Anna Ventura, Poesie scelte da Streghe, One Group, 2018 – a cura di Donatella Costantina Giancaspero

Giorgio Linguaglossa
Sono una strega piccola,
molto piccola

 

Anna Ventura è nata a Roma, da genitori abruzzesi. Laureata in lettere classiche a Firenze, agli studi di filologia classica, mai abbandonati, ha successivamente affiancato un’attività di critica letteraria e di scrittura creativa. Ha pubblicato raccolte di poesie, volumi di racconti, due romanzi, libri di saggistica. Collabora a riviste specializzate ,a  quotidiani, a pubblicazioni on line. Ha curato tre antologie di poeti contemporanei e la sezione “La poesia in Abruzzo” nel volume Vertenza Sud di Daniele Giancane (Besa, Lecce, 2002). È stata insignita del premio della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Ha tradotto il De Reditu di Claudio Rutilio Namaziano e alcuni inni di Ilario di Poitiers per il volume Poeti latini tradotti da scrittori italiani, a cura di Vincenzo Guarracino (Bompiani,1993). Dirige la collana di poesia “Flores”per la  Tabula Fati di Chieti. Suoi diari, inseriti nella Lista d’Onore del Premio bandito dall’Archivio nel 1996 e in quello del 2009, sono depositati presso l’Archivio Nazionale del Diario di Pieve Santo Stefano di Arezzo.

È presente in siti web italiani e stranieri; sue opere sono state tradotte in francese, inglese, tedesco, portoghese e rumeno pubblicate  in Italia e all’estero in antologie e riviste. È presente nei volumi: AA.VV. Cinquanta poesie tradotte da Paul Courget, Tabula Fati, Chieti, 2003; AA.VV. e El jardin,traduzione di  Carlos Vitale, Emboscall, Barcellona, 2004. Nel 2014 per EdiLet di Roma esce la Antologia Tu quoque (Poesie 1978-2013). Dieci sue poesie sono presenti nella Antologia di poesia Come è finita la guerra di Troia non ricordo a cura di Giorgio Linguaglossa (Roma, Progetto Cultura, 2016)

Giorgio Linguaglossa
Foto Man Ray

 

Il retroterra storico della stregoneria lo si trova nel Canon episcopi che era una istruzione ai vescovi sull’atteggiamento da assumere nei riguardi di questo fenomeno. Durante il Medioevo il documento fu attribuito al Concilio di Ancira del 314; in realtà si tratta di un testo più tardo, comparso nell’opera del benedettino tedesco Regino di Prüm, il De synodalibus causis et disciplinis ecclesiasticis, risalente al 906.  Il Canon episcopi definiva la stregoneria «culto verso il demonio», ma negava che le streghe potessero volare fisicamente e dichiarava che «[…] chiunque è così stupido e folle da credere a storie tanto fantasiose è da considerarsi un infedele, perché ciò deriva da un’illusione del demonio». Tali voli notturni, ritenuti materialmente impossibili e ritenuti illusori, potevano però realizzarsi con lo spirito e «pur volando con lo spirito e l’immaginazione, queste streghe sono ugualmente colpevoli, come se lo avessero fatto in carne e ossa».

Nel XII secolo il Canon episcopi creò non pochi problemi ai demonologi, per via delle sue interne contraddizioni: a partire da queste deduzioni, infatti, risultava semplice affermare che tutti gli eretici e le streghe, con il corpo o con la fantasia, avessero stretto un patto con il diavolo. Non era possibile difendersi da eventuali accuse, stante il carattere fantastico delle accuse.

Una differente lettura del Canon episcopi ne fa un documento di moderazione, che riduce la stregoneria a pura vanità, esecrabile ma punibile con provvedimenti disciplinari come l’allontanamento dalla comunità dei credenti. Verso la metà del XV secolo la maggioranza degli inquisitori e dei demonologi cominciò a trascurare il Canon episcopi a motivo della sua problematicità e preferì utilizzare nuovi e più efficienti manuali inquisitoriali, tra cui il più diffuso fu il Malleus Maleficarum (Il Martello delle streghe).

Questo il lato storico, il lato propriamente letterario di questo libro di Anna Ventura è un viaggio tra il fantastico e il fantasmatico nella memoria collettiva di ciò che erano le streghe nella civiltà contadina di cui ancora si ha notizia sporadica all’inizio della modernità in Italia. Di qui questi racconti in versi della Ventura che ci raccontano tra il serio e il faceto storie di superstizione di un mondo scomparso intriso di magia nera e magia bianca, di illusioni e di credenze condivise dalla comunità. Le poesie discorsive e quiete della Ventura si muovono sull’orlo tra il vero (la verità) e il fantastico (la finzione), e lo fanno con un tocco gentile e delicato, quasi amorevole per un mondo femminile che si è perduto per sempre, e lo fanno attraverso l’esercizio delle metafore e delle metonimie, con gli strumenti della retorica.

Scrive Gino Rago: «Quale è l’impianto poetico generale de “La casa bassa” di Anna Ventura se non quello di contrapporre in maniera stilisticamente ben riuscita un tempo “premoderno” al tempo postmoderno se non postcontemporaneo disgiunto definitivamente dalla dimensione spaziale, e un luogo antropologico ai non luoghi dello storico-antropologo Marc Augé? La Ventura non a caso parla alla maniera della Cvetaeva di ‘luogo dell’anima’.

E che fa il poeta in questo perimetro di libri, tappeti, gatti, legni di cui si conoscono perfino i respiri, perfino le voci? In questo luogo antropologico ben delimitato e sottratto all’infinito il poeta si prepara, circondato dalle sue ‘cose’, e in un’atmosfera da Antologia Palatina [“le allegre lusinghe, la musica, il canto, le coppe audaci nel brindisi e nel canto canto…tutto si spegnerà] all’ultima attesa…[…]»

Scrive Rossana Levati: «Immersa nel “grande fiume delle cose che non aspettano niente” spesso Anna Ventura ha tracciato nella sua poesia, definendoli col tocco sapiente di un’immagine densa e delicata al tempo stesso, questi luoghi-rifugio, come la “casa bassa” o il “paese di mare” di “Lettera”, dove non si può comprendere la lingua della gente “dura, parca e di poche parole” che vi abita, dove il vento è freddo e pungente ma dove si può cercare un rifugio nel caldo, dove si può entrare a ripararsi e poi ancora uscire a sfidare il vento, partire e ancora tornare perché quel luogo, duro e al tempo stesso ospitale, è anch’esso “un luogo dell’anima”.
Utopia è, come lei dice, un luogo irraggiungibile, perduto nel nostro compromesso continuo col quotidiano, dove un mondo “spietato” ci ha forse tolto le ali che servirebbero per ritrovare il luogo dove vorremo essere nati e dove vorremmo vivere: ma lei sa sempre cogliere e indicare, nelle sue poesie, le cose cui affidare se stessi e in cui far consistere l’equilibrio della vita, tra l’orizzonte e il fuori dove si vedono “altre case, altri comignoli e tetti”, e il dentro dove si possono custodire i segreti, dove la sedia, il tappeto e la lampada, macchiata dalla “pulce nera della mosca estiva”, conservano lo “splendore” necessario per affrontare la vita, quasi punti di ancoraggio nel fluire delle cose.
Mi augurerei di trovare, sulla mia strada, quella bisaccia “con dentro un pezzo di pane” e quella “borraccia con l’acqua” che tanto generosamente ha dichiarato di donare a chi dovesse passare sulle orme lasciate nel suo viaggio.»

Anna Ventura si propone di ristabilire la verità sulle cosiddette «streghe» dal punto di vista di una antropologia emancipata dalla soggezione alle credenze e alle superstizioni popolari, e lo fa con il tocco felice e il distacco che nasce da una approssimazione alla infelicità del mondo femminile e delle sue storie. Cos’è la verità? Si chiedeva Nietzsche, la «verità», è un esercito di metonimie, metafore, antropomorfismi a tal punto e così impreziosite da divenire credenza consolidata, «… le verità sono illusioni di cui si è dimenticata la natura illusoria, sono metafore che si sono logorate e hanno perduto ogni forza sensibile, sono monete la cui immagine si è consumata e che vengono prese in considerazione soltanto come metallo, non più come monete».

Ecco, di quelle «illusioni» innocue si occupano le poesie di Anna Ventura che ci raccontano con delicata introspezione psicologica i profili delle ultime streghe di cui la memoria collettiva conserva ancora oggi una qualche cognizione.

  1. Nietzsche Su verità e menzogna fuori del senso morale trad. Giorgio Colli, Adelphi, 2015 p. 36

Giorgio Linguaglossa

Poesie di Anna Ventura da Streghe

L’amara stirpe

Non chi sta sulla nave,
ma chi resta, di sera,
sulla banchina dell’isola piccola,
è colui che veramente parte.
Dopo aver salutato con la mano
la nave che veloce si allontana,
tornerà alla casa spoglia,
all’acqua razionata,
alle cento scalette
che salgono sull’erta. L’amara
stirpe di Penelope
conosce questi inganni: restare
per partire nella lontananza del cuore,
nel silenzio dell’isola remota: Ulisse
vada ramingo:
il mare è tanto grande.

 

Via San Gallo

Questa è ancora Firenze: un negozietto
di tre metri quadri, pieno di mercanzia:
sono gli oggetti scampati
al tempo e alla selezione
degli antiquari veri: ora
appartiene a loro, due vecchiette avvolte
in palandrane lise; si muovono piano,
con mosse prudenti,
tra vetrinette pericolanti, stracolme.
Quel calamaio rotondo,
di porcellana sottile, verde e rosa,
è certamente francese, vi ha intinto la penna
una dama di condizioni modeste,
ma di gusto sottile. Non vale
il prezzo che le due donne richiedono,
ma sarebbe giusto, entrando,
pagare un biglietto di ingresso: questo
non è un posto qualunque,
è un’enclave, è l’ultimo lembo
di un passato gentile che ancora resiste
ai gelati e alle scarpe di gomma.

 

L’eletta

La contadina che vide la Madonna
non voleva dirlo a nessuno, ma poi
finì col confidarsi ad un’amica.
Perché niente esiste,
se non è raccontato.
In due tennero il segreto
e ne parlarono solo quando,
lavorando nei campi,
toccò loro un momento di riposo.
La donna sperava
in altre apparizioni e per questo
più volte tornò, da sola,
nel luogo benedetto, e pianse. Ma la Madonna
mai più volle mostrarsi.
Passarono gli anni e quando,
nello stesso luogo
e alla stessa ora, la Madonna
nuovamente apparve, la contadina
continuò a zappare: la sua fede
era rimasta intatta, ma il suo orgoglio
era stato offeso.

Giorgio Linguaglossa
Anna Ventura nella grafica di Lucio Mayoor Tosi

 

Trompe l’oeil

Le zie erano sempre anziane
– oltre i sessanta –, e si stentava a credere
che in qualche passato
fossero state giovani.
Difficile convincersi
che avessero avuto figli, mariti,
interessi terreni.
Perfino i ricordi, che pure coltivavano
con puntigliosa chiarezza,
avevano un che di improbabile: era vero,
quello che evocavano, oppure
era frutto di una qualche finzione? Astratti
erano i biscotti fatti con l’anice, astratte
le coperte lavorate ai ferri,
astratti i capelli color cenere,
i vestiti a righine.
Ora che le zie
sono diventate ritratti,
finalmente nella mia fantasia
occupano uno spazio preciso.
Come i personaggi del cinema.
Come i protagonisti dei romanzi.

 

Cenere alla cenere

In una sera d’inverno
una vecchia signora
volle rileggere
tutte le sue lettere d’amore. Il fuoco
ardeva nel caminetto, la carta ingiallita
crepitava, fiori secchi
uscivano da buste rosate, un profumo
esile si spandeva intorno.
La vecchia signora
lesse le lettere del suo primo amore e poi
anche quelle del secondo e del terzo.
Al quarto il suo grembo era pieno di lettere
e un dolce torpore le fece chinare la testa.
Sognò di leggere tutte le lettere
e di constatare che tutte
provenivano dallo stesso luogo,
portavano la stessa data
e avevano la stessa firma. Al risveglio
la vecchia signora si accorse
che il fuoco del camino era quasi spento e che
molte lettere le erano cadute dal grembo.
Ma ormai sapeva
che il sogno era vero, e perciò
una lettera, una sola,
valeva per tutte.
La prese a caso
e lasciò che le altre, tutte insieme,
ridessero vita
alla fiamma languente.

 

In itinere

Passeggiando per la vecchia Europa
come il bambino nella stanza dei giocattoli
dovunque riconosco
cose che mi appartengono, ma il tempo
potrebbe sottrarmele.
Quel tassista miopissimo
che a Parigi ci portò
in un albergo cadente
di Rue Gobelins non era
un uomo dei nostri tempi,
era appena uscito
da una novella di Maupassant;
e a quella finestra che si apre
sul pendio ripido del Castello di Praga,
e tiene appesa accanto una gabbia di canarini,
certamente io mi sono affacciata.
Sono stata seduta
su una panchina delle Ramblas di Barcellona
come una vecchia barbona
che da sempre ci ha fatto il nido.
E così in quel caffè di Vienna,
fumoso e polveroso al tramonto,
pieno di studenti e di signore col cappello,
certamente non entravo per la prima volta.
Forse all’ospedale dei balocchi
di Firenze potrei ritrovare
i miei bambolotti perduti, e sul Ponte Vecchio,
nelle vetrine degli orefici, riconoscere
l’anello, la spilla, gli orecchini
e quel medaglione rotondo
che portavo sul petto,
quando ero una signora dell’altro secolo.

 

Zia

Sei passata attraverso il coacervo
di pazzi e imbecilli che comunemente
va sotto il nome solenne di famiglia.
Umile e generosa, troppo intelligente
per essere amata,
non hai mai chiesto niente
a nessuno: ti bastava l’amore
che tu davi.
Alta sulle teste di tutti,
come quelle statue di santi
che sfilano in processione,
eteree contro il cielo,
in realtà tanto pesanti
da piegare i robusti portatori,
hai attraversato questa terra arida,
indegna dei fiori che spargevi.
Prima di morire,
all’età di una parca,
sempre uguale, prima
che finalmente ti conficcassero
in un loculo sprofondato in una tomba sotterranea,
avevi già dato tutto, per cui
privasti i superstiti
della gioia della spartizione.
A me
avevi regalato un tegamino di alluminio,
che tengo ancora nella mia cucina.
E questa pagina.

 

I nascondigli

Certe vecchie signore ancora belle,
che sono state bellissime. Abitano
case i cui nascondigli
esse sole conoscono,
un nascondiglio
anche il loro cuore,
stremato e forte.
I fantasmi degli uomini che hanno amati
sono anche essi nascosti in queste stanze,
buie anche quando sono luminose, luminose
anche quando sono buie.
È nell’immaginario segreto
di queste donne segrete
che essi continuano a vivere:
un’eternità racchiusa in una teca d’argento,
foderata di velluto cremisi.

 

Da un paese
vicino alla Maiella

Se ti affacci alla finestra che guarda il bosco,
sentirai crescere i ciclamini. È un rumore sottile,
come un filo,
come una nota di Sibelius. Meglio
se ti affacci di notte,
quando c’è la luna piena. Lei
sta lì, che ti bagna di luce i capelli. Il bosco, invece,
è impenetrabile e nero.
I mille fruscii che ascolti
sono le sue tante voci: bruchi
che strisciano, volpi
che si acquattano; gufi. Poi,
quando la notte avanza,
viene il silenzio, e nel silenzio
escono i ciclamini. Al mattino
li troverai tutti nati: un tappeto rosa e viola,
che accarezza le asperità del bosco,
ne fa un unico manto. Allora sai
che l’estate è finita
e l’autunno avanza con passo regale,
col rosso e l’oro, e la Maiella,
qui vicino,
darà le sue ultime erbe magare:
è il momento di raccoglierle,
sperimentarne il potere.

 

Le erbe magare

Sono una strega piccola,
molto piccola: l’erba su cui cammino
è di poco più bassa di me, un topo
potrebbe stritolarmi. So
di essere in pericolo,
ma è questa, la mia forza: la forza
di un’inferiorità totale.
Vi chiederete
che ci vado facendo, io,
di notte, in un bosco già quasi autunnale,
pieno di gufi e di ciclamini. Vado
perché cerco le erbe magare, le stipo
in un cestello che ne contiene molte.
Con le erbe faccio gli infusi:
talvolta medicine, talvolta veleni.
Dipende dalle fasi lunari,
dall’umore del bosco,
dalla natura di chi beve gli infusi,
il quale, per magia, incontra se stesso:
dipende da lui,
se prende la medicina o il veleno.

 

Le trine rosse

Io conosco gli odori delle erbe,
li avverto pure da lontano. Oggi
è il giorno della liquirizia: il mio cesto
è pieno delle sue radici. So fare
una marmellata d’uva
intrisa di liquirizia: me la chiedono
anche le pasticcerie.
Talvolta mi ricordo
della donna che sono stata,
negletta e grigia, addosso
solo palandrane scure. Ma dentro,
nella sottoveste,
c’erano le trine rosse. Perciò
mi sono fatta strega.

 

Il volo immobile

Molti credono che usciamo, di notte,
a cavallo della scopa:
magari fosse vero! Ho visto streghe
addormentate come morte,
striscianti come serpenti tra le forre,
immobili ai bordi dell’acqua,
come coccodrilli. Le ho viste rotolarsi
nei declivi erbosi
e acquattarsi come orse nella neve.
Ma non ho mai visto
volare una strega. Se qualcuno lo crede
è perché alla strega il volo
pare connaturato: lo dice la sua veste svolazzante,
il suo passo veloce,
la sua voce irreale.
Ma soprattutto lo dice il suo sguardo acuto,
volto a fissare le vette, e il naso
che fiuta l’aria. Lo dicono
le sue gambe irrequiete,
le braccia lunghe,
le unghie artigliate: la strega, infatti,
è un’aquila a cui hanno tagliato le ali,
e lei
tenta di recuperarle.

 

Giorgio Linguaglossa

Donatella Costantina Giancaspero è nata a Roma nel 1955 dove vive. Ha compiuto studi classici e musicali, conseguendo il Diploma di Pianoforte e il Compimento Inferiore di Composizione. Collaboratrice editoriale, organizza e partecipa a eventi poetico-musicali. Suoi testi sono presenti in varie antologie. Nel 1998, esce la sua prima raccolta, Ritagli di carta e cielo, (Edizioni d’arte, Il Bulino, Roma), a cui seguiranno altre pubblicazioni con grafiche d’autore, anche per la Collana Cinquantunosettanta di Enrico Pulsoni, per le Edizioni Pulcinoelefante e le Copertine di M.me Webb. Nel 2013. Di recente pubblicazione è la silloge Ma da un presagio d’ali (La Vita Felice, 2015); fa parte della redazione della Rivista telematica L’Ombra delle Parole.

 

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