Steven Grieco-Rathgeb, Disfanie – Poesie e prose – Selezione e introduzione di Chiara Catapano – Un Nuovo Modo di intendere L’agire Poetico 

Giorgio Linguaglossa
la disfania si colloca nell’intervallo tra due manifestazioni epifaniche

Steven J. Grieco Rathgeb, nato in Svizzera nel 1949, poeta e traduttore. Scrive in inglese e in italiano. In passato ha prodotto vino e olio d’oliva nella campagna toscana, e coltivato piante aromatiche e officinali. Attualmente vive fra Roma e Jaipur (Rajasthan, India). In India pubblica dal 1980 poesie, prose e saggi. È stato uno dei vincitori del 3rd Vladimir Devidé Haiku Competition, Osaka, Japan, 2013. Ha presentato sue traduzioni di Mirza Asadullah Ghalib all’Istituto di Cultura dell’Ambasciata Italiana a New Delhi, in seguito pubblicate. Questo lavoro costituisce il primo tentativo di presentare in Italia la poesia del grande poeta urdu in chiave meno filologica, più accessibile all’amante della cultura e della poesia. Attualmente sta ultimando un decennale progetto di traduzione in lingua inglese e italiana di Heian waka. Nel 2016 ha pubblicato con Mimesis Hebenon la raccolta bilingue, ital/ingl. Entrò in una perla. In termini di estetica e filosofia dell’arte, si riconosce nella corrente di pensiero che fa capo a Mani Kaul (1944-2011), regista della Nouvelle Vague indiana, al quale fu legato anche da una amicizia fraterna durata oltre 30 anni. Dieci sue poesie sono presenti nella Antologia a cura di Giorgio Linguaglossa Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Progetto Cultura, 2016).  Indirizzo email:This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.

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Nei testi che qui seguono, non dobbiamo rincorrere nulla. Quanto deve essere, si mostrerà, mansuetamente, come un dono.

Il prefisso dis- (qui usato nel titolo che accomuna gli scritti, Disfanie) conferisce immediatamente alla parola la collocazione opposta: epifanie. E mentre l’epifania manifesta sulla superficie del foglio un’immagine da noi riconoscibile del mondo, proiettandola fuori in un attimo, la disfania si colloca nell’intervallo tra due manifestazioni epifaniche: facendoci intravedere, del mondo come lo conosciamo (come crediamo di conoscerlo) l’aspetto caotico ed essenziale, mai disgiunto e mai veramente opposto. Ecco perché in disfania leggiamo allo specchio epifania, ed ecco perché come Narciso vedremo la nostra immagine riflessa e deflessa, e sentiremo il bisogno di fonderci in essa.

Dal fondo, sull’acqua mobile, si vanno formando contorni conoscibili: poi una brezza, una foglia caduta da chissà dove movimenta la pellicola-superficie, l’immagine si spezza, sembra persa per sempre. È il momento della disfania, prima che l’immagine si ricomponga. Lì la realtà si è completata, ha fatto un giro intorno al proprio asse.

Ora vorrei sottolineare un aspetto d’importanza fondamentale per la scrittura oggi, che riporta al grado zero il discorso sull’autorialità: ovvero come l’atto poetico, il ποιείν (poiein, “fare”) non sia poi legato ad alcunché di specificamente umano, una qualche capacità “sopra”, ad alcuna peculiarità distintiva – il comunicare il proprio sentire, il “fare creativo”. Per questo in greco basta e avanza la parola δημιουργώ , ovvero “faccio, lavoro, creo per il popolo” – inteso ed esteso anche alla dimensione artistico-creativa. Il  ποιείν – da cui “poesia” deriva, è noto – è in fondo ciò che ogni essere porta in sé: “fare” nella sua accezione più basilare e asciutta, essere in vita, che presuppone l’agire. Agire e vivere.

Lo aveva iniziato a raccontare Giovanni Boine, nel suo romanzo breve Il peccato, agli albori del secolo scorso. Nessuna nobilitazione letteraria al poeta, allo scrittore, ma il semplice essere al mondo:

“Questa è la realtà: questo groviglio immane. Non le gerarchie ch’io m’impongo e le distinzioni della logica chiara, ma questo peso e questo tumulto, questo farsi e disfarsi, questo gemere e roteare in un disordinato aritmetico ordine”.

Ma mentre nell’esempio qui citato ci senti ancora la tensione della disperata ricerca, il tentativo d’abbandonarsi e l’inevitabile – per questo – rinascere nel dolore del mondo, le Disfanie lasciano trasparire, lasciano evadere dalla gabbia di tranquillo scientifico ordine, il mondo: svelano, e in questo – attenzione – sta l’assoluta novità, senza fiducia o sfiducia in alcunché. Hanno disarcionato nella loro corsa il cavaliere Novecento, consegnando al lettore l’abbaglio, la divaricazione, il contenitore completamente vuoto.

Il  ποιείν torna alla sua asciuttezza, risale le radici e sussurra a noi che la Poesia ha casa nella pura manifestazione del mondo.

In “Verso Baneria” l’appunto diaristico si cuce al foglio, perde la connotazione di frammento: davanti ai nostri occhi di lettori il testo acquista spessore, accenna alla sua tridimensionalità. Il testo “si fa”, senza sforzo: era lì, sotto gli occhi dello scrittore, era pronto quando ancora lui si chiedeva come avrebbe utilizzato le parole apparse nel suo taccuino. Le immagini si ricompongono e dissolvono continuamente  senza che il tempo si imponga su di loro.

Per quanto concerne “Museo archeologico di Tarquinia” ho voluto lasciare entrambe le versioni, la più vecchia e la nuova, una di seguito all’altra. Ho trovato interessante farlo, più che per una comparazione del come Steven Grieco-Rathgeb abbia rimaneggiato il proprio scritto, per come la doppia lettura amplifichi il senso di ciò che – credo – l’autore cercasse: atemporalità che si manifesta, come accade nel sogno e nei pensieri (mi viene in mente quel che scrisse Pavel Florenskij nel suo saggio sull’icona, “Le porte regali”, di come cioè i piani temporali nel sogno procedano parallelamente e al contrario, dalla conseguenza alla causa). Nei due testi gemelli sentiamo l’accadere come spontaneamente guidato, se così posso dire.

Veder accadere i pensieri e le cose, standoci dentro.

Infine un appunto su “Il poema degli uccelli”. Recentemente l’autore mi ha raccontato del suo stretto rapporto con Kavafis, di come il greco-alessandrino sia riuscito nell’intento di proporre l’assurdo nella più completa normalità. Kavafis è citato in “Verso Baneria”, non a caso.

In questo scritto non si può neppure parlare di piani temporali, ma di un felicissimo trasparire, davvero disfanico, della realtà. L’assurdo che si normalizza riassorbito dal mondo che l’ha espulso, come l’alternanza di caos e ordine attraverso la metabasi.

Mi chiedo infine se non sia questa la direzione possibile, e forse unica, in cui la letteratura di oggi possa e debba andare.

(Chiara Catapano)

Giorgio Linguaglossa
[Dalla finestra? sembra piovere una luce densa, bagnata pozze-gialle, macchie sul tavolo colano giù]

DISFANIE
Steven Grieco-Rathgeb

“BOHOR”

Dalla finestra? sembra piovere una luce densa, bagnata,
pozze-gialle, macchie sul tavolo colano giù.
Il corpo è di qualcuno nel quadro: dettaglio non trascurabile,
sebbene sia dipinto:
le due pennellate sotto i glutei, l’opaca intrasparenza
di un’estrema fragilità:
esse e ad ogni suo muoversi disossato, gli indelebili
trauma-segni dei campi,
e lo sfrenato egoismo, le discoteche di generazioni future,
nella inesorabile discesa nel Tempo.
Penso che sia non so se luce a macchiare come un prodigio
capelli e testa di turchese:
il volto scimmiesco che volge lo sguardo verso, se veramente fosse
la finestra, spaventato.
Poi nella testa compare un altro volto, indietreggiato,
che fissa con più concentrata serietà. E per quanto agio
vi sia nel grande appartamento parigino
la figura deve inghiottire terrore,
un uomo o una donna imbarazzati nel proprio corpo:
terreno che sbraita il sacro, la sua spazialità illimitata
dilaga attraverso gli oggetti e l’aria vuoti
perché solo si dipinge.
E il suo corpo appare senza un dentro, trapassato di luce,
i suoi massacri ridotti a solo pigmento, per impedire. Ai glutei azzurri.
Un terzo volto-cane turchese ha il muso sopra, come copricapo:
per quanto agio vi sia nel grande
appartamento, questo che è solo immaginazione nel corpo
ed è fermo nel suo stupore.

(Giugno 2017)

CHRISTINE LAGARDE

A Davos, Christine Lagarde mette in guardia contro il capitalismo selvaggio. Impiega una parola – “gioia” – per criptarne il senso; evoca perfino stormi di benevoli, magrissimi uccelli con il becco a uncino; tuttavia è questo che intende, e il suo sguardo serio lo conferma. “Non ci è mai andata così bene. Ecco perché pendo dalle mie stesse labbra, e perché io stessa aspetto incredula ciò che mi accingo a dire. Non in quanto ‘bestemmia’ lungo ‘le stazioni del respiro’, come disse un tempo il poeta – ma per la mia profonda sorpresa. La tensione così alta, che la sua furia repressa mi atterrisce volta dopo volta. Tuttavia, quello che devo dire non muterà a medio termine; seppure già adesso i registratori e le fotocamere scintillanti lo renda immutabile. Da loro chiedo soltanto una ferma risposta linguistica al nonsenso: che significhino anche ciò che non dico, né tacciano ciò che significo. Stiamo parlando del successo senza precedenti della vita umana sulla terra, il che conferma la nostra lontananza dalla mancata rotazione del sole in cielo, dalle mille vie incerte della nostra stella radiosa attraverso le stagioni. Sì, noi siamo e restiamo il fulcro cruciale di ciò intorno a cui ruotiamo. Non si tratta, dunque, di un lenzuolo funebre nero: ma spiegato e bianco, tonalità incontaminata, la prescelta per la fioritura senza precedenti della nostra economia. E così, le prospettive sono di pura crescita, seppure le mie parole il suo oscuro contrario. Gravano mille tonnellate, senza dubbio, tuttavia consentono alla nostra squadra di scatenare su di voi il pericolo estremo, più lieve d’una piuma, del mondo. Mi auguro possiate, signore e signori, fare lo stesso nei vostri rispettivi paesi, vivendo appieno la gioia intollerabile di questa gioia. E dunque anche perdonare il mio senso di straniamento.”

浮世絵 UKIYO-E

Decollati in cielo dall’aeroporto di Narita, strano per noi vedere quegli artisti roteare così velocemente dall’aereo che sale, si libra, e virando va attorno in cerchio a questi Harunobu, questi Hiroshige, questi Utamaro che dagli oblò stupiti guardano fuori, alzano gli occhi e vedono noi più in alto, ma vicini, tanto vicini che quasi toccano la vetta del Fuji, e tutti serpeggiando attorno al cono capovolto risaliamo su correnti ascensionali fra mille foglietti, mille xylografie disperse nell’impetuoso vento di prua, nel frastuono dell’inutile opera; e ruotando sempre più in alto sopra al vuoto cratere, alle sue verdissime ali senza neve, ecco i quattro punti cardinali, color terra: incapaci di capire come la montagna centomila volte azzurra sia sempre se stessa: stupita di esser com’è; identica a come un tempo sarà

VERSO BANERIA

Questa steppa desolatissima, le rondini. Passa qualche camion al tramonto: la prosopis cineraria ne avverte il colpo d’aria. In un terreno così arido, solo le falde freatiche in profondità garantiscono la sua sopravvivenza.

Il ciuvascio Gennadij Aygi parlava della mamma intenta alle sue faccende nella loro povera abitazione quando lui era bambino: vivevano di giorno in giorno, eppure intravedevano la distanza, l’invisibile nelle cose.

A Udaipur, la luce delle vetrate è rosso, giallo, verde, blu. Non si vede niente all’esterno, finestre fatte apposta per chiudere il dentro dal fuori. Le donne nel gineceo. Di nuovo l’ho avvertito. “Who are you?” Il riferimento è ai Kalbelya: “Non sei nessuno se non sei intessuto nella tua comunità: peggio di un granello di polvere nel vento del deserto.”

“Ah!” dice Nihal, fermo davanti al pozzo: “se la tartaruga ancora vive laggiù sul fondo, posso berne l’acqua!”

Qui il popolo è stato violato per secoli e secoli. Notava il Capitano Mathur di Jodhpur: “vado in giro per queste steppe, e la sua gente derelitta mi parla sempre come mi parli tu del tuo Maestro. Mi sorprende che non abbiano nessun altro desiderio.” Lui era perfino andato a Brindavan, fra le sabbie dello Yamuna, dove aveva conosciuto un cocomeraio che seminava i suoi cocomeri nel letto asciutto del fiume. Gli chiese quell’anno come era andata, ebbe risposte vaghe: le piantine erano cresciute vigorose, poi una piena del fiume aveva portato via tutto. E l’anno prima? Una gelata invernale.

Il ricordo può apparire come un gardino trascurato. La foresta non è mai trascurata, ma un giardino lo diventa quando l’uomo se ne dimentica. Così, io ho scordato Asha Bahinji. Nihal chiede al giardiniere: “C’è ancora il vecchio cobra?” “Certo! – risponde quello. – I cobra possono vivere fino a cento anni.” Tutto intorno a quest’uomo in piena luce c’era il groviglio impenetrabile di fronde. “Lui sta sempre là dentro. Ormai esce di rado.”

Il cobra, non più il giardino. La memoria.

E’ bella una storia che si snoda come un fiume. Mi ricorda “Itaca” di Kavafis. Ma vorrei togliere quell’eccessivo soffermarsi sul puro godimento della vita: leggo “Itaca” come uno snodarsi senza direzione.

Gennadij Aygi: “iniziai per gradi a contrapporre qualcosa di diverso alla poesia come ‘gesto’: Non si trattava propriamente di contemplazione. No, era un’altra cosa, una immersione sempre più profonda in una sorta di unità autopreservante, una cosa che posso solo descrivere come “non diminuente-dimorante”, qualcosa da cui l’intervento umano non ha ancora tratto quel fenomeno cui diamo il nome ‘gesto’.”

Siamo entrati nella fortezza deserta al tramonto, quando i muri biancheggiano nell’ultima luce. Le volpi volanti sfarfallano veloci nell’atrio sfasciato.

(Deserto del Thar, febbraio 2010)

Giorgio Linguaglossa
“non avremmo mai immaginato che sarebbe stato così.”

MUSEO ARCHEOLOGICO DI TARQUINIA

Donald Trump sta dicendo: “non avremmo mai immaginato che sarebbe stato così.” E parlano in un luogo che è metà natura, metà interno: uno Studio Ovale in cui cresce una grande foresta, per attraversarla fino alla scrivania dove il presidente sta immerso con la sua squadra, devi farti largo tra le fronde che non ci sono e, possenti, frusciano mentalmente. Ed è il tempo dopo il futuro. Il futuro è già stato assegnato: e, fratturandosi in mille replicazioni, è stato tracannato.
Ed ecco che su una nave dall’alta prua una coppia etrusca attraversa il mare, tornando dalla sua meta, da un approdo, da un nostos che fu: in un abbraccio di pietra avanza inclinata, beccheggiando non su un azzurro – ‘azzurro’ è solo uno sbiadito ricordo dentro il movimentato freddo, grigio cristallizzarsi di onde che pure sono: un mare ben reale, ma a noi negato perché appartiene ad un essere che eternamente avviene, non inseribile nel nostro. Non come la necropoli sulla spoglia collina fuori città, modernissima nei suoi dipinti: il gozzovigliare sui triclini di figure brune, senza occhi: palpabilmente Picasso, Braque.

E c’è un intervallo, che è la terza parte di questa scrittura: nell’attimo l’ho dimenticata, mi è sfuggita in un vuoto di memoria. E, incredibilmente, questo vuoto continua a dipingersi: proprio lui è il tempo nostro, il tempo ricordato della dimenticanza.
Poi la quarta parte è il me stesso entrato nel cortile del museo archeologico di Tarquinia: a sei anni, in compagnia della madre, giovane viaggiatrice con un forte interesse per l’archeologia, tutta la sua joie de vivre è nel turbinio di un foulard. Ma adesso rimane il semplice muro qui davanti, con i suoi finestroni ogivali in alto. A occhio nudo guardo il ricordo: una splendente mattina di tardo inverno in questa sera d’agosto, un senso di unificata luce, luce dolce dell’Italia centrale: e le ombre cadono diagonalmente, scendendo il muro: lunghe ombre vengono giù, e strisce di luce dal sole scendono anch’esse: perché se pure vedi netta la linea che separa, non riesci mai a seguire o l’una o l’altra.
Lo schiocco – “CIÀ!” – di una taccola risuona improvviso sopra il brusio di voci nel cortile del museo: lassù, dietro, nell’aria che non riesco a vedere, spalanca qualcosa e scompare. E’ riverbero, una torre medievale. Un avvertimento: “Ricorda!” Cosa? Non ho strumenti, non so come invecchiare. Echeggiando più volte nell’orecchio della mente, quello schiocco appare (ma sì, ora è chiaro) come la stessa cornice fisica di questa scrittura. Irruzione d’irrealtà. Pensiero. Luce, evento.

(25 agosto, 2017)

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Donald Trump che sta dicendo: “non avremmo mai immaginato che sarebbe stato così;” e parlano in un luogo che è metà natura, metà interno: uno Studio Ovale in cui cresce una grande foresta, per attraversarla fino alla scrivania dove il presidente sta immerso con la sua squadra, devi farti largo tra le fronde che non ci sono ma frusciano nel pensiero. Ed è il tempo dopo il futuro: il futuro che è già stato assegnato, e fratturandosi in mille replicazioni, è stato tracannato.
Ma niente si ferma, ed ecco su una nave dall’alta prua una coppia etrusca stretta in un abbraccio attraversa il mare tornando dalla sua meta, da un approdo, da un nostos che fu: con un sorriso di pietra avanza inclinata, beccheggiando non sull’azzurro – ‘azzurro’ è solo uno sbiadito ricordo dentro il movimentato freddo, grigio cristallizzarsi di queste onde: un mare ben reale, a noi negato perché un essere che eternamente avviene, non inseribile nel nostro. Non come le nostre necropoli: questa, sulla nuda collina fuori città, così moderna nei suoi affreschi, con le sue figure brune e senza occhi, intente da millenni a gozzovigliare sui triclini: palpabilmente Picasso, Braque.
E c’è la terza parte, or ora sfuggita in un vuoto della mia memoria: ma che, magicamente, continua a dipingersi: proprio lei, la quarta parte che avanza così rapida nel nostro tempo, nel tempo ricordato della dimenticanza.
Perché un bambino di 6 anni appare nel cortile del museo di Tarquinia in compagnia della madre, giovane viaggiatrice con un forte interesse per l’archeologia (il turbinio del foulard esprime tutta la sua gioia di vivere): il muro vuoto, sulle arcate ogivali davanti e al piano di sopra la mattina splendente di tardo inverno nella sera d’agosto. Vaga un sapore di luce unificata (dolce luce dell’Italia centrale), le ombre cadere diagonalmente scendendo il muro, lunghe ombre e le strisce di sole scendere anch’esse: perché se pure vedi netta la linea che le separa, non riesci mai a unire l’una all’altra.
Lo schiocco – “CIÀ!” – di una taccola risuona improvviso sopra il brusio di voci nel cortile. Dietro, nell’aria alle spalle del museo, qualcosa si spalanca e scompare. E’ immagine, il suono si propaga vertiginoso come una torre medievale, ed anche avvertimento: “Ricorda!”
“Cosa? Non ho strumenti, non so come invecchiare.”
Echeggiandomi più volte nell’orecchio, e poi allontanandosi, è lo schiocco – ma sì, ora è chiaro! – la stessa cornice fisica di questa scrittura: solo l’udito da sempre e da ogni lato irrompe il reale: neri scarabocchi tracciandosi sulla luce.

(25 agosto, 2017)

Giorgio Linguaglossa
[Aurora, pittrice, frequentatrice negli anni ’60 a Capri di artisti e di gente con il
completo bianco e il panama in testa, gente, insomma, importante]

POEMA DEGLI UCCELLI

Non so dire da quanto tempo mi trovo sul 310 che corre su via di Castro Pretorio verso il capolinea in Piazza dei Cinquecento, fuggendo dal crepuscolo d’inverno che appare nel grande pezzo di cielo sopra la Biblioteca nazionale. Due-tre minuti, soltanto perché soffermandomi a guardare quel tizio, stavo cercando di capire. All’interno dell’autobus poco illuminato o semideserto, un uomo seduto nel posto davanti girato verso il dietro, ascolta assorto allo smart phone una voce che gracchia. Come un tempo stavano appiccicati alla radiolina per seguire la partita, rifletto. In effetti, è domenica. Bisogna reggersi alle curve, l’autista corre verso il capolinea, salta rabbioso le fermate quando vede che nessuno deve salire. Passa un altro minuto: non è la partita: lo smart phone in viva voce gracida un resoconto storico di Campo de’ fiori, dove Giordano Bruno fu arso al rogo, e dove nei secoli successivi venivano impiccati i condannati a morte.

I volti di Aurora e Cornelio, raggruppati insieme, gettano un velocissimo famelico sguardo alla padella piena di carne bianca che Andrea ha appena portato dalla cucina. Distolgono lo sguardo lentamente, gli occhi roteanti, quasi imbarazzati dall’avidità che li consuma. “Non credere, Steven,” mi dice la sconosciuta donna al banco delle erbe selvatiche, con il naso ad accetta e gli zigomi alti, crudeli e insieme sofferti: “vedi,” e con il solo gesto di una mano che abbraccia tutto il suo banco affastellato di crespigni, misticanza e cicoria, mi evoca i luoghi di raccolta: una rupe solitaria che sporge sul piano, i greti dei torrenti, i posti segreti: “anche noi mangiamo pollo. Hai voglia, e quanto ne mangiamo.” Un ometto dal sorriso ironico che sta ispezionando le verdure mi dice: “Perché sei triste? Il selvatico viene pian piano invaso, ridotto. Anzi, sei piuttosto ridicolo. Ma non lo sai?” Un’altra cliente lo interrompe: “Ma certo! E’ una buona novella: abbiamo da mangiare, Iddio santo! In questo momento ne alleviamo a miliardi, ovunque nel mondo!” L’aiutante, un tipico ragazzone di campagna, eterno scapolo, di poche parole, che d’un tratto sembra anche lui conoscermi, dice: “dobbiamo sentirci fratelli. Ormai formiamo tutti una grande famiglia globale, come dire, e dobbiamo sentirci uniti, sentire quello che ci lega profondamente e non deve dividerci. I polli costretti nei loro vassoi, i macchinari aspirapolmoni: e certo! Testimoniano di questo sentirci così uniti di fronte alla disgrazia, di fronte alle navette spaziali che i milionari invieranno sui pianeti.”

Sono strabiliato. Non immaginavo: lo strappateste. “Be’, devi considerare, Steven,” dice Lucio Cornelio; ”almeno per Aurora qui, e per uno come me, insomma è una vita che mangiamo pollo,” con uno sguardo molto serio, una serietà così intensa che di nuovo mi meraviglio. Nell’aria della stanza appaiono tante stelle, piccolissime, punte di spillo luminosissime, dappertutto. Loro non le vedono, da quanto capisco dai loro sguardi intenti su qualcos’altro: sguardi di una gravità enorme: e sconosciuta, poetica intensità: come il narrare antico di gesta eroiche, del principe variago Oleg, vincitore di battaglie, che morì nella steppa per il morso di un serpente.
I visi, perché il corpo ormai non ha più importanza, stanno lì riuniti fra le pile di libri sopra le cassapanche, le stampe, le carte e i tanti soprammobili, i quadri antichi così fitti da nascondere le pareti: i visi galleggiano qua e là nell’aria come boe sull’acqua, disconnessi dai corpi.

“Be’ sì, io allora come oggi amavo il pollo. E lui era bello allora, giovane, e partecipavamo alle battute di pesca. Spesso dal mare così blu e profondo, tiravamo su delle cernie, bellissime…” Si gira verso Cornelio: “a decine di migliaia ingrassano per quaranta giorni in vassoi in lunghissime file nei capannoni, prima di essere rimossi e appesi a testa in giù e portati nella vasca per lo stordimento con la scossa elettrica. Poi procedono, sempre appesi sui ganci, per l’incisione della testa …” Cornelio interrompe un po’ seccato: “Ti sbagli, Aurora, l’incisione viene fatta alla base della testa: la gola… capito?.” “E va bene, va bene. Ma poi dopo il dissanguamento, vengono immersi in acqua bollente per la spiumatura, questo non lo puoi negare.” “E’ giusto, sì. Perché infatti dopo c’è tutto il processo dell’eviscerazione.”

L’operazione strappateste automatico, l’evisceratore: Il mio stupore non fa che crescere. Aurora, pittrice, frequentatrice negli anni ’60 a Capri di artisti e di gente con il completo bianco e il panama in testa, gente, insomma, importante, Aurora che io conosco da tempo: come fa a parlare in questo modo? Il viso è atteggiato ad una serietà concentrata come se oltre il processo industriale, sapesse ben di più. E infatti, dopo un momento di silenzio dice: “Ma, scusa, lo sai, Cornelio, no? Queste sono tutte soluzioni chiave in mano! Sono cose serie. Un giorno vi mangeranno il fegato.”
Stanno insieme in un fitto assembramento dentro l’appartamento gremito di oggetti in ogni angolo: quasi si toccano l’un l’altro: i visi – il resto del corpo non importa più, è un peso inutile: un crocchio, un capannello di visi, gli occhi grandi per l’ascolto del mondo che giunge loro principalmente dall’interno: parole bisbigliate di voci interne appena colte, ma di un’importanza sempre più grande, a giudicare da quelle espressioni così assorte. Una questione di vita o di morte. Il loro fiato odora di chi mangia carne: un odore che viene su da dentro, come da una caverna calda e buia. Hanno le vecchie fronti aggrottate, e negli occhi una singola grande preoccupazione che vivono tutti insieme senza mai osare condividerla a voce alta. Cosa verrà dopo?

Cammino nel buio verso via Monzambano verso mezzanotte; Cornelio mi ha inseguito fin qui, trafelato, e adesso la sua voce dice: “se il tuo contratto è scaduto, ma stai ancora in quella casa, ne hai il comodato d’uso, capisci? Vuol dire che lui non ti può chiedere niente. Ma su quell’altro argomento, volevo dirti: decine di migliaia stanno nei vassoi, costretti e starnazzanti.” Vedo volare piume come da innumerevoli trapunte sventrate. “In effetti, è strano, no? Grazie alle penne remiganti, un giorno si alzano in volo sopra molteplici e smisurati e assai complessi paesaggi, e in quel segreto remigare attraverso i cieli, portano il senso del grande dramma che per un secolo intero consuma il giorno e la notte, ora sbriciolati in queste miriadi di liete novelle discese dall’alto.”

Lucio Cornelio in Libia e in Mauretania quarant’anni fa: fare l’ingegnere sulle piattaforme petrolifere era duro, mesi e mesi lontano da casa, fra questi arabi, quei bastardi dei berberi, che sono peggio delle bestie. Se la spassò con le donne, laggiù. Gliele procuravano loro, gli ingegneri arabi. Quando ce l’avevi lì a cena davanti a te, ti sembrava di svenire da quanto erano belle. E insomma, dovevano procurargli del piacere! Sennò che stavano a farci? Tanto, tutte quelle altre le tengono sottochiave come schiave! Almeno queste erano consenzienti. “Ma Valerio, sei una roccia. Ottant’anni! Come li porti bene.” La stanza è piena di mille oggetti: i libri accatastati sulle cassapanche, i mobili stretti insieme in una, due, tre file. Torno verso mezzanotte sotto i giovani tigli spogli, malati. In via Monzambano giorno e notte volano cartacce davanti all’ANAS: il palazzo di era fascista in mattoni giallo sporco fra quei rifiuti che arditi si involano, leggiadri nel vento, chiama gorgheggiando i clientes. Di mattina nei giorni di lavoro quelli aspettano sul marciapiede dal lato opposto della via, le mazzette già pronte nella ventiquattrore.

Aurora, sprofondata in un suo pozzo sempre più profondo, ha uno sguardo preoccupato sul viso antico: “Le guerre di religione, di passione e di ideologia, partoriscono un mostro…” Cornelio, come sovrappensiero: “Da quando il tuo contratto d’affitto è scaduto, tu sei lì, in quella casa … a tutti gli effetti, in ‘comodato d’uso’. Te lo faccio notare. Ti dovesse eventualmente servire questa informazione, capisci?“ “L’inquinamento.” Volendo confortarla, Andrea dice: “Un vasto letto di fiume secco miniaturizza le due o tre figure che vagano sul suo fondo crepato.”

“Signore, oggi c’è meno crespigno. Fra poco spiga, capisce, poi non lo portiamo più. Ma c’è la borragine, e la lattuga selvatica. E’ buona anche quella.” L’aria di primo mattino è fredda; sul suo viso di cinquantenne appena leggo i campi, gli oliveti, il fruscio di erba alta quando si attraversa un incolto. E il viso mi dice anche: “Ma che vuole, quello stronzo mi ha tradito. come un maiale. Quanto piansi. Ma come ero stupida. Mio figlio qui, me diceva: lascialo, Mamma. E va be’…” Chiedo a lui, il ragazzone curvo sopra un grosso contenitore di plastica intento a pulire la cicoria capata: “ma tu che sistema operativo usi?” Senza alzare gli occhi, con un enorme berretto di lana calcato in testa, dice: “sa, io uso il Mec. Per me non è questione di sistema operativo.” “Sì, ma ho sentito che anche il Mac ormai è suscettibile ai virus.” Si gira di scatto e vedo il suo viso, poi solo gli occhi: “le vecchie di campagna, le chiamano anche fattucchiere: quelle bugiarde e imbroglione che t’infilano nel sacchetto le foglie marce sotto le fresche: da loro intuisci il senso del divino che è nelle erbe di campo.” “Vorrei sentirti dire di più: mi sorprendi. Quando il grande leccio d’un tratto, che io guardavo imbambolato da due ore, mi diceva: ‘Non mi cercare in questa forma: sono nella linfa invisibile a te’.” “E’ la vostra sciagurata divisione, vecchia di secoli, fra cultura ‘alta’ e cultura ‘bassa’. Oggi né voi intellettuali né il vostro popolo ha più la dignità di una musica demotica.” Alquanto sorpreso, ribatto con una sola parola: “Bartòk.” Lui sorride. Tutto, ovunque si guardi, è foriero di stupore, profonda meraviglia. Aurora vorrebbe avvicinarsi più a me, fisicamente, ma il corpo e una vita intera non glielo consentono. E’ sprofondata nelle spalle, il viso le scende giù, sempre più giù, sous la poitrine, la scollatura ancora un po’ arditamente esposta: la pelle lentigginosa, voglio dire. I silenzi fra le frasi pesano come macigni. Ma potrebbero essere segnali: i vuoti da cui si prende il volo. Anche Cornelio sembra triste: “Ricordalo: si chiama comodato d’uso. Non abbiamo mai potuto avvicinarci alle erbe: la nostra cultura ce lo ha sempre vietato. Abbiamo coltivato il disprezzo e la sufficienza.” Lei, meditabonda: “la cernia si dibatte in fondo alla barca come se avesse le ali, smette soltanto quando l’occhio si fa vitreo.” Andrea bofonchia qualche parola in tono deprecatorio, come per scusarli: in fondo, la spiritualità insegna a superare gli ostacoli: “se così è stato, adesso che farci … No, Steven?”

Non capisco come riescano a volare, con il soffitto così basso – che le ali non sbattano da qualche parte, e si facciano male. Ma tutti e due, e poi anche Andrea, si sono alzati sopra di me, e sorridono, come dicendomi, “non pensavi, vero?” “Ce le siamo scoperte da poco: sotto le ascelle abbiamo penne remiganti.” Sento lo spostamento d’aria, dolcissimo, e il fruscio d’ali. Nei vuoti si aprono abissi paurosi. Le montagne stanno molto più in basso, e quassù a 10.000 metri l’aria è rarefatta, pochi sono saliti così in alto senza aeroplano: solo il dolore degli uccelli può, solo il poema può volare a queste inebrianti altitudini! “Ma vi saranno cresciute negli ultimi tempi; possibile che non ve ne siate accorti prima, se da sempre, da millenni, ce l’avevate proprio lì, sotto le ascelle?”

Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa
[Chiara Catapano e Steven Grieco Rathgeb, grafica di Lucio Mayoor Tosi]

Chiara Catapano nasce a Trieste nel 1975. Si laurea nell’ateneo tergestino in filologia bizantina. Vive per alcuni anni tra Vienna, Atene e Creta, approfondendo così i suoi studi sulla cultura e la lingua neogreca. Collaborazioni recenti:

Fondazione Museo storico del Trentino: assieme al dott. Andrea Aveto dell’Università di Genova e allo scrittore Claudio Di Scalzo: riedizione dei “Discorsi militari” di Giovanni Boine, nell’ambito di uno studio sull’autore portorino. Per Thauma edizioni: ha curato l’edizione di Per metà del cielo, della poetessa slovena Miljana Cunta (trad. Michele Obit).  Per l’Istitucio Alfons el Magnanim CECEL – Consejo Superior de Investigaciones Cientìficas, rivista “Anthropos” numero di febbraio 2015, l’articolo: “Sopra la rappresentazione transmoderna del sé”.

L’attività prevalente e continuativa (da ottobre 2012), consiste nella direzione, accanto allo scrittore Claudio Di Scalzo, della rivista d’autore on-line Olandese Volante (www.olandesevolante.com); al cui interno, oltre alla pubblicazione di testi letterari in poesia e prosa dei direttori e di alcuni collaboratori, vengono curati autori e maestri in modo “transmoderno”, come la rivista attesta nel sottotitolo: “Transmoderno, arti, pensosità, letterature”. Con Giulio Perrone esce a giugno 2011 la sua prima raccolta Apice stretto in “Verso libero- antologia poetica a cinque voci” con prefazione di Letizia Leone. A ottobre 2011 esce la sua raccolta La fame edita da Thauma Edizioni. A novembre 2013 pubblica la raccolta La graziosa vita (Thauma edizioni) dialogo sulla tomba di Giovanni Boine, uscita sotto l’eteronimo di Rina Rètis – opera dedicata allo scrittore portorino.

Ha collaborato fino al 2013 con l’associazione culturale “Thauma” di Pesaro, per la omonima casa editrice. Ha curato per il Comune di Bolzano, assieme alla regista Katia Assuntini un cortometraggio nell’ambito di un progetto d’integrazione delle giovani ragazze immigrate: in particolare ha coordinato il lavoro di traduzione per una giovane poetessa pakistana. Cortometraggio poetico basato sul poemetto inedito Alìmono, in collaborazione con gli artisti pugliesi Iula Marzulli, Marianna Fumai (RecMovie) e Gaetano Speranza: prima proiezione il 26 dicembre 2016 al Lecce Film Fest. Collabora con la compagnia teatrale Fierascena, fondata dall’attrice e regista Elisa Menon. Sue poesie e prose poetiche sono apparse in riviste, siti e blog letterari, quali: blog di intercultura italo-slovena La casa di carta-Papirnata hisa, “Poeti e poesia” e “AbsolutePoetry” (http://www.absolutepoetry.org/il-figlio) a cura di Francesca Matteoni (2011); Fiabesca”, blog di Francesca Matteoni;

Catalogo della mostra personale di Jara Marzulli (http://www.jaramarzulli.it/) Come bocca di pesce i pensieri”; “Di là dal bosco”, ed. Le voci della Luna, 2012; Le voci della Luna, rivista: n. 55 “L’inutile bellezza, il senso di colpa nella poesia di Maria Barbara Tosatti”, marzo 2013; n. 56 “L’artista primordiale, omaggio a Odysseas Elytis”, luglio 2013.

“A Topolò, questa dolce sera…”, e “Oggi a Udine è risorto un poeta” apparsi sul sito ufficiale del poeta Gian Giacomo Menon, voluto e curato dal giornalista Cesare Sartori. http://www.giangiacomomenon.it/testimonianze/oggi-udine-e-risorto-un-poeta/

Intervista sul sito “World War I Bridges”, 

http://www.worldwarone.it/2015/12/rediscovering-italian-intellectualsnew.html?m=1

“Giovanni Boine: la punta dell’iceberg”, nel blog di Alberto Cellotto, LibrobreveHa presentato nell’ambito del FestivalTrieste Poesia” la raccolta La graziosa vita, presso lo storico caffè San Marco. Presentazione-intervista con Michele Obit, presso il Festival internazionale “Stazione Topolò”, luglio 2014

Giorgio LinguaglossaGiorgio Lingaglossa

 

Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa

il termine “disfania” è stato illustrato bene dal commento di Chiara Catapano, parola composta dal prefisso “dis” e da “fania”, che in greco significa apparizione (Phanes). “disfania” indica ciò che appare tra due apparizioni, ciò che appare e non, ciò che non appare alla visione immediata… in quei frangenti sottilissimi ci si rivela, appunto, qualcosa che non vedevamo, per l’appunto la disfania. Allora lo sguardo si allarga e si approfondisce. In fin dei conti per scrivere una buona poesia o dipingere un buon quadro, occorre una buona visione delle cose; le cose stanno lì ma spesso, anzi, quasi sempre non le vediamo, e non le vediamo perché non siamo interessati a vederle, ci è sufficiente, per inerzia mentale, affidarci alla visione normale delle cose, e le cose non si rivelano. Noi in realtà siamo ciechi di fronte al mondo, perché vediamo soltanto le cose che vogliamo vedere e non vediamo tantissime altre cose che istintivamente rigettiamo o che non interessano la nostra vita quotidiana.

Che cos’è, alla fin fine, la nuova ontologia estetica? Molte persone mi hanno fatto questa domanda, ed io ho risposto che ci sono moltissimi post nell’Ombra e basta cliccare su “cerca” per capire cosa stiamo dicendo. Si vede che quelle persone che mi hanno rivolto la domanda non erano interessate a capire alcunché perché volevano capire tutto e subito, immediatamente, senza fare sforzo alcuno. Desiderio ineccepibile ma purtroppo invalido se non è seguito da un lavoro intellettuale (e materiale)… Il problema è, come sempre, quello di vedere le cose che gli altri non vedono. Tutto qui. I poeti modernisti Eliot, Mandel’stam, Pessoa, Herbert e altri che non nomino vedevano cose che altre persone non vedevano, ma loro le vedevano perché avevano aguzzato lo sguardo, e vedevano in profondità.

Ho scritto in un precedente commento:

«Oggi che il modernismo si è esaurito, è chiaro che non si può procedere oltre di esso senza avere chiaro il quadro di riferimento storico e ideologico che aveva costituito le basi del modernismo. Il modernismo, che è stato il prodotto poetico del mondo occidentale in disfacimento che aveva condotto alle tre guerre mondiali, oggi, paradossalmente, ha più che mai voce in capitolo dato che siamo entrati nella IV guerra mondiale in uno stato di belligeranza diffusa e di apparente normalità. Nelle città dell’Europa occidentale si vive in uno stato di apparente tranquillità, ma la minaccia è ovunque, è sufficiente una buona tromba di Eustachio e un buon paio di occhiali. La poesia della De Pietro assomiglia alla barchetta di carta che galleggia tra i flutti della materia equorea, «è un soffermarsi presso la linea», per dirla con Pier Aldo Rovatti.»

Quello che noi oggi dobbiamo fare è inoltrarci oltre la linea, passare il Rubicone, diventare esploratori del mondo che ancora non vediamo. E in questo i poeti modernisti del novecento possono esserci molto utili.

In che modo l’ente mortale tenta di riempire il «vuoto» che sta in ogni punto del cosmo e della sua anima? In quale modo afferrare il presente? Il grande assente? Il problema è sempre quello del «vuoto» e del «nulla» dell’esistenza, problematica squisitamente esistenzialistica. 

Phanes (greco antico: Φάνης, genitivo Φάνητος) o Protogonos (Greco: Πρωτογόνος, “Primo-nato”), era la mistica primeva deità della procreazione e della generazione della nuova vita, che fu introdotta nella mitologia greca dalla tradizione orfica; altri nomi per questo concetto della classica mitologia greca incluso Ericapeus; (Ἠρικαπαῖος o Ἠρικεπαῖος “potente”), Erichepeos (antico greco: Ἠρικεπαῖος; Latino: Ericepaeus), e Metis (“pensiero”).
Phanes è il dio del vedere, della visione. Il pensiero greco pensa il vedere così intensamente che gli mette in capo una deità, oggi il nostro vedere è ridotto a tal mal partito che a stento vediamo il nostro volto riflesso nello specchio. Il nostro vedere si è terribilmente indebolito.
Presso i greci Phanes è la manifestazione divina che si fa vedere ai vedenti, disfania è anch’essa manifestazione del «divino» che si offre ai vedenti, ovvero, ai mortali, solo che il prefisso “dis” introduce un importante elemento di alterità, le disfanie sono quei momenti nei quali riusciamo a svestirci della normale visione e ci introduciamo ad una diversa appercezione del «divino» di ciò che appare. Le disfanie quindi ci introducono ad una «nuova-vita», ci fanno intravvedere qualcosa che non avevamo visto, qualcosa del «divino» ci si è presentato dinanzi e noi lo abbiamo accolto.

Questo mi sembra il segreto del procedimento della visione poetica di Steven Grieco Rathgeb, quel suo librarsi come in volo tra gli oggetti e le visioni. La poesia che apre il post è rivelatrice, la visione di una semplice «finestra» aperta o di un «quadro» rivela una infinità di rimandi legati tra di loro dalla catena metonimica entro la quale il tempo si azzera ed appare il «vuoto» della visione, il «vuoto» e il «nulla» che sono in noi e che noi non percepiamo con la visione binoculare di tutti i giorni.
Se osserviamo quello che la nuova poesia ci dice, essa sembra sottrarsi al detto, sembra voler eludere l’interrogativo, il principiale, sembra avvertire il pericolo del presente, o meglio, la sua insolubile non-pienezza, la sua aleatorietà, il suo non essere, il suo mancare; il presente appare come un ostacolo che va rimosso, un problema che va risolto. Ecco la ragione di tutte quelle «cose» le più disparate che riempiono lo spazio nella poesia di Steven Grieco Rathgeb: lo spazio è capienza, è libertà, è quella dimensione che tutto può contenere e avvolgere e dissipare con la sua ampiezza smisurata; ecco il significato di un’altra parola chiave di Steven: «agorafilia» (anche questo è un neologismo), l’amore per gli spazi sterminati, perché lo spazio è salvezza e dissipazione insieme, lo spazio promette la beatitudine di essere tutto e nulla allo stesso tempo, lo spazio ci consente di attingere quella pienezza che il tempo ci nega, ecco perché la poesia di Grieco Rathgeb parteggia con tutte le sue forze per lo spazio, cerca continuamente lo spazio, perché in esso è possibile l’appagamento del desiderio, la compiutezza della felicità; nella sua poesia la rotondità dello spazio vorrebbe sopprimere la rettilineità del tempo, e la poesia vive proprio grazie a questa interna e malferma contraddittorietà che la fonda e la plasma. È la nostalgia del presente che qui ha luogo. Nostalgia perché qualcosa manca. Ma cos’è che manca? Manca l’essere, manca un perché, perché non c’è un perché, non c’è un perché del tutto, perché il tutto si regge senza un perché. E così cade la domanda leibniziana perché c’è qualcosa e non il nulla? La risposta di Steven Grieco Rathgeb è: c’è qualcosa che è della stessa stoffa del nulla, quello che c’è è un nulla di nulla, qualcosa che appartiene per intero al nulla. Ecco la ragione della presenza di tante «cose» nella sua poesia, perché c’è il recondito pensiero che queste «cose» sono cose da nulla che non possono essere salvate o riscattate dalla loro mancanza di fondamento. Con la caduta della Grund Frage leibniziana ciò che resta è quel qualcosa di nulla, quel qualcosa che segna indelebilmente la nostra mancanza, l’impossibilità di afferrare quel qualcosa che si sposta all’unisono con il presente che ci sfugge, si sottrae, si de-coincide. E allora non resta altro da fare che la manutenzione del presente, delle cose che ci sono e di quelle che non ci sono, in altre parole, la manutenzione del nulla che è il fondamento del presente. Forse il «grande appartamento» di cui ci parla la poesia è la nostalgia della patria spirituale delle parole che finalmente possono sostare presso le cose e fermarsi per sempre nella casa dell’essere in quel riposo assoluto che è la morte.

A questo punto della riflessione collettiva, dobbiamo tirare le somme: Steven Grieco Rathgeb ha introdotto nel lessico dell’estetica e della poetica una nuova parola, una parola-chiave che illumina una nuova concezione della «visione» e della «scrittura poetica» che ne consegue. Inutile dire che si tratta di una nuova «forma-poesia» rivoluzionaria, nel novecento italiano non c’è stato nulla di simile, qui entriamo in un nuovo campo di indagine, e inoltre, Steven qui alza l’asticella della difficoltà dello scrivere poesie, qui non siamo più nel laboratorio di impagliatura della «poesia facile» e «democratica» che ha imperversato in Italia (e anche in Europa) dagli anni sessanta ad oggi. La nuova ontologia estetica (e questo è il suo punto di forza) punta ad incrementare la «visione», a moltiplicare i punti di vista mediante i quali si giunge a «nuove visioni» e a incrementare le difficoltà della «forma-poesia» ad un livello in precedenza impensabile. Il concetto di «disfania» implica necessariamente una scrittura che si muova nell’orizzonte del quadri dimensionalismo perché ha a che fare con le lateralizzazioni, con i retroscena delle «epifanie», perché considera ciò che sta a latere e dietro e sotto e sopra delle «epifanie» molto più importanti delle «epifanie» stesse. Qui siamo davvero lontanissimi dalle impostazioni del discorso poetico di matrice novecentesca e post-novecentesca. Siamo ad un nuovo inizio. Qui si aprono straordinarie possibilità di sviluppo per la poesia a venire. Qui siamo fuori dalle facili letture della fenomenologia di Husserl che considera la prospettività dell’ente in ragione del succedersi delle manifestazioni e delle epifanie, qui stiamo all’interno della epoché delle disfanie, di ciò che sta tra una epifania e l’altra, tra una disfania e l’altra, di ciò che inficia l’epifania, di ciò che infirma l’epifania, stiamo all’interno della de-coincisione delle epifanie, siamo all’interno dello spazio della distanza. Siamo, in altre parole, dentro un altro universo concettuale.

 

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