Jouni Inkala Poesie e Intervista di Viola Parente-Čapkova – da Poeti e aforisti in Finlandia traduzione di Antonio Parente  e Laura Casati, con un Commento di Giorgio Linguaglossa

Giorgio Linguaglossa
[taglientemente aveva ripetuto, ribadito che la cosa più importante 
è soltanto l’andar via, dicesti al risveglio
*** L’uomo depone il suo latte di pesce/ la donna le sue uova di pesce]

Jouni Inkala nasce a Kemi nel 1966. L’esordio poetico avviene con la raccolta Qui il suo limite (Tässä sen reuna, 1992) che gli vale il premio “J. H. Erkko”. Nella sua seconda raccolta, Della stanza e della famiglia (Huonetta ja sukua, 1994) il teatro della narrazione non è più il “limite del mondo” (la Finlandia e il nord Europa), come nella precedente, ma l’Europa orientale e meridionale. Una particolare raffinatezza linguistica e di pensiero Inkala la esibisce nella sua terza raccolta, La compagnia dei Santi (Pyhien seura, 1996), dove l’autore si sofferma, sommessamente e devotamente, sui temi della fede e della religione, in una maniera insolitamente esplicita per un poeta della sua generazione. Il tema dell’amore sacro e profano viene approfondito nelle raccolte, Per ciò che rimane (Sille joka jää, 1998) e Viaggio nel deserto (Autiomaaretki, 2000). Nel 2002 pubblica Non scritto (Kirjoittamaton), nel 2005 Tempi di corno (Sarveisaikoja), nel 2008 Quale sapere è indispensabile all’essere umano (Minkä tietäminen on ihmiselle välttämätöntä) e nel 2011 Chemiosintesi (Kemosynteesi). La sua ultima raccolta è Durata aperta (Kesto avoin), pubblicata nel 2013.

da Conversazione con Jouni Inkala, Viola Parente-Čapkova

http://www.fupress.net/index.php/bsfm-lea/article/viewFile/20021/18616

VP-Č: Debuttasti nei primi anni Novanta, periodo in cui salì alla ribalta un’autorevole generazione di poeti. Cosa ha significato per te quel periodo, ti sei sentito parte di un gruppo?

 JI: Per la mia generazione è stato molto importante quel periodo, durante il quale sentimmo la necessità di esprimere attraverso la nostra poesia qualcosa che fin ad allora non era stata ancora espressa in campo poetico.

Ci riunimmo intorno alla rivista Nuori Voima (Forza Giovane) e tra il 1991 e il 1994 vi collaborai attivamente. Ricordo molto bene le critiche (!) della generazione precedente per il fatto che tutti noi scrivevamo in modo diverso – ma proprio questa era l’essenza del nostro agire! Eravamo autori diversi ed è questo il motivo per cui abbiamo portato in seguito qualcosa di nuovo  nella poesia finlandese. Dal mio punto di vista, fu fantastico il non volere in alcun modo creare una sorta di gruppo, che avrebbe dato poi origine ad una poesia più o meno simile. Nella nostra associazione regnava la libertà artistica, e fui felice di far parte di una simile realtà. Ero fermamente convinto che ognuno di noi avrebbe occupato il suo posto nel panorama letterario – come poi è successo.

VP-Č: Come descriveresti il tuo sviluppo letterario?

 JI: Tutto inizia inevitabilmente dalla mia infanzia, dal momento in cui osservai mio padre vicino all’altare mentre officiava la messa. Mio padre parlava con Dio – stava accadendo qualcosa della massima importanza in termini di vita e dell’intero universo – e questa proto immagine e sicuramente la base di ogni attività artistica. Riuscire ad avvicinarsi a qualcosa di segreto, esaminarlo è per me l’essenza stessa della poesia.

Inoltre, durante l’infanzia, la vita mi sembrava comunque un miracolo incomprensibile, e poiché questa mia sensazione continuo a crescere durante la mia gioventù, il risultato non potè essere altro che un percorso artistico (o filosofico). Da giovane mi dedicai molto al disegno, e dopo il liceo frequentai l’artistico, dove pero risulto evidente che, come mezzo, la parola (l’arrendersi al suo spazio infinito) era l’area artistica a me più consona.

Ho scritto già dodici raccolte poetiche. Ogni volta ho avuto l’impressione di aver scritto un testamento, poiché ogni poeta, o almeno quelli come me, lasciano in ogni raccolta tutto ciò che li pervade al momento: ogni cosa momentaneamente significativa. Nella Bibbia troviamo due testamenti che non si annullano a vicenda – questo e il paradosso biblico, vale a dire il miracolo…! Le mie raccolte presto formeranno una dozzina, e nemmeno loro si annullano a vicenda, sebbene, a loro modo, siano anch’esse dei testamenti (alla maniera di Villon), e quando sfoglio le mie raccolte precedenti, spesso rimango sorpreso. E cosi deve essere – il poeta deve rispettare ogni fase della sua vita e scrivere rimanendo fedele al momento presente.

Giorgio Linguaglossa
Jouni Inkala

VP-Č: Cosa vuol dire per te la finnicità, l’essere un poeta finlandese?

 JI: Naturalmente, prima di tutto il fatto che scrivo in finlandese, cosa che mi riempie di gioia. Poi, che sono cresciuto in questo Paese, e anche ciò, chiaramente, ha la sua importanza. L’aver provato, durante la mia infanzia e giovinezza, la vita a 30 gradi sotto zero, e la paura quando andavo a scuola, nel buio, su una strada innevata dove si aggiravano i lupi, sono cose che hanno di certo lasciato dei segni… Per ciò che riguarda l’arte, fin dall’inizio le influenze sono state di carattere internazionale – essendo figlio di un vicario e avendo vissuto in una canonica di campagna, sono completamente saturo dei contenuti del Vecchio e Nuovo Testamento, cioè, di tutte le visioni angeliche, di monologhi (Ecclesiaste), e poesia (Salmi, Proverbi). Inoltre, già in tenera età mi ritrovai a leggere la letteratura in traduzione. Posso citare, ad esempio, la Divina Commedia di Dante e Il padrino di Puzo… e poi Agatha Christie e, in seguito, scoprii Gogol’, Dostoevskij… Anche questo significa essere un poeta finlandese; leggere la letteratura mondiale tradotta in finlandese.

Nella poesia finlandese, il modernismo degli anni Cinquanta fu una grande esplosione di coscienza, e poi Brodskij, Achmatova, Mandel’stam, Tsvetaeva, Miłosz, Szymborska, Auden, che leggo in diverse lingue… cioè, nelle lingue che ho imparato grazie al sistema scolastico finlandese… a parte il tedesco, che ho studiato in età adulta…

VP-Č: Sei originario della Finlandia settentrionale, ma vivi a Helsinki. In Finlandia si parla spesso separatamente della letteratura finlandese del Nord. Credi che ci sia una dimensione “settentrionale” nei tuoi testi?

 JI: Posso rispondere soltanto soggettivamente! Ho già fatto riferimento in precedenza alle condizioni naturali che lasciano il segno su tutti noi – a seconda di dove siamo cresciuti. Nel mio caso, sono, quindi, di natura settentrionale. Può darsi che l’immaginario della mia poesia sia basato sulla natura del Nord della Finlandia, ma per il resto credo che il soggetto e l’atmosfera della poesia siano universali… Dopo tutto, nemmeno la Bibbia ci parlerebbe se non fosse, appunto, universale. Spero che, quando si parla di letteratura del Nord della Finlandia, almeno non si cada in una sorta di provincialità. Dopo tutto, l’intera Finlandia e in un certo senso settentrionale, ma non bisogna dimenticare che da Oulu in su il territorio in precedenza apparteneva al popolo Sami…

VP-Č: Cosa ha dato a te e alla tua scrittura lo studio della filosofia?

JI: Quantomeno l’amore per l’antichità. Amavo leggere Platone. E nel corso dei miei studi, per gli esami di filosofia preferii scegliere soprattutto le opere di assiologia ed etica. La mia mente era occupata da questioni tipo come la vita dovesse essere vissuta e quale sia la possibilità del giusto agire. Sono stato un vegetariano per sette anni solo per motivi etici. La pesanteur et la grace (1947; L’ombra e la grazia, 1951) di Simone Weil ha avuto un forte impatto su di me. L’esistenzialismo di Sartre e Camus ha lasciato un segno indelebile nella mia mente. E, dopo tutto, l’essere umano “gettato nel mondo” e anche il denominatore comune primordiale di filosofia e poesia. L’uomo è sempre una creatura vivente allo stato di nascita, erede dell’atmosfera di coscienza e sensi. Questo e ciò che riesco a rintracciare in questo momento…

http://www.mauriziobaldini.it/PoesiaConoscenza/IouniInkalaPoesie.pdf

Giorgio Linguaglossa
[foto richard avedon] Qui è il mondo, qui il suo limite./ Pugni di nuvole, luce bianca craniale

*

Da qualche parte nella notte
il filo a piombo dell’uomo affonda
sette pollici nel mare della pelvi femminile.

L’uomo depone il suo latte di pesce
la donna le sue uova di pesce
insieme gli estratti accrescono la memoria
[dell’istante.
Al suo interno i vasi sanguigni si diramano
come i palmi.

L’analisi è fanciullezza,
la sintesi adultezza.Le avversità hanno
a volte messo alla prova
a volte rafforzato anche loro

le fortune rifiutato
di estinguersi in loro.

Costanti e variabili 2015 (raccolta inedita)

Sonetto

La prova dell’idrogeno solare:
sul campo il fumo sale e scarabocchia
il pero in fiore, il tordo vi si innocchia.
La nostra vita, polvere stellare!

Affianco la terra, vista ancor più gaia:
altrove il giorno si sposta palese,
il ponte a guardia di file sospese,
la miniera già senza pietre né ghiaia.

Spirito e materia il passero ha a cura.
Sopprimer le pene, chi ne è capace
se nell’anima han buon nome e le mura?

L’inferma già percorre la via dura!
Vocia e s’arrocca la vita tenace,
coi bimbi del globo, prima ventura.

(inedito)

*

da Poeti e aforisti in Finlandia traduzione di Antonio Parente e Laura Casati, Edizioni del foglio Clandestino, 2012

Qui è il mondo, qui il suo limite.
Pugni di nuvole, luce bianca craniale.

La sua risata. Dai becchi dei gabbiani eterei
dalle loro grida
dalle superfici delle pietre, dove il tempo raspa la percettibile quiete.

In questo sussurro, se sia l’unica libertà.

*

Gli inquilini sono andati via.

Dietro il frigorifero c’è la polvere
accumulatasi in quattro anni di germinazione.

Dove il tempo s’è gonfiato in collina, come le trombe
piene del loro richiamo soffocato,

del muto tono, che comunque non sarebbe melodia.
Non così composta, domata

*

Una foglia d’acero al mattino sull’asfalto,
ghiacciata la propria immagine in una pozzanghera.

La sua mano inerme si sciolse a lungo nella mia mente.

Aperta da un’esplosione come un pugno d’odio
o di una breve preghiera ìmpari.

Del mondo non ne sapeva meno di me.

Non sapeva che qualcuno riscalderebbe la sua saggezza più tardi della propria.
il suo cuore arrivò dall’Antichità, ai talloni di Socrate.

*

A casa I

Il cactus sul comodino fiorì lentamente della terza saggezza
della quale avevi a lungo con me trascurato la consapevolezza.

testardamente levava e gettava la sua leggera àncora,
che calava petalo dopo petalo fino al mattino sulla tovaglietta viola.

taglientemente aveva ripetuto, ribadito che la cosa più importante
è soltanto l’andar via, dicesti al risveglio.

I tuoi occhi chiusero il loro sguardo, lì, davanti a me, alcuni
antichi stami della tua memoria si inchinarono.

Non è mistica, apristi gli occhi e sospirasti.

Comunque sembrava che tutto avvenisse troppo lontano.

Dei pugni delle macchine sgualcite ai margini dell’autostrada,
dell’odio che scorreva liberamente, lasciato cadere e sacrificato dal mondo.

Subito dietro la finestra e un po’ più in là,
ancor più vicino nei tuoi occhi.

(1994)

*

Come i riflessi sull’acqua che tintinnano, quando ridi,
mentre le tue mani agitano lo specchio della sponda all’infrangersi del sole.

Tua gioia è scomporre, unificare il mondo.
Ancora alcune gocce acquistano peso e ricadono
sul periferico litorale sassoso del baltico
dalla punta delle tue dita umide.

Al margine d’Europa, ma questa terra ne è priva.

L’immagine del sole, della vicina stella si spacca,
per un attimo dondola nell’acqua prima di calmarsi,
risucchia le proprie schegge in un cerchio

ovale terso come un coltello,
pieno di materia di quella luce con la quale costruisci questo mondo.

(1992)

Venezia

                                           ad Antonio Parente

Al posto della città si mostra una torta Pavlova.
Un grande mucchio di meringa e panna montata
di tegole di frutta
e di decorazioni di crema al cioccolato. Così antiquata (più o meno)
che pochi ormai la ordinano. Così speciale
che gli sguardi rimangono inchiodati su di essa dai tavoli vicini
fin da Padova, Rovigo, Firenze.

E altro?

Perché arrivino gli antipasti e la portata principale
bisogna tornare di nuovo.

(trad. Giulia Guidotti) Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

*

Commento di Giorgio Linguaglossa

Scrive Jouni Inkala nella Conversazione:

«Per la mia generazione [ndr. degli anni Novanta] è stato molto importante quel periodo, durante il quale sentimmo la necessità di esprimere attraverso la nostra poesia qualcosa che fin ad allora non era stata ancora espressa in campo poetico.

Ci riunimmo intorno alla rivista Nuori Voima (Forza Giovane) e tra il 1991 e il 1994 vi collaborai attivamente. Ricordo molto bene le critiche (!) della generazione precedente per il fatto che tutti noi scrivevamo in modo diverso – ma proprio questa era l’essenza del nostro agire! Eravamo autori diversi ed è questo il motivo per cui abbiamo portato in seguito qualcosa di nuovo nella poesia finlandese. Dal mio punto di vista, fu fantastico il non volere in alcun modo creare una sorta di gruppo, che avrebbe dato poi origine ad una poesia più o meno simile. Nella nostra associazione regnava la libertà artistica, e fui felice di far parte di una simile realtà.»

Ritengo molto importante questa testimonianza da parte di Jouni Inkala, l’aver voluto fare una poesia «diversa» da quella della precedente generazione, senza voler fondare un «nuovo gruppo».
Ecco, direi che quello che è mancato alla poesia italiana delle generazioni più giovani della mia è per l’appunto questa lacuna, il non aver avuto la forza e la convinzione di voler fare una poesia «diversa», l’aver inseguito le vie individualistiche, e l’aver preferito fare piccolo cabotaggio intorno e a margine della poesia delle generazioni precedenti. Questo lapsus, questa schisi ha finito per pesare come un macigno sulla poesia delle generazioni seguenti, di coloro che sono nati dalla metà degli anni cinquanta in poi. Invito i lettori a smentirmi su questo punto. Tutte le operazioni che si sono avvicendate dagli anni novanta ai giorni nostri, la «parola innamorata», la poesia neo-orfica, il Gruppo 93, hanno tutte lo stigma di operazioni gruppali, auto pubblicitarie, è mancato quello che io ho definito un Progetto di riforma della poesia italiana, un Grande Progetto, o anche un Piccolo progetto, insomma, un qualcosa che non fosse mera operazione pubblicitaria.

Devo confessare che io molto spesso mi trovo in difficoltà nel presentare autori più giovani di me per via di questa impasse, di questo collo di bottiglia, e anche per la evidente auto censura di cui devo rivestirmi per parlare di operazioni che considero di routine, cose presentabili, ma, insomma, del tutto allineate entro le coordinate della poesia, un tempo si diceva “maggioritaria” e che adesso bisognerebbe ribattezzare come rinunciataria…

 

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