Il Tempo nella poesia della nuova ontologia estetica – Il linguaggio dell’inconscio – Commenti e poesie di Lucio Mayoor Tosi, Gino Rago, Edith Dzieduszycka, Mauro Pierno, Donatella Costantina Giancaspero, Giorgio Linguaglossa

 Giorgio Linguaglossa

Un enigma ci parla, vuole essere significato. Qualcosa ci parla ma noi non comprendiamo quella lingua

 

Giorgio Linguaglossa

24 aprile 2018 alle 17:39

 

Un enigma ci parla, vuole essere significato. Qualcosa ci parla ma noi non comprendiamo quella lingua

Il linguaggio della Giancaspero sorge quando muore il linguaggio di Zanzotto. Un nuovo linguaggio non può sorgere fintantoché il vecchio linguaggio è in auge; il nuovo linguaggio è uno spazio che si apre e si apre; è lo spazio che è per il linguaggio, non è mai prima o dopo il linguaggio, lo spazio è il prodotto del dispiegarsi del nuovo linguaggio. Nella poesia citata della Giancaspero vediamo il linguaggio allo statu nascendi, assistiamo al dispiegamento dello spazio sullo spazio, lo spazio si fa spazio sul linguaggio che lo porta e lo fa esistere. Mentre il linguaggio zanzottiano è ancora un linguaggio semantico e fonologico, quello giancasperiano non lo è più, ha chiuso per sempre il pentagramma fonologico e semantico delle parole, le nuove parole abitano uno spazio deprivato di fonologia e di semantica. Ma, direte voi, come fa uno spazio siffatto a stare in piedi da solo? È che lo spazio è il portato del nuovo linguaggio. Tutto qui. Molto semplice. Leggiamo:

 

Una poesia di

Donatella Costantina Giancaspero

 

Sul tavolo, il posacenere di ceramica verde:

a colpo d’occhio, una scodella di corti steli marroni

piantati nel brodo di polvere.

Accanto al posacenere, l’ora di Armonia,

in attesa di salire col fumo al mentolo.

 

Alla fine dell’estate, un nido di vespe nel lampadario.

Un enigma al telefono.

Il problema logistico che sposta l’inizio delle lezioni.

 

La matita, sul quaderno pentagrammato da dodici righi,

sempre un po’ alticcia:

sottolinea le quinte e le ottave parallele,

mentre di scorcio, una misoginia filiforme

intesse la trama ocra del divano.

 

Basta voltarsi, per toccare l’ologramma impresso

contro un’ombra fluttuante. Le cose,

dentro il display grigio di un acquario.

 

È la memoria che tiene insieme le «cose» così costipate. La memoria è come il calcestruzzo, immobilizza le cose che esistono come un ologramma in un istante dello spazio-tempo: «Basta voltarsi, per toccare l’ologramma impresso / contro un’ombra fluttuante». La poesia espone uno «stato di cose», ma uno stato di cose, la «questità», è sempre un enigma, perché le cose stanno in un insieme a prescindere dall’io che non c’è più. le cose galleggiano nel nulla da cui sembrerebbero provenire. Se si legge bene la poesia ci accorgiamo che l’io è scomparso, la costruzione sintattica è costruita senza far ricorso ai predicati, cioè ai verbi che designano una azione; i verbi sono stati eliminati, sono caduti insieme alla eliminazione dell’io. Quello che resta è un insieme di enigmi che coincidono con un insieme di cose. Le cose sono enigmi che, in quanto tali, non possono essere in alcun modo risolti in quanto sono stati vissuti, sono ormai nel passato e, in quanto tali, sono già stati dissolti. È la memoria che ha il compito di tenere insieme la sottilissima rete filamentosa nella quale le cose sono rimaste impigliate.

 

Ma torniamo all’«enigma» che nella poesia viene menzionato: «un nido di vespe nel lampadario./ Un enigma al telefono». Qui ci troviamo davanti ad una metafora, che è anche un problema ermeneutico; perché «un nido di vespe»?, e perché sul «lampadario»? Tutta la poesia ruota attorno al suo baricentro, ma il baricentro è una metafora, ovvero, un «enigma». Qualcosa ha bucato il filtro della coscienza auto organizzatoria dell’io, qualcosa che viene dall’inconscio, una pulsione cieca si è manifestata ed ha preso il vestito linguistico, nient’altro che questo è una metafora: qualcosa riceve un vestito linguistico, ma quel qualcosa è muto, o meglio, parla un altro linguaggio, un linguaggio che l’io auto organizzatorio non conosce; il «nido di vespe» parla attraverso un ronzio minaccioso, ci parla «al telefono», un ronzio che viene dall’alto e che incombe insieme alla luce che proviene dal «lampadario»; ogni volta che si accende la luce si ripresenta e si ripropone quel ronzio minaccioso che non è possibile eliminare. C’è come un rumore di fondo ineliminabile, questo ci dice la metafora.

 

Qualcosa ci parla ma non con il linguaggio delle parole ma con un altro linguaggio, è il linguaggio dell’inconscio che, per poter essere esplicato, ha bisogno di un vestito linguistico; ma già in sé il vestito linguistico è fatto per coprire, tradurre e falsificare quel «qualcosa» di minaccioso e innominabile che ha preso la propria residenza in quella metafora. In quel ronzio minaccioso, in quell’acufene che può essere udito soltanto dal parlante, risiede tutta l’algebrica significazione di quel mistero. In fin dei conti l’«enigma» è un mistero che non può essere risolto ma che pur sempre vuole significare… però può essere rappresentato, raffigurato, oggettivato. È quello che fa la poesia. Qualcosa ci parla, ma noi non intendiamo quella lingua sconosciuta che proviene dal di dentro di noi, qualcosa vuole prendere un vestito linguistico, ma ciò che esce da questa vestizione è un «enigma», un mistero che non può essere attraversato dall’ermeneutica. Ciò che resiste all’ermeneutica, lì c’è lo zoccolo duro del «reale», quel «reale» che sta dentro di noi, e che sta fuori di noi, e che non può essere eliminato con un decreto prefettizio dell’io.

 

Giorgio Linguaglossa

Mi dica – se lo sa – da un bel po’ di tempo/ mi tormenta un pensiero

 

Edith Dzieduszycka

 

Sulla riva del fiume, un bel giorno d’estate

 

Sulla riva del fiume, un bel giorno d’estate

a distanza normale

– che vuol dire normale? –

s’erano sistemati su scomodi sgabelli due pescatori.

 

A terra il materiale scatola per le esche, mosche, vermicellini,

ami e mulinelli, canne, grande cestino.

In tuta verde loro, con capelli a visiera.

 

Mollemente distese su pieghevoli sdraie le mogli

in disparte, si annoiavano

leggendo poesie, forse facendo finta.

 

Più passava il tempo meno mordeva

preda, malgrado gli ampi gesti

da mulino a vento per buttare l’arpione.

Si alzò irritato uno dei pescatori.

S’avvicinò all’altro con fronte corrucciata.

 

“Mi dica – se lo sa – da un bel po’ di tempo

mi tormenta un pensiero. Forse sono venuti

il posto e il momento per domandarci

da dove ci arriva la Coscienza del Sé?

Chi ci ha caricati sulle spalle quel peso?

 

Mi dica – se lo sa – di quale utilità per noi

è il capire che ora, qui ci siamo, tra che cosa

e chi sa quale altra cosa poi? Ben presto

dall’arpione verremo acciuffati

e non ci sarà modo di dire non vogliamo.”

Foto Man Ray stilleven

 

Giorgio Linguaglossa

Che cos’è la «Cosa»? – D.C. Giancaspero ce lo rivela: «un nido di vespe nel lampadario».

 

La «Cosa» è ciò che resta fuori della rappresentazione. È ciò che non
può essere linguisticamente nominata se non come catacresi.
L’inconscio è la casa degli innominabili, lì ci sono i senza-nome.

Quanto resta escluso dal processo di conoscenza dell’oggetto è das
Ding. «Il Ding è l’elemento che originariamente il soggetto isola,
nella sua esperienza del Nebenmensch, come per sua natura
estraneo, Fremde», così Lacan

 

Giorgio Linguaglossa

25 aprile 2018 alle 7:40

 

Che cosa ci dice la poesia? Ci dice che «un bel giorno d’estate» «sulla riva del fiume» ci sono «due pescatori» che stanno pescando. «Mollemente distese su pieghevoli sdraie le mogli» si annoiano, forse leggono poesie o altro. La poesia assume la forma della parabola, che è un tropo retorico dove si dice qualcosa per intenderne un’altra; infatti si dice che due pescatori stanno pescando mentre le mogli, in attesa, si annoiano. Sembra un quadro di Edward Hopper, un tranquillo quadretto di spensierata vita borghese, limpido e chiaro… talmente chiaro che «qualcosa» ci dice che il quadretto è troppo idillico per essere vero, «qualcosa» ci suggerisce che «qualcuno» sta mentendo, che la «cosa» rappresentata non equivale alla «cosa» significata.

 

Si avverte una discrasia, una differenza tra il rappresentato e il «qualcosa» che, ostinatamente, non si lascia rappresentare per via diretta ma soltanto per via indiretta e per allusione. Siamo in «un bel giorno d’estate», ci informa la didascalia, è sì perché Edith Dzieduszycka ama esporre in maniera didascalica le situazioni che descrivono l’irruzione misteriosa dell’inconscio nella istanza auto organizzatoria dell’io. I personaggi sono immersi in una situazione di attesa, attendono che i pesci abbocchino all’amo. All’improvviso, si dice che «si alzò irritato uno dei pescatori» il quale, in modo del tutto immotivato e anti convenzionale, si rivolge all’altro pescatore e gli pone una domanda agghiacciante:

 

“Mi dica – se lo sa – da un bel po’ di tempo

mi tormenta un pensiero. Forse sono venuti

il posto e il momento per domandarci

da dove ci arriva la Coscienza del Sé?

Chi ci ha caricati sulle spalle quel peso?

 

Siamo arrivati al clou della poesia. Posto in una situazione di inazione e di attesa uno dei pescatori si rivolge all’altro con una domanda agghiacciante per la ingenuità con la quale è posta, chiede nientemeno: «da dove ci arriva la Coscienza del Sé?». Qui interviene la peritropè (il capovolgimento), non sono più i pesci che verranno presi all’amo ma siamo noi, sono i due pescatori che «…ben presto/ dall’arpione verremo acciuffati/ e non ci sarà modo di dire non vogliamo».

                            

Giorgio Linguaglossa
La quarta dimensione e il tempo psichico-interno

 

Gino Rago

24 aprile 2018 alle 19:40

 

La quarta dimensione e il tempo psichico-interno in alcuni versi di Costantina Donatella Giancaspero e di Edith Dzieduszycka

 

E’ noto che lo spazio sia stato regolato dalla geometria euclidea e che il tempo [come fenomeno fisico] sia stato misurato rispetto alla rotazione terra-sole. Tempo e spazio sono stati per secoli due campi totalmente separati.

Poi giunse Einstein e tempo e spazio divennero un tutt’uno, e l’uno, il tempo, influenzava l’altro, lo spazio. E se prima di Einstein bastavano tre misure x,y e z, per misurare qualsiasi punto nello spazio euclideo, essendo ancora lo spazio euclideo uno spazio a 3 dimensioni [tridimensionalità x, y, z], con l’irruzione in fisica di Albert Einstein, l’uomo nuovo ha dovuto immaginare un nuovo spazio, uno spazio a quattro dimensioni.

Dunque, accanto a un’altezza, una lunghezza e una profondità, per definire il nuovo spazio non più euclideo occorre [e non è facile farlo] immaginare una quarta dimensione. Quale è questa quarta dimensione? E’ il tempo.

 

E il tempo può essere “tempo fisico” o esterno, e “tempo psichico” o interno. E i due tempi, quello fisico-esterno e quello psichico-interno, sono entrambi assoggettati alla relatività.

Ed è grazie alla quadri dimensionalità dello spazio che Giorgio Linguaglossa può giustamente affermare, commentando la poesia davvero ‘nuova’ di Costantina Donatella Giancaspero:

 

“È la memoria che tiene insieme le «cose» così costipate. La memoria è come il calcestruzzo, immobilizza le cose che esistono come un ologramma in un istante dello spazio-tempo […]”,

 

assumendo necessariamente come quarta dimensione temporale dello spazio il tempo, ma non il tempo fisico-esterno, bensì il tempo psichico-interno del poeta, mostrando così di possedere anche in questo commento odierno pienamente il senso racchiuso nel cosiddetto “paradosso dei gemelli” usato da Einstein per spiegare la relatività del tempo-spazio.

E se consideriamo, per adesso a rapido volo di procellaria, questi ben costruiti versi di

Edith Dzieduszycka

 

Sulla riva del fiume, un bel giorno d’estate

 

“[…[da un bel po’ di tempo

mi tormenta un pensiero. Forse sono venuti

il posto e il momento per domandarci

da dove ci arriva la Coscienza del Sé?

Chi ci ha caricati sulle spalle quel peso?[…]”

non è difficile affermare che il poeta è cosciente tanto della quarta dimensione, quanto del tempo psichico-interno del poeta stesso, anche se Edith tende a mettere a dura prova ogni lettore per quella domanda implicita che i suoi versi pongono ed è la difficile materia del “Prima”.

 

Giorgio Linguaglossa

Edith Dzieduszycka: Che facevamo nel paese del Prima?

 

Edith Dzieduszycka

Che facevamo nel paese del Prima?

 

Caro signor Raggiro,

tra rosa fra le dita e fetido concime,

tra brandelli e stracci,

ma con il cuor in mano,

la schiena curva dall’artrite sotto il vestito nuovo,

quello che concia per la festa,

mi dica, signor Raggiro,

quanti siamo, scongelati,

con tacchi a spillo o luride ciabatte,

a chiedere… a chi?

a quale meccanico di quale Quartiere Generale,

dove, quando andremo nel paese del Dopo ?

Credo siamo in tanti.

 

Caro signor Raggiro,

però, mi dica,

ha notato una cosa che trovo io ben strana?

Mi dica Lei, questa cosa

se mai ci ha pensato,

è che nessuno, salvo pochi eletti,

mai si chiedono:

 

del Dopo sì, va bene,

ma noi, cibo da vermi,

inquinati frammenti ,

che facevamo alla bassa marea

nel paese del Prima?

 

(Edith Dzieduszycka

23.9.2017)

 

Giorgio Linguaglossa

25 aprile 2018 alle 12:16

 

Nei racconti poetici di Edith Dzieduszycka si verifica che la catastrofe annunciata non avviene mai, che essa venga sempre prorogata. Con il che il discorso illocutorio riprende sempre di nuovo come il ritorno di un fantasma dell’inconscio, giacché è chiaro che i personaggi che qui «parlano», sono Figure dell’inconscio, Ombre dell’Es.

La scrittura dell’inconscio è onirica, si situa tra la veglia e il sonno, nella scissura tra «senso» e «significato», in quella zona d’ombra in cui si può sviluppare un discorso finalmente «libero» sia dal senso che dal significato, libero dal sistema articolatorio dell’io.

«Penso dove non sono e sono dove non penso».

Questo paradossale motto lacaniano ci indica allusivamente la zona occupata dall’Es e dall’inconscio.

 

Una poesia come quella di Edith Dzieduszycka e quella della «nuova ontologia estetica» (in modo generalissimo) non si può comprendere appieno senza tenere nel debito conto il ruolo centrale svolto dall’inconscio e dall’Es nella strutturazione del discorso poetico.

Negli autori della «nuova ontologia estetica» un grandissimo ruolo è giocato dall’Es, dalla sua istanza linguistica; noi sappiamo che l’Es rifugge dai concetti di «bello»-«brutto», accettabile non-accettabile, di buon-gusto non-di-buon-gusto, erotico o pornografico, tutte categorie ideologiche proprie dell’Io che è una istanza eminentemente auto organizzatoria, dedita alla organizzazione dell’auto conservazione e del regolare usufrutto delle categorie grammaticali.

L’Es è quanto resta della struttura dell’io penso – È l’insieme del discorso meno (con il segno -): «io non penso» ergo «io non sono», quel ribaltamento dell’assunto cartesiano che rappresenta la verità dell’alienazione, il «resto» dell’operazione di divisione del soggetto, ossia tutto ciò che è «non-io».

 

Non a caso, una volta arrivati a individuare il luogo dell’Es, Lacan introduce la questione del «fantasma».

Quando la parola da rappresentativa diventa enunciativa? Lo diventa, ci dice Lacan, quando giura, promette, indica, asserisce, quando utilizziamo un linguaggio domestico, per eccellenza il linguaggio politico. La parola suasoria sarebbe così quella parola che in un certo modo vuole ricucire la frattura tra enunciato ed enunciazione, l’atto illocutorio di Austin, la parola che dice e allo stesso tempo dice di dire. «Tu sei mia moglie», «Tu se il mio maestro», «Tu sei colui che mi seguirà», «Tu sei questo», «tu sei quello»: tutti esempi di parola piena, rivelatrice, persuasiva; la parola che dice la verità del soggetto sullo sfondo di finzione inaugurato dal linguaggio.

 

 


Giorgio Linguaglossa

Gino Rago: Il passato non esiste. Né può esistere il futuro.

 

Gino Rago

25 aprile 2018 alle 10:41

 

Il tempo

 

Il passato non esiste, né può esistere il futuro.

[come fa ad esistere il presente

se deve separare due inesistenze?]

 

Non esiste il Dopo né può esistere il Prima,

l’universo non è infinito

ma curvo o piatto nelle dieci dimensioni

coabita con l’infinito.

Esiste l’eternità? Sì, ma forse come tempo

che non passa mai

non come successione di secoli nei secoli

 

Eternità di massa infinita,

di massa senza moto.

Eternità di tempo troppo lento].

Spedisco dal Prima una lettera al Dopo

e il Dopo coincide con il Prima

[sullo sfondo il Nulla a dieci dimensioni].

 

Il Prisma coincide con la Sfera

mentre il poeta cattura nella brocca quello

che non c’è.

 

Lucio Mayoor Tosi

25 aprile 2018 alle 12:23

 

Il Tempo è continua trasformazione, è il mutare delle cose. Da questo fatto si può comprendere perché nella nuova ontologia estetica si pensi più al tempo che allo spazio: perché trasformazione è continuo evento.

Non è dello stesso avviso il filosofo Vincenzo Vitiello, il quale compie una scelta etica a favore dello spazio in quanto fattore o luogo per l’organizzazione sociale, quindi la polis.

Questo potrebbe far pensare che, se lo spazio è ordine e organizzazione, allora il fattore T-tempo sia disordine, anarchia. Non è così.

 

Si è detto che tra i fattori centrali della nuova ontologia estetica vi siano eventi (nella scrittura e nell’esistere) e cose, gli oggetti inanimati. Entrambi questi fattori ci parlano del tempo, di passato e memoria. Le cose mostrano il passato evento, che la scrittura, di solito al presente, vivifica.

La scelta etica di Vincenzo Vitiello a me sembra teoretica, quella della NOE empirica o, per meglio dire, scientifica. Trovo infatti che la parola Tempo sia più adatta a indicare la natura delle cose e la loro fisicità, anche scientifica, molecolare o subatomica; mentre lo spazio è relativo alle Distanze, le quali rimandano al Tutto, quindi all’Ente, il quale sta a un passo dal Divino. Senza poi alcun eccetera.

Tempo e Spazio sono parole fredde, neutre e del tutto teoriche. In realtà la pienezza di Tempo e Spazio è dovuta a un terzo elemento, che pervade ed è costitutivo di entrambi, sebbene sia a questi estraneo, nel senso che non ne dipende, né può essere suscettibile di alcuna modifica. La fantomatica molecola di Dio, la quale sembrerebbe esperibile, anche se non ancora dimostrabile.

Si sta nel paradosso per cui il tempo non esiste ma esiste il tempo esistito. Il passato, che non esiste, è ed è stato. Ecco perché termini come Tempo e Spazio a me sembrano non del tutto adeguati. Si potrebbe allora parlare di formicolio del tempo, di mortalità dello spazio… ma per poterlo fare bisogna ampliare gli orizzonti della percezione: il primate deve potersi evolvere, verso il nulla, o il pieno, che lo costituisce.

Così come la parola Universo andrebbe modificata con Multiverso: il tempo ora e qui e là.

Un mirabile esempio ci viene offerto dalle poesie di Ma.R. Madonna, quando la poeta entra in contatto tele-sensoriale, telepatico, con una suora…

 

Lucio Mayoor Tosi

25 aprile 2018 alle 13:26

 

La poesia di Donatella C. Giancaspero è l’interno di un quadro cubista. Multidimensionale, appunto.

 

Basta voltarsi, per toccare l’ologramma impresso

contro un’ombra fluttuante. Le cose,

dentro il display grigio di un acquario.

 

Descrizione precisa, che piacerebbe molto a T. Tranströmer.

Sulla riva del fiume, un bel giorno d’estate”di Edith Dzieduszycka è poesia molto NOE già nell’apparente semplicità del titolo (due frammenti separati da virgola). Il racconto poetico, senza darlo a vedere, cerca e trova la sua forma in numerosi punti. Anche se di accento straniero, è una bella poesia. Domande e risposte da mozzare il fiato.

Non so se in poesia sia giusto parlare di generi, certo che le personalità femminili su questa scena sono davvero diverse e prorompenti.

 

Giorgio Linguaglossa

una nuova visione delle forze fondamentali della natura, una delle 4 forze, la
gravità, in realtà sarebbe semplicemente un «fenomeno emergente»

 

Giorgio Linguaglossa

25 aprile 2018 alle 14:13

 

Caro Lucio Tosi,

le teorie di Erik Verlinde ci stanno dando una nuova visione delle forze fondamentali della natura, una delle 4 forze, la gravità, in realtà sarebbe semplicemente un «fenomeno emergente», come la temperatura che indica il calore contenuto in una materia…

 

Non è un caso che la «nuova ontologia estetica», cioè alcuni poeti italiani, si sia messa sulle tracce del Tempo… questi bizzarri poeti pensano in termini di tempo e di temporalità, ma che idea bizzarra (!?) – Ebbene, questi poeti sanno, intuiscono che è all’interno della questione «tempo» che si cela uno dei segreti più grandi (forse il più grande) dell’universo; questi poeti fanno un tipo di poesia che si fonda sul concetto (empirico, tu dici) di Tempo. E io sono d’accordo, penso che questo sia un elemento di grandissima novità della poesia degli «ontologistes» come ci chiama Petr Kral. Una poesia che ospita il tempo, una poesia orologio, una poesia che vuole catturare il tempo, metterlo in bacheca, in provetta. Ecco spiegata la predilezione delle poetesse «ontologistes» (Maria Rosaria Madonna, Donatella Costantina Giancaspero, Edith Dzieduszycka e altre) verso la questione-tempo.

 

Vincenzo Vitiello è un filosofo, lui intende lo spazio secondo il concetto di una «etica dello spazio», forse ci vuole suggerire una idea di uno «spazio etico»? Forse. Resta però il fatto che nessun filosofo potrebbe suggerirci l’idea di un «tempo etico» o di una «etica del tempo», perché il tempo è refrattario all’etica come anche all’estetica, il tempo è lì, è un fattore ontologico paradossale perché, come tu dici, come fa ad esistere il presente del tempo se non esistono il passato del tempo e il futuro del tempo? Che contraddizione paradossale è questa?

Leggiamo questa poesia, anche qui si vuole mettere il tempo in provetta, si vuole catturare il tempo:

 

…ma così sia. Un suono di cornetta

dialoga con gli sciami del querceto.

Nella valva che il vespero riflette

un vulcano dipinto fuma lieto.

La moneta incassata nella lava

brilla anch’essa sul tavolo e trattiene

pochi fogli. La vita che sembrava

vasta è più breve del tuo fazzoletto.

 

*

 

Si legga questo distico. Si tratta di un correlativo oggettivo (che oggi nessun poeta usa più) dove appare manifesto un grumo di temporalità:

 

le tue parole iridavano come le scaglie

della triglia moribonda.

 

*

 

Una nuova teoria della gravità potrebbe spiegare i curiosi moti delle stelle nelle galassie. O, più precisamente, alcune deviazioni nei movimenti stellari che, al momento, i fisici giustificano appellandosi all’esistenza della materia oscura. A metterla a punto è stato Erik Verlinde, fisico dell’Università di Amsterdam, che ne ha illustrato i dettagli in uno studio pubblicato su ArXiv (un server di pre-print non sottoposto a processo di revisione dei pari): il modello, chiamato Emergent Gravity, si discosta parecchio dalle teorie tradizionali della gravitazione e, almeno da un punto di vista teorico, sembra essere consistente con le deviazioni nei moti delle stelle.

L’idea di Verlinde, in realtà, non è nuovissima. E neppure semplice da comprendere.

 

Già nel 2010, lo scienziato aveva sorpreso il mondo con una nuova teoria della gravità, secondo la quale questa non sarebbe una forza fondamentale della natura, ma un cosiddetto fenomeno emergente: così come la temperatura è legata alla velocità con cui si muovono le molecole, la gravità emergerebbe dai cambiamenti di una sorta di blocchi fondamentali di informazione memorizzati nella struttura dello spazio-tempo. In un altro articolo, pubblicato sempre su ArXiv, (On the origin of gravity and the laws of Newton) Verlinde aveva infatti postulato che la famosa seconda legge di Newton della gravità, che descrive perché le mele cadono dagli alberi e i satelliti orbitano attorno ai pianeti, potesse essere derivata matematicamente partendo dalle dinamiche di questi blocchi fondamentali di informazione.

 

In questo nuovo studio, Verlinde si è concentrato sui movimenti di stelle e galassie: le regioni più esterne delle galassie, come la Via Lattea, ruotano infatti molto più velocemente intorno al centro di quanto non possa essere predetto misurando la quantità di materia come stelle, pianeti e gas interstellari. Per questo, i fisici hanno postulato l’esistenza della materia oscura, che dovrebbe costituire oltre l’80% della materia presente nell’Universo e dovrebbe essere responsabile della rotazione accelerata delle galassie. Tuttavia, al momento non esiste alcuna prova sperimentale diretta dell’esistenza di tale materia oscura. E qui entra in gioco la curiosa teoria di Verlinde: secondo lo scienziato, la velocità nella rotazione delle galassie si potrebbe spiegare ripensando la teoria della gravità, andando addirittura oltre la relatività generale di Einstein: “Abbiamo le prove che questa nuova visione della gravità è in realtà in accordo con le osservazioni”, spiega Verlinde. “A grandi scale, la gravità semplicemente non si comporta nel modo in cui la teoria di Einstein prevedeva”.

 

In ogni caso, al momento quella di Verlinde è poco più di un’ipotesi, per la quale non esiste alcuna evidenza sperimentale. Quel che è certo è ancora non si è scoperto come inserire in un unico quadro i due pilastri fondamentali della fisica moderna, la relatività generale di Einstein (che descrive la gravità in termini di deformazioni dello spazio-tempo), per l’appunto, e la meccanica quantistica: i tentativi di quantizzare la gravità, per ora, non hanno ancora portato a un risultato definitivo e consistente. Resta da capire se la strada intrapresa da Verlinde potrà gettare nuova luce su questo problema insoluto della fisica contemporanea.“Molti fisici teorici come me stanno lavorando su una revisione della teoria della gravità, e stiamo compiendo notevoli progressi in questa direzione”, spiega l’esperto. “Potremmo essere sull’orlo di una nuova rivoluzione scientifica che cambierà radicalmente le nostre opinioni sulla natura dello spazio, del tempo e della gravità”.

(da http://www.wired.it)

 

Mauro Pierno

25 aprile 2018 alle 14:24

 

La sintonia di pensiero non

ha risposta

ma batte la consapevolezza di

tempie accarezzate. Così come

“alticce matite”

che accarezzano il tempo,

l’illuminato

disputa la sua idea. Arretra

l’attesa.

Accanto per se i resti della

memoria.

Scorgere mondi in contrappunto.

Pregustare l’errore.

 

…(Ieri attendendo la prenotazione al CUP pensavo… non ad una poesia o ad un post in particolare… ma ad una tendenza della contemporaneità poetica… alla perfezione stessa della parola in poesia. Come dire che nel racconto poetico, cosi come assunto, come via percorribile, è presente, deve essere presente un errore trasmettibile… evidente. Lo stesso che si percepisce quando si è tra la gente, come stamani nel mio caso.

È l’errore che percepiamo, l’imperfetto storico, il dato inconfutabile delle nostre vite a confronto dei resoconti, giornalistici, politici, giornalieri, che fa scaturire la verità. Troppa perfezione uguale troppa menzogna!

 

Lucio Mayoor Tosi

25 aprile 2018 alle 19:19

 

L’ora di tempo

 

Comprende quel che si è fatto e non fatto

nel segmento che vogliamo considerare.

Ma è solo un’ ipotesi. Sappiamo tutti che il tempo

non esiste. E che l’hanno inventato i filosofi.

Dunque, non lasciamoci intimidire dalle bolle piene d’acqua

che volteggiano nello spazio qui e ora. Il tempo va immaginato.

Una partita di calcio. Il dramma di essere arrivati con tanto anticipo.

In anticamera, davanti alla Presidenza. O in questura.

– Trovato rifugio contemporaneamente al pianoterra di un edificio

in San Francisco-USA; a Parigi, sera, le 22: ubriaco sul marciapiede

in zona Chat noir. Un covo di barboni.

La struttura molecolare del tempo è sempre percepibile

dai corpi sensibili, afferrare l’estremità della maniglia premere con forza.

Il tempo aggiusta gli squilibri. Non arriva come uppercut

piuttosto sembra un nota di violino. Profumi, incensi e fiori sul ballatoio.

Ecco, così è il tempo.

 

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