La nuova ontologia estetica – Contro le accuse di redigere manifesti, organizzare gruppi, movimenti, tesi, decaloghi, avanguardie, retroguardie etc. Noi diciamo semplicemente che vogliamo rimettere in moto l’esercizio del pensiero poetico dopo cinquanta anni di immobilismo – Poesie di Francesca Lo Bue, Giuseppe Talia, Lucio Mayoor Tosi, Gino Rago, Mario Gabriele, Anna Ventura, Antonio Sagredo – pensieri di T.W. Adorno, Pier Aldo Rovatti, Maurizio Ferraris, Giorgio Linguaglossa, Adeodato Piazza Nicolai, Mauro Pierno

Giorgio LinguaglossaGino Rago

La sella vuota

“Cari signori poeti delle parole morte,
Il vostro viaggio è finito.
La corsa senza freni sui prati
è terminata. A che vi serve il cavallo?

Restituite al mondo la sella ormai vuota.
Non vi serve più l’aria.
Restituite l’ossigeno a chi saprà ingoiarlo.

Scrivere per sé stessi
carezzando l’io, il mio, il soltanto io
spinge le parole nell’abisso di ghiaccio.

Regalate il cavallo. Restituite l’aria.
Lasciate la sella vuota a chi saprà usarla.
Cari signori poeti delle foglie appassite,
se dite ‘futuro’ il presente vi divora.

Se dite ‘vita’ la morte vi frantuma.
Giorgio ha ragione. Non c’è destino
per le parole morte. Trascinate versi,
amori, parenti, amici nella valigia,
congedatevi dal mondo senza cerimonie.

Siete già nel gelo universale.
Restituite senza rimpianti l’aria che respirate,

il cavallo e la sella vuota.”

 

Giorgio Linguaglossa

18 giugno 2017 alle 15.54

caro Mario,
Vorrei dire ad Alfredo Rienzi e ad altri innumerevoli che ci hanno accusato di redigere «manifesti», organizzare «gruppi», «movimenti», «tesi», «decaloghi», «avanguardie», «retroguardie» etc. che, di contro alla immobilità degli ultimi 50 anni della poesia italiana, per la prima volta in Italia è apparsa una pratica della poesia e una teoria della poesia e della scrittura letteraria in generale, che non è più soltanto una avanguardia» né una «retroguardia», né un «movimento», né abbiamo aperto un esercizio per la vendita al dettaglio degli affari propri e correnti, né una legge finanziaria con tanto di capitoli ma è qualcosa di diverso, è un movimento di pensiero e di azione teorica da parte di alcuni poeti di diversissima estrazione e provenienza che ha deciso di rimettere in moto il pensiero poetico, non si tratta di una vendita all’asta al miglior acquirente, né di una domiciliazione bancaria delle proprie rendite di posizione, né di una poetica pubblicitaria e di vendite promozionali come è avvenuto nel corso del secondo novecento, la nostra non è né una cosa né l’altra… contro i timorosi del «nuovo», contro i conservatori ad oltranza, contro chi reclama la conservazione della tradizione (come se essa fosse un capitale che sta in banca a produrre altro capitale parassitario ad interessi fissi), contro chi è recalcitrante alle nuove forme estetiche, contro chi pensa che scrivere poesia lo si possa fare a spese della tradizione utilmente collocata nel proprio bagaglio pret à porter, riporto qui un pensiero di Adorno:

“Gli argomenti contro l’estetica «cupiditas rerum novarum», che così plausibilmente possono richiamarsi alla mancanza di contenuto di tale categoria, sono intrinsecamente farisaici. Il nuovo non è una categoria soggettiva: è l’obbiettiva sostanza delle opere che costringe al nuovo perché altrimenti essa non può giungere a se stessa, strappandosi all’eteronomia. Al nuovo spinge la forza del vecchio che per realizzarsi ha bisogno del nuovo… Il vecchio trova rifugio solo nella punta estrema del nuovo; ed a frammenti, non per continuità. Quel che Schömberg diceva con semplicità, «chi non cerca non trova», è una parola d’ordine del nuovo […] Quando la spinta creativa non trova pronto niente di sicuro né in forma né in contenuti, gli artisti produttivi vengono obbiettivamente spinti all’esperimento. Intanto il concetto di questo (e ciò è esemplare per le categorie dell’arte moderna) è interiormente mutato. All’origine esso significava unicamente che la volontà conscia di se stessa fa la prova di procedimenti ignoti o sanzionati. C’era alla base la credenza latentemente tradizionalistica che poi si sarebbe visto se i risultati avrebbero retto al confronto con i codici stabiliti e se si sarebbero legittimati. Questa concezione dell’esperimento artistico è divenuta tanto ovvia quanto problematica per la sua fiducia nella continuità. Il gesto sperimentale, nome per modi di comportamento artistici per i quali il nuovo è vincolante, si è conservato; esso però indica ora un elemento qualitativamente diverso… indica cioè che il soggetto artistico pratica metodi di cui non può prevedere il risultato oggettivo”. “la categoria del nuovo è centrale a partire dalla metà del XIX secolo – dal capitalismo sviluppato -. “L’oscuramento del mondo rende razionale l’irrazionalità dell’arte: essa è la radicalmente oscurata”. “Nei termini in cui corrisponde ad un bisogno socialmente presente, l’arte è divenuta in amplissima misura un’impresa guidata dal profitto” .1]

Scrivevo tempo fa, riprendendo una affermazione di Paul Valéry secondo il quale «il mercato universale ha oggi prodotto un’arte più ottusa e meno libera», che l’Amministrazione degli Stati moderni ha imparato la lezione, è l’Amministrazione globale che gestisce la Crisi e gli oggetti della Crisi, e che la Crisi è nient’altro che il prodotto di una Stagnazione Permanente.

«Non sarà più possibile trattare le parole nei limiti di un linguaggio oggetto, perché se da qualche parte esse fanno sentire il loro peso, sarà dalla parte del soggetto: lungi dall’eclissarsi, come molti nietzschiani vorrebbero far dire al testo di Nietzsche, il “soggetto” diviene tanto più importante come questione per tutti (e di tutti) quanto più l’uomo rotola verso la X (con la spinta che Nietzsche ci aggiunge di suo). Passivo, quasi-passivo, attivo nella passività; soggetto-di solo in quanto (e a questa condizione) di sapersi-scoprirsi soggetto-a… La frase di Nietzsche documenta, come tutte quelle che poi la ripetono, una condizione della soggettività, di cui sarebbe semplicemente da sciocchi volerci sbarazzare (sarebbe un suicidio teorico)… Ma sappiamo anche che è innanzi tutto e inevitabilmente una questione di linguaggio, e che l’effetto davanti al quale preliminarmente ci troviamo è un effetto di parola». 2]

Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa

Un aneddoto.

Vi racconto un aneddoto. Una volta una rivista di questi giovanotti che scalpitano e sgomitano mi ha rivolto un questionario con domande sulla «critica della poesia». Mi avevano chiesto, questi giovani, che cosa intendessi per «critica della poesia», quale «scuola di pensiero estetico seguissi», se esistesse, a mio giudizio, oggi, «una critica della poesia»… E via di questo passo.
Io gli risposi che non sapevo cosa fosse la «critica della poesia», che non seguivo «nessuna scuola di pensiero estetico e che, a mio avviso, non esisteva la critica della poesia».

La risposta di quei giovanotti fu più o meno questa, mi chiesero: «se avessi inteso prendermi gioco delle loro domande e se intendessi proprio quello che avevo scritto». Inutilmente io ribadii che ero serissimo e che non mi sarei mai permesso di prendermi gioco di nessuno, tantomeno delle loro domande. Il risultato fu che le mie risposte alle domande del questionario non videro mai la luce in quella rivista.

Questo aneddoto lo riferisco perché illumina bene il livello della «pseudo-cultura» che quei giovanotti hanno introiettato e come sia ormai interiorizzato tra gli «appassionati alla poesia» un genere di credenze e convincimenti tipici di una cerchia sacerdotale la quale non ammette chi pone in discussione i presupposti della pseudo-cultura di quella cerchia di sacerdoti del conformismo culturale. Intendo dire con questo aneddoto quanta strada all’indietro le nuove generazioni abbiano percorso dal pensiero critico di persone della mia età. Si è trattato, a mio modesto avviso, di una regressione a un pensiero soteriologico, sacerdotale,di chi si crede di detenere le chiavi per l’accesso al Paradiso delle lettere…

Insomma, non posso non notare una sorta di regressione profondissima verso un pensiero acrilico e acritico, L’aspetto più ridicolo è il concetto di cultura di cui quei giovanotti sono portatori, un concetto dal quale sono stati espunti gli elementi di critica delle ideologie e di critica tout court.

L’aspetto umoristico è che questi giovanotti hanno interiorizzato il meccanismo mentale dell’Amministrazione globale della Crisi, ovvero, il principio della censura e dell’esclusione di chi non condivide la loro cultura agiografica del presente. E questo è proprio il metodo di dominio che l’Amministrazione delle cose ha in Occidente: l’Amministrazione gestisce le CRISI insinuando nelle menti deboli di pensiero critico la convinzione secondo cui occorre espungere dal catalogo degli «addetti ai lavori» chi non la pensa come la maggioranza imbonita, chi la pensa in modo diverso. E chi agisce in modo diverso.

(Giorgio Linguaglossa)

Chi ha paura delle idee?

In proposito scrive Maurizio Ferraris: «l’inventore della scrittura cercava un dispositivo contabile, ma con la scrittura si sono composti versi, sinfonie e leggi;, l’inventore del telefono voleva una radio, e viceversa; chi ha inventato le tazze da caffè americano non prevedeva la loro destinazione parallela a portapenne; l’inventore dell’aspirina pensava di avere scoperto un farmaco antinfiammatorio, mentre una delle sue più interessanti qualità è che sia un farmaco antiaggregante, quindi fluidificante del sangue, come sì è capito più tardi; l’inventore del web pensava a un sistema di comunicazione tra scienziati, e ha dato vita a un sistema che ha trasformato l’intera società. Lo stesso cellulare è evoluto da apparecchio per la comunicazione orale ad apparecchio per la comunicazione scritta e la registrazione, smentendo l’assunto secondo cui la comunicazione costituirebbe un bene superiore alla registrazione, e l’oralità un veicolo di scambio più gradito, naturale e addirittura appropriato della scrittura…».3]

1] T.W. Adorno, Teoria estetica, Einaudi, 1970, trad. it. pp. 32,33

2] Pier Aldo Rovatti, Abitare la distanza, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2007, pp. XX-XXI

3] Maurizio Ferraris, Emergenze, Einaudi, 2016 pp. 120 € 12

Giorgio Linguaglossa

Pensieri  poesie e aforismi intorno alla Nuova Ontologia Estetica

Il soggetto è quel sorgere che, appena prima,
come soggetto, non era niente, ma che,
appena apparso, si fissa in significante.

L’io è letteralmente un oggetto –
un oggetto che adempie a una certa funzione
che chiamiamo funzione immaginaria

il significante rappresenta un soggetto per un altro significante

  1. (J. Lacan – seminario XI)

*

L’«Evento» è quella «Presenza»
che non si confonde mai con l’essere-presente,
con un darsi in carne ed ossa.
È un manifestarsi che letteralmente sorprende, scuote l’io,
o, sarebbe forse meglio dire, lo coglie a tergo, a tradimento

Il soggetto è scomparso, ma non l’io poetico che non se ne è accorto,
e continua a dirigere il traffico segnaletico del discorso poetico

La parola è una entità che ha la stessa tessitura che ha la «stoffa» del tempo

La costellazione di una serie di eventi significativi costituisce lo spazio-mondo

Con il primo piano si dilata lo spazio,
con il rallentatore si dilata e si rallenta il tempo

Con la metafora si riscalda la materia linguistica,
con la metonimia la si raffredda

*

Nell’era della mediocrazia ciò che assume forma di messaggio viene riconvertito in informazione, la quale per sua essenza è precaria, dura in vita fin quando non viene sostituita da un’altra informazione. Il messaggio diventa informazionale e ogni forma di scrittura assume lo status dell’informazione quale suo modello e regolo unico e totale. Anche i discorsi artistici, normalizzati in messaggi, vengono  silenziati e sostituiti con «nuovi» messaggi informazionali. Oggi si ricevono le notizie in quella sorta di videocitofono qual è diventato internet a misura del televisore. Il pensiero viene chirurgicamente estromesso dai luoghi dove si fabbrica l’informazione della post-massa mediatica. L’informazione abolisce il tempo e lo sostituisce con se stessa.

È proprio questo uno dei punti nevralgici di distinguibilità della Nuova Ontologia Estetica: il tempo non si azzera mai e la storia non può mai ricominciare dal principio, questa è una visione «estatica» e normalizzata; bisogna invece spezzare il tempo, introdurre delle rotture, delle distanze, sostare nella Jetztzeit, il «tempo-ora», spostare, lateralizzare i tempi, moltiplicare i registri linguistici, diversificare i piani del discorso poetico, temporalizzare lo spazio e spazializzare il tempo…

Ovviamente, ciascuno ha il diritto di pensare l’ordine unidirezionale del discorso poetico come l’unico ordine e il migliore, obietto soltanto che la nostra (della NOE) visione del fare poetico implica il principio opposto: una poesia incentrata sulla molteplicità dei «tempi», sul «tempo interno» delle parole, delle «linee interne» delle parole, del soggetto e dell’oggetto, sul «tempo» del metro a-metrico, delle temporalità non-lineari ma curve, confliggenti, degli spazi temporalizzati, delle temporalisation, delle spazializzazioni temporali; una poesia incentrata sulle lateralizzazioni del discorso poetico. Ma qui siamo in una diversa ontologia estetica, in un altro sistema solare che obbedisce ad altre leggi. Leggi forse precarie, instabili, deboli, che non sono più in correlazione con alcuna «verità», ormai disabitata e resa «precaria».

Giorgio Linguaglossa

Giorgio Linguaglossa

La verità, diceva Nietzsche, è diventata «precaria».

Il «fantasma» che così spesso appare nella poesia della «nuova ontologia estetica», si presenta sotto un aspetto scenico. È il Personaggio che va in cerca dei suoi attori. Nello spazio in cui l’io manca, si presenta il «fantasma».

Dal punto di vista simbolico, è una sceneggiatura, il «fantasma» è ciò che resta della retorizzazione del soggetto là dove il soggetto viene meno; il fantasma è ciò che resta nel linguaggio, una sorta di eccedenza simbolica che indica una mancanza. L’inconscio e il Ça rappresentano i due principali protagonisti della «nuova ontologia estetica». Il soggetto parlante è tale solo in quanto diviso, scisso, attraversato da una dimensione spodestante, da una extimità, come la chiama Lacan, che scava in lui la mancanza. La scrittura poetica è, appunto, la registrazione sonora e magnetica di questa mancanza. Sarebbe risibile andare a chiedere ai poeti della «nuova ontologia estetica», mettiamo, a Steven Grieco Rathgeb, Anna VenturaMario Gabriele o a Donatella Costantina Giancaspero che cosa significano i loro personaggi simbolici, perché non c’è alcuna significazione che indicherebbero i fantasmi simbolici, nulla fuori del contesto linguistico. Nulla di nulla. I «fantasmi» indicano quel nulla di linguistico perché Essi non hanno ancora indossato il vestito linguistico. Sono degli scarti che la linguisticità ha escluso.

I «fantasmi» indicano il nulla di nulla, quella istanza in cui si configura l’inconscio, quell’inconscio che appare in quella zona in cui io (ancora) non sono (o non sono più). L’essenza dell’inconscio risiede non nella pulsione, nell’essere istanza di quel serbatoio di pulsioni che vivono sotto il segno della rimozione, quanto nella dimensione dell’io non sono che viene a sostituire l’io penso cartesiano. La misura di questa dimensione è la sorpresa, l’esser colti a tergo. Tutte le formazioni dell’inconscio si manifestano attraverso questo elemento di sorpresa che coglie il soggetto alla sprovvista, che, come nel motto di spirito, apre uno spazio fra il detto e il voler-dire. Come nei sogni, dove l’io è disperso, dissolto, frammentato fra i pensieri e le rappresentazioni che lo costituiscono, così l’inconscio è quella istanza soggettiva in cui l’io sperimenta la propria mancanza. Come aveva intuito Freud: l’inconscio, dal lato dell’io non sono è un penso, un penso-cose, esso è formato da Sachevorstellung, è costituito da rappresentazioni di cose. La formula «penso dove non sono» è la formula dell’inconscio, che si rovescia in un «non sono io che penso». È come se «l’io dell’io non penso, si rovescia, si aliena anche lui in qualcosa che è un penso-cose».

Il «fantasma» inaugura quella dimensione della mancanza che si costituisce nella struttura grammaticale priva dell’io, cioè della dimensione della parola come luogo in cui il soggetto «agisce».


A questo punto apparirà chiaro quanto sia necessario un indebolimento del soggetto linguistico affinché possa sorgere il «fantasma». Nella «nuova ontologia estetica» non c’è più un soggetto padronale che agisce… nella sua struttura grammaticale l’io si è assottigliato o è scomparso. O meglio, il soggetto viene parlato da altri, incontra la propria evanescenza.

(Giorgio Linguaglossa)

Giorgio Linguaglossa

Posto alcune poesie della nuova ontologia estetica.

Lucio Mayoor Tosi

Lui e Lei avevano due simil gatti:
Andersen e l’altro Eckersberg. Entrambi maschi.
E castrati.
Andersen amava le camicie bianche
Eckersberg il contatto con la nudità.
“Fetente ma raffinato”, così recitava
la pubblicità.
Ma Lei aveva a cuore Andersen.
Se lo teneva in braccio o sulle spalle,
anche stando in piedi mentre cucinava:
sapori dell’India per loro e bianchi
ma finti spaghetti per Gatto Eckersberg
il nudista.
Lei stava morendo. Lo faceva ogni giorno.
Lui se non aveva da leggere svitava
e avvitava qualsiasi cosa.
John Lennon, Miles Davis, Natasha Thomas.
Lei quei pontili sospesi sul lago. Ma senza nebbia
e nemmeno dragoni. Solo cose per Andersen.
(Se la noia non vi assale, penso io
vuol dire che siete fumatori).
– Tutta l’Europa del sud è un canile.
A cominciare da Courbet. Non è vero, Eckersberg?
Quell’Origine del mondo, appena concepito
con furore. Quel leccarsi le dita…
Lei non rispondeva (stava morendo).
Contemplava le forme molli di un cubo
le bollicine dell’axterol, le lancette
dell’orologio sull’ora e i secondi.
– Probabilmente il sole. Disse Lei.
E non tornarono sull’argomento.
Tranne un giovedì, allorché Lei disse:
– Credo che ad Andersen farebbe bene
un piatto di trippa ogni tanto.
Il cargo dei viveri Okinawa era in ritardo
ormai di tre settimane (sei mesi terrestri).
Salgari sarebbe già partito in missione
con a bordo almeno tre robot ambasciatori
di marca tedesca.
Ma era stagione di polveri.
Difficile poter comunicare, inutile sprecare
Metafore. Si sarebbero perse nel vuoto
tra le lune. Quindi Lui e Lei si misero d’accordo
per spedire un messaggio criptato
al sovrintendente dei beni umani,
Ork il maligno; in realtà un povero cristo
circondato da macchine, alcune a vapore
(per via della pelle che nella stagione delle polveri
gli si seccava. Puntualmente e orribilmente).
“Aghi OrK”, così iniziava il messaggio
“Le bdhko di lk snmlir8jk! Andersen bd in vgeytz!
Si dia una mossa”.
La risposta non si fece attendere:
“Mi sono informato: niente trippa sul cargo Okinawa.
Ma posso mettervi da parte dei pomodori irlandesi”.
E in un secondo messaggio aggiunse:
“Per il gatto ho un Mickey Mouse del ’63.
Il mio l’ha già letto. Lo so, non è divertente”.
Le quattro linee del tramonto si stavano fondendo
nel sogno turco di Moon light.
Lui si tolse le spalline di cristallo, si strofinò gli occhi
e senza dire una parola volle intrattenersi ancora un po’
con Lei, che nel frattempo aveva terminato
di raddrizzare, così diceva, tutti i rametti del prezzemolo.
Fecero programmi. Il letto scandinavo ondeggiava
rumorosamente.
Vista dal giardino lenticolare, la casa sembrava
un traforo di merletti. Ork il maligno, come al solito
stava trasmettendo pensieri sconclusionati.
Lo chiamava Ozio dei poveri. Oppure
a seconda del momento, solo ‘Zio.

Lucio Mayoor Tosi
22 settembre 2017 alle 19:12

Andersen sappiamo tutti chi è, ma forse non tutti sanno di Eckersberg. Era un pittore danese, arrivato dopo il neoclassicismo di Bertel Thorvaldsen e prima di quel meraviglioso pittore che fu Vilhelm Hammershøi. Fantastica la storia dell’arte danese! Direi che è la culla del nichilismo. Eckersberg dipinse dei nudi memorabili, paragonabili ma più raffinati rispetto al noto quadro di Courbet, L’origine del mondo. Fermo restando che senza Courbet saremmo ancora qui a levigarci le pettinature.

Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa
[Gino Rago, Edith Dzieduszycka]

Gino Rago

(alla maniera di Ewa Lipska)
22 settembre 2017 alle 19:32

“Cara signora Schubert,
ancora si chiede dove andremo ad abitare Dopo?
Dopo. Cioè là dove prima c’era una fabbrica strana
che produceva la vita d’oltretomba.
E inquinava le menti. Avvelenava il mondo.

Ha riconosciuto la mia scrittura.?
Sì sono io. Sono l’autrice di tutte le lettere.
Si chiede sempre dove andremo ad abitare Dopo?
Senza timori vada
al Quartier Generale dell’Aldilà.
Al numero civico 777, piano terzo, scala D,
attigua alla abitazione di Dio.

Al Quartier Generale tutti e tutte lo sanno.
Il Dopo sarà tra ciò che non abbiamo fatto
e ciò che non faremo più.
Cara signora Schubert, e per conoscenza,
care signore Dzieduszycka, Ventura, Dono, Colonna,
al Quartier Generale dell’Aldilà ben sanno
e lo sapete bene anche voi che l’onda d’urto dell’Oscurità
assale i poeti alla stessa ora del mondo.

Cara signora Schubert, e per conoscenza,
care signore Leone, Giancaspero e Catapano,
la vita è un negozio di ferramenta.
E Dio è un meccanico supino che stringe i bulloni lenti del mondo.

Al Quartier Generale dell’Aldilà
l’acqua si beve in bicchieri di plastica.
E nessuna fa poesia coi tacchi a spillo.
Un caicco taglia il blu della laguna. Il cielo è fermo.
A nessuno interessano i moti dell’alta e della bassa marea.”

Mario M. Gabriele
23 settembre 2017 alle 9:08

Cari Amici, Gino Rago, Giorgio Linguaglossa, Lucio Tosi, Antonio Sagredo ecc. vi porto i miei saluti dal Giardino dei fiori.

Il nostro male ha prodotto assenzio.
Non ci sono più i figli dei fiori e Jimi Hendrix.
Un’officina è nata al centro della Pergamena.
Chi ha rinnovato le parole ha cambiato anche il vecchio paese.
A fuochi spenti rimettiamo i tizzoni.
L’Ospedale è cresciuto di stambecchi.

Torniamo alle faccende domestiche
aiutando Clara a rifare il letto.
Affonda la barca dei sogni.
Corrici dietro, Simon, prima che venga l’autunno.
con il suo lettino di foglie.

Tutti vogliono vedere la chiesetta del Sacrè Coeur.
Turisti dappertutto .
Lasciamo l’ingresso della Senefelderplatz
dove si è è ammassata la stirpe cubana.
Nick Cave ha cantato we came along this road.

Per i prossimi 15 anni non dobbiamo preoccuparci
né dei canguri e né dei chihuahua.
Giselle ha compiuto 12 anni e già pensa alla Cresima.
Uno, vicino all’altare fotografa Cristo.
Mercoledì c’è un mercatino di robe vecchie.
Al prestigiatore è scappato di mano la colomba
come la fortuna di Alexander alle slot machine.

Tu basti che preghi
Ma a chi è servito questo viaggio?
Tutto il martirio l’abbiamo già compiuto, padre Brown!

Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa
[Chiara Catapano, Francesca Dono]

Riassumo qui brevemente alcune caratteristiche dei linguaggi della «nuova ontologia estetica»:

Frammento, frammentazione, de-simbolizzazione, disparizione dell’io, presenza della contraddizione, principio di contraddittorietà, principio di negazione, diplopia della identità, principio di incontraddittorietà, il paradosso, intemporalità, multitemporalità; inversioni spazio-temporali; mobilità degli investimenti linguistico-libidici; indipendenza dell’io dalla realtà esterna; il mondo esterno visto dal «tempo interno»; il «tempo interno» dell’io, il «tempo interno» delle parole; utilizzazione del punto nella orditura della sintassi, ritorno del rimosso, asse metonimico e asse metaforico…

Tutti questi sono evidenti tratti salienti dell’inconscio. E non c’è neanche bisogno di ricorrere alla procedura dei surrealisti, la «nuova ontologia estetica» viene molto tempo dopo l’esaurimento del surrealismo, vive semmai degli spezzoni e dei lacerti dell’epoca post-surrealistica, tra gli stracci delle parole, tra le parole di plastica della lingua di plastica dell’informazione, in mezzo alle parole «raffreddate» ed assopite. [g.l.]

Mario Gabriele
18 giugno 2017 alle 14.29

Bene ciò che dici Giorgio sul piano della posizione estetica della «nuova ontologia estetica». In poesia bisogna adoperare tutti gli strumenti tecnici in grado di rendere il testo ineccepibile. E’ nostro dovere offrire il meglio della esperienza linguistica e culturale. Ci stiamo lavorando sempre in crescendo (vedi Tosi e altri poeti qui presenti) non per produrre l’increabile, ma per rispondere al postmoderno poetico lasciato nelle mani di conservatori e idealisti. Ogni poeta della «nuova ontologia estetica» ha un proprio cliché estetico che lo porta a indagare su ogni aspetto della realtà, e la cosa più sorprendente che si può rilevare, è che questo modo di scrivere versi non si identifica per niente con la produzione poetica degli anni passati e con chi, per un motivo o per altro, presenta rigide tesi a sostegno dei loro lavori rispetto alla NOE.

*

Mario Gabriele
18 giugno 2017 alle 17.50

Ecco la chiave di lettura per meglio comprendere certe posizioni artistiche fra soggetto poetico vecchio e nuovo. Determinante è l’intuizione di Adorno: «Quando la spinta creativa non trova pronto niente di sicuro, né in forma, né in contenuti, gli artisti produttivi vengono obbiettivamente spinti all’esperimento». E non è certo un’avventura, ma la fase aurorale su stagioni di oscuramento mentale e di parassitismo linguistico, perché tutto resti come una crema a lunga conservazione.

Anna Ventura

Le case

Ho amato molte case
e due moltissimo. La prima
era nel vecchio quartiere della città,
partiva da terra ma poi si capiva
che spaziava sui tetti in piccole terrazze fitte di voli.
La componeva
una serie di stanze minuscole
bianche di luce e calce-casa
di astronomo,
o di marinaio –
In fondo, l’altana coperta
di travi decrepite,
gonfia d’aria e di sole.
Ma sotto ci abitavano gli straccivendoli,
e dai terrazzi a conchiglia si vedeva
la loro vita miseranda brulicante da basso.
Non piacque a mia madre,
anzi, le fece paura. Io invece
ne rimasi ferita a morte,
col tempo mi ammalai di nostalgia.
L’altra è la casa del vento,
tutta esposta a Occidente, davanti nulla,
solo gli spiriti dell’aria
che di giorno e di notte
bussano ai vetri con le loro manine.
Neanche questa casa piace.
E perché dovrebbe?
Solo che intanto io ho imparato
A mettere il bavaglio ai miei sogni,
accettato l’assioma
che la realtà rifiuterà di abbracciarli
nel suo concretissimo giro ma io
me li terrò lo stesso,
nel giro infingardo
della mia verità.*

* da Aria sulla quarta corda, 1985 (I° edizione), 1987 (II° edizione), FORUM, di Giampaolo Piccari Forlì

Straordinaria poesia di Anna Ventura, che racconta come in sogno le due case della sua vita, la casa degli «straccivendoli» e «la casa del vento». C’è tutto il pudore dell’autrice, la delicatezza del tocco elegiaco e la spezzatura degli inserti prosodici a correggere l’inclinazione elegiaca. (g.l.)

Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa
[Anna Ventura, Mariella Colonna]

Antonio Sagredo
11 febbraio 2018 alle 7:17 Modifica
a proposito del “martirio”…

Ritorno dal martirio

1 – il boia

Non sapeva, lui, a quale santo volgersi, con chi trattare,
diceva: la qualità del supplizio distingue la vittima!
Mi domandò: quale tortura scegli? E io: la più rapida e dolce.
Allora, per te va bene, la graticola di San Lorenzo!

2 – l’aspirante martire

Gli dissi: sai, non sono rassegnato, affronto sereno
il martirio nel nome di non so chi o che cosa.
Un lieve mio sorriso l’aveva ingannato. Allegri
ci scambiammo gli auguri a un futuro a rivederci.

3 – dopo il martirio

Non mi sento affatto sollevato… sono un po’ stanco.
Il boia ha pianto e io l’ho consolato con un bacino
sulle guance, aveva un cuore d’oro, ma in frantumi!
Aveva riso, prima della mia esecuzione!

Antonio Sagredo

Bardonecchia, 27 dicembre 2007
(mattino solare)

Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa

Giuseppe Talia

9 febbraio 2018 alle 21.10

 

Non avrai che il tempo.
Una stoltezza si ripete
rovinando le ossa.
Nessun gesto terreno è fasciato.
I carnefici si nutrono di domestiche
radici di stagnola.
Celebri gli avanzi
un futuro gobbuto, caduto.
un esangue capezzale
quel cantuccio dove tu sverni.

Ho tagliato del 95% un poesia di Antonio Sagredo, a pag. 17 di Capricci

Tre Poesie di Francesca Lo Bue

1 – Nadidad

Nadidad azul,
Espejo trizado de agua.
Brisa que se apaga en el pinar sombrìo,
Como el leve vuelo en cruz de la paloma,
Y el silencioso abanico de la rosa.
Sombra que se desvanece en la planicie.
Abrir blando de pàrpados dormidos,
Abril amarillo, cuando florece el tunal del monte.
Nada sola plena y grande,
Remota, màgica
Ancestral y ninguna.
Como la llama tierna,
Como el rìo solemne.
Quieta, soñada
Dentro de tì, la vida de todos.

Nulla

Nullità azzurra,
specchio d’acqua incrinato,
Brezza che si spegne nel pineto cupo
come il volo in croce delle colombe leggere,
e il silenzioso ventaglio della rosa.
Ombra che svapora nella pianura.
Aprir blando delle palpebre addormentate,
aprile giallo, quando fioriscono i cactus nei monti.
Nulla solo, pieno,
Remoto, magico,
ancestrale, nessuno.
Come la fiamma tenera,
come il fiume solenne,
quieto, sognato.
Dentro di te, la vita altrui.

2 – Misterio crucificado

Luz de un rayo memorable,
Que avanzas entre nubes heridas de oscuridad,
A buscar un corazòn solitario y desnudo
Para que insinùe, entre las cavernas de carne opaca
La voz sutil y perdidiza
De un misterio crucificado,
Tierna campànula escarlata, sin frescura de llanto rocìo.
¡Voz de niño poderoso y quieto!
Tù seràs palabra de plegarias ocultas,
Semillas granas en la sangre de la vida plena,
La vida del corazòn de las raices,
La de la sabidurìa extraña de Dios que
se divierte,con mi carne trèmula breve.
Rayo tierno, perezoso,
Sonàmbulo inquieto
Tu venceràs el Dios dormido que intranquilo duerme entre raìces tenebrosas.
¿Esfumarà en luz o en nada
Cuando lo despierte tu rayo entrecortado?

Mistero crocifisso

Luce d’un raggio memorabile,
avanzi fra nuvole ferite d’oscurità,
cerchi un cuore solitario, muto,
per insinuare, fra caverne di carne opaca,
la voce sottile, sperduta,
d’un mistero crocifisso.
Tenera campanula scarlatta, senza freschezza di pianto rugiada.
Voce di bambino potente!
Tu sarai parola di preghiere nascoste
semi rossi nel sangue della vita oscura.
La vita del cuore delle radici,
quella della saggezza strana di Dio
che si diverte con la mia carne tremula e breve.
Raggio tenero, accidioso,
sonnambulo inquieto,
Tu vincerai il Dio addormentato fra le radici tenebrose.
Svanirà in luce o in niente quando lo sveglierà il tuo raggio spezzato?

3- Incompleto

Doncella, oscurecidos ojos brillantes,
Cae un murmullo de cristal mutilado.
Vibra el silencio en nuestras palabras.
Ya no hay palabras, se terminaron…
¡Ya son palabras del olvido!
Y las que insistiendo se quedaron
Diràn lo que ya no es ni està,
Lo que no se conoce y ya huye,
Que incumbe oscuro
Y que apareciendo cambia:
Las palabras huyendo entre el sollozo y el grito
Algo negro, acerado,
Rojo sabor sensual,
Miel densa de despojos,
Podredumbre recia.
Impalpabilidad fugaz de la brisa amarilla,
Fuè, apenas es
Errante puntual ley: Todo es incompleto
Las palabras no son vanas, aunque no digan.

Incompiuto

Ragazza, oscuri occhi brillanti,
cade in mormorio il cristallo spezzato.
Vibra il silenzio nelle nostre parole
occhieggiando nel brusio giallo.
Non ci sono parole, finirono…
Già parole d’oblio
e quelle che, insistendo, rimasero
diranno ciò che non è, ciò che non c’è,
quel che non si conosce e già sfugge,
che irrompe oscuro:
le parole fuggendo fra il singhiozzo e il grido,
qualcosa di nero, grigiastro,
rosso sapore sensuale,
il miele denso dei vestigi,
il marcio tenace.
Fugacità impalpabile della brezza gialla.
Fu, appena è.
Errante, puntuale legge: tutto è incompiuto
le parole non sono vane, anche quando non dicono.

Da Non te ne sei mai andato (Nada se ha ido), Francesca Lo Bue, Ediz. Progetto Cultura, Roma, 2009.

Giorgio Linguaglossa

Adeodato Piazza Nicolai

Toma parfin la neve

sui pès, le gianbe, la pantha
i brathe, parfin su dute i pele.
Guante scarpoi e baréte
no ne protege da nissuna parte:
no i sa curà l’anema
e neanche le nostre psichosi.
La bora e le bufere piegarà
albere e anche noi dute: cuerte
sentha scandole, laris sradicade
insieme ai pale de la luse, sote
la luna straca, sbiadida.
Neanche le tane protegge le bestie:
lupe che ulula olpe fora de testa
scorpioi sentha coda, orse
che dorme par duto l’inverno.
Le mare pien de paura nbratholea
i fioi e le fie; l’òn sacramenta
contro la furia cussì
feroce, arcigna e matrigna.
L’é prepotente e piena de ira,
la se ne frega de duto e de dute.
Sparida la stela polare, i marose
fa fora sponde, barche, balene.
Rabiosa la furia del mar:Ve preo
no stasè neanche proà a feine crepà …

Cade perfino la neve

sui piedi, le gambe, la pancia
le braccia, perfino su tutti i peli.
Guanti scarponi e berretti
non proteggo nessuna parte:
non sanno curare né l’anima
né qualsiasi nostra psicosi.
Bora e bufere piegheranno
alberi e pure noi tutti: tetti
scardinati, larici sradicati
insieme ai pali della luce, sotto
la luna stanca, sbiadita.
Neanche le tane proteggonoe bestie:
lupi uluanti, volpi fuori di testa
scorpioni senza coda, orsi
che dormono tutto l’inverno.
Mame terrorizzate abbracciano
i figli, le figlie; l’uomo bestemmia
contro la furia così
feroce, arcigna, matrigna.
È prepotente, piena di ira,
e se ne frega di tutto e di tutti.
Sparita la stella polare, i marosi
distruggono sponde, barche, balene.
Rabbiosa la furia dei mari: Vi prego
non cercate neppure di farci crepare …

© Traduzione dell’autore dal Ladino, sua lingua madre, all’italiano.

Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa
[Petr Kral e T. Tranströmer]

Mauro Pierno

Il potere della sintesi polverizzato
e guardo negli occhi
un unico pensiero, allo specchio
quella lotta al tinnove. Chiedevi?

L’esperienza antica seduta,
oppure sedotta.Un solo unico frammento, versi anche della Catapano o Sagredo,
non ricordi! Neppure?

Cosi raccolta l’esperienza riappaga.

Il pugno è stato un simbolo che ora riposa nella mano.Oppure suonare il piano con solo cinque dita, il pianista non ricordo chi sia, la citazione nominale non serve.

Chopin si dissolse?

Non devi stare ad ascoltare figlio il mare di mazzate , la correzione è d’obbligo, cazzate
che la sostanza propone.
Uno sterile Virgilio la
vita propose.

In assenza di piano
la causalità applicata ha scelto Virgilio a virgulto.

Lui rispose, confermo?

 

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