Invettiva di Giorgio Linguaglossa ai poeti di oggi – Il monito di Franco Fortini: Spostare il centro di gravità della poesia italiana – Il monito di Eugenio Montale: La mia Musa ha lasciato da tempo un ripostiglio di sartoria teatrale

 

Giorgio Linguaglossa
dove vi sta portando questo treno di feroce mediocrità,

di feroce ambiguità, di feroce ipocrisia?

 

 

Giorgio Linguaglossa

 

26 settembre 2017 alle 14:17

 

In onore di Alfredo de Palchi, pubblico qui questa mia invettiva:

 

LA VOSTRA GENERAZIONE SFORTUNATA

à la maniére di Trasumanar e organizzar (1971)

 

Cara generazione sfortunata dei poetini di vent’anni,
di trent’anni, di quarant’anni, di cinquant’anni, di sessant’anni…
Vi scrivo questa lettera.

 

Guardatevi intorno:
dove vi sta portando questo treno di feroce mediocrità,
di feroce ambiguità, di feroce ipocrisia?
Guardatevi allo specchio: siete tutti invecchiati, imbruttiti, malvissuti
vi credevate giovani e invece siete diventati vecchi, conformisti,
leghisti, sfigati, banali, balneari…

 

Che tristezza vedo nelle vostre facce,
che ambiguità, che feroce vanità, che feroce mediocrità:
CL, PD, PDL 5Stelle, Casa Pound, destra, sinistra, pseudo destra, pseudo sinistra,
immigrati, emigrati, referenziati con laurea, senza laurea,
con diplomi raccattati, rattoppati, infilati nel Sole 24 ore,
settore cultura, nella Stampa,
a scrivere le schedine editoriali degli amici e degli amici degli amici,
nelle case editrici che non contano più nulla…

 

Guardatevi allo specchio: siete sordidi, stolidi, non ve ne accorgete?

Guardatevi allo specchio! Siete dei Buffoni, dei malmostosi!
Che tristezza questa italia defraudata,
derubata, ex cattocomunista, leghista, cinquestellista, renzista…
Voi, Voi, Voi soltanto siete responsabili
della vostra inaffondabile mediocrità,
e non chiamate in causa la circostanza della mediocrità altrui,
della medietà generalizzata,
la responsabilità è personale ai sensi del codice penale
e del codice civile…

 

Voi, unicamente Voi siete i responsabili
della vostra insipienza e goffaggine intellettuale…

Che tristezza: non avete niente da dire, niente da fare,
disoccupati dello spirito e disoccupati
della stagnazione universale permanente che vi ha ridotto
a mostri di banalità con i vostri pensierini
paludosi e vanitosi alla ricerca di un grammo di visibilità
nei network, nei social, con il vostro sito di leccaculi e di paraculi,
svenduti senza compratori…

 

Che tristezza vedervi tutti abbottonati, educati e impresentabili
in fila dinanzi agli uffici stampa degli editori
a maggior diffusione nazionale!
Che tristezza nazionale!

 

Caro Pier Paolo, quel giorno di novembre del 1975
io ero a Roma, scendevo alla fermata del bus 36
(catacombe di Sant’Agnese) per andare a via Lanciani
al negozio di scarpe di mio padre quando seppi del tuo assassinio…
Capii allora che un mondo si era definitivamente chiuso,
che sarebbero arrivati i corvi e i leccapiedi
e i leccaculo, i mediocri, i portaborse…

 

Lo capii allora scendendo dal bus la mattina,
erano le ore 8 del mattino o giù di lì,
e capii che era finita per la mia generazione e per quelle a venire…
Lo ricordo ancora adesso. È un lampo di ricordo.

 

(scritta in diretta, su L’Ombra delle Parole)

 

 

Giorgio Linguaglossa

Guardatevi allo specchio: siete tutti invecchiati, imbruttiti, malvissuti/ vi credevate giovani e invece siete diventati vecchi, conformisti,/ leghisti, sfigati, banali, balneari…

 

 

Il monito di Franco Fortini


Scriveva Franco Fortini nei suoi «appunti di poetica» nel 1962:

 

«Spostare il centro di gravità del moto dialettico dai rapporti predicativi (aggettivali) a quelli operativi, da quelli grammaticali a quelli sintattici, da quelli ritmici a quelli metrici (…) Ridurre gli elementi espressivi».

 

La poesia deve proporsi la raffigurazione di oggetti (condizioni rapporti) non quella dei sentimenti. Quanto maggiore è il consenso sui fondamenti della commozione tanto più l’atto lirico è confermativo del sistema».

 

Ritengo queste osservazioni di Fortini del tutto pertinenti anche dopo cinquanta anni dalla loro stesura. I problemi di fondo, da allora ad oggi, non sono cambiati e non bastano cinquanta anni a modificare certe invarianti delle istituzioni stilistiche. Vorrei dire, per semplificare, che certe cattive abitudini di certe istituzioni stilistiche, tendono a riprodursi nella misura in cui tendono a sclerotizzarsi certe condizioni non stilistiche. Al fondo della questione resta, ora come allora, il «consenso sui fondamenti della commozione». Insomma, attraverso la lettura e l’ingrandimento di certi dettagli stilistici puoi radiografare e fotografare la fideiussione stilistica (e non) che sta al di sotto di certe valorizzazioni stilistiche; ed anche: che certe retorizzazioni sono consustanziali alle invarianti del gusto, del movimento delle opinioni, alla adesione intorno al fatto poetico… insomma.

 

Scrive Franco Fortini ne L’ospite ingrato (1966): «La menzogna corrente dei discorsi sulla poesia è nella omissione integrale o nella assunzione integrale della sua figura di merce. Intorno ad una minuscola realtà economica (la produzione e la vendita delle poesie) ruota un’industria molto più vasta (il lavoro culturale). Dimenticarsene completamente o integrarla completamente è una medesima operazione. Se il male è nella mercificazione dell’uomo, la lotta contro quel male non si conduce a colpi di poesia ma con “martelli reali” (Breton). Ma la poesia alludendo con la propria presenza-struttura ad un ordine valore possibile-doveroso formula una delle sue più preziose ipocrisie ossia la consumazione immaginaria di una figura del possibile-doveroso. Una volta accettata questa ipocrisia (ambiguità, duplicità) della poesia diventa tanto più importante smascherare l’altra ipocrisia, quella che in nome della duplicità organica di qualunque poesia considera pressoché irrilevante l’ordine organizzativo delle istituzioni letterarie e, in definitiva, l’ordine economico che le sostiene».

 

In Italia è stato dismesso il pensiero sulla poesia

 

Vogliamo dirlo? Ancora una volta Pasolini e Fortini, gli ultimi due poeti in grado di porsi anche come critici del loro tempo.


Però, però, bisogna anche dire dei limiti di Pasolini e di Fortini, e bisogna spezzare una lancia in favore di Vittorio Sereni che volle pubblicare il primo libro di Alfredo de Palchi nella nuova collana della Mondadori dedicata ai «poeti nuovi» nel 1967: Sessioni con l’analista, che riunisce le poesie scritte nel decennio precedente.

A rileggere oggi le poesie di de Palchi risalta la modernità del suo linguaggio poetico. Forse nessun altro linguaggio poetico degli anni sessanta ha l’immediatezza e l’incisività quasi brutale del linguaggio di de Palchi, al cui confronto sbiadiscono anche gli esperimenti linguistici dei “novissimi”.

 

Però, però…

 

sono cinquanta anni che in Italia si è smesso di pensare sulla poesia, i poeti di questi ultimi cinquanta anni si sono dimostrati non all’altezza del compito che la Musa aveva messo sulle loro spalle, si sono limitati a fare poesia dell’immediatezza, hanno ricominciato a parlare di Bellezza, di Musica, di Ispirazione, di Grazia, di Mito, di mini canoni… etc, in realtà ciascuno si faceva i fatti propri con il proprio corteo privato di sostenitori e apprendisti, con tanto di benedizione di un pensiero estetico acritico.

 

La «nuova ontologia estetica» vuole essere questo. Per chi ancora non l’ha ben compreso, vuole rimettere in moto il pensiero critico, vuole rimettere in moto il linguaggio poetico…
Il limite della impostazione culturale della critica di Fortini e di Pasolini alla poesia del loro tempo è che guardano il reale con occhiali ideologici, vedono il problema poesia in termini di linguaggio, in termini di interventismo sul linguaggio, come se il poeta fosse «fuori» del linguaggio e fosse possibile operare una manipolazione, un intervento sul linguaggio dal di «fuori». quando invece il poeta si trova «sempre» «dentro il linguaggio» e che non è possibile alcuna «manipolazione o interventismo» sul linguaggio per chi si trova già «dentro» il linguaggio.
È questa la novità concettuale introdotta dalla «nuova ontologia estetica», la consapevolezza che noi siamo sempre e comunque «dentro il linguaggio» e non possiamo uscirne mai e per nessuna ragione.

 

E comunque, noi della «nuova ontologia estetica» riteniamo ancora valido il principio espresso da Fortini negli anni sessanta:

 

«Spostare il centro di gravità del moto dialettico dai rapporti predicativi (aggettivali) a quelli operativi, da quelli grammaticali a quelli sintattici, da quelli ritmici a quelli metrici (…) Ridurre gli elementi espressivi».

 

Giorgio Linguaglossa

René Magritte, autoritratto

 

Jurij Tynianov si opponeva a una concezione evolutiva della letteratura

 

che procede per salti e per spostamenti piuttosto che secondo uno sviluppo uniforme. In ogni genere, osservato a un dato momento, si distinguono tratti fondamentali e tratti secondari. E sono proprio i tratti secondari, i risultati e le deviazioni «casuali», anche gli errori che producono nella storia dei generi mutamenti più cospicui da annullarne in certa misura la continuità. Si può parlare di continuità per la nozione di «estensione», che oppone le «grandi forme» (romanzo, poema, racconto lungo) alle piccole (racconto breve, poesia), e di continuità per i «fattori costruttivi» (per esempio, il ritmo nella poesia e la coerenza semantica – trama – nella prosa) o per i materiali; ciò che cambia è ben più importante per la individualità del genere: è il principio costruttivo che fa utilizzare in modi sempre nuovi i fattori costitutivi e i materiali.

 

Gli spostamenti e le mutazioni all’interno di uno stesso genere,

 

mettiamo, la poesia, sono molto importanti per comprendere come a volte delle piccole novità conseguite in periferia (il caso Alfredo de Palchi con Sessioni con l’analista è manifesto) o presso delle riviste sconosciute (“Officina” di Pasolini, Leonetti e Roversi e ci metto anche “L’Ombra delle Parole”) possano avere ripercussioni, per vie sotterranee, sulle linee maggioritarie della poesia del secondo Novecento, espressioni delle due più grandi città italiane: Roma e Milano. Ecco allora che la spinta al rinnovamento avviene spesso, anzi, quasi sempre, per il concorso di circostanze anche fortuite: tipo una rivista (oggi telematica) che riunisce intelligenze di varia provenienza come L’Ombra delle Parole.

 

Riporto una osservazione di George Steiner:

 

«ritengo supremamente difficile parlare sensatamente di un dipinto di Jackson Pollock o di una composizione di Stockhausen […] Il mondo delle parole si è contratto. Non si può parlare dei numeri transfiniti se non in termini matematici; non si dovrebbe, propone Wittgenstein, parlare di etica o di estetica nell’ambito delle categorie attualmente disponibili del discorso […] Vasti settori del significato e della prassi appartengono oggi a linguaggi non verbali quali la matematica, la logica simbolica e le formule della chimica o della relazione elettronica. Altri settori appartengono ai sottolinguaggi o antilinguaggi dell’arte non oggettiva e della musique concrète. Il mondo delle parole si è contratto. Non si può parlare dei numeri transfiniti se non in termini matematici…».1]

 

1] George Steiner Linguaggio e silenzio 1958 trad. it. 1972, Rizzoli, p. 40

 

Giorgio Linguaglossa

G. Steiner: le parole stesse sembrano aver perso in parte la propria precisione e vitalità

 

George Steiner ha scritto:

 

«il fatto che l’immagine del mondo si stia sottraendo alla presa comunicativa della parola – ha avuto la sua influenza sulla qualità del linguaggio. A mano a mano che la coscienza occidentale si è resa più indipendente dalle risorse del linguaggio per ordinare l’esperienza e dirigere il lavoro della mente, le parole stesse sembrano aver perso in parte la propria precisione e vitalità. So bene che questo è un concetto controverso. Presume che il linguaggio abbia una “vita” sua in un senso che va oltre la metafora…».1] La poesia deve albergare nei sobborghi della «zona oscura», dell’impronunciabile, avendo cura di mantenere la distanza, abitare la distanza e la lontananza, custodirle come il più intimo dei segreti.

 

Steiner vuole dire un concetto molto importante: l’immagine del mondo nel linguaggio si è indebolita, il mondo si sta sottraendo al linguaggio, il linguaggio non rappresenta e non può più rappresentare tutta la complessità e variabilità del mondo…di qui all’oblio della memoria che il linguaggio avrebbe di sé il passo non è poi molto lungo… ma il discorso poetico, proprio perché libero dall’utile, ha la capacità di mantenersi a giusta distanza dei sobborghi del «segreto» dell’ente, quel «segreto» che non può essere avvicinato dalla lingua di relazione ma che la lingua di relazione contiene in sé come possibilità inespressa, che diventa espressa nell’evento della forma-poesia, in quell’atto di compromissione senza compromessi che contraddistingue la dizione poetica.

 

Potremmo dire così, che la dizione poetica è quel tipo di linguaggio che ci avvicina di più all’extra linguistico, al non tematizzabile linguisticamente, a ciò che resta di una esperienza che sta fuori dall’ambito linguistico. Con le parole di Derrida: «Perché io condivida qualcosa, perché comunichi, oggettivi, tematizzi, la condizione è che ci sia del non-tematizzabile, del non-oggettivabile. Ed è un segreto assoluto, è l’absolutum stesso nel senso etimologico del termine, ossia ciò che è rescisso dal legame,, staccato, e che non si può legare; è la condizione del legame sociale, ma non lo si può legare: se c’è dell’assoluto, è segreto».2]

 

1] George Steiner Linguaggio e silenzio (1958), Rizzoli, 1972 p. 41
2] Jacques Derrida, Ho il gusto del segreto, in Jacques Derrida e Maurizio Ferraris, Il gusto del segreto, Laterza, Bari, 1977 p. 51

 

Giorgio Linguaglossa

 

26 settembre 2017 alle 12:21

 

Montale scrive in Satura (1971) appena 4 anni dopo l’uscita del primo libro di Alfredo de Palchi Sessioni con l’analista (1967), queste parole:

 

«Incespicare, incepparsi / è necessario / per destare la lingua / dal suo torpore. / Ma la balbuzie non basta / e se anche fa meno rumore / è guasta lei pure. Così / bisogna rassegnarsi / a un mezzo parlare»…

 

Montale scrive una «poesia del dormiveglia», cinico-scettica, come è stata battezzata ma con l’animus di chi ha perduto la fede nella sua antica «sartoria teatrale»: «La mia Musa è lontana», è uno «spaventacchio»; «La mia Musa ha lasciato da tempo un ripostiglio/ di sartoria teatrale; ed era d’alto bordo/ chi di lei si vestiva». Montale si attrezza a scendere dal palco dell’idioma illustre per adottare il vestito linguistico democratico, demotico, giornalistico:

 

La mia Musa è lontana: si direbbe
(è il pensiero dei più) che mai sia esistita.
Se pure una ne fu, indossa i panni dello spaventacchio
alzato a malapena su una scacchiera di viti.
Sventola come può; ha resistito a monsoni
restando ritta, solo un po’ ingobbita.
Se il vento cala sa agitarsi ancora
quasi a dirmi cammina non temere,
finché potrò vederti ti darò vita.
La mia Musa ha lasciato da tempo un ripostiglio
di sartoria teatrale; ed era d’alto bordo
chi di lei si vestiva. Un giorno fu riempita
di me e ne andò fiera. Ora ha ancora una manica
e con quella dirige un suo quartetto
di cannucce. È la sola musica che sopporto.

 

Il nostro intendimento è semplice: noi vogliamo rimettere in piedi la poesia italiana del Dopo Satura. Riprendiamo quindi il filo del discorso che si è spezzato dal 1967 anno di pubblicazione del libro d’esordio di de Palchi, Sessioni con l’analista, e ripartiamo da lì. L’obiettivo della Nuova Ontologia Estetica è questo per chi non l’abbia ancora compreso: rimettere in piedi la poesia italiana, noi non siamo i sacerdoti della sacra Musa, fare i sacerdoti non è il nostro mestiere. Riprendiamo il filo del discorso da dove Fortini ce lo aveva consegnato:

 

«Spostare il centro di gravità del moto dialettico dai rapporti predicativi (aggettivali) a quelli operativi, da quelli grammaticali a quelli sintattici, da quelli ritmici a quelli metrici (…) Ridurre gli elementi espressivi».

 

Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa

 

Gino Rago

 

26 settembre 2017 alle 9:53

 

Un nuovo “linguaggio critico” per la Nuova Poesia Italiana del frammento, della poesia degli stracci e mitopoietica, neoconcreta e ultronea

 

Irrompendo nella storia dell’arte i Capogrossi, gli Hartung, i Mathieu, gli Scanavino (arte segnica e gestuale, nella pittura contemporanea) e poi i Burri (pittura materica), i Pollock, i de Kooning, i Francis (pittura d’azione), senza dimenticare i Fontana e gli Scialoia (pittura spaziale) e i Dorazio (pittura neoconcreta e arte cinetica), se niente hanno fatto, hanno costretto la cosiddetta ‘critica d’arte’ a rivoluzionare quanto meno il lessico nel nuovo gergo critico, e non tutti i critici d’arte furono trovati pronti…

 

Perché si comprese ob torto collo che non si potevano applicare alla pittura contemporanea gli schemi, i paradigmi, le misure che si usavano per quella ‘antica’ usando espressioni, anche abusate, come “bella materia”, “ricco impasto”, “variopinta tavolozza…”, “agili pennellate”, “delicati arabeschi” di fronte a cenci raggrumati, lamiere contorte, tele tagliate.

 

Eppure a lungo, errando clamorosamente, alcuni interpreti d’arte non furono inclini ad abbandonare quel “linguaggio critico” che se si addiceva ancora all’arte di ieri, inadatto appariva a quella contemporanea…

 

Temo che la “critica letteraria” abbia lo stesso problema oggi di fronte alla «nuova poesia» che viaggia, con un suo moto interno inarrestabile verso un nuovo baricentro, sotto la sigla di poesia della NOE, con tutti i nomi già precedentemente elencati cui va aggiunto quello di Giuseppe Talìa.

 

È come se il critico d’arte si attardasse a parlare ancora di “accordi di colore” di fronte a un’opera di Klein tutta azzurra o dinnanzi a “una superficie irsuta di chiodi o seminata di fori e di tagli inflitti alla tela” (Dorfles) d’un Lucio Fontana….

 

Estemporaneamente ho steso queste mie meditazioni stimolato dalle riflessioni di Giorgio Linguaglossa sulla “Vergine degli stracci” di Michelangelo Pistoletto (1967) a proposito dei versi miei di Collage (Poesia fatta con gli scampoli), proposti alla lettura dei colti e fedeli frequentatori de L’Ombra delle Parole qualche giorno addietro.
E se da un lato mi rincuora la con-divisione dichiarata da Giorgio Linguaglossa nel suo commento di allora, dall’altro (ahinoi) tale condivisione conferma i miei timori su una critica letteraria non in grado d’attrezzarsi del giusto ed efficace armamentario interpretativo fondato su un nuovo, appropriato “linguaggio critico”.

 

Lo segnalarono assai criticamente ( anche in forma risentita) alcuni maestri di Estetica negli anni ’60 del Novecento, fra cui Gillo Dorfles, riferendosi alla incapacità di certa critica di cogliere i segni del nuovo gusto estetico contemporaneo.

 

E proprio Dorfles, in un suo memorabile pezzo, poi ospitato in “Ultime tendenze dell’arte oggi”, così si espresse: «Queste opere come il Cancello di Mirko alle Fosse Ardeatine, certe grandi plastiche di Franco Garelli a Torino, di Berto Lardera a Rho, di Barbara Hepworth dinnanzi a Staten House di Londra, gli immensi graffiti e rilievi di Costantino Nivola a Chicago e Boston, la pareta metallica intagliata da Lassaw in una banca di Skidmore a New York, ormai ben note, sono le nostre “Stanze del Vaticano”, le nostre “statue-colonne” di Chartres…».

 

 

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