John L. Stanizzi, Poesie da Stagioni sul viale a cura di Angela D’Ambra con un pensiero di Pier Aldo Rovatti da Abitare la distanza

 

Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa

Giorgio Linguaglossa
Il pollivendolo sorrise/ nel porgerle i due pennuti/ sopra il bancone

John L. Stanizzi è l’autore della plaquette Windows. Fra le sue raccolte poetiche: Ecstasy Among Ghosts, Sleepwalking, Dance Against the Wall  pubblicate da Antrim House Books, After the Bell e Hallelujah Time! Pubblicate da Big Table Publishing Company. Le sue poesie sono apparse su Prairie Schooner, il New York QuarterlyTar River Poetry, RattlePassagges NorthThe Spoon River Quarterly, Poet LoreThe Connecticut River ReviewFreshwaterBoston Literary Review, e molti altri periodici. Stanizzi ha dato letture poetiche in varie località del Connecticut, tra cui The Sunken Garden Poetry FestivalRJ Julia Booksellers, e l’Arts Cafe Mystic. La sua opera è stata pubblicizzata su The Writer’s Almanac di Garrison Keillor Almanacco. Al momento è professore a contratto di inglese presso il Manchester Community College. John è attualmente al lavoro su Alleluia Time! -volume II, il seguito del recente Hallelujah Time! Vive con Carol, sua moglie, a Coventry, Connecticut.


Giorgio Linguaglossa
diabolik-eva-kant Roy Lichtenstein

 

Che cosa accade quando mettiamo tra parentesi, tra virgolette o in corsivo? Che rapporto ha questa interpunzione della frase con il peso e l’alleggerimento? Con una differenza, una marca, con questi “siparietti”, introduciamo indubbiamente una distanza: distanza, innanzi tutto, dalla letteralità. Tra la pausa della parentesi e il funzionamento della metafora c’è qualcosa di più che un ponte, come aveva compreso Paul Ricoeur parlando – riguardo alla metafora – di sospensione della verità. E come testimonia l’attenzione di Bateson per il gioco a incastro delle narrazioni in un testo teorico. Molti degli equivoci sulla metafora e sulla narratività in filosofia verrebbero sgombrati se riportassimo l’attenzione proprio su questo punto “filosofico” che è la distanza, o più precisamente l’operazione linguistica del distanziare, di distanziazione; e se considerassimo la metafora senza subito ridurla al suo ovvio effetto “letterario”, producendo – per questa via – un’altra batteria di equivoci, quelli legati al “semplice” viraggio della parola filosofica verso la parola poetica.

 

Ma se poi ci accordiamo nel riconoscere che la distanziazione è il modo con cui il pensiero può abitare il linguaggio, se ci intendiamo sull’importanza di questo luogo problematico dove l’aporia e il paradosso stanno di casa. Questa distanza, infatti, non potrà mai essere davvero un chiamarsi fuori, come se il soggetto di cui qui è questione, che non si esaurisce nel soggetto grammaticale, e perciò neanche in una dispersione di “io”, avesse la possibilità di spostarsi o di essere già all’esterno, assumendo per sé una delle figure della tradizionale gamma filosofica che oscilla tra lo spettatore disinteressato e il “funzionario dell’umanità”, e disponendo di conseguenza il linguaggio in posizione di oggetto, isolabile, descrivibile in quanto isolato e in tal modo manovrabile. Sulla base di questo “miraggio”, che non cessa di riprodursi anche nella stessa operazione fenomenologica di riduzione al soggetto, si è tecnicizzata questa macchina logico-filosofica che Heidegger ci ha fatto vedere meglio di altri, che Descartes non ha inventato ma semmai insegnato ad usare: la macchina soggetto-oggetto.1

 

1 Pier Aldo Rovatti Abitare la distanza Raffaello Cortina Editore, 2007 pp. XXII-XXIII

 

Commento di Giorgio Linguaglossa

 

Possiamo affermare senza tema che il linguaggio poetico di John Stanizzi è un linguaggio «poroso», sporcato dalle macchie del quotidiano (si dice così?), ma poi c’è il fatto che nessuno sa cosa sia il «quotidiano», e così ciascuno si arrangia come può. Fare poesia del «quotidiano» certo che è possibile, anzi, è doveroso perché la nostra esistenza è immersa al 100% nel quotidiano; davvero, non possiamo uscire dal quotidiano neanche se lo volessimo, questo è il fatto. Ma in poesia? Quale «quotidiano» metterci dentro?

 

Comunque, a me il modo di trattare il «quotidiano» da parte di John Stanizzi piace, è un modo molto diverso da quello adottato, per esempio, dai nostri milanesi, Stanizzi adotta una fraseologia nominale e il verso spezzato, mi sembra un’ottima scelta. Fa uno spezzatino minimalista ma ci mette dentro una buona dose di briosità e di fantasia. Le sue poesie non sono mai prevedibili, sorprendono il lettore ad ogni strofa, non gli concedono facili tregue. Vi si trova il «pollivendolo», la «tarantella» il «Pop-pop», la «stella di Betlemme» e tante altre cose bizzarre; c’è l’«autunno», l’«estate», la «primavera», l’«inverno» ma senza mai alcuna concessione al poetico o a frasi stereotipate o a rimandi telefonati, vi si trova la vita delle persone comuni colta nella «avenue» qui in fotografia in momenti particolari e dalla angolazione del punto di vista di Stanizzi. C’è un piccolo pezzo di monto, e Stanizzi fa poesia su quel piccolo pezzo di mondo.

 

Giorgio Linguaglossa

Certi giorni spargevo briciole sulla veranda,
legavo uno spago a uno stecco, puntellavo una scatola

 

STAGIONI SUL VIALE

 

Albany Avenue, Hartford, Connecticut, c. 1955

 

inverno

 

Le luci dell’albero di Natale
tingevano i fiori del gelo
sulla finestra di Sosie
come una cattedrale.

 

Pop-Pop,
padre di Big Millie,
era venuto da Philly per le feste
e ci sedemmo tutti in salotto

 

battendo il tempo all’ansimo della fisarmonica
mentre lui e Sosie,
ottantenni,
ballavano la Tarantella,

 

goccioline di vino attaccate
come rugiada ai suoi enormi baffi,
il dente d’oro come la Stella di Betlemme,
gli occhi azzurri di lei occhi rapiti di bambina.

 

winter

 

The lights from the Christmas tree
stained the blossoms of frost 
on Sosie’s window 
like a cathedral.

 

Pop-Pop,
Big Millie’s father,
had come from Philly for the holiday 
and we all sat in the parlor

 

clapping to the wheeze of his concertina 
as he and Sosie, 
in their eighties, 
danced Tarantella,

 

beads of wine clinging
to his huge mustache like dew,
his gold tooth like the Star of Bethlehem,
her blue eyes the wild eyes of a child.

 

Giorgio Linguaglossa

[J. Stanizzi] e io amavo guardare,/ finché, braccato da bulletti,/ me la filavo a casa

 

primavera

 

Vecchi 
concentrati sul domino o la dama
assiepati intorno
agli ampi tavoli del parco giochi.

 

Iniziavano all’alba
e io amavo guardare,
finché, braccato da bulletti,
me la filavo a casa.

 

Salivo le scale a fatica,
carponi, chiamando Sosie!
Lei correva alla stufa,
avvolgeva una moppina a un manico di pentola,

 

e gettava acqua bollente sui ragazzini in basso.
Veniva giù come pioggia calda
e quelli se la ridevano e correvano tutt’intorno,
con le bocche sorridenti aperte, a catturare gocciole.

 

Nel tardo pomeriggio trasportavo pietre –
munizioni –
e attendevo sul ballatoio del terzo piano
l’invasione dei ratti nel capanno dei rifiuti.

 

spring

 

Old men 
concentrating on dominoes or checkers 
crowded around 
the big tables on the playground.

 

They started at sunrise 
and I liked to watch, 
until the tough kids 
chased me home.

 

I’d flounder up the stairs 
on all fours, calling Sosie! 
She’d hurry to the stove, 
wrap a mopeen around a pot handle,

 

and throw hot water onto the children below. 
It fell like warm rain 
and they laughed and ran around 
catching the droplets in their open, smiling mouths.

 

In late afternoon I’d haul stones –
ammunition- 
and wait on the third floor porch 
for rats to invade the garbage shed.

 

estate

 

Il pollivendolo sorrise
nel porgerle i due pennuti
sopra il bancone.
Erano legati per le zampe,

 

e Sosie li portò a testa in giù
tre miglia intere fino a casa;
si agitavano con tale furia
da non sembrare neppure polli

 

ma un grosso piumino in un vento forte;
tutto il tratto fino all’appartamento
rimbalzarono contro le scale
e le pareti chiazzate d’umidità.

 

Anche quando lei tranciò loro il collo
con un rapido sguiscio di lama
e sangue sciropposo colò nel tubo di scolo,
c’era movimento.

 

E io guardavo,
diteggiando sbadatamente
lungo i rulli
della lavabiancheria.

 

Quando immerse i pennuti
nella pentola d’acqua bollente,
uscii sul retro
a far rimbalzare una palla giù per le scale,

 

finché mi disse di rientrare
per strappare piume bagnate
da calda carne gialla.

 

summer

 

The chicken man grinned 
when he handled the two birds 
over the counter.
They were tied at the feet,

 

and Sosie carried them upside-down 
the entire three miles home; 
they flapped so wildly 
that they didn’t look like chickens at all

 

but like a big feather duster in strong wind; 
all the way up to the apartment 
they bounced off the stairs 
and water-stained walls.

 

Even after she sliced their necks 
with a quick slip of her razor 
and washed the syrupy blood down the drain, 
there was movement.

 

And I watched, 
walking my fingers casually 
along the rollers 
of the washing machine.

 

When she lowered the birds 
into the pot of boiling water, 
I went out back 
and bounced a ball off the steps,

 

until she called me in 
to pull wet feathers 
from hot yellow flesh.

 

autunno

 

In ottobre
gli odori del viale si attenuavano
e gli alberi del Parco giochi De Lucco 
seminavano ghiande sull’asfalto.

 

Certi giorni spargevo briciole sulla veranda,
legavo uno spago a uno stecco, puntellavo una scatola,
e me ne stavo steso e quieto,
cercando di catturare piccioni.

 

Di notte mi stendevo sul letto di Sosie,
nella sua stanza illuminata da ceri per i morti,
frescura vicino le finestre,
il martellio nei tubi non ancora spurgati,

 

e appena prima del sonno,
il caldo brusio dell’orologio di cucina.

 

fall

 

In October 
the smells of the avenue diminished 
and the trees on the De Lucco Playground 
sowed acorns the asphalt.

 

Some days I would spread bread crumbs on the porch,
tie a string to a stick, prop up a box, 
and lie flat and quiet, 
trying to catch pigeons.

 

At night I’d lie in Sosie’s bed,
her room lit with candles for the deceased,
a coolness around the windows,
the drumming in the pipes not yet purged,

 

and just before sleep,
the warm hum of the kitchen clock.

 

Angela D’Ambra nel 2008 si è laureata in Lingue e letterature straniere presso la Facoltà di Lettere e filosofia di Firenze. Nel 2009 ha conseguito il diploma di Master II in traduzione di testi postcoloniali in lingua inglese presso l’Università di Pisa. Nel 2015, la laurea in Lettere Moderne presso la Scuola di Studi Umanistici e della Formazione (Firenze). Dal 2010 lavora come traduttore freelance. Ha tradotto (EN>IT) poesie di autori contemporanei (canadesi, americani, australiani, ecc.). Le traduzioni sono comparse sulla rivista El Ghibli (2010 – 2016) e su altre riviste italiane online e cartacee. Al momento sta traducendo tre raccolte poetiche: due di poeti canadesi (Gary Geddes e Glen Sorestad), una del poeta americano John Stanizzi.

 

 

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