Poesie di Eeva Liisa Manner (1920-1995) – Poesia finlandese – Presentazioni di Lorenzo Amato e Sinikka Lehtinen, Traduzione di Maria Antonietta Iannella-Helenius

Giorgio Linguaglossa 

 

«Faccio una poesia della mia vita, della vita una poesia / la poesia è una maniera di vivere e l’unica maniera di morire / appassionatamente indifferenti»: così Eeva-Liisa Manner (1921-1995) inizia Tämä matka (Questo viaggio), l’opera poetica che ha introdotto il modernismo nella poesia finlandese degli anni ’50. «Tämä matka», scrive nell’introduzione la curatrice Maria Antonietta Ianella-Helenius, «a lungo è stata considerata una sorta di manifesto modernista della lirica di lingua finlandese». Precedentemente aveva scritto: «Manner realizza nelle composizioni poetiche di Tämä matka una complessa e nel contempo matura espressione modernista». L’antologia di poesie della Manner appena uscita in Italia, Sulla punta delle dita, include poesie tratte dai seguenti volumi: Tämä matka (Questo viaggio) 1956 –1963, Orfiset laulut (Canti orfici) 1960-1966, Kirjoitettu kivi (La pietra incisa) 1966, Fahrenheit 121, 1968, Jos suru savuaisi (Se il dolore ardesse) 1968, Paetkaa purret kevein purjein (Salpate navi con vele leggere) 1971, Kuolleet vedet (Acque morte) 1977. Di queste, la raccolta più significativa per l’impatto che ebbe nel contesto della poesia finlandese è sicuramente Tämä matka, mentre altre due importanti raccolte sono Fahrenheit 21 Kuolleet vedet.

 

Attraverso il ricorso a suggestioni imagistiche e a una attenta selezione delle parole, la poetessa riesce a conciliare limpidezza di espressione e un’abilità metrica raffinata dall’accostamento del linguaggio poetico con quello musicale: caratteristiche che accomunano la visione manneriana della poesia ai messaggi poundiani ed eliotiani. Fu soprattutto la musica di Bach a influenzarne l’opera: secondo quanto lei stessa sostiene la poesia, se vuole essere moderna, deve imitare la musica di Bach, che, nella sua precisione matematica crea un «contrappunto, l’insorgere di mille voci immaginarie che provocano uno spostamento dei limiti, l’ampliamento del tempo in spazio, utilizzando un’espressione un po’ complessa » (da Moderni RunoLa poesia moderna, in «Parnasso» 1957, pp. 117-119). La poesia Bach comincia: «È il fiume / pietre che si dispongono in ponti, / draghi scolpiti sotto l’acqua dormono dorati, scale per inerpicarsi verso diverse / case bianche, / riposo e libertà nella profondità azzurrogiotto […]».

 

Dai testi manneriani più influenzati dalla riflessione filosofica e poetica in lei maturata emerge la convinzione che il pensiero logico è lo specchio più deformante dei fenomeni: la ragione crea divisioni, scissioni, induce l’uomo alla nonconoscenza del mondo che lo circonda. Questa critica della ragione è illustrata nella poesia Descartes, brillante parodia del postulato filosofico cartesiano: «Pensai: non esistevo / Dissi che gli animali erano macchine. / Avevo perso tutto tranne la ragione […]».

 

Nella raccolta Orfiset laulut si contrappongono la brama, l’energia e la tensione europee alla pazienza e all’indulgenza orientali. L’opera affronta anche le tematiche connesse all’amore e alla nostalgia. Orfeo agli inferi: «Nessuna strada conduce dalla solitudine / presso il duro e chiaro passato. / Euridice, sorella rimpianto, madre, ombra crudele, seguace che sa tutto / non capisce le parole che dici […]». Nella raccolta Niin vaihtuivat vuodenajat, scritta mentre viveva in campagna presso la città di Tampere, fondamentale importanza hanno la natura e la simbologia relativa all’acqua e alla terra, i momenti della giornata, l’alba e il tramonto, e il mutare delle stagioni dell’anno.

 

La poetessa si trasferisce in Andalusia nel 1963, anno di Kirjoitettu kivi (La pietra incisa), opera che allarga le immagini del suo mondo. Scrive nell’introduzione la curatrice Ianella-Helenius: «Già i titoli delle sezioni – Il mattino sorge in montagnaCosì cambiavano le stagioniIl mondo è il poema dei miei sensi, La pietra incisaIl ritorno dell’idea, Doppia metamorfosiAndalusia – mostrano la caratteristica fondamentale del volume in cui se da un lato viene adottato uno stile iperrealista […] vi è altresì esposta una peculiare e matura visione esistenziale e nel contempo di analisi culturale e sociale». Emblematica da questo punto di vista la descrizione manneriana del paesaggio. Il mondo è il poema dei miei sensi: «Piazze, automobili sfreccianti, alberi, verde polvere / ricevono la loro impronta da me: / il mondo è il poema dei miei sensi / e smetterà quando morirò […]». Per la poetessa l’Andalusia significò anche la scoperta di Lorca, dei poeti spagnoli e di quelli italiani, primo fra tutti Quasimodo: «Ed è subito sera, disse l’uomo la cui vita non era stata un sogno. / Più di 20 anni fa, o solo ore fa. / La notte è adesso» (Jos suru savuaisi).

 

Al periodo andaluso appartiene anche un’opera nella quale prende il sopravvento la riflessione storica, politica e sociale: la raccolta Jos suru savuaisi, dedicata a Václav Havel, è un’accorata denuncia dell’invasione di Praga del 1968. Scritto negli stessi anni, Fahrenheit 121 è invece la raccolta filosofica manneriana per eccellenza: alla base di uno dei testi più significativi del libro e della produzione manneriana, il lungo poema Kromaattiset tasot, «vi è la lettura delle opere di Wittgenstein e di Heidegger, le teorie dei quali ispirano il programma e l’analisi culturale e filosofico-esistenzale della poetessa. Nel volume e nei Kromaattiset tasot l’uomo è privato, di verso in verso, delle opportunità storiche, sociali e culturali fino ad arrivare al suo essere essenziale: al ‘Niente’, al ‘Vuoto’». (Ianenella-Helenius p. 25). Kromaattiset tasot (Livelli cromatici): «Apro la porta, è una porta normale porta di legno, / pigna colorata dal sole / Apro la porta come una valvola, / da un fresca camera entro / in un’altra camera fresca / qui è l’ingresso / un ingresso nell’universo / non luogo ma spazio / non vi è nessuno […]».

 

In Acque morteKuolleet vedet (1977) la formazione modernista della Manner risalta nell’impiego di chiasmi e sinestesie. Nella raccolta matura una profonda riflessione sulla morte legata alla presa di coscienza della tragedia della storia europea: le meditazioni su Auschwitz portano la poetessa a chiedersi per chi veramente si scriva ancora poesia. E l’intera cultura europea viene visivamente identificata nella città di Venezia; la poesia manneriana rappresenta così allegoricamente il crepuscolo della civiltà occidentale. Notte, serene ombre: «Scendemmo la scalinata Spagnola ed io / parlai di cose senza senso, di un uccello che suonava il Liuto / e ti sconvolsi la mente. Un qualunque Arlecchino / l’avrebbe capito […]».

 

Nel corso della sua attività poetica il linguaggio di Manner fu influenzato non solo dalle letture di poesia antica e moderna, filosofia e psicologia (in particolar modo quella junghiana), ma anche, potentemente, da musica, arti figurative e cinema.

 

I testi di Eeva-Liisa Manner non sono facili: la traduzione delle sue poesie richiede una profonda conoscenza del mondo della poetessa. La traduttrice Maria Antonietta Ianella- Helenius, che sta facendo il suo dottorato di ricerca su Manner all’Università di Helsinki, è riuscita in modo ammirevole nell’impresa di ricreare il mondo, il senso e il ritmo manneriani.

 

(Sinikka Lehtinen)

 

Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa

 

In Finlandia sono due le lingue ufficiali, finlandese e svedese.

 

Ad esse si deve aggiungere il saami, lingua lappone parlata nel nord del paese dai saami, popolo in parte ancora legato alle sue antiche tradizioni nomadi. La notevolissima vitalità della poesia finlandese si esprime in tutte e tre le lingue. Anche se questa sezione della rivista si occuperà della poesia in lingua finlandese, non possiamo comunque non ricordare che in svedese, lingua che per secoli fu l’unica usata dalle élites culturali del paese, si è espressa e tuttora si esprime una letteratura di grande valore, cosiddetta finnosvedese. E d’altronde sono in svedese le opere del poeta nazionale finlandese, J. L. Runeberg (1804-77).

 

La lingua finlandese iniziò invece ad essere percepita come lingua di cultura solo a partire dal XIX secolo, grazie al recupero e allo studio della grande tradizione orale finnica operato da Elias Lönnrot (cfr. l’antologia Kanteletar: raccolta di liriche popolari finniche, a c. E. Lönnrot, traduzione di Renzo Porceddu, Turku, I. e B. Casagrande 1992) e al suo poema epico Kalevala (traduzione italiana a cura di Paolo Emilio Pavolini, Firenze, Sansoni 1910 [1984]), basato sull’antica mitologia finnica. I grandi poeti della generazione successiva, vissuti fra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, Eino Leino (1878-1926), Otto Manninen (1872-1950), V. A. Koskenniemi (1885-1962), L.Onerva (1882-1972), seppero forgiare una lingua poetica che divenne patrimonio di una nazione, quella finlandese, che proprio in quel periodo andava definendo in tutti i campi artistici la propria identità culturale in contrapposizione ai vecchi e nuovi dominatori, rispettivamente la Svezia e la Russia zarista. Di questo periodo, cosiddetto nazionalromantico e considerato la prima età dell’oro della cultura della Finlandia, sono celeberrime le illustrazioni del Kalevala di Axeli-Gallen Kallela (1865-1931), palese tentativo di ricostruzione di un olimpo figurativo finlandese da affiancare alle raffigurazioni delle mitologie classiche e scandinave. All’indipendenza dalla Russia (1917) seguì l’esperienza dei Portatori del fuoco (Tulenkantajat), gruppo di poeti che si riunì negli anni ’20 attorno alla rivista Forza Giovane (Nuori Voima), e che col suo irrazionale vitalismo costituì una variante finlandese dei movimenti vitalistici paneuropei. Una ‘seconda età dell’oro’ della poesia si ebbe a partire dagli anni ’50, quando attorno alla rivista Il Parnaso (Parnasso), si raccolse un gruppo di giovani autori che fondò il modernismo finlandese. Fra di essi ricordiamo soprattutto Eeva-Liisa Manner (1921-1995), Paavo Haavikko (n. 1931), Pentti Saarikoski (1937-1983). Dopo un periodo di impero della poesia dissidente o underground, gli anni ’70 e ’80, nel corso degli anni ’90 un gruppo di giovani autori ha saputo rivitalizzare la rivista Forza Giovane e recuperare il messaggio del modernismo finlandese degli anni ’50-’60. Di questa ‘terza età dell’oro’ tratteremo più diffusamente sotto nella rubrica ‘riviste’ nelle recensioni di Nuori Voima Mot-Mot. A questi poeti e alla loro portata innovativa sulla cultura finlandese è dedicata la nuovissima antologia italiana Quando il sole è fissato con i chiodi. Poeti finlandesi contemporanei, a c. Antonio Parente e Viola Parente-Capkova, Milano, Asefi 2002, della quale ci occuperemo nel prossimo numero di questa sezione (a Viola Parente-Capkova si devono le definizioni di seconda e di terza età dell’oro a proposito dei suddetti periodi).

 

Altre meno recenti antologie di poesia finlandese a disposizione del pubblico italiano sono Il dirigibile Italia, antologia di poeti contemporanei finlandesi, cura e traduzioni di Sirpa Hietanen e Sebastiano Vassalli, El Bagatt, Bergamo 1985, senza testo originale a fronte; Il ghiaccio e il fuoco, poesia del Novecento Finlandese, Napoli, ed. Guida 1986, che rappresenta egregiamente tutte le correnti poetiche del ‘900 sia finlandesi che finnosvedesi; Finlandia raccontata dalle donne, antologia dei canti popolari, a cura di Paula Loikala, Bologna, CLUEB 1994,  che si concentra sulla poesia femminile tradizionale di derivazione orale; Il nord come destino liriche finlandesi moderne al femminile, a cura di Paula Loikala, Bologna, CLUEB 1996, che invece ha al suo centro la poesia femminile del secondo ‘900; e Sei voci finniche, a cura di Giorgio Pieretto, in «In forma di parole», Bologna, Associazione culturale «In forma di parole» 2 (2000), interessante indagine sulle influenze e le riletture del mondo classico in autori finlandesi contemporanei. Per quanto riguarda la poesia in lingua saami, unica antologia italiana è Canti Lapponi, a cura di Giorgio Pieretto, Venezia, Università degli Studi di Venezia 1992, che delle lingue native della Lapponia pubblica, purtroppo senza testo a fronte, sia canti tradizionali che poesie della assai recente tradizione scritta.

 

Ad eccezione delle opere di Lönnrot (cfr. sopra), tutte le monografie italiane di poeti finlandesi sono dedicate a poetesse: Eeva Kilpi, Saluti, poesie, scelta e traduzione di Gisa Casarubea e Andrea Perruccio, Salerno, Galzerano 1987; Eeva-Liisa Manner, Sulla punta delle dita, Poesie dal 1956 al 1977, a c. M. A. Ianella-elenius, Napoli, Filema 2001, recensita in questa sezione; e infine le due raccolte dedicate alla poetessa finnosvedese Edith Södergran, La luna e altre poesie, a cura di Daniela Marcheschi, Pistoia, Via del Vento 1995 (1997), e Giardino dolente, cura e traduzioni di T. Haapiainen, Napoli, Filema 1996.

 

(Lorenzo Amato)

Giorgio Linguaglossa

La desolazione si adagia al muro, si sparge per casa,
le ombre si sorreggono e stridono.

 

Eeva Liisa Manner, Sulla punta delle dita. Poesie dal 1956 al 1977, a cura di Maria Antonietta Iannella-Helenius, Napoli, Filema 2001, pp. 243, L. 30.000.

 

da Quando il sole è fissato con i chiodi. Poeti finlandesi contemporanei, a c. Antonio Parente e Viola Parente-Capkova, Milano, Asefi 2002

 

Bach

 

È corrente,
pietre che si affastellano in ponti,
i draghi cesellati sott’acqua dormono dorati
scale che salgono verso molte case bianche,
riposo e libertà in una giottesca profondità di bistro.

 

Il tempo sospeso
costruisce una città,
al suo interno un’altra città,
ponti con all’interno altri ponti,
cavalli candidi come la neve e per carrozze di luce,
scale, echi, porte di spazio moltiplicate:

 

e porte si aprono aprono –
Si aprono becchi purpurei, sono variazione e flauto,
si aprono ali lanciate, in crescendo, sono una fuga,
le torri gorgogliano, l’erba scorrente
intreccia musica da luce e acqua.

 

Mosaico di notte, e fogli illuminati

 

 

Inverno

 

Turbinio di foglie, ore, stagioni
da una stanza all’altra.
Raffiche di neve e nelle aperture tendine.
La desolazione si adagia al muro, si sparge per casa,
le ombre si sorreggono e stridono.
La neve serpeggia come un breve animale,
nidifica negli angoli.
gelano radi quadrati e gli occhi.
Se un uccello vaga all’interno, cade.
Questa mano che gela non lo riscalda.

 

Qui
solo un antico vociare vaga
da un punto all’altro,
nidifica nei capelli,
nella neve sottile della mia mente, sotto la quale
si estendono una serrata profondità,
aperture violate,
un’oscurità soffocata e topi desiderosi di vivere.

 

 

Spinoza

 

Costruii lenti affinché vedessero.
Molai la superficie l’intera notte,
e offrii a Dio
schegge della mia mente.
Silenzio. E vidi:
l’erroneo riflesso di tutte.

 

Son degno adesso
che porto dolore, solitudine,
senza
scritta ignoranza?

 

*

 

Le strade sono lunghe e bollenti.
il cielo candido. Le cornacchie volteggiano
e bestemmiano, un’arrochita, urlante nuvola.
Le finestre son occhi. La mia ombra un moncone.

 

Dove potrei andare? Il mio rifugio
è pieno di strane storie, frasi come trappole,
parole pesanti che bruciano come stagno
e profetizzano, gettano ombre sui muri.

 

Sono greve, dalla mia ferita cresce un albero
dalle foglie tarmate.
Attraverso le quali s’intravede un cielo al calor bianco,
la mia ragione non arriva fin lì.

 

 

Faccio della mia vita una poesia, della poesia la vita

 

Faccio della mia vita una poesia, della poesia la vita. 
la poesia è un modo di vivere e l’unico modo di morire
con estatica indifferenza:
scivolare nell’infinito, galleggiare
per un preposto attimo lieve sulla superficie divina,
sulla superficie dei gelidi occhi divini,
che non piangono, non vegliano, non maturano opinioni,
guardano con distacco e ammettono ogni cosa,
perseguono l’ordine e precisi attimi
proteggono scorpioni, serpi, seppie
(che le persone odiano, confondendo coi loro desideri
queste forme);
professa un’unica fede: la Curiosità,
vagare per stanze di pesci, scorpione e capra,
mutuare dall’uccello desiderio e distanza
e librarsi all’ingiù
come un’ala avvolta dal vento,
rapida libertà, a forma d’uccello.

 

(Questo viaggio, 1956)

 

 

Teorema

 

Sia dura la prosa, susciti pure inquietudini.
Ma la poesia è un’eco che si ascolta quando la vita è muta:

 

sui monti scivolano le ombre: immagine di vento e nubi,
il passaggio del fumo o della vita: terso, oscuro, terso,

 

un fiume che scorre lieve, boschi profondi di nubi,
case in lenta rovina, vicoli che esalano calore,

 

la lisa soglia che si consuma, la quiete dell’ombra,
il passo timoroso di un bambino nell’oscurità di una stanza,

 

una lettera che viene da lontano spinta sotto la porta,
talmente enorme e bianca da riempire la casa,

 

oppure una giornata così rigida e tersa da lasciar sentire
il sole che inchioda l’azzurra porta inabitata.

 

*

 

L’autunno arriva in groppa a nove cavalli, la morte a dieci.
Il tempo è cristallino: la cadenza del silenzio che gela.

 

Perdo le squame, i miei gelidi occhi iniziano a vedere,
il tempo scorre sotto le palpebre, mi avvicino al ricordo:

 

Si bruciano le foglie. L’odore della regione avvizzita,
l’ombra del fumo sul prato. e nient’altro.

 

*

 

Sempre qui un fievole sole, sempre un chiarore nevoso,
anche d’estate. il cuore della terra non sgela.
E il lago incosciente guarda come un occhio metallico.

 

*

 

Se è vero che quando parto
non debbo farlo da sola,
che mi accompagnerai, trottando sull’altro cavallo,
quello col manto che risplende terreo alla luce della luna
(lui stesso mezzo terra, mezzo vento),

 

se è vero ciò che prometterai, se
arriverai fino al cancello: nebbia
(l’erba non si piega, il vortice ventoso non ritorna)

 

voglio partire adesso.
Ti voglio adesso.

 

(Salpate scialuppe a vele leggere, 1971)

 

 

Notte, serene ombre

 

Discendevamo la scalinata spagnola e io
barbugliavo di un uccello Liutista
e ti sconcertai la mente. un arlecchino qualsiasi
avrebbe compreso.

 

e all’improvviso: a nord, e la sera
non sfoglia un album di foglie, poiché qui non ci sono alberi.
le ali sfogliano l’aria e i remi l’acqua che imputridisce.
Piccioni che zampettano alteri
col liuto sotto l’ala, li vedi ora?
Poveri piccioni: solo musica e pidocchi.

 

Notte, lucente ombra, il dondolio del vento
null’altro.
Poiché pur essendo noi due
nell’infinità che le ore circondano
come i numeri romani obliqui del campanile,
un sonno profondo ci divide,
una brumosa logica grezza, i lontani prati lanosi,

 

acque morte tutt’intorno.

 

(Acque morte, 1977)

 

 

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