LA NUOVA POESIA – Antologia di poesia – Commenti e Ermeneutiche: Zbigniew Herbert, Boris Pasternak, Mario M. Gabriele, Lucio Mayoor Tosi, Donatella Costantina Giancaspero, Gino Rago, Giorgio Linguaglossa, Alejandra Pizarnik, Francesca Lo Bue, Mauro Pierno, Mariella Colonna
 

Giorgio Linguaglossa

Alle 18 torna Milena.
Prepara la cena. Il tavolo ha quarant’anni.
Sale il fumo fino alla lampada.

 

 

Una poesia inedita di Mario Gabriele

 

Da registro di bordo

 

L’afa offrì una tregua.
Il professore Ernest non ha mai fatto jogging
dopo la fibromialgia.
Per sistemare il primo piano
la famiglia Oliver ha messo nel giardino
il cartello:
                                        House for sale,
anche se l’abitazione sembra un quadro di Monet
e c’è una tomba vuota, a due passi dall’autostrada,
con le statue come sull’isola di Pasqua.
I bluesmen cantano:Happy Days,
ed è un ritorno ai fantasmi del passato
in un amarissimo amarcord di tempi sincopati.
Jessica crede nello Zen.
Padre Olmer ha lasciato il testamentum.
Nel primo capitolo del Canto di Corvin,
ci sono passaggi che ricordano il Deutoronomio.
-Non sono abbastanza sicura di andare in Lituania,
ma se non fosse possibile- disse Kalina,
-passerò il tempo a seguire
The Order of the Burial of the Dead-.
Alle 18 torna Milena.
Prepara la cena. Il tavolo ha quarant’anni.
Sale il fumo fino alla lampada.
Andrea rinnova aria fresca.
E’ così invecchiata Masina che non ricorda
neppure la contemplazione primaverile
con i primi raggi di marzo.
Il ritorno di Gesualdo
non ha portato i canti della Salvezza
e della Solitudine come passepartout.

 

 

Una poesia inedita di Francesca Lo Bue

 

Le cose

 

Stanno lì, livide e stizzose,
sparse in geometrie disordinate,
sono l’acre residuo dell’uomo piegato,
il sudore del fallimento canuto,
fiori immobili di pietra.
Ci sono voci che descrivano lo stupore delle albe?
Le promesse della luce?
Si rammentano, si rimordono nel silenzio le cose?

 

Sono voci spente,
fatalità trapassate…

 

Lampada che rubi le sue stelle alla notte,
veglia l’aurora delle mie parole.

 

 

Las cosas

 

Están por ahí, lívidas, rencorosas,
desparramadas en geometría desordenada.
Son el residuo acre del hombre vencido,
el sudor de la cana frustración.
Espesas páginas desvaídas.
¿Hay voces que describan la maravilla de las albas,
las promesas de la luz?
¿Se acuerdan… se remuerden de silencio las cosas?
Son voces apagadas,
fatalidades traspasadas…

 

Giorgio Linguaglossa
Il ‘900 ha sancito la fine del primato della pittura tra le arti visive

 

Lucio Mayoor Tosi
27 ottobre 2017

 

Il ‘900 ha sancito la fine del primato della pittura tra le arti visive. Forse anche della pittura stessa. Parole che vanno da “maestria” alla semplice “qualità e spessore del pigmento”, oggi non hanno senso: chi mai si sognerebbe di pronunciarle entrando nel merito di un prodotto industriale? Pare conti l’idea, quella fulminante dell’artista, il quale potrebbe anche limitarsi a fare una telefonata per vedere realizzata la sua immaginazione. Io lo trovo divertente: tutta gente che campa avendo leader da scopiazzare… Tracce di un secolo duro a morire; ma è sempre stato così. Lasciamo la critica intesa come cronaca degli eventi al giornalismo, e raccomandare i carpentieri dell’esegesi a qualche prestigiosa école de Cuisine. Soluzioni se ne trovano sempre.

 

La critica di Giorgio Linguaglossa non può che essere quella acuta di un poeta, dal momento che poeta lo è. Possiamo quindi parlare di immaginazione critica, qualcosa che si possa fare solo in divenire; una critica che parta e veda dal nulla in cui ci troviamo. Il nulla offre un’ampia visione: riduce l’enormità del contingente, ridimensiona il tempo, offre vie d’uscita ovunque si guardi. Le parole della critica saranno molto simili a quelle del poeta: vere; solo che appartengono alla normalità di un altro universo – con cui prima o poi bisognerà pur fare i conti. Le questioni, o meglio i parametri di giudizio sono stati delineati: tempo, stile, rapporto con l’esistenzialità. Sono ammessi anche sfottò e ghirigori. Tanto si tratta di restauri, lavori in corso per rianimare con poesia, tra le altre, anche le parole appena venute al mondo. Alcune inaccettabili, però con riserva. Non cambia nulla, sono le fatiche di sempre. Io mi sto preparando per Hollywood.

Non ho letto molto di Kjell Espmark, abbastanza per sentirlo molto vicino alla ricerca in corso della NOE. Per questa ragione forse più interessante dello stesso Tranströmer, il quale, mi sembra abbia attraversato il cielo come una cometa, alla velocità della luce; quindi l’esito o gli esiti potrebbero anche essere diversi da quanto dimostrato dal Nobel svedese.

La poesia giace sul lettino, non per sottoporsi a un’operazione di chirurgia estetica, ma per poter riprendere a respirare, in ciascun poeta, separatamente.

 

*

 

Il Signor Cogito è l’uomo dell’Occidente. Colui che pensa dunque è. Herbert in questa poesia lo invita ad agire, perché il pensiero guida l’azione e, quest’ultima è un atto insieme etico, politico e, soprattutto, estetico. Il libro è nato come un tentativo di risposta sul tema del Signor Cogito.

 

(Giorgio Linguaglossa)

 

 

Zbigniew Herbert

 

Il sermone del signor Cogito

 

Va’ dove andaron quelli fino all’oscura meta
cercando il vello d’oro del nulla – tuo ultimo premio

 

va’ fiero tra quelli che stanno inginocchiati
tra spalle voltate e nella polvere abbattute

 

non per vivere ti sei salvato
hai poco tempo devi testimoniare

 

abbi coraggio quando il senno delude abbi coraggio
in fin dei conti questo solo è importante

 

e la tua Rabbia impotente sia come il mare
ogni volta che udrai la voce degli oppressi e dei frustati

 

non ti abbandoni tuo fratello lo Sdegno
per le spie i boia e i vili – essi vinceranno
sulla tua bara con sollievo getteranno una zolla
e il tarlo descriverà la tua vita allineata
e non perdonare invero non è in tuo potere
perdonare in nome di quelli traditi all’alba

 

ma guardati dall’inutile orgoglio
osserva allo specchio la tua faccia da pagliaccio
ripeti: m’hanno chiamato – non credo ch’io sia il migliore

 

fuggi l’aridità del cuore ama la fonte mattutina
l’uccello dal nome ignoto la quercia d’inverno
la luce sul muro il fulgore del cielo

 

ad essi non serve il tuo caldo respiro
son solo per dirti: nessuno ti consolerà

 

bada – quando la luna sui monti darà il segnale – alzati e va’
finché il sangue nel petto rivolgerà la tua scura stella

 

ripeti gli antichi scongiuri dell’uomo fiabe e leggende
raggiungerai così quel bene che non raggiungerai

 

ripeti solenni parole ripetile con tenacia
come quelli che andaron nel deserto perendo nella sabbia

 

e ti premieranno per questo come altrimenti non possono
con la sferza della beffa con la morte nel letamaio

 

va’ perché solo così sarai ammesso tra quei gelidi teschi
nel manipolo dei tuoi avi: Ghilgamesh, Ettore, Rolando
che difendono un regno sconfinato e città di ceneri
sii fedele va’

 

(traduzione dal polacco di Paolo Statuti)

 

Giorgio Linguaglossa

È erraneo e ultroneo mettere il Signor Estraneo alla porta, un atto di suprema ingenuità oltre che di scortesia, perché Egli è qui, dappertutto, e chi non se ne avvede è perché non ha occhi per avvedersene. Tutto quello che possiamo fare è intrattenerci con Lui facendo finta di nulla, cincischiando e motteggiando, ma sapendo tuttavia che con Lui è in corso una micidiale partita a scacchi. (Giorgio Linguaglossa)

 

 

Giorgio Linguaglossa
27 ottobre 2017

 

Il luogo del linguaggio poetico

 

Il linguaggio poetico non può mai attingere la pienezza ontologica. Essere e linguaggio obbediscono a leggi diverse: si dà un ordine del senso, a livello ontologico, un altro senso si dà a livello proposizionale nella misura in cui la sfera dell’essere resta incisa e recisa nel e dal linguaggio, evirata della sua mitica pienezza. L’unità mitica dell’essere è, appunto, un mito, anzi, un mitologema. In questa unità prelinguistica e presimbolica il linguaggio appare come l’Altro, come ciò che introduce il segno come traccia, iscrizione, gioco di presenza-assenza che il significante dischiude.

 

La parola poetica diventa così il luogo in cui il soggetto evanesce. Con la parola il soggetto incontra la propria nientificazione, il proprio essere-per-la-morte, l’inaugurale sottrazione che scinde la presenza ripetitiva del godimento, del piano della pienezza dell’essere dalla rappresentazione di cui il significante, come luogo in cui il soggetto diventa evanescente, è marca.

Alienazione e separazione sono la ripercussione di questa scissione, quella che Lacan chiama «la divisione del soggetto». La dimensione della soggettività si configura in questa perdita, in questa lesione della pienezza della sfera dell’essere, mitica, da cui balza fuori, letteralmente, il «soggetto parlante».

 

Si può adesso comprendere come in Lacan il «soggetto parlante», ovvero il soggetto tout court, sia tale solo in quanto soggetto dell’inconscio, perché qualcosa come l’inconscio freudiano ha fatto la sua irruzione nella cultura moderna.

L’inconscio, secondo la celebre intuizione di Lacan, è «strutturato come un linguaggio», si manifesta secondo le modalità retoriche della metafora e della metonimia, individuate attraverso Freud nelle operazioni della «condensazione» e dello «spostamento». L’inconscio individua in noi quanto il linguaggio dischiude come Altro. La fenomenologia dell’inconscio è basata sulle leggi del linguaggio. Con l’intervento del linguaggio si verifica uno spostamento, e di qui la catena sinonimica che introduce il significante. L’inconscio è quel luogo strutturato dalla parola come luogo dell’Altro, il risultato dell’azione del significante.

 

L’inconscio pertanto non va interpretato come fonte, luogo in cui sarebbero ricondotti unicamente quei desideri e quelle pulsioni che non hanno avuto accesso alla coscienza; è strutturato come un linguaggio simbolico di cui però non possediamo le chiavi di accesso, è una istanza che parla attraverso i suoi simbolismi. Ciò che Freud ha scoperto e ha chiamato inconscio è quella dimensione «proteggente avvolgente», dice Heidegger, che esiste perché c’è linguaggio, che la parola non è mero strumento di comunicazione, ma la dimensione che apre nella vita un divario tra detto e dire, tra enunciato ed enunciazione, che sloggia il soggetto dall’alveo della certezza della coscienza dell’io penso, che lo strappa alla sua chiusura autoreferenziale.

 

 

Una poesia inedita di Giorgio Linguaglossa

 

Nox Aeterna

 

Un aquilone danzava in cielo con i corvi
i benigni amici dei cadaveri.
Dalla finestra aperta entra il vento del nord.
Rimbalza sugli stipiti delle porte spalancate
e si posa sulle mani di madreperla di mia madre
che suona il pianoforte.
Mio padre le ha spedito una lettera dal fronte
che non arriverà.
[…].
Un sarcofago. Amorini svolazzanti in rilievo.
Un putto immerge la mano nel sarcofago.
Il bambino mette la mano nel primo cassetto a destra del tiretto.
Ruba qualcosa, dei cioccolatini….
Il grammofono suona un quartetto di Mozart…
[…]
Il profilo di Enceladon dal cavalletto davanti alla finestra
osserva gli astanti.
Raffaello ha interrotto la pittura, la «Dama con l’ermellino».
Il cammeo sul collo di mia madre sembra oscillare.
Scrivo una lettera a mia madre:
«Le legioni di Roma si preparano ad una nuova campagna.
Marco Flaminio Rufo è morto».
[…]
Il pittore fiammingo dipinge il volto di Enceladon.
Ritrae il mio volto di profilo, in basso, nella bandella di destra,
sulla figura di un committente.
Scrivo una seconda lettera a mia madre:
«Dobbiamo partire. Per il Sud. Presto sarà inverno.
Passeremo i mesi invernali nei quartieri d’inverno».
Scrivo una lettera ad Enceladon:
«Mia cara, Sarmizegetusa è presa»,
ma dimentico di imbucarla
o un postino sbadato ha dimenticato di recapitarla.
[…]
Nina Berberova scrive un racconto:
«Il lacché e la puttana».
Io esco dalla vita ed entro nel racconto.
Sono il lacché. Le chiedo: «Maestà, perché sono qui?»,
ma la romanziera ha fretta, deve fare le valigie,
deve traslocare negli Stati Uniti,
non può rispondermi, il suo compagno Chodasevič
è stanco e malato.
Kafka va a spasso con Madame Hanska
per le vie di Praga.
Il Signor Cogito sbatte la porta ed esce di scena.
Sale sul treno blindato zeppo di soldati.
In corridoio, il filosofo tiene un discorso sulla Bellezza.
Il romanzo diventa una coppa di champagne.
Vivaldi è tornato a Venezia, abita con la sua sgualdrina
in un appartamento ammobiliato al fondaco del Ponte di Rialto.
[…]
Scrivo una lettera a mia madre:
«Presto lasceremo i quartieri d’inverno».
Quando ritornerò, penso, ritroverò il quadro
di Enceladon con l’ermellino, sul cavalletto, che mi aspetta,
sarà finito da tempo.
E i corvi saranno ancora là in alto
insieme agli aquiloni.

 

 

Mauro Pierno
28 aprile 2018 alle 18.56

 

dal mio Ramon:

 

D’improvviso l’estate
l’unica asola dell’anima;
un piccolissimo ombelico di felicità,
un fiore senza petali,
calvizie prematura
d’un uomo.

Giorgio Linguaglossa
– alla stazione Bologna della metro blu, una donna. Sospesa.

In anticipo sulla pioggia –

 

Una poesia di Donatella Costantina Giancaspero

 

Le strade mai più percorse:
esse stesse hanno interdetto il passo
– alla stazione Bologna della metro blu, una donna. Sospesa.
In anticipo sulla pioggia –.

 

Qualcuno ha voltato le spalle senza obiettare,
consegnato alla resa gli occhi che tentavano un varco.

 

Le ragioni, mai sapute, vanno. Inconfutate
– scampate al giudizio – per i selciati – gli stessi
ritmati di prima – gli stessi –
da martellante fiducia – nell’equivoco di chi c’era.

 

Per un’aria che non rimorde – l’ombra
sulla scialbatura – avvolte da scaltrito silenzio.

 

 

Mariella Colonna
30 ottobre 2017

 

La poesia di Donatella Costantina Giancaspero riesce ad operare uno scavo linguistico paragonabile a quello archeologico alla ricerca di un’antica civiltà sepolta dal tempo: Costantina dice senza dire togliendo l’“in più” delle parole alle parole e facendo sprofondare significante e significato nel vortice dell’assoluto presente da cui ha origine un Nuovo Significato. Questa poetessa sta superando i propri limiti espressivi con sapiente lavoro di cesello e, ripeto, di scavo. Non c’è più ombra di lirismo nei suoi versi…si respira un senso di libertà e di trasparenza.

 

Donatella Costantina Giancaspero

 

Cara Mariella, ti ringrazio vivamente per questa tua riflessione così precisa sulla mia poesia. La tua straordinaria sensibilità ti porta ad evidenziarne quelle caratteristiche fondate su alcuni miei intenti consapevoli, come, ad esempio, il voler togliere alle parole – e dunque alle immagini che esse costruiscono – tutto ciò che è “in più” (come scrivi): un procedimento che conduce a quei risultati da te pienamente sottolineati. Se sto realizzando tutto questo, devo ringraziare i principi della Nuova Ontologia Estetica, questa nostra immensa finestra da cui osservare una prospettiva poetica totalmente rinnovata. Infine, devo ringraziare le persone intelligenti e ricettive come te che condividono questa via. E, un poco, anche me stessa.

For you…

 

*

 

Boris Pasternàk

 

Poesia

 

Poesia, mi metterò a giurare
su di te, e finirò, restando arrochito:
tu non sei la prestanza di un cantore mellifluo,
tu – sei un’estate con un posto in terza classe,
tu – sei un sobborgo e non un ritornello.
Tu – sei afosa come un maggio, Jamskaja,
ridotta notturna di Ševardinó,
dove le nuvole emettono gemiti
e vanno sparpagliate verso lo scioglimento.
E duplicandosi nell’intreccio dei binari –
sobborgo, e non ritornello, –
strisciano dalle stazioni verso casa
non come un canto, ma attonite.
Germogli d’acquazzone s’ingolfano nei grappoli
e a lungo, a lungo sino all’alba
acciarpano dai tetti il proprio acrostico,
gettando bollicine nella rima.
Poesia, quando sotto il rubinetto
c’è un truismo, vuoto come lo zinco di una secchia,
anche allora il getto resta incolume,
il quaderno è approntato – puoi scorrere!

 

(1922 – trad, di A. M. Ripellino, 1954)

 

 

Giorgio Linguaglossa

 

Una ermeneutica della poesia di Donatella Costantina Giancaspero

Le parole «vengono» alla poesia, non la poesia chiama le parole. È vero proprio il contrario di ciò che dice la vulgata comune. Il luogo della poesia è quello per cui esso viene alla luce in quanto chiamato dalle parole, in questa pro-vocatio è il luogo delle parole come ordine simbolico. Il luogo fisico è la «stazione di Bologna della metro blu», ma il luogo mentale è un altro.

 

Si tratta proprio dell’inconscio, o meglio, di ciò che si eventualizza nel soggetto dell’inconscio, in questo porre «le ragioni» «scampate al giudizio» del Super-io, che annuncia il vacillamento, l’esitazione dell’io parlante, il voler-dire che è altro dal detto e altro dall’intenzionato. «La forma essenziale in cui ci appare inizialmente l’inconscio come fenomeno è la discontinuità – discontinuità in cui qualcosa si manifesta come un vacillamento».1]

 

La struttura discontinua e intermittente della poesia è la replica e la mimesi della struttura dell’inconscio.
Come un «anticipo» o un ritardo «sulla pioggia», dice la poesia. Ma qui non c’è nulla che indichi il predicato, nulla che indichi il soggetto che non c’è:

 

In anticipo sulla pioggia –.
Qualcuno ha voltato le spalle senza obiettare,
consegnato alla resa gli occhi che tentavano un varco.
Le ragioni, mai sapute, vanno. Inconfutate

 

È il soggetto dell’inconscio che si manifesta tra l’«anticipo» e il ritardo, è qui che si apre «un varco» nell’ordito auto organizzatorio dell’io. Quello che Lacan chiama la «faglia», la «beanza» che divarica il soggetto, che lo allontana da sé nello stesso tempo in cui lo chiama in causa; e questo non è altro che la «mancanza», la nozione di manque à être entro cui si colloca la parola. La «faglia», ricopre il soggetto da parte a parte, si presenta come una apparizione improvvisa; in questa «faglia» a parlare è l’inconscio, il luogo in cui la rappresentazione mostra il suo lato oscuro. Questo luogo è letteralmente pro-vocato dal linguaggio, è il luogo dell’Altro, reso possibile dalla dimensione dell’alterità intesa non più come altro da me, come l’altro che ho di fronte, bensì come la disunione, quella divaricazione che divide il soggetto perché lo ha significato, perché è stato nominato da altri.

 

Che significa quel «Qualcuno ha voltato le spalle»? È lo stesso soggetto diviso che ha voltato le spalle a se stesso. «Le ragioni», ovvero, il processo delle razionalizzazioni che l’io ha posto in opera come struttura difensiva, è caduto nel vuoto. «Inconfutate», quelle «ragioni» rientrano nell’inconscio, quello stesso che le ha prodotte.

 

La poesia sancisce l’ingresso nell’ordine simbolico e lo scacco dell’io.

1] J. Lacan, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisiScritti I, Einaudi, 1974., p. 26.

 

 

Gino Rago

Non lo scintillio del bronzo appena fuso

 

Non lo scintillio del bronzo appena fuso.
Né la sua patina magari artificiale
o la levigatezza del marmo immacolato.
(…)
La materia grezza. La pietra.
La colata di cera rappresa.
La rugginosità del ferro.
I rottami, gli avanzi, i detriti.
I rimasugli di fonderie. Gli stracci.
I vetri rotti negli angoli delle vie.
Gli scampoli nelle sartorie.
(…)
Ecco le parole della nuova poesia
(débris du futur seppe dirci Valéry)
perché siamo uomini del dopo Hiroshima
in filiformi tralicci di gabbie.
(…)
Platani. Fiumi. Uomini. Fiori.
Tutti bramano un suono che manca.
A meno che il suono non significhi niente.
Tutti vogliono un nome.
Perché ogni nome è una benedizione.
L’occhio che brilla di passato e futuro.
Limature. Vinavil. Sagome. Legno.
Il mondo chiuso in un sacco di iuta.

Giorgio Linguaglossa

La nuova ontologia estetica, almeno questo è il mio pensiero, l’ho già detto ma lo ripeto, non è né una avanguardia né una retroguardia, è un movimento di poeti che ha detto BASTA alla deriva epigonica della poesia italiana – sia l’avanguardia che la retroguardia sono concetti della domenica delle Palme

 

 

Giorgio Linguaglossa, 

31 ottobre 2017

 

La nuova ontologia estetica

 

Di fatto, la poesia è rimasta senza critica, per critica intendo una critica intelligente e libera.
La nuova ontologia estetica, almeno questo è il mio pensiero, l’ho già detto ma lo ripeto, non è né una avanguardia né una retroguardia, è un movimento di poeti che ha detto BASTA alla deriva epigonica della poesia italiana che durava da cinque decenni. Deriva da un atto di sfiducia (adoperiamo questo gergo parlamentare), abbiamo deciso di sfiduciare il governo parlamentare che durava da decenni nella sua imperturbabile deriva epigonica. Occorreva dare una svolta, imprimere una accelerazione agli eventi. E deriva da un atto di fiducia, fiducia nelle possibilità di ripresa della poesia italiana.

 

Vorrei rispondere ad Alfonso Berardinelli il quale in un articolo ha bollato le avanguardie del novecento, che l’acmeismo ha battezzato poeti come Mandel’stam, Pasternak, Achmatova, Chodasevich, Gumilev e altri… e che la sua importanza va molto oltre il valore dei singoli poeti protagonisti di quella stagione letteraria, quindi anche qui non bisogna fare di tutte le erbe un fascio. Senza Mandel’stam non ci sarebbe stato un Milosz, un Celan, un Ripellino, il modernismo europeo senza i poeti russi dell’acmeismo perderebbe il 50 per cento della sua influenza.

 

È proprio questo uno dei punti nevralgici di distinguibilità della nuova ontologia estetica: nel punto in cui introduciamo una «rottura», non una semplice distassia o dismetria della struttura linguistica, ma una «diafania», una «disfania», la moltiplicazione delle temporalisation, la spazializzazione del tempo, la temporalizzazione dello spazio. Anche se sappiamo bene che il tempo non si azzera mai e la storia non può mai ricominciare dal principio. Tuttavia, in certi momenti storici, dobbiamo mettere da parte un concetto estatico e normalizzato del tempo e ricominciare a pensare una diversa temporalizationdel tempo, il che non significa porsi in posizione di avanguardia; sia l’avanguardia che la retroguardia sono concetti della domenica delle Palme; bisogna invece spezzare il tempo, introdurre delle rotture, delle distanze, delle temporalization, sostare nella Jetztzeit, nel «tempo-ora», spostare, lateralizzare i tempi, moltiplicare i registri linguistici, diversificare i piani del discorso poetico, temporalizzare lo spazio e spazializzare il tempo…

Occorre una nuova poesia, una poesia che abbia alle spalle il pensiero di una serrata critica dell’economia estetica…

 

Giorgio Linguaglossa

 

Mi chiede un lettore: che cosa vuol dire «critica dell’economia estetica»?
Rispondo: significa pensare all’atto estetico come un atto critico.
Ovviamente, ciascuno ha il diritto di pensare e coltivare il proprio orticello, pensare all’ordine unidirezionale del discorso poetico come l’unico ordine possibile e il migliore, obietto soltanto che la nostra (della nuova ontologia estetica) visione del fare poetico implica il principio opposto: non una unidirezionalità del tempo lineare e della linearità sintattica ma una molteplicità dei «tempi» e degli «spazi», il «tempo interno» delle parole, le «linee interne» delle parole piuttosto che quelle esterne; il soggetto e l’oggetto spazializzati e temporalizzati; il «tempo» del metro a-metrico, delle temporalità non-lineari ma curve, confliggenti, degli spazi temporalizzati, delle temporalisation, delle spazializzazioni temporali. Una poesia incentrata sulle lateralizzazioni del discorso poetico. Ma qui siamo in una diversa ontologia estetica, in un altro sistema solare che obbedisce ad altre leggi. Leggi forse precarie, instabili, deboli, che non sono più in correlazione con alcuna «verità», ormai disabitata e resa «precaria».

La verità, diceva Nietzsche, è diventata «precaria».

Il «fantasma» che così spesso appare nella poesia della «nuova ontologia estetica», si presenta sotto un aspetto scenico. È il Personaggio che va in cerca dei suoi attori. Nello spazio in cui l’io manca, si presenta il «fantasma». Basta andarselo a prendere. Il proprio «fantasma», dico.

 

 

Poesie di Alejandra Pizarnik (citate da Francesca Lo Bue)

 

Figlia del vento

 

Sono venuti.
Invadono il sangue.
Profumano a piume,
A mancanza, a pianto.
Però tu alimenti la paura
e la solitudine
come due animali piccoli
perduti nel deserto.
Son venuti
ad incendiare l’età del sogno.
Un addio è la tua vita.
Però tu ti abbracci
come la serpe pazza del movimento
che solo ritrova se stessa
poiché non c’è nessuno.
Tu piangi sotto il pianto,
tu apri il baule dei tuoi desideri
e sei più ricca della notte.
Però c’è tanta solitudine
che le parole si suicidano.
i naufraghi dietro l’ombra
abbracciarono quella che si suicidò
con il silenzio del suo sangue
la notte bevve vino
e ballò nuda tra le ossa della nebbia

 

*

 

viaggiatrice dal cuore d’uccello nero
tua è la solitudine a mezzanotte
tuoi gli animali saggi che popolano il tuo sogno
nell’attesa della parola antica
tuo è l’amore ed il suo suono a vento spezzato

 

La notte

 

So poco della notte
ma la notte sembra sapere di me,
e in più, mi cura come se mi amasse,
mi copre la coscienza con le sue stelle.
Forse la notte è la vita e il sole la morte.
Forse la notte è niente
e le congetture sopra di lei niente
e gli esseri che la vivono niente.
Forse le parole sono l’unica cosa che esiste
nell’enorme vuoto dei secoli
che ci graffiano l’anima con i loro ricordi.
Ma la notte deve conoscere la miseria
che beve dal nostro sangue e dalle nostre idee.
Deve scaraventare odio sui nostri sguardi
sapendoli pieni di interessi, di non incontri.
Ma accade che ascolto la notte piangere nelle mie ossa.
La sua lacrima immensa delira
e grida che qualcosa se n’è andato per sempre.
Un giorno torneremo ad essere.

 

La danza immobile

 

Messaggeri nella notte annunciarono quello che non ascoltammo.
Cercammo sotto l’ululato della luce.
Arrestammo l’avanzamento di mani inguantate
che strangolavano l’innocenza.
Ma se si nascosero nella dimora del mio sangue,
perché non mi trascino fino all’amato
che muore dietro la mia tenerezza?
Perché non fuggo
e mi inseguo con coltelli
e deliro?
Di morte si è tessuto ogni istante.
Io divoro la furia come un angelo idiota
invaso di erbacce
che impediscono di ricordare il colore del cielo.
Ma loro ed io sappiamo
che il cielo ha il colore dell’infanzia morta.

 

Nominarti

 

Non è la poesia della tua assenza,
solo un disegno, una crepa in un muro,
un che d’amaro, qualcosa nel vento.
i naufraghi dietro l’ombra
abbracciarono quella che si suicidò
con il silenzio del suo sangue
la notte bevve vino
e ballò nuda tra le ossa della nebbia
Questo lillà perde i fiori.
Da sé medesimo cade
e cela la sua antica ombra.
Morirò di cose come questa.
Questo lillà perde i fiori.
Da sé medesimo cade
e cela la sua antica ombra.
Morirò di cose come questa.

 

 

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