Alejandra Alfaro Alfieri – Tredici poesie inedite
Con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Giorgio Linguaglossa
Cado. Ci sono ombre: le vedo davanti a me.
/ Uno specchio di ricordi oscuri.

Alejandra Alfaro Alfieri è nata a Buenos Aires nel marzo del 1989. Cresciuta in Perù, si è poi trasferita in Spagna e in Italia, dove si è formata come operatrice sociale e dove studia Sociologia, presso l’Università degli Studi “La Sapienza” di Roma. Ha pubblicato, oltre a vari testi in antologie italiane, il prosimetro De la mente al corazón (“Dalla mente al cuore”), la raccolta di poesie Profunda Eternidad (“Profonda Eternità”), il libro Creadora de un vínculo poético universal, scritto a quattro mani col poeta spagnolo Tomás Morilla Massieu. Ha diretto la “Revista cultural Puertos” di Lima, Perù. Attualmente sta lavorando al suo primo romanzo: El guardián de su verdad.

Giorgio Linguaglossa
in foto, Alejandra Alfaro Alfieri:
Tra i sogni di due sconosciuti passano pensieri
 

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Presentiamo qui la poesia di una autrice della nuova generazione: Alejandra Alfaro Alfieri che fa anche parte della redazione dell’Ombra delle Parole, l’«avanguardia senile», come è stata ironicamente chiamata da Antonio Sagredo. Come diciamo di frequente da queste colonne d’Ercole, la gran massa della poesia contemporanea appartiene a quel «nuovo» genere finzionale, dove il protagonista della pagina scritta è l’autore trapiantato in essa con tutto il proprio bagaglio di cronachismo e di quotidiano. La poesia di Alejandra Alfaro Alfieri prende le distanze da questo modo di intendere la poesia, mette in opera una autobiografia post-freudiana e post-lacaniana, si relaziona alla macchina desiderante dell’inconscio per scoprire le ragioni del proprio essere nel mondo:

Cado. Ci sono ombre: le vedo davanti a me.
Uno specchio di ricordi oscuri.

Alejandra considera la tensione fabulatoria quale ordine quale ragione principe del discorso poetico. Così, finzione e fabulazione scorrono in questa poesia come un cardo e un decumano incrociandosi e arricchendosi con i tagli delle vie laterali.

Giù, fino in fondo.
Provo a passare con cautela
per non risvegliare la paura.
La urto per sbaglio. Ne sento la minaccia.

Eppure, a guardar bene, non c’è nulla di privato in queste poesie, nulla di autobiografico. Se diamo per scontato che la finzione è tutto ciò che consente al racconto in versi di dispiegarsi secondo i binari della verosimiglianza e/o della inverosimiglianza nella continuità di un filo conduttore che mette in comunicazione la vita quotidiana con la poesia sul quotidiano, direi che nella poesia di Alejandra Alfaro Alfieri ci troviamo davanti ad un finzionale non come «finzione» ma come realtà dialettica del confronto fantasmatico tra gli attanti astratti della sua psiche, fondale sul quale si proiettano le immagini e i mitologemi del suo racconto fabulatorio.

In questo generale moto di deriva che sono i linguaggi poetici mediatici, il linguaggio poetico di Alejandra Alfaro Alfieri si cimenta in una resistenza alla loro direzione di marcia, del senso che la poesia che si fa oggi del fabulatorio e del quotidiano vorrebbe comunicare. Voglio dire che ciò che nella poesia di Alejandra appare di «retroguardia» e di «antico», è proprio ciò che resiste al solipsismo della comunicazione poetica in auge in certe scritture di oggi «al femminile», ciò che si allontana da quel paradigma risulta qui  pienamente convincente.

Che la poesia delle nuove generazioni non possa che essere, in fin dei conti, che augurale e finzionale, e quindi conservativa della poesia-confessione come quella più adatta alla comprensione presso il pubblico mediatico, credo non ci sia ombra di dubbio. Oggi la maggioranza scrittoria di ciò che passa per poesia «al femminile» appare davvero non più esente da opposizioni e/o petizioni di principio oppositive. Una visione salvifica e di celluloide vorrebbe suggerirci e ci suggerisce senza ambasce né incertezze che la poesia-confessione sia la forma-poesia dell’evo mediatico. La poesia di Alejandra invece sta tutta dentro la tuta da palombaro della propria impermeabile fantasmaticità, dentro l’onda di una metricità interrotta che sa di «antico» ma è molto più moderna delle modernissime scritture della motricità prosastica e della sciatteria morfologica, per usare un eufemismo, che crede di nutrirsi del villaggio dell’anima che si ascolta e si dice, come in tralice e in trance, nel mondo combusto e terremotato della comunicazione globale.

Catafratta dentro la propria impermeabile tuta mimetica la poesia di Alejandra Alfaro Alfieri adesso può viaggiare tra i lettori. Se mai esistono ancora i lettori di poesia.

Giorgio Linguaglossa
Alejandra Alfaro Alfieri – È ancora silenzio.
Cieco, inciampa tra le parole

1.

Porto la luce pagana
come un bambino che sale sui muri
e contempla, per la prima volta,
l’oscillare della primavera, nuda, senza vergogna.

Cado. Ci sono ombre: le vedo davanti a me.
Uno specchio di ricordi oscuri.
Riflesso di ciechi, barbaglio di fumo.
Un rumore che inquina la coscienza
si nasconde dietro alla parete.
Tra il cuore e la mente.

2.

Attraverso il silenzio che divide il mare
non c’è parola che voglia parlare.
Il tempo offre un appiglio per risalire in fretta,
come all’insetto che ovula il processo della metamorfosi…
Solo quando rinasco, comprendo
che cos’è la vita

3.

Giù, fino in fondo.
Provo a passare con cautela
per non risvegliare la paura.
La urto per sbaglio. Ne sento la minaccia,
come uno sguardo che mi interroga,
un arcangelo mascherato, caduto sottoterra…
Ma continuo fino al battito.
La pelle non si fida dei pensieri che restano incerti.
Pensano, invece di vivere.

4.

Davanti allo specchio, il monologo
che spoglia senza misura ogni parola.
Si svuota a mano a mano il mare dei pensieri.
Non c’è marinaio che possa condurre questa barca
inondata dal dubbio. Arresa, senza un tramonto.
Nel riflesso, l’inganno del traguardo.

5.

Sempre la primavera

Sempre la primavera,
a rievocarmi nei suoi rumori.
L’odore dell’incerto, carico di tinte.
Voci, tra le vie, canzoni. E l’andare
che scorre denso, ininterrotto.
Ogni passo senza cornice.

6.

Il nuovo piano dell’esistenza

La strada è persa.
Un rilievo sinuoso, controverso, è
il nuovo piano dell’esistenza.

Accanto al cammino, lettere blu:
le osservo per orientarmi.

L’oceano non riconosce la marea del corpo,
la nuova composizione che divide le frontiere.
Si spostano da sinistra a destra, formano linee di forza.
Bestie divorano l’orizzonte.

Giorgio Linguaglossa
da sx Paolo Cenni, Giorgio Linguaglossa,
Alejandra Alfaro Alfieri, 2017

7.

Gli oggetti che sfuggono.
Nessuno interpreta la necessità
di chi scrive ancora il giorno.
Ogni angolo ci rifiuta.
Si va in scena senza paradiso.

8.

Piazza Venezia

La notte cade dal cielo di piazza Venezia.
Ballano le creature bianche del porto,
disegnando in aria le torri che vegliano i gabbiani,
sopra castelli di spazzatura.

Giulio rimane qui,
a piedi nudi nel museo ancora aperto.
La città ha un grido immobile.
È senza salvezza.

9.

Spezza lo schema:
esplora le cose oltre ogni controllo.
A mano a mano, la vita veloce rallenta.
C’è da pensare, per compiere in fretta l’azione.

Tu sai che niente va perso,
anche i fiori sfogliati in una precoce primavera.

10.

È ancora silenzio

La notte spoglia le stelle.
Tra i sogni di due sconosciuti passano pensieri.
Crescono in frasi, col tempo.
Sulle labbra si stampa l’amore,
la trama di un nuovo scontento.

È ancora silenzio. Cieco, inciampa tra le parole.
Senza potersi guardare,
attraversa i laghi dei sospiri perduti.

Più in alto, il mormorio di un desiderio arrendevole
lo nasconde. Brucia nella schiena del sole.

11.

Stagnazione

Dentro il cortile, il sole sparso per terra.
Spento.
Intorno al sole spento, una farfalla bianca
circondava il paradiso della sua anima.

Da lontano si vedeva come se ne vanno l’illusione,
i ricordi della spiaggia,
e come la sabbia invita a uscire sempre di più verso il mare,
per avvicinarsi al cerchio.

Ritroveremo nel vento il lamento. Il dolore
nella pioggia del cielo. E questa vita mondana,
immatura nelle sembianze. Dissipata,
nel quadrante del tempo.

12.

L’attesa vestiva i nostri corpi.
Tu stavi in silenzio – le mie dita, la pelle della tua spalla.
Non volevo pensare che dovessi dividere la mia illusione
dal tuo sguardo obliquo…

I minuti si cercavano alla fine della partenza.
La vita tornava oltre quella.
Noi ci allontanammo da noi stessi,
senza più condividere lo stesso spazio.
La distanza non era compresa come misura geografica o fisica.
La distanza non esisteva.

Ogni giorno gli specchi avevano preso a osservarmi.
La parete era piena di quadri non allineati,
raggruppati secondo la corrente artistica.
Mi ero concentrata su come si scioglievano le cuffie,
sulla vecchia sedia di legno. Ma non dicevano nulla.
E le canzoni blues si erano stancate di ritornare in scena.
Neanche l’attesa mi chiamava.

Solo il flashback di quando mi infilai sotto le coperte.

13.

Un circolo vizioso

Questa è la poesia dell’incertezza,
l’anima nascosta di chi porta una tigre silenziosa.
C’è il volto della gioventù, nel buio dell’universo.
Tra le ginocchia l’attesa resta in sospeso.

Dall’altro lato, il tempo si disfa dietro al paradiso.
Un riflesso nello specchio traguarda.
Sotto al letto, a bassa voce, la tigre indica l’ombra,
che dalla giungla arriva al vuoto sottofondo.
Un circolo vizioso.

Nel deserto soffiavano persi i respiri,
gli strumenti a fiato dell’attimo.
Il fiore di primavera – così lo ricordo –
spogliava l’indecenza.

 

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