Oggi in Italia non si scrivono più da decenni invettive, quasi che questa forma fosse divenuta indicibile; ma l’indicibilità è la condizione assoluta affinché vi sia linguaggio e linguaggio poetico in particolare, per l’ovvia ragione che, se tutto fosse dicibile, cesserebbe di esistere anche il linguaggio. Lacan ci informa che il linguaggio poetico è la lacerazione, lo «strappo» del linguaggio ordinario, il «trauma» del linguaggio; là dove non può giungere il linguaggio ordinario può giungere il linguaggio poetico. Ma, per far questo, per rendere possibile questo obiettivo, il linguaggio poetico deve darsi una Estetica dell’equilibrio, un luogo in cui le lacerazioni e le avulsioni della lingua di relazione trovino finalmente una giustificazione e una composizione estetica. Di solito, un poeta arriva a questo luogo in tarda età, quando le revulsioni, le avulsioni, le intemperanze e le belligeranze della giovinezza si sono acquietate: allora è qui che è possibile per il poeta tracciare una propria estetica dell’equilibrio. Ma si tratta di un equilibrio instabile, incerto, frammentato, scheggiato, momentaneo, contingente. Paradossalmente, questo «equilibrio» è il sigillo di autenticità anche dell’arte moderna, perché afferma la sua contiguità con la morte, il suo parteggiare per la stasi avverso l’entropia di tutte le cose. Ecco perché io intendo questo libro di Alfredo de Palchi, non solo come una «estetica dell’equilibrio», ma anche come una «estetica della morte», una «estetica del male», una invettiva, la più possente che sia mai stata scritta da un poeta italiano contro la sua patria, i suoi abitanti e gli abitanti del pianeta Terra. La dizione poetica di de Palchi è la più asciutta immaginabile, è il pensiero urticante e rabbioso che pensa l’«infondatezza» dell’io e della specie homo sapiens, la sua mancanza costitutiva, il suo essere male, inautenticità, menzogna; de Palchi impiega un linguaggio di «cose», usa la parola come un oggetto contundente scagliato contro il lettore interlocutore, usa un linguaggio irriconoscibile nella sua forma: né poesia né prosa; un linguaggio piegato alle esigenze della comunicazione diretta, diretta come può essere un pugno dato in pieno viso. Alfredo de Palchi non avvisa il lettore, non impiega giri di parole, non lo prepara, lo colpisce con quanta più urticante violenza può, in pieno volto.

 

Il poeta, al contrario del filosofo, non si chiede mai «cosa è pensare? », «cosa è l’essere?», ma si limita alle domande rivolte al lettore: «cosa sei diventato?», «cosa significa parlare?», «perché io parlo?», «chi è che parla?», «a chi parlo?». Qui è l’inconscio significante di de Palchi che parla, parla perché l’inconscio è agito da pulsioni cieche (prive di parola) che cercano una via di uscita, una scarica nel linguistico. L’inconscio pensa, ma pensa-cose. Sotto il dominio del Lustprinzip, l’inconscio non può non muovere alla scarica linguistica, ed è in questo movimento che lo spinge alla deriva, che esso trova le sue parole, incontrando il Realitätprinzip, cioè la sua dimensione propriamente linguistica. Infatti, la scrittura depalchiana assume qui la forma del poemetto in prosa, o della prosa in poesia, una struttura che garantisce una consistenza icastica e didascalica, da referto medico legale, quasi scientifica e la forma del bilanciamento tra l’istanza dell’irruzione dell’impulso «cieco» e quella della sua formalizzazione linguistica.

Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa

 

In conclusione, cito quanto scrive Giorgio Linguaglossa nella sua monografia su de Palchi (Quando la biografia diventa mito, Edizioni Progetto Cultura, 2016):

 

«C’è in de Palchi il tentativo di operare con una scrittura altamente sismica e tellurizzata e, al contempo, di erigere una sorta di sistema anti sismico. Di operare al contempo una frattura e una sutura. Si tratta di una scrittura che procede e promana da una rimozione originaria, da cui deriva la frantumazione di un universo simbolico e metaforico altamente instabile ed entropico. Del resto, de Palchi non fa alcuno sforzo per tentare di dare una costruzione stabile alle sue costruzioni poematiche, anzi, le tracce e i frammenti sono lì a dimostrarlo: cacofonici e indisciplinati, tendono all’entropia. Si entropizzano e si disperdono.

 

La penultima sezione de L’Estetica dell’equilibrio è titolata Genesi della mia morte. È una gigantomachia e una perorazione ultimativa, è il soliloquio in prosa poetica più diretto e frontale che sia mai stato scritto nella poesia italiana del Novecento e dei giorni nostri. Una sentenza di condanna inappellabile irrogata al genere umano. Si parte dall’ominide antropoide, si passa attraverso l’homo erectus e si arriva all’homo sapiens, l’animale sanguinario più distruttivo che madre natura abbia mai generato perché dotato di coscienza la quale moltiplica all’ennesima potenza il suo bisogno incommensurabile di carne e di distruzione. Il poemetto termina con una gigantesca esplosione «Io Antropoide simbolo del male peggiore dalla finestra guardo il “globo” scendere a Times Square di Manhattan 10 9 8 7 6 5 4 3 2 1… come fa un sasso lanciato nell’acqua il fondale del pianeta esplode allargando a cerchi l’irradiazione della massiva potenza nucleare.»

 

de Palchi chiude così per sempre la heideggeriana questione dell’autenticità, la «dimensione pubblica» è diventata ormai un falso; la «dimensione privata» è diventata un falso; la scelta tra due opposti è un falso. La speculazione a proposito dell’«autenticità» è una cosa fasulla da gettare alle ortiche. Non ci sarà un altro Principio. E non ci sarà altra fine che questa. Con la fine del genere umano nulla cambierà, l’universo continuerà la sua folle corsa verso il raffreddamento universale e l’entropia. Davvero, un testamento spirituale di condanna del genere umano senza appello questo di de Palchi».

 

Giorgio Linguaglossa

quando arrivo all’epoca Homo Erectus 1.8–1.3m suo ospite per 500mila anni mi trovo
a camminare e correre in pena a schiena dritta dietro la vittima…

Testi tratti da Estetica dell’equilibrio

 

1

 

Dalla estinzione dell’epoca giurassica il pianeta riemerge in epoca seguente dal magma e dalle acque… ora rigoglioso di flora con foreste e giungle ricresciute su quelle pietrificate nel sottosuolo… diversità vigorosa di fauna in perpetua evoluzione anche nei suoi linguaggi si occupa a suddividersi in erbivora e carnivora e sopravvivere dentro le fitte foreste… l’erbivora–carnivora non rispetta la differenza, ne approfitta delle due possibilità di scelta…

 

7

 

curiosamente l’antropoide esce dalla giungla e si avventura in spazi liberi dove in mezzo a colline e montagne semidesertiche… è attratto da pietre schegge scaglie e ne raccoglie per qualche necessità… sì, intuisce che scalpellandole con sassi da una sola parte diventano oggetti taglienti… per colpire ferire e sgozzare… da una possibilità arriva a un’altra intuita immagine… con liane legare scaglie a dei rami robusti trasformati in lance… l’occasione è prossima perché mi cerca nella chiarità della savana… appena m’intravvede si avvicina colpendomi più volte con una lancia e scappa su un albero dove non lo posso raggiungere…mi lecco le ferite sapendo che può assassinarmi…

 

8

 

in ascesa l’antropoide piano piano si adopera a combinare sempre in meglio l’oggetto da usare contro una preda… con l’arma primitiva riesce colpire ferire far sanguinare la vittima fin quando la può scannare… non è solo la fame che lo spinge alla caccia, ha il piacere di ammazzare… per cacciare me, re della giungla, unisce un gruppo di antropoidi e mi assedia infilzandomi di lance… ma ho zampe e mascelle… mi difendo azzannando con ferocia e stritolando il collo di chiunque tra le mascelle prima che il mio corpo si dissangui da buchi di lance…

 

9

 

la mia caccia si esaurisce freddamente con prontezza… non per esaudire un’azione piacevole… l’incubo della fame urgente di succube carnivoro domina il mio sistema fisico … devo riempirmi di preda vittima da spolpare per giorni… ne cerco un’altra al prossimo incubo…

 

10

 

né rispetto né nobile rigore dalle azioni dell’antropoide… il suo primevo interesse intende eliminare la specie felina dalla fauna… con astuzia odio e prepotenza m’impone di sloggiare dai territori del mio habitat… ma mi preferisce assassinato…

 

Giorgio Linguaglossa

Giorgio Linguaglossa

 

 

11

 

né coraggio… con la sua eccessiva vanità che mi bracchi e provi uccidermi a zampe vuote… che usi zampe e mascelle contro le mie zampe e mascelle… sarebbe un dovere di nobile parità… il vile di vile genia attacca armato di lancia l’antichissimo potente leone che sono… gli strappo il corpo a pezzi e brandelli e con disprezzo lo abbandono agli sciacalli e agli avvoltoi…

 

20

 

posa con il piede destro sul fianco della mia esecuzione ancora calda e con la mano sinistra tiene verticalmente l’arma… è la sua solita fiera posizione per una foto ricordo di caccia grossa… la camera oscura rileva l’eseguita premeditazione del mio assassinio… il suo muso sanguigno presume che io sono il millesimo trofeo da esibire volgarmente esiliato tra scaffali di volumi che narrano storie di caccia… l’antropoide femmina non consola affermando di dover uguagliare l’obbrobrio per rispetto e protezione di me leone… dall’inizio l’antropoide occupa e si stabilisce negli habitat eliminando la fauna e si meraviglia che alligatori felini orsi ritornino nei territori ancestrali dove abitarono per milioni d’anni prima e dopo la presenza ignobile dell’antropoide…

 

21

 

anch’io ho la mia gloria di caccia nella savana e nella giungla con I’intenso piacere di braccare l’antropoide ammutolito dal terrore… non è destino il mio di vanagloria e di ferocia ma della scellerata selezione… aggredire in corsa la preda mentre scappa strillando è il premio della mia fame… abbracciato all’albero che tenta di arrampicare si sfiata esausto… la sentenza viene dalle scritture dettate ai folli dall’autoelettosi ente supremo: occhio per occhio dente per dente…

 

22

 

ci sarà mai la stagione di caccia libera all’antropoide?… nessun altro animale è inferiore a lui senza valore monetario…

ha scelto di non averne per proteggersi dal possibile profitto al mercato scientifico dei suoi organi… al mercato industriale della sua pelle sottile in borsellini e altri oggetti turistici… pelle che io re della giungla prigioniero nei giardini zoologici rifiuto in disgusto di masticare… vivo l’antropoide ha valore pecuniario dello schiavo al mercato degli schiavi… ne ha da morto per funzionari e prefiche del lutto… ma questa volta azzampo il mio servitore zoologico e con furia sportiva lo sbrandello dentro la mia gabbia…

 

23

 

lo disprezzo e lo odio per la sua passione di cacciare con un’arma che lo incoraggia a confrontarmi e abbattere facilmente anche fauna gentile e timida… la sua specie è maledetta nella mia succube fame… desidera la mia bellissima testa trofeo appeso alla parete… io desidero strappargli arto per arto dal corpo e dal petto estrarre a strattoni mascellari il cuore vile e dallo stomaco fegato milza e budella… la carogna ha il muso di morto ignobile che schifa la mia morte… il suo gene perdura malefico sul pianeta mausoleo che integra ogni specie di fauna e flora nella propria totale eliminazione

 

24

 

sempre per l’ultima volta lo inseguo perché mi veda e sappia che lo controllo in velocità… a se stesso dio misero involucro di magma urla aiuto… se ha un’arma non si aiuta strillando dove non trova protezione… sa delle mie mascelle regalmente atroci e che esigo giustizia mentre stenta a infliggermi un proiettile nel fianco…

 

Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa

 

 

 

da Genesi della mia morte (1-16 novembre 2015)

 

1

 

È animale quantitativo autoqualitativo autorevole prepotente razzista astuto violento e da unico vile appartenente alla fauna spadroneggia su ogni specie… nell‘antico Latium l’antropoide legionario conquista e costruisce civiltà a ovest sud est nord…

pregiudizialmente assume che tu, fine di tutto, sia femmina perenne temibile di nome Mors Moarte Mort Muerte Morte…

 

2

 

antropoide nemico dell’antropoide determino che sei il prototipo della femmina sensitiva e intuitiva più del figuro maschile Tod a nord… massiccio barbaro più temibile di te femmina alle centurie di Germanicus… la danza del Tod risplende massiccia nelle vampe che leccano via ingiustizia e ceneri dai forni… di tutti incolpevole arrivi all’istante deleterio dentro cui a ciascuna esistenza abbassi le palpebre…

 

6

 

autunno 1944 a Villabartolomea soldati tedeschi e brigatisti neri ritornano dal rastrellamento di sbandati nel fondo delle valli basso Veronese… la mia bionda compagna Ginetta mi avverte di non andare al traghetto sull’Adige… tramite la compagna tu mi fai evitare una raffica di pallottole proveniente dal traghetto e finita a bucare due brigatisti all’attracco… alla compagna ventenne mai chiedo di chiarire il mio sospetto… ci vogliamo bene e tu che mi proteggi sai se il bene talvolta è più forte del male…

 

7

 

27 aprile 1945… quattro energumeni antropoidi armati di pistole e parabellum mi si piazzano a pochi passi davanti… io adolescente antropoide in disfatta guardo i quattro musi incerti se fucilarmi in piazza addosso una vetrina di tessuti… in fretta giungono dei soldati americani che impongono fine alla scena schiaffeggiando i quattro musi infazzolettati di rosso bifolco al collo… nelle carceri mandamentali mi schiazzano la schiena a cinghiate di cuoio… steso sul pavimento di legno mi scarponano mi bruciano le ascelle con fogli de L’Arena… e mi forzano a ingoiare una scodella di acqua sapone e peli di barba… tu salvatrice che senti i miei urli di aiuto mi liberi dal loro male uno alla volta entro due mesi… chi in motocicletta si schiaccia sotto un camion… due che annegano nell’Adige… e Nerone Cella nome e cognome      anagrafico condannato per rapina a mano armata e violenza carnale… e sei anni più tardi liberi me dal mio autunnale maleficio nella Senna…

 

Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa

 

dalla sezione L’antropoide (13–31 dicembre 2015)

 

1

 

Due geni opposti in combustione nel magma dopo l’estinzione dell’epoca giurassica è arcano errore o mostruosa deficienza della grande fertile madre… oppure originaria violenza in evoluzione del genere Ardipithecus nel dissimile gene femminile… chissà come all’inizio di 5milioni 600mila anni nasco in una luce di neve il 13 dicembre… approssimativa data dell’originale genia grottesca e prototipo esemplare della faunesca razza immediata usurpatrice del pianeta terra…

 

2

 

13 dicembre mio anniversario e di Lucia orba più della mia cecità ed eredi di una antichissima Lucy Ardipithecus… con i miei connotati scimmieschi di Antropoide non mi impedisco di predicare da ogni roccia energicamente tstststststs le mie regole alla completa fauna che urla stride ruggisce rivendicazioni contro la mia presunta superiorità… tutto appartiene a me dio immagine col muso che è il mio…

 

3

a tempi

lentissimi progredisco dall’epoca Australopithecones Australopithecus sadiba che spaziano 4–2.5m e 1.98m di anni… Antropoidi appartenenti all’immensa varietà di animali e insetti della fauna/…

 

4

 

l’epoca Homo Habilis 2.3–1.4m di anni mi onora all’abilità che durante le prime epoche non avevo… a quella data ho l’abilità di usare meglio le zampe anteriori che nessun altro animale può imitare… riuscire a legare pietre spuntate a rami da lanciare per assassinare “homo habilis” antagonista e altra più facile preda innocente…

 

5

 

quando arrivo all’epoca Homo Erectus 1.8–1.3m suo ospite per 500mila anni mi trovo a camminare e correre in pena a schiena dritta dietro la vittima… la lotta termina soltanto se la vittima spande sangue finché è vuota… più come Antropoide per un lunghissimo periodo pratico indizi di primitive scoperte e di attimi incoscienti d’intuizioni… e continuo a rimanere indifferente al bene e al male della fauna aggravata dalla grande madre indifferenza…

 

6

 

nella seguente epoca faccio un altro salto e mi promuovo Homo (Sapiens) Neanderthalensis 0.6–30.000… sono così tanto progredito e migliorato?… realtà è che la belva sono io Antropoide con barlume d’intelligenza che mi rende più efferato… comincio a pensare e avere coscienza di cosa posso commettere, quali delitti contro tutti e distruzioni di tutto l’habitat dei sottovalutati alla mia superiorità…

 

Giorgio Linguaglossa

 

Giorgio Linguaglossa

 

7

 

L’Antropoide non smette di onorarsi facendo un altro salto e di adottare un altro ultimo titolo scientifico in latino… Homo Sapiens (Cro-Magnon man) 35.000–presente … è un epiteto che mi offende ed è un epigono sfacciato di me stesso virulento e virtuoso di vanità e di figurarmi “homo” repulsivamente vile…

realtà è che “homo” è l’Antropoide che sono bellicoso animale della fauna eternamente in evoluzione… vi sarà un’altra epoca che avrà un altro titolo scientificamente progressivo in latino… per l’attuale epoca definirmi ipocritamente uomo umano umanitario è voce servile significante solo violenza …

 

8

 

con la borsa di pelle dell’animale che ho brutalmente assassinato mi reputo elegante… eleganza è mistero di natura e l’animale assassinato era naturalmente elegante con la sua pelle addosso… cosa sono con quella bora per un animale se non beccaio… sono elegante con un coltello affilato in mano e sventrare per svestire chi indossa con eleganza la propria pelle lussuosa?… io Antropoide antagonista ho pelle schifosa di nessun valore nemmeno quello di tenermi caldo… sono l’infimo cialtrone attratto alla lode del cialtrone dedito a proporre il male…

 

9

 

l’epoca del “presente Antropoide” milioni di anni evoluzionari dopo è cambiata figurativamente soltanto di maniera soprattutto losca… però reagisco spinto dall’originario istinto del sovvertire la verità ancora insipiente migliorare in peggio la crudeltà e smentire la dinamica ecologica delle specie…

 

10

 

il taglio del vestito blu sembra darmi eleganza… sembra… ma è che sono goffo l’infelice errore dichiaratosi “homo” questo e quest’altro… in un momento preciso della esistenza millenaria e miserabile divento “Homo Sapiens” … sapiente di che di sapermi finalmente grottesco? di voler coscientemente violentare il completo naturale? …

 

11

 

della preistorica genitrice abbandonata e dimenticata nei milioni d’anni non so nulla neanche supporre della sua esistenza negata come succede solitamente dal pronipote… osservando i miei connotati somatici è convinzione che sia la bonomo scimmia di notevole attività sessuale… come pronipote Antropoide mi vanto agitatore e super erotico egomaniaco… egomaniaco fallimento che la Bonomo non esperienza… sempre esulta con entusiasmo ridendo a strilli tctctctctctc del mio fallimento… mi oscuro nel muso in espressione d’ignoranza e in gesti d’ignominia e di rabbia che il pianeta smette di ruotare in me con mistero…

 

12

 

ogni mattino allo specchio senza riconoscermi il muso m’informo della mia apparenza… sono alto attraente apprezzabile elegante moderno progressista?… se giudica un Antropoide ciarlatano sospetto che la massa punta coltelli pugnali e altre versioni di deficienza alla mia schiena di cialtrone di unanime eguaglianza… . .

 

13

 

in mezzo al calore di due animali l’Antropoide Gesù nasce oggi

di ogni anno e s’impone al suo nativo mondo prima di saper parlare… stelle e lunatici pastori scendono da dovunque sulla stalla e si appropriano dei due animali per una spettacolare espiazione… folle planetario trasforma superstizioni cruente in bontà carità generosità giustizia e perdono… miracola chi si crede miracolato rivoluziona religione di un dio incredibilmente punitivo quanto chi l’ha immaginato a sua immagine… perdona suggerendo ai suoi seguaci punitivi “l’Antropoide senza peccato scagli la prima pietra”…

 

Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa

 

14

 

come sin dall’inizio il predatore del pianeta scaglia di continuo la prima pietra… ripete l’invito a buttare pietre accusatorie spaziando per millenni nella sua collerica psiche… il principe della pace si allontana nel deserto a parlare con il malefico e di ritorno nell’oliveto subisce flagelli insulti sevizie sputi e rinneghi… crocifisso dall’Antropoide per l’occasione il cielo tuona lampeggia e scroscia acqua e poi sale ancora vivo al cielo con l’arcobaleno… è il simbolo eccelso e fallimento del bene della grande madre sul male in excelsis…

 

15

 

mi lagno? … so che nel mio sistema con milioni d’anni di fisime e di imbrogli speculo su crimini e maldicenze senza venir punito

… è l’unica volta che mi vedo Antropoide dritto in piedi imbarazzato.

 

16

 

agitatori architetti artisti filosofi legislatori medici poeti profeti religiosi rivoluzionari scienziati scrittori… tutti profittatori… dagli ignoti della preistoria ai contemporanei bussano invano al portone dell’ignoranza di bilioni di Antropoidi … in minoranza i meglio dotati falliscono di ammaestrare elogiando i divoratori e devastatori del pianeta …

 

17

 

io che ne avverto l’enigma e in rivoluzione mi adopero a capovolgere arti pensiero e scienze della mia razza habilis Antropoide determino la eliminazione di tutte le specie della fauna ed essere l’unica specie superstite del pianeta… finalmente sola e dedita a torturare e assassinare se stessa… la pazzia appartiene alla mia specie rimasta sola e unica al pianeta che gli occorre immenso spazio perché le creazioni distruttive dell’Antropoide sapiens trovino qualità terrestri… sì, maniaco e malvagio anelo incoerentemente finis mundis…

 

18

 

vigilia demenziale di capodanno del solo mondo Antropoide plebeo che esulta alla sacrificale carneficina erotica… sacrificio demente a coriandoli e stelle filanti e trombette dell’ipocrita che svuota il ventre di gridi e lo riempie di carni … ciascuna versione religiosa ha un inventario di nefande convenzioni e leggi terroristiche potentemente ispirate da lebbrosi… ciascuna versione si poggia sul corpo martoriato del proprio Antropoide gesù figlio dell’Antropoide dioinviolabile violenza delle superstizioni… il canceroso male è l’unica cura del pianeta…

 

19

a mezzanotte capodanno d’ogni continente esplode di fuochi artificiali … festeggia con fuochi nel cielo nero che nasconde stelle inarrivabili negli occhi di chi esulta… l’Antropoide africano asiatico caucasico si ammassa sulle strade e piazze sventrandosi di risate e gridi e insudiciarsi nella eguaglianza del razzismo planetale… Io Antropoide simbolo del male peggiore dalla finestra guardo il “globo” scendere a Times Square di Manhattan 10 9 8 7 6 5 4 3 2 1… come fa un sasso lanciato nell’acqua il fondale del pianeta esplode allargando a cerchi l’irradiazione della massiva potenza nucleare.

 

Giorgio Linguaglossa

 

Costantina Donatella Giancaspero vive a Roma, sua città natale. Ha compiuto studi classici e musicali, conseguendo il Diploma di Pianoforte e il Compimento Inferiore di Composizione. Collaboratrice editoriale, organizza e partecipa a eventi poetico-musicali. Suoi testi sono presenti in varie antologie. Nel 1998, esce la sua prima raccolta, Ritagli di carta e cielo, Edizioni d’arte Il Bulino (Roma), a cui seguiranno altre pubblicazioni con grafiche d’autore, anche per la Collana Cinquantunosettanta di Enrico Pulsoni, per le Edizioni Pulcinoelefante e le Copertine di M.me Webb. Nel 2013, terza classificata al Premio Astrolabio (Pisa). Di recente pubblicazione è la silloge Ma da un presagio d’ali (La Vita Felice, 2015).

 

 

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