Dialoghi e Commenti intorno alla nuova ontologia estetica – Giuseppe Talia, Steven Grieco Rathgeb, Giorgio Linguaglossa, Alfredo Rienzi, Anna Ventura, Giuseppe Talia, Rossana Levati, Roland Barthes, Maurizio Ferraris, Giorgio Manganelli, Pier Aldo Rovatti, Poesie di Czeslaw Milosz, Lucio Mayoor Tosi, Gino Rago, Carlo Livia, Cecco Angiolieri, Donatella Costantina Giancaspero

 

 Giorgio LinguaglossaGiorgio Linguaglossa

 

 

12 febbraio 2018 alle 9:08

 A proposito della poesia di Lucio Mayoor Tosi

Lucio Mayoor Tosi

Lui e Lei avevano due simil gatti:
Andersen e l’altro Eckersberg. Entrambi maschi.
E castrati.
Andersen amava le camicie bianche
Eckersberg il contatto con la nudità.
“Fetente ma raffinato”, così recitava
la pubblicità.
Ma Lei aveva a cuore Andersen.
Se lo teneva in braccio o sulle spalle,
anche stando in piedi mentre cucinava:
sapori dell’India per loro e bianchi
ma finti spaghetti per Gatto Eckersberg
il nudista.
Lei stava morendo. Lo faceva ogni giorno.
Lui se non aveva da leggere svitava
e avvitava qualsiasi cosa.
John Lennon, Miles Davis, Natasha Thomas.
Lei quei pontili sospesi sul lago. Ma senza nebbia
e nemmeno dragoni. Solo cose per Andersen.
(Se la noia non vi assale, penso io
vuol dire che siete fumatori).
– Tutta l’Europa del sud è un canile.
A cominciare da Courbet. Non è vero, Eckersberg?
Quell’Origine del mondo, appena concepito
con furore. Quel leccarsi le dita…
Lei non rispondeva (stava morendo).
Contemplava le forme molli di un cubo
le bollicine dell’axterol, le lancette
dell’orologio sull’ora e i secondi.
– Probabilmente il sole. Disse Lei.
E non tornarono sull’argomento.
Tranne un giovedì, allorché Lei disse:
– Credo che ad Andersen farebbe bene
un piatto di trippa ogni tanto.
Il cargo dei viveri Okinawa era in ritardo
ormai di tre settimane (sei mesi terrestri).
Salgari sarebbe già partito in missione
con a bordo almeno tre robot ambasciatori
di marca tedesca.
Ma era stagione di polveri.
Difficile poter comunicare, inutile sprecare
Metafore. Si sarebbero perse nel vuoto
tra le lune. Quindi Lui e Lei si misero d’accordo
per spedire un messaggio criptato
al sovrintendente dei beni umani,
Ork il maligno; in realtà un povero cristo
circondato da macchine, alcune a vapore
(per via della pelle che nella stagione delle polveri
gli si seccava. Puntualmente e orribilmente).
“Aghi OrK”, così iniziava il messaggio
“Le bdhko di lk snmlir8jk! Andersen bd in vgeytz!
Si dia una mossa”.
La risposta non si fece attendere:
“Mi sono informato: niente trippa sul cargo Okinawa.
Ma posso mettervi da parte dei pomodori irlandesi”.
E in un secondo messaggio aggiunse:
“Per il gatto ho un Mickey Mouse del ’63.
Il mio l’ha già letto. Lo so, non è divertente”.
Le quattro linee del tramonto si stavano fondendo
nel sogno turco di Moon light.
Lui si tolse le spalline di cristallo, si strofinò gli occhi
e senza dire una parola volle intrattenersi ancora un po’
con Lei, che nel frattempo aveva terminato
di raddrizzare, così diceva, tutti i rametti del prezzemolo.
Fecero programmi. Il letto scandinavo ondeggiava
rumorosamente.
Vista dal giardino lenticolare, la casa sembrava
un traforo di merletti. Ork il maligno, come al solito
stava trasmettendo pensieri sconclusionati.
Lo chiamava Ozio dei poveri. Oppure
a seconda del momento, solo ‘Zio.

 

Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa

 

Lucio Mayoor Tosi in questa poesia ci rende familiare una serie di esperienze impossibili, il che non equivale ad una esperienza limite della condizione della normalità, quella in cui normalmente ci troviamo nella vita quotidiana, ma ad un’altra situazione che richiede un altro ordine di parole e un altro piano immaginativo. Si tratta di un’«altra» pratica delle parole, un «altro» modo di abitare il linguaggio poetico. Si tratta di una serie di esperienze impossibili che qui trovano convegno, esperienze che non potranno mai trovar luogo nell’ambito della normale vita quotidiana, almeno in quell’idea del quotidiano che un pensiero positivizzato vorrebbe farci credere. Il quotidiano qui è stato ridotto in frammenti, decontestualizzato e ricontestualizzato in un «altro» ordine, propriamente un ordine ultroneo ed erraneo che non è più in contatto con il pensiero unidirezionale e unilineare che una estetica positivizzata vorrebbe inculcarci, il quotidiano non è affatto quel monolite dell’io penso dunque sono ma abita un «altro» piano del reale, quello dove vige un «altro» principio: noi (una pluralità) forse pensiamo i pensieri di altri in un «altro» modo, il nostro modo è una pluralità di modi, e forse noi pensiamo veramente solo quando non pensiamo, solo quando pensiamo negli spazi, negli interstizi tra un pensiero e l’altro, quando sostiamo nei retro pensieri che non sono nostri ma di altri, che noi crediamo di aver fatto propri. Il fatto è che noi sostiamo e pensiamo nei pensieri di altri. Ergo, noi siamo altri.

Questo modo di intendere il reale e il soggetto, la soggettità e la soggettività, produce il mondo della «alterità». Il mondo è una continua alterità di eventi che interagiscono con la mia soggettività plurale, cambiandola, deformandola… i vettori di questa deformazione morfologica, di questo cambiamento sono la metafora e la metonimia, e la chiave di accesso a questi veicoli è l’«immagine» che può abitare contemporaneamente più spazi e più tempi. L’immagine temporalizza lo spazio e spazializza il tempo, l’immagine crea lo spazio nel mentre che crea il tempo, fa vuoto, crea il vuoto dal nulla e crea il nulla dal vuoto. Letteralmente: senza l’«immagine» la «nuova ontologia estetica» cessa semplicemente di esistere. L’impiego dell’«immagine» entro queste coordinate categoriali rende possibile il «pensare l’impossibile» della poesia di Lucio Mayoor Tosi e anche di quella di un Mario Gabriele, poesia la cui procedura è singolarmente complessa, plurale perché richiede una dimestichezza, una pratica della alterità del linguaggio, una pratica linguistica e metaforica del tutto nuova e inusitata, almeno per la poesia italiana, perché una tale pratica la si trova ad esempio nella poesia di un Tomas Tranströmer e in quella di un Petr Kral o di un Michal Ajvaz.

 

Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa

 

 

Scrivevo in un commento del 22 aprile 2016 alle 17.38:

caro Salvatore Martino,

s’intende che la stesura definitiva di questa mia poesia sia quella che io le ho dato. Essa è fissata così, e per sempre (un sempre umano ovviamente). L’esperimento di decostruzione compositiva e di riassemblaggio di Ubaldo De Robertis è, appunto, un esperimento che è utile per liquidare, una volta per tutte, il pensiero teologico della Santità della poesia, e quindi della sua immodificabilità. E, invece, la poesia è modificabile, scomponibile, ricomponibile come ogni altra cosa nel mondo dell’iper-moderno. La Poesia ha perso il «Centro». Bene, e allora facciamo di questo punto di «debolezza» il nostro punto di «forza». La Poesia è rotolata verso la «periferia» delle scritture dell’io e delle scritture tele mediatiche. Bene, accettiamo la sfida per dire che è possibile fare una poesia della «perdita del Centro» per riposizionarla al «Centro» di un universo eccentrico.

In tal senso, anche la scrittura più destrutturata e decostruita del Novecento, Laborintus (1956) di Edoardo Sanguineti, è ancora una scrittura che si poneva nel solco di un pensiero teologico, si poneva come “opera aperta” ma pur sempre come posta al «centro», magari di un «nuovo centro» di una nuova istituzione letteraria. Era, in definitiva, una destrutturazione che operava all’interno della letteratura. Noi invece pensiamo che la letteratura debba uscire fuori dalla Letteratura, che i generi debbano essere dis-locati al di fuori dei loro confini, insomma, pensiamo di dare uno scossone a tutti i residui di pensiero teologico e logocentrico, e di porre la poesia stabilmente in un «luogo» che è dato dalla mancanza di un «centro» ove tutto è instabile e probabilistico, e di fare di questa mancanza di un «centro» la nostra forza. Certo, non pensiamo di aver inventato alcunché, già Eraclito, forse il pensatore più possente dell’Occidente insieme a Parmenide, aveva pensato il «frammento».

Quello che l’Ombra sta vivendo è qualcosa che attiene all’essenza profonda della nostra epoca che vive di rivoluzioni (scientifiche) continue della percezione del mondo. Viviamo in un momento di grandi rivoluzioni scientifiche. Il CERN di Ginevra ha detto che entro qualche anno sapremo con certezza che cosa c’era prima del Big Bang. Ebbene, questa per me è una novità sconvolgente, una novità che ci coinvolge tutti. Un’altra teoria scientifica recentissima recita che non c’è mai stato un Big Bang, ma un continuo divenire degli universi da altri universi. Insomma, un riversarsi di universi in altri universi.

In fin dei conti, anche la poesia recentissima sembra rispondere a queste nuovissime cognizioni del Multiverso: un continuo riversarsi di frammenti in altri frammenti…

 

  1. Anna Ventura

  2. 12 febbraio 2018 alle 11:46

 Mi colpisce questa frase.”sostiamo e pensiamo nei pensieri di altri”; c’è la tutta la problematica pirandelliana.Mi sono sempre chiesta(e continuo a chiedermi)se è possibile un pensiero completamente libero, se esiste una persona capace di ignorare ogni interferenza altrui. Credo di sì; ed è così che nascono i grandi asceti, ma, forse,anche i tiranni.

 

  1. Carlo Livia

12 febbraio 2018 alle 12:05

 L’elemento discriminante e decisivo per una rifondazione categoriale della natura e funzione del linguaggio poetico, che possa riequilibrare con un’istanza propositiva, rigenerativa la decomposizione delle strutture morfo-sintattiche e la conseguente denuncia della illusorietà del valore referenziale, semantico e gnoseologico del linguaggio – deve porre al centro il valore noetico ed ermeneutico della sensazione-emozione-sentimento, rovesciando l’attuale gerarchia assiologica in cui predomina la funzione normativa e tassonomica del gesto nominativo del soggetto razionale, inevitabilmente dominatore, riduttivo e deformante.
La nuova ontologia “estetica” (aistesis, sensazione) dovrebbe rimettere al centro di una visione riformata e più autentica delle strutture dell’essere, ciò che precede il linguaggio: la dimensione affettiva, il pathos, che per millenni ha generato il linguaggio mistico e mitologico, il canto di Orfeo, capace di trascendere i confini della vita mortale e ridale all’uomo il suo sguardo divino sull’eterno.

Quasi Euridice

Quelle donne d’altare necessarie al silenzio
quei cieli spogliati nel sonno delle strade
si amano scomparendo senza sapere perchè

Il tempo si finge lontano ma impallidisce
e lascia intravedere dalle fessure
l’azzurro di violino sfiorato nell’amplesso

Il suo sguardo è un calice d’ignota nostalgia

e si muta in sette candelabri sospesi in alto mare
quando lo sfioro in un sogno d’usignoli muti

Le sue mani alimentano di musiche nuvolose
gli immensi bambini malati
nascosti nelle raffiche degli addii

La sua voce adorna di brezze incestuose
le verande autunnali di Mozart

Quando si allontana i muri gridano
tutti i peccati della notte

Quando si stende sul mio letto il Paradiso oscilla
fra un naufragio d’ostie e una lacrima infinita.

 

Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa

 

  1.  

Alfredo Rienzi

12 febbraio 2018 alle 12:55

 Caro Giorgio, caro Giuseppe Talia e cari tutti,

chi mi conosce sa che le parole “detrarre” e “accusare” non fanno parte del mio vocabolario e, a monte, del mio pensiero. E, nello specifico, non avrei ne armi, né competenze (né tempo, ahimé) per argomentare criticamente sui vari aspetti della interessante azione di ricerca e pratica poetica viene compiuta che su queste pagine (ma, conoscendo, da vent’anni Giorgio, anche su molte altre e precedenti pagine).

Non mi dispiacerebbe, però, in fondo fondo – amo capire, è un vizio, lo so – su quale base nasca questa idea di “detrattore”, anche considerato che ho già espresso più volte, sia in privato, sia su queste stesse pagine (vedi ad es. 24 sett. 2017) di essere molto interessato, a tratti affascinato, dalle scritture che qui ho la fortuna di leggere. Quindi né detrattore, anzi “ringraziatore” per quanto ho la possibilità di leggere, né “accusatore”. Né, tantomeno – perdonami Giorgio – ambizioso costruttore di una poetica “personale”, figuriamoci., sai bene quanto ogni testo si porti dietro dubbi, lavorio, incertezze… Semplicemente la mia curiosità e/o la mia schizofrenia mi portano ad un naturale bisogno di muovermi, anche disordinatamente, su vari percorsi (lungitudinalmente o trasversalmente). Il compianto Gianmario Lucini pensava di gratificarmi dicendo che la mia poetica aveva raggiunto una certa riconoscibilità: a me questa cosa atterriva ed ho sempre cercato di provare (anche con eteronimi) registri nuovi e mutevoli, compresi, ripeto compresi, quelli molto vicini alle suggestioni forti e – per me, e parlo per me – interessanti della NOE.

Però, dai, avessi un altro carattere potrei essere gratificato (oltre che dalla dedica di Giuseppe Talia) dal ruolo attribuitomi di “antagonista critico”: ma, oltre a non averne intenzione, non ne sarei all’altezza (ripeto). Magari qualche domanda, qualche aspetto tecnico può essere stato oggetto d’interesse e scambio d’opinione. Preferisco quindi, gratificarmi, con i testi proposti, di cui molti di assoluto interesse, come ben sanno alcuni amici di queste pagine. Tra l’altro, mentre scrivevo queste righe veloci (Demone dei Refusi, sii clemente…) mi giunge notizia dell’arrivo di Critica della ragione sufficiente. Quindi, buona lettura a tutti!

 

Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa

 

 

  •  

Giuseppe Talia

12 febbraio 2018 alle 20:21

 Caro Giorgio e caro Alfredo Rienzi,

anche io stamattina ho ricevuto la Critica della Ragione Sufficiente, ho avuto veramente poco tempo per leggere, una rapida occhiata stamani a colazione e una maggiore lettura, anche se settoriale in questa prima serata in vista della cena. A una prima impressione a caldo, Giorgio hai definitivamente stabilizzato il linguaggio critico rispetto a La nuova poesia modernista italiana (2011), in confronto Critica della ragione sufficiente, mi pare “fondante”, eliminati gli scarti della precedente, il discorso critico va oltre la crisi irreversibile di ogni linguaggio, in vista di una certezza maturata, un nuovo fondamento ontologico.

Leggerò con attenzione nelle pieghe. La mia strana capacità di entrare nelle maglie dei poeti che ho letto e che ritrovo pari pari nella Critica della ragione sufficiente mi ha fatto pensare a una sorta di appendice poetica alla riflessione sulla poesia contemporanea. Il mio è un pensiero presuntuoso (?), certo, ma non lontano dalla nuova ontologia, così come delineata dal nuovo empirismo critico di Giorgio.

Stamattina, ricevendo il libro, tra una tazza di caffè e qualche biscotto, sono andato a ricercare me stesso e subito dopo il compagno vicino di pagine, Alfredo Rienzi, appunto, a cui va tanta della mia stima. Come Giorgio, anche io, per scrivere i medaglioni di La Musa Last Minute, ho letto molto degli autori che riporto e che Giorgio tratta. Con una boutade si potrebbe dire che Giorgio ed io, messi insieme , rappresentiamo in due gran parte dei lettori di poesia dell’italica penisola, e non solo.

 

Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa

 

 

  1. Giorgio Linguaglossa

12 febbraio 2018 alle 14:51

 cari Carlo Livia e Alfredo Rienzi,

penso che la follia più grande sia pensare che il nome e la cosa coincidano e che il soggetto parlante sparisca nella nebbia della indistinzione, della coincidenza di tutto con tutto. Ma questa è la posizione di un pensiero teologico, anzi, teocratico: volere che il nome e la cosa coincidano. Questo potrebbe essere il Paradiso, ma un paradiso cimiteriale perché in questo Paradiso il soggetto sparisce, cessa di esistere, l’esserci non avrebbe più alcuna ragione per essere e la storia cesserebbe di colpo. La poesia è il modo a nostra disposizione per far apparire questa divaricazione, che tra il nome e la cosa si apre una distanza che aumenta sempre di più nel corso del tempo e della storia. Dobbiamo accettare questa condizione come una condizione destinale, non abbiamo altra scelta che accettare di pensare questa distanza che aumenta in ogni parola e in ogni frase che noi pronunciamo, significa accettare di abitare questa divaricazione, questa distanza ingravescente come la nostra condizione ontologica, anche perché non ne abbiamo un’altra a nostra disposizione, anzi, è la condizione che dispone di noi.

Abitare la distanza all’interno di ogni parola e tra le parole tra di loro significa tramutare la pesantezza in alleggerimento, significa pensare la parola e le parole come fatte di spazio «interno» oltre che «esterno», pensare i collegamenti tra le parole fatti per linee interne, pensare la metafora e la metonimia per le loro possibilità di essere pensate e agite secondo l’architettura delle loro «linee interne». È un rivolgimento copernicano questo che vado dicendo, ed io voglio invitarvi ad entrare dentro questo rivolgimento copernicano…

Il linguaggio poetico è il luogo dove le parole vengono alla loro patria. Sono le parole che cercano una loro patria, il poeta deve soltanto tenere aperte tutte le porte di ingresso del palazzo delle parole affinché esse possano venire quando lo riterranno utile. Dobbiamo accettare la nostra condizione, che siamo noi i padroneggiati, e che non padroneggiamo nemmeno una sillaba del nostro alfabeto, soltanto così ci apriamo alla condizione soggettiva che consentirà il rimpatrio delle parole nella loro patria metafisica. In fin dei conti la poetica altro non è che una strategia di comportamento per permettere alle parole di venire presso di noi.

 

  • Rossana Levati

 

12 febbraio 2018 alle 18:28

 “Il poeta deve soltanto tenere aperte tutte le porte di ingresso del palazzo delle parole affinchè esse possano venire quando lo riterranno utile”: questa frase di Giorgio Linguaglossa mi richiama questa poesia di

Czeslaw Milosz:

Ars poetica?

Ho sempre aspirato a una forma più capace,
che non fosse nè troppo poesia nè troppo prosa
e permettesse di comprendersi senza esporre nessuno,
nè l’autore nè il lettore, a sofferenze insigni.

Nell’essenza stessa della poesia c’è qualcosa di indecente:
sorge da noi qualcosa che non sapevamo ci fosse,
sbattiamo quindi gli occhi come se fosse balzata fuori una tigre,
ferma nella luce, sferzando la coda sui fianchi.

Perciò giustamente si dice che la poesia è dettata da un daimon,
benché sia esagerato sostenere che debba trattarsi d’un angelo.
E’ difficile comprendere da dove venga quest’orgoglio dei poeti,
se sovente si vergognano che appaia la loro debolezza.

Quale uomo ragionevole vuol essere dominato dai demoni
che si comportano in lui come in casa propria, parlano in molteplici lingue,
e quasi non contenti di rubargli le labbra e la mano
cercano per proprio comodo di cambiarne il destino?(…)

L’utilità della poesia sta nel ricordarci
quanto sia difficile restare la stessa persona,
perché la nostra casa è aperta, la porta senza chiave,
e ospiti invisibili entrano ed escono. (…)


(in C. Milosz, “Poesie”, Adelphi, traduzione di Pietro Marchesani)

  1. Rossana Levati

 

12 febbraio 2018 alle 15:14

Sul potere delle parole e sulla loro autonomia rispetto al ruolo dell’autore, assolutamente non centrale nè indispensabile nel procedimento della scrittura, spero siano utili queste considerazioni di Manganelli, che risalgono al 1977, anno di prima pubblicazione del suo volume “Pinocchio:un libro parallelo”:

“Le parole non sono antropocentriche, nessuno le “scrive”, non “vogliono dire” nulla, non hanno nulla da dire. Come l’universo, sono inutili.
Mi basta affermare che da un punto di vista scientifico l’ipotesi dell’esistenza dell’autore è superflua. (…)
La definizione dell’autore, essere umano che scrive parole al fine di raccontare una storia o incollare una poesia presuppone che ci sia un uomo fermo e che le parole, docili satelliti senza misteri, gli girino attorno, ed egli le catturi e disponga in un sistema verbostellare che chiama “la mia opera”. Risibile, risibile. Per quanto sia irritante, il signor comechesia (…) non è il centro del mondo”.

E ancora:

“Una parola violentemente scardina i silenzi acquamarini del profondo, e ne desta squame di pesci, squali, scheletri di navi, coralli, fosforescenze. (…)
Posso sfogliare una pagina, e posso sfogliare una parola, anche andare a capo infinite volte di un a capo, leggere un bianco, tacere un suono, di ogni lettera fare un’iniziale. Nulla di ciò sarà mai arbitrario, tutto sarà rigoroso, ubbidiente, devoto”.

 

Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa

 

 

  1. Giorgio Linguaglossa

 

12 febbraio 2018 alle 15:46

“Se diciamo «abitare la distanza», diciamo e sappiamo dire una contraddizione. Cerchiamo la maggiore condensazione che il linguaggio sembra permetterci per dire che non possiamo localizzarci definitivamente in alcuna parola e che neppure possiamo sfuggire la localizzazione della lettera immaginando un nostro nomadico essere sempre in movimento, sempre altrove. Se diciamo «abitare» perché non vogliamo dire «conoscere» o «cogitare», in tale importante trasferimento del senso del nostro luogo abbiamo comunque realizzato un transfert, ci siamo trasferiti nella parole, abbiamo comunque preso casa nella lettera, e da lì ci sentiamo dire «io». Se diciamo «distanza», intendendo l’esigenza di stare discosti da noi stessi, di prendere tempo e spazio nel nostro narcisismo, comunque ci ritroveremo in un’amicizia, in un patto con una parola amica.”1]

«E da lì ci sentiamo dire “io”»! Come suona sgradevole questa frase, come suona fuori luogo quell’«io» che fuoriesce dalle frasi ad effetto della cicala parlante! Quante volte abbiamo dovuto sopportare con santa pazienza tutto quel dispiegamento dell’«io», quel metaforeggiare inconsulto, smisurato e manierato della carlinga dell’io! – Quell’«io» viluppo di narcisismo e di parole protervie è un luogo posticcio disabitato dalle parole, o meglio, abitato soltanto dalle parole retoriche, posticce e prepotenti.

Pier Aldo Rovatti, Abitare la lontananza Raffaello Cortina, Milano, 2007. p. XXIX

 

  1. AnnaVentura

 

12 febbraio 2018 alle 16:08

 Una definizione di poetica, a mio modesto avviso,non dovrebbe precedere l’espressione artistica di un singolo poeta, o di un gruppo, ma derivarne. Disse bene l’Arcade: ”Qui pare di stare in Arcadia”; aveva colto il senso di chi esprime,in solitudine o in gruppo,una fede poetica.Gli Arcadi intuirono, in qualche modo, che c’era un possibile ponte tra il bello e il sociale, tra l’incontro umano e l’espressione artistica. Gli Illuministi immediatamente accesero i loro fari abbacinanti, cancellando ogni possibile finzione, col merito di preparare la strada verso il primo Romanticismo, il migliore.

 

Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa

 

 

  1. Gino Rago

 

12 febbraio 2018 alle 17:33

[Intorno] A proposito del Quadridimensionalismo – Brano tratto da Giorgio Linguaglossa, Critica della ragione sufficiente. Verso una nuova ontologia estetica – Progetto Cultura, 2018, pp. 512, € 21.00, [pp. 74/75]

[…]                           
Esemplare appare in Critica della Ragione Sufficiente. Verso una nuova ontologia estetica il botta e risposta fra Giorgio Linguaglossa e Maurizio Ferraris Sul Quadridimensionalismo, secondo l’osservatore proustiano de «La Recherche».
Soffermandoci su questo tema, [Pagine 74/75], Giorgio Linguaglossa dà la parola a Maurizio Ferraris [da Emergenza, Einaudi, Torino, 2016, pag.127].

Sostiene Maurizio Ferraris:

«[…] Nella prospettiva proustiana, la domanda ontologica «che cosa c’è per noi, in quanto osservatori interni allo spaziotempo?» si ha una risposta tridimensionalista soltanto se ci si limita ad osservare con la percezione; la risposta risulta invece quadridimensionalista se si osserva anche con la memoria. Ecco perché Proust sostiene che la vera vita sia la letteratura: perché è la vita registrata, fissata in un documento e resa quadridimensionale…[…] A ben vedere, però, la quadridimensionalità fa parte di individui comuni che rientrano nella nostra esperienza più ordinaria…».

Risponde Giorgio Linguaglossa:

«Per rispondere a Maurizio Ferraris, il problema che si pone a noi oggi, a distanza di cento anni da ‘ La Recherche ‘ è questo: ma noi sappiamo che esso [il segno] esiste come «traccia» di un qualcosa che non le preesiste, di un passato che non è mai stato presente e che non può essere rievocato. Vale a dire che non possiamo ripetere l’operazione di Proust, la quadridimensionalità si deve vestire di nuovi modi di rappresentazione […]».

Gino Rago

Sul quadridimensionalismo

“La madeleine*. Il selciato sconnesso.
Il tintinnio di una posata.
Le chiavi di casa perdute in un prato.
Diventano in noi la resurrezione del passato?
Fanno riapparire il tempo nello spazio?
[…]
Il passato si ripete nella materia grazie alla memoria.
Il tempo perduto esce dalla profondità delle quattro dimensioni.
Perché l’uomo è spaziotempo.


Perché al profondo, nel lungo e nel largo
soltanto l’uomo lega ciò che è stato.
Il tempo perduto. Il tempo passato.

Gli infiniti punti dello spazio e gli infiniti istanti del tempo
possono vibrare insieme solo nella Memoria.
E il presente è la scheggia di tempo che ricorda il passato.

La morte qui non c’entra. […]”

 

Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa

 

11     Steven Grieco-Rathgeb
23 aprile 2016 alle 18:00

Rileggendo e ripensando il post di Luigi Manzi sull’Ombra delle Parole, confermo quello che ho detto nel commento da me postato tre giorni fa. Ma a questo si è aggiunto un altro pensiero a cui da tempo cercavo di dare forma. Manzi me ne ha dato l’occasione. E l’occasione mi viene data anche dal post attuale, con la poesia di Linguaglossa.

Basandomi, ovviamente, sulle poche poesie di Manzi che ho visto, osservo in queste un linguaggio cifrato, obliquo: una volontà di piegare l’immagine-concetto perché questo possa passare vicinissimo al suo effettivo dire, letteralmente a un millimetro, senza mai toccarlo realmente, al massimo sfiorarlo. E’ una “timidezza” che nasce dalla consapevolezza del poeta che “tutto è stato detto” – o meglio che “i possibili modi di dire le cose sono stati tutti detti, esauriti”, e il pericolo più grande è ripetere il già conosciuto. Non per una questione pretestuosa di “originalità” o meno, ma perché ormai il compito più duro del poeta è di divincolarsi dall’abbraccio massacrante della civiltà delle immagini visive, che macina tutto, consuma e dimentica.

In Manzi questo avviene secondo me, e così torno a un mio pensiero che ho più volte esposto qui, perché la civiltà delle immagini, con la sua irruenza e prepotenza, dà al fruitore (noi tutti, compresi i poeti, che non possono da questo punto di vista rivendicare la benché minima posizione di prestigio o di inattaccabilità), dà al fruitore, dico, esattamente il senso di troppo pieno, di offerta, mille volte più offerta rispetto alla domanda, per cui siamo totalmente sazi. Il senso di sazietà culturale più di ogni altra cosa nuoce alla poesia, che è massimamente l’arte del silenzio, del gesto appena visibile. La poesia è questo. Nessun Majakovskij, con tutti i suoi squarci e urli e trionfalismi, è mai riuscito a rompere questa blindatezza della poesia. (E lui lo sapeva benissimo, ahimè.)

Dal canto suo, il poeta oggi che non ha analizzato bene la situazione attuale, che non ha fatto i conti con essa, si chiude in un suo isolamento e così pensa di essere salvo da questo vociare aggressivo di immagini. Di poter fare poesia nel suo angolino. In Manzi, come anche in Roberto Bertoldo, assistiamo invece ad un serissimo, lacerante tentativo di affrontare la più difficile questione che si pone oggi al poeta: come scrivere poesia pur sfuggendo alla macchina banalizzante e macinatutto. Dove trovare questo linguaggio, in quali, quali risvolti nascosti della realtà. Ogni strada sembra sbarrata, o finisce per rivelarsi un sorridente inganno.
Affrontare la questione richiede moltissimo coraggio, e questo sia Manzi che Bertoldo lo hanno fatto in modo mirabile.

Ciascuno a modo suo. Manzi come ho detto crea una poesia che ogni volta, o quasi ogni volta, sfugge di un millimetro al bersaglio, a quella volontà di comunicare il senso di ciò che pure vorremmo dire. Con questo stile “obliquo”, questa lotta di ombre che pure si percepisce fisicamente, questo cozzare di pensieri impalpabili che pure si sentono urlare, Manzi crea una poesia di grande forza e suggestione. Non avendo egli voluto scendere ad alcun compromesso con ciò che lo avrebbe macinato nel tritacarne, la sua poesia è volata via in una dimensione dove le ombre fanno rumore, creano in noi non-rumori, che a loro volta scendono echeggiando nei corridoi angusti di una lucidissima e grandissima disperazione.

Ad una simile disperazione si assiste in Roberto Bertoldo, ma qui viene risolta in modo del tutto diverso. Il suo metodo viene benissimo definito da quello che Peter Brooke dice di Samuel Beckett, in “Lo spazio vuoto” (tradotto in italiano, edito da Bulzoni Editori, lettura di grande insegnamento al poeta): “E’ così che i drammi scuri di Beckett sono drammi di luce, laddove l‘oggetto disperato che viene creato è testimone della ferocia del desiderio di testimoniare la verità. Beckett non dice un ‘no’ soddisfatto: egli plasma uno spietato ‘no’ spinto dall’anelito al ‘sì’, e così la sua disperazione è il negativo da cui è possibile delineare il profilo del suo contrario.” (Pag. 65 dell’originale inglese di questo libro).

Una poesia di Roberto Bertoldo, fra le tante, mi sembra possa ben rappresentare questo anelito:

Lei mi parla di un silenzio
che io ho dovuto ingoiare
tra i frantumi delle parole
come un buco e le sue cornici.
Lei parlando si condanna
a ferire il nulla che attesta
perché non può cancellare il tono
che sussurra con le foglie /
quando cadono. Noi vinciamo
attraverso l’atmosfera che inneggia alle ombre.

(Dalla raccolta Il Calvario delle Gru, 1998-200, nella sotto-sezione “Lettere alla Gazza, alla Cicala, al Giaciglio”).

 

Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa

 

 

Vi rendete conto della estrema inafferrabile bellezza di questa poesia? In Bertoldo ogni tentazione a ricadere nel liricismo viene rifiutata aspramente, con dissonanze e stridori tanto fonici quanto di concetto. Mentre Manzi cerca, e perché no, un’armonia, per quanto cupa.
In Bertoldo assistiamo inoltre al poeta che duramente ed esplicitamente contesta il poeta. Il poeta è un essere inferiore: è ipocrita, è un debole, è un traditore, sdolcinato e sentimentale, opportunista.

In Bertoldo questa ira del poeta si abbatte sul poeta e sulla poesia volta dopo volta dopo volta. Ma ciò malgrado il poeta continua a stare dentro la trappola della sua poesia. Insomma, è poeta o non lo è? Se ha il coraggio di dire, “sì, sono poeta”, eccolo allora servito con la trappola della poesia come sua abitazione. Tutti i suoi sforzi per uscire sono vani, la poesia stessa (e il mondo che traluce attraverso di essa, perché cosa è la poesia se non mondo?) non gliene dà la possibilità. Non appena il poeta ha finito di distruggere la sua stessa poesia, scrivendola con ira e senso di sconforto e disperazione, eccola ricostruita, ricomposta. In Bertoldo sentiamo sempre il bisogno doloroso, ineludibile, della poesia. (Ma questo anche in Manzi.)

Ecco perché la decostruzione bertoldiana dei linguaggi poetici precedenti risulta pressoché totale.
Vado avanti e parlo della poesia di Giorgio Linguaglossa, che aggiunge una bellissima novità a questi due importanti poeti: l’irruzione nella poesia della “vera”, “reale”, realtà. Nell’assemblare situazioni, frammenti, frasi forse reali forse non reali, egli dà a questi il senso che essi non siano rappresentazione della realtà, bensì realtà vera e propria.
Sì, l’ha fatto anche Eliot. Ma Eliot lo ha fatto per i poeti degli anni 1910 e 1920. Giorgio lo fa oggi, nel primo decennio del 21° secolo. Niente è gratuito, tutto va rifondato, di generazione in generazione.

L’avere preso il nome “Grieco-Rathgeb” e averlo scaraventato all’interno di una poesia è stata una cosa davvero felice: la poesia è andata a gambe all’aria (per il momento…) ma quel frammento di realtà – perché questa persona esiste davvero, là fuori nel mondo dell’ognigiorno – rimane come una pietra scolpita, una cosa materica. E’ stato un sovvertimento di 60 anni di poesia intimista. Ecco perché ci insegna qualcosa di nuovo, oggi, nell’aprile del 2016.

E non è l’irreale, il fantasmatico di Borges. In Borges anche l’intromissione del reale è fantasmatico. Qui invece le parole “Grieco-Rathgeb” hanno buttato la poesia per strada, l’hanno costretto a misurarsi con i rumori della strada.
Anche i poeti medievali sentivano qualcosa di nuovo nell’aria, che ancora percepiamo noi lettori, 700 anni più tardi. Ho già menzionato i versi di Dante, ““Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io / fossimo presi per incantamento…”.



Ecco invece Cecco Angiolieri:

– Accorri, accorri accorri, uom, a la strada!
– Che ha’, fi’ de la putta? – I’ son rubato.
– Chi t’ha rubato? – Una, che par che rada
come rasoi’, sì m’ha netto lasciato.
– Or come non le davi de la spada?
– I’ dare’ anzi a me. – Or se’ impazzato?
– Non so; che ‘l dà? – Così mi par che vada:
or t’avess’ella cieco, sciagurato! –
E vedi che ne pare a que’ che ‘l sanno?
Di’ quel che tu mi rubi. – Or va con Dio,
ma anda pian, ch’i’ vo’ pianger lo danno,
ché ti diparti. – Con animo rio!
Tu abbi ‘l danno con tutto ‘l malanno!
Or chi m’ha morto? – E che diavol sacc’io?

Sono orgoglioso di leggere questa poesia come straniero, come non-italiano, e avvertirne tutta la bellezza e freschezza.

Gino Rago

13 febbraio 2018 alle 9:19

Gino Rago, A proposito del Frammento, della Storia e del Tempo interno delle parole – Brani tratti da Giorgio Linguaglossa, Critica della ragione sufficienteVerso una nuova ontologia estetica – Progetto Cultura, 2018, pp. 512, € 21.00, [pp. 91, 94]

[…]
Scrive Roland Barthes:

«Che cos’è la Storia? Non è forse semplicemente quel tempo in cui non eravamo ancora nati? Io la leggevo la mia inesistenza negli abiti che mia madre aveva indossato prima che potessi ricordarmi di lei… Ecco qui (intorno al 1913) mia madre in gran toilette, con cappellino, piuma, guanti, biancheria fine che spunta fuori dai polsini e dalla scollatura… È l’unica volta che io la vedo così, colta nella Storia (dei gusti, delle mode, dei tessuti): la mia attenzione viene allora distolta e passa da lei all’accessorio che è perito; il vestito è infatti perituro, esso prepara all’essere amato una seconda tomba. Per “ritrovare” mia madre… bisogna che, molto più tardi, io ritrovi su qualche foto gli oggetti che ella aveva sul comò: per esempio un portacipria d’avorio (amavo il rumore del coperchio), una boccetta di cristallo intagliato… oppure quelle pezze di rafia che essa fissava sempre sul sofà, le grandi borse che prediligeva […] La Storia è isterica essa prende forma solo se la si guarda – e per guardarla bisogna esserne esclusi. Come essere vivente, io sono esattamente il contrario della Storia, io sono ciò che la smentisce, che la distrugge a tutto vantaggio della mia storia… Il tempo in cui mia madre ha vissuto prima di me: ecco cos’è, per me, la Storia.

E qui incominciava a profilarsi la questione essenziale: la riconoscevo io veramente? (…) Io la riconoscevo sempre e solo a pezzi, vale a dire che il suo essere mi sfuggiva e che, quindi, lei mi sfuggiva interamente. Non era lei, e tuttavia non era nessun altro. L’avrei riconosciuta fra migliaia di altre donne, e tuttavia non la “ritrovavo”… la fotografia mi costringeva a un lavoro doloroso; proteso verso l’essenza della sua identità, mi dibattevo fra immagini parzialmente vere, e perciò totalmente false… Il quasi: atroce regime dell’amore, ma anche condizione deludente del sogno… nel sogno essa ha talvolta qualcosa d’un po’ fuori posto, di eccessivo… E davanti alla foto, come nel sogno, è il medesimo sforzo, la stessa fatica di Sisifo: risalire proteso, verso l’essenza, ridiscendere senza averla contemplata, e ricominciare daccapo».1]

 

Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa

 

 

Risposta di Giorgio Linguaglossa:

Ecco descritto in modo mirabile la fenomenologia del «frammento» nella lettura di una fotografia. Il frammento lo abbiamo davanti agli occhi in ogni istante della nostra giornata. La fenomenologia del mondo si dà in forma di frammento, non dobbiamo scomodare i grandi filosofi per scoprire questo dato di fatto. Noi conosciamo il mondo attraverso i «frammenti», e non potrebbe essere diversamente. Io dico solo una cosa: che la nostra attenzione di poeti deve essere sollecitata dalla comprensione dell’intima natura del «frammento», comprendere che in esso c’è non solo un «tempo interno», ma un «mondo interno» che noi non conosciamo, che non riconosciamo più, perché siamo diventati estranei a noi stessi… Io dico solo una cosa: è questo processo di progressiva estraneazione che è tipica del nostro tempo che noi troviamo nella poesia più evoluta di oggi.

Leggiamo una poesia di Donatella Costantina Giancaspero:

Eppure è già domani
a quest’ora fonda
della notte,
quando nei condomini
i muri, che separano vita
da vita, hanno spessori
di silenzio
e dalle strade il buio
rimanda rare sirene,
eco sorda di macchine.
S’impiombano attoniti,
nel vuoto, i binari
della metro di superficie.
È domani,
e non vale la veglia
ostinata, non servono
i rituali del fare
a prolungare l’oggi.
Questo domani,
questo tempo muto, scattato
da una combinazione di lancette,
cielo acerbo, sospeso
sulla zona franca
del sonno, dove, ignoti,
già tanti destini si compiono,
questo è l’oggi. 2]

Ecco un esempio di rappresentazione del «tempo sospeso», del «tempo muto», «scattato da una combinazione di lancette», «zona franca» dove «questo è l’oggi», dove l’«oggi» «è già domani», dove il tempo interno delle cose si intreccia con il tempo interno dell’«io» poetante. Il tema è trattato con un verso libero e breve, direi con armamento leggero, capace di rapidi scarti e repentini movimenti frastici.


Quello che io voglio dire è che la poesia contemporanea, quella non di scuola o letteraria, è ricca di annotazioni riflessive e rappresentative sulla questione del «tempo interno», del «tempo esterno», del «mondo interno», del «mondo esterno» etc. Il problema è di prenderne atto e di capire che non è solo una questione tematica ma va trattato mediante una soluzione stilistica, metrica, posizionale. In fin dei conti, una nuova poesia nasce sempre sia da un nuovo sguardo sia da nuove tematiche (ad esempio, la fotografia), sia da nuove tecniche metriche […]

1 R. Barthes in La camera chiara (Nota sulla fotografia), Einaudi, 1980 p. 66 e segg.

2] D.C. Giancaspero, È  già domani, Milano, La vita felice, 2015

 

 

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