Poesie di Zbigniew Herbert, Letizia Leone, Raymond Carver,  Alfonso Cataldi, Carlo Bordini, Fritz Hertz, (Francesca Dono), Lidia Popa, Luciana Vasile, – Riflessioni di Giorgio Linguaglossa, Gaio Valerio Pedini – La Poesia dei poeti esistenzialisti della nuova ontologia estetica

 

Giorgio Linguaglossa

Giorgio Linguaglossa

 

Due poesie di Zbigniew Herbert (1924-1998)

da L’epilogo della tempesta, Adelphi, a cura di Francesca Fornari, 2016

 

Un cuore piccolo

 

il proiettile che ho sparato
durante la grande guerra
ha fatto il giro del globo
e mi ha colpito alle spalle

 

nel momento meno opportuno
quand’ero ormai sicuro
di aver dimenticato tutto
le sue – le mie colpe

 

eppure come gli altri
volevo cancellare dalla memoria
i volti dell’odio

 

la storia mi confortava
io combattevo la violenza
e il Libro diceva
– era lui Caino

 

tanti anni paziente
tanti anni inutilmente
ho pulito con l’acqua della pietà
la fuliggine il sangue le offese
perché la nobile bellezza
il fascino dell’esistenza
e forse persino il bene
dimorassero in me
eppure come tutti
desideravo tornare
alla baia dell’infanzia
al paese dell’innocenza

 

il proiettile che ho sparato
da un piccolo calibro
nonostante le leggi di gravitazione
ha fatto il giro del globo
e mi ha colpito alle spalle
come volesse dirmi
che niente e nessuno
sarà perdonato

 

e così adesso siedo solitario
sul tronco di un albero tagliato
nel centro stesso
della battaglia dimenticata

 

io ragno grigio intesso
riflessioni amare

 

su una memoria troppo grande
su un cuore troppo piccolo

 

Preghiera

 

Padre degli dèi e tu Hermes mio patrono
ho dimenticato di chiedervi – e adesso è ormai tardi –
un dono grande
e così imbarazzante come una preghiera
per pelle liscia capelli folti palpebre a mandorla

 

che accada
che tutta la mia vita
entri per intero
nel cofanetto dei ricordi
della contessa Popescu
su cui è raffigurato un pastore
che al limitare di un querceto
soffia dallo zufolo
un’aria perlata

 

e il disordine dentro un gemello
il vecchio orologio paterno
un anello senza la pietra
un binocolo marinaio ripiegabile
lettere essiccate
una scritta dorata su una tazza
che invita alle terme
di Marienbad
una barra di ceralacca
un fazzoletto di batista
segno della resa di una fortezza
un po’ di muffa
un po’ di nebbia

 

Padre degli dèi e tu Hermes mio patrono
ho dimenticato di chiedervi
mattini pomeriggi sere frivole e senza senso
poca anima
poca coscienza
una testa leggera

 

e un passo danzante

  

Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa

 

Giorgio Linguaglossa  25 maggio 2018 alle 7:53

 

Non è Aristotele che nel De memoria sostiene che gli umani sono: «coloro che percepiscono il tempo, gli unici, fra gli animali, a ricordare, e ciò per mezzo di cui ricordando è ciò per mezzo di cui essi percepiscono [il tempo]»?. Dunque, possiamo dire che la Memoria sarebbe una funzione della coscienza del tempo. Anzi, dopo Heidegger si dovrebbe parlare di una funzione della temporalità nel suo rapporto con l’esserci, la nostra esistenza si situerebbe negli interstizi tra le temporalità dell’esserci. La temporalità immaginaria e quella empirica. Meister Eckhart ci ha parlato del «vuoto» quale esperienza interiore essenziale per accedere alla dimensione spirituale, ovvero, fare «vuoto» come distacco dai propri contenuti personali per poter accedere ad una dimensione più vera e profonda.

 

È da qui che ha inizio la riflessione poetica dei poeti nuovi dei poeti esistenzialisti della nuova ontologia estetica, dal punto di congiunzione tra temporalità e memoria. Quel punto opaco, insondabile dove hanno avuto luogo gli eventi significativi, paradossalmente opachi, quei momenti di lacerazione dell’esistenza che noi percepiamo distintamente attraverso la lente della memoria. Ma che cosa sia quella lacerazione e che rapporti abbia con la memoria, è davvero un mistero.

 

Bene illustrano questa condizione spirituale i tropi adottati dalla nuova ontologia estetica, in particolare i concetti di disfania e di diafania, in una certa misura, concetti gemelli che indicano il «guardare attraverso» della diafania e il «guardare tra» della disfania. La parola poetica si situerebbe dunque «tra» due manifestazioni (Phanes è il dio della manifestazione visibile, la luce,) e «attraverso» esse. È in questo guardare obliquo, in diagonale che si situa il discorso poetico della «nuova ontologia estetica», dove il tempo dello sguardo indica la temporalità dell’esserci.

 

La metafora è il non identico sotto l’aspetto dell’identità.

 

I grandi poeti lavorano incessantemente per tutta la vita attorno ad alcune poche metafore, ma per giungere alle metafore fondamentali occorre un pensiero poetico che speculi intorno alle cose fondamentali, ecco perché soltanto il pensiero mitico riesce ad esprimersi in metafore, perché nel mito la contraddizione e la metafora sono di casa e tra di esse non c’è antinomia e una medesima legge del logos le governa. In questa a quartina di Zbigniew Herbert è rappresenta una metafora fondamentale:

 

il proiettile che ho sparato
durante la grande guerra
ha fatto il giro del globo
e mi ha colpito alle spalle

 

perché istituisce una contraddizione assoluta che soltanto la metafora assoluta può racchiudere, dove l’assurdo della denotazione collima con il rigore del pensiero intuitivo. Nella metafora viene immediatamente ad evidenza intuitiva l’eterogeneo e il contraddittorio che permea l’esistenza quotidiana degli uomini. «Veri sono solo i pensieri che non comprendono se stessi», scrive Adorno in Dialettica negativa, assunto che viene invalidato dal pensiero della communis opinio ma che è inverato dall’esperienza della metafora nella poesia, dove essa si rivela essere un concentrato di impossibilità drasticamente verosimile ed immediatamente intuitiva.

 

T.W. Adorno, Dialettica negativa, Verlag, 1966, trad. it. Einaudi di Carlo Alberto Donolo, 1970 p. 42

 

Giorgio Linguaglossa

Alfonso Cataldi

 

Alfonso Cataldi   25 maggio 2018 alle 10:23

 

Sinestesie

 

Eravamo tra i minimi discorsi nel bar di via Carfagna
quando l’altro mio alter ego prende il largo.
S’inalbera ed esce, sbattendo la porta.

Così un gruppo di tedeschi litigioso

 

si siede al tavolino
in pieno centro urbano
e continua la nostra discussione.

 

Giacomo sveglia l’intero vicinato strillando
«il pezzo-schizo» di Jannacci
davanti lo skyline che muta
intorno a Porta Nuova:

 

“Giacomo ha fame. Paninutto!!”

 

Una mamma mette in pausa l’ultimo tutorial pubblicato su Donna Moderna.

Si domanda se ha una faccia in più
oppure in meno
l’origami
strapazzato tra le dita.

 

Il maestro Robert J. Lang dice di ritenere la questione troppo ingenua
la ripiega nello stipo dietro gli accadimenti di giornata
da stivare in poco spazio
tra i satelliti
del punto-vita.

 

 

Giorgio Linguaglossa

Luciana Vasile a dx e Steven Grieco Rathgeb a sx Laboratorio de L’ombra delle Parole, 2017

 

Luciana Vasile, Una poesia da Libertà attraverso Progetto Cultura, 2018 pp. 90 € 10

 

Luciana Vasile è nata a Roma è architetto. Per il verso del pelo è il suo primo romanzo, del 2006. È presente in Lo sguardo senza volto 11 poeti del disincanto, 2008, volume antologico, a cura di Donato Di Stasi. Danzadelsé – Ho ballato per Paparone e altre storie, 2012. Ha pubblicato Libertà attraverso… (2018). This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it. – http://www.lucianavasile.it

 

*

 

Ciò che resta al fondo della questione stilistica nella poesia di Luciana Vasile è la narratività, lo specchio opaco dell’«io» poetico, il calco mimetico che ha preso il modello narrativo ad icona della propria procedura.

 

Luciana Vasile accetta l’io narrante, posiziona i linguaggi allo stato di radura narrativa, li riposiziona in «uno spazio interiore come prima e unica palestra» dell’io narrante con il risultato di ritrovarsi tra le mani un continente magmatico, «le emozioni e i sentimenti che attivano l’intelligenza del cuore», di qui si apre la via che conduce a «Eros, Filìa, Agape» che rappresentano le tre sezioni in cui è diviso il libro. Il medium narrativo si nutre di una metricità/narratività diffuse, una koiné linguistica che, un tempo lontano nel lontano Novecento, a monte e a valle aveva il retroterra di un linguaggio poetico frutto di una convenzione, di un patto, di un concordato, insomma, di una contratto-tregua tra i linguaggi poetici. Voglio dire che anche la neoavanguardia si muoveva in una direzione certa: la messa in discussione degli altri canoni poetici e della tradizione post-ermetica; oggi invece non c’è più alcun canone da mettere in discussione, tutti i canoni convivono e non collidono affatto, non c’è più attrito tra i registri semantici e lessicali nella poesia odierna. La traiettoria lungo la quale si muove questo libro, oltre ad essere chiaramente indicata, è anche volutamente «tradita» dall’autrice la quale marca, a suo vantaggio un punto importante, che accetta la poesia di impianto privatistico. Ed è perfino ovvio che, a monte e a valle, cioè ai giorni nostri, il discorso poetico della poetessa romana non può non ricalcare, nella sua struttura formale-linguistica, la crisi di identità dell’io narrante.

 

(Giorgio Linguaglossa)

 

*

 

Sul parapetto il ventre schiacciato
solido il tuo corpo da dietro aderiva
mi avvolgeva. Coperta di gioia. Mantello di vita

 

Nuovo, in fiume scorreva per noi
Complice di amanti il ponentino soffiava
strisciava sul pelo dell’acqua
spezzando la figura di luce sdraiata
di alti lampioni, sentinelle di giorni preziosi
alla ricerca di un senso, di un dove
Scomponeva e ricomponeva
bagliore vivo di anime intersecate
di emozione tremule
che si specchiavano nella condensa
della magica notte nella nostra estate romana

 

Poi, sono partita

 

ora qui, nel rovescio del mondo
questa volta, non sono più sola
il tropico bolle. Il vento corre altrove
fende impetuoso i duri sentieri
solleva la polvere delle miserie
scompiglia assetato di bene, i pensieri

 

Ascolti con me, nell’alba che nulla promette
i galli che gridano le disgrazie di un popolo
per il quale a volte, sembra quasi, migliore la morte
Dividi con me, le strade sterrate
i sobbalzi del carro, le lunghe mattine assolate
Su volti rassegnati e rugosi, insieme leggiamo
i perché ed i come di una vita di stenti
offerti nel canto sincero che dal punto più basso
raggiunge la fine del cielo

 

Insieme, aiutare sarà forse più facile?
Insieme, faremo qualcosa per loro?
Insieme, sapremo moltiplicare l’amore
incontrare altri amici, continuare in un coro?
stringi la mia mano, camminami accanto
e non solo nei battiti vivaci del cuore
la felicità detiene un primato
solo si tocca… se si costruisce
comincia dall’uno, dal poco

 

È il tutto che posso, il poco che ho

 

Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa

 

Letizia Leone  24 maggio 2018 alle 17:29

 

 Cari amici, accolgo con piacere l’invito di Mario Gabriele ad arricchire di testi e poesie il vivace dibattito sul concetto -storicamente orientato- di nuovo in poesia. E viste le interessanti proposte poetiche pubblicate vorrei ripartire da quei libri falliti, mancati, abbandonati da anni, scritture che sembrano non appartenerci più…tra queste ho ritrovato una raccolta di Madrigali (Fiori in scatola) di circa una ventina di anni fa che ho cominciato a trattare come materiale di riuso. Vi allego la prima versione in forma metrica di madrigale cinquecentesco in settenari ed endecasillabi e il nuovo rifacimento. Ma il cantiere è aperto e i lavori sono in corso e richiedono tempo…

 

Prima versione:

 

Sfoga una illumine
malia dalle cedraie
dell’Atlante. Quel poco suono agro
di liquide nel sillabare ce- dra-ie
va ad allegrare a colmare tazze.
Ma non basta al trionfo d’agrumi un vaso
serve un cratere. E qui le scorze piene.
Scorza, spugna del conforto su tempia
dell’avvampato morto!
Topazio sulle carni a dare freddo
e inerzia a questo strazio di ce dra ie
tra i denti, l’ultima granita paglia
di fiato già nella via
del verso aridamente…

 

Ultima riscrittura:

 

Antico allegrare. Colmare tazze.
Trombe al trionfo d’Agrumi. «Ombre
dell’Armonia resuscitata? Assurdità.
Paradosso. Illusion. Il demodé…»
Dall’avvampata cedraia
crateri di cicche e scorze del midollo.
Spugne del conforto sulla tempia
e topazio. Fare freddo sulla carne.

Inerzia a questo strazio di ce-dra-ie
di legno agro. «Beve qualcosa?»
L’ultima granita paglia di cedro. Spina e
ascia di guerra tra i denti aridamente.

 

Giorgio Linguaglossa   24 maggio 2018 alle 18:58

 

cara Letizia,

 

la «nuova ontologia estetica» è un pensare l’arte in conformità con la caduta del Fondamento, un pensare il pensiero di un’arte che abbia in sé la forza che deriva dalla sua intima debolezza.

Da questo punto di osservazione, la prima versione è tipica di una impostazione «musicale», sinfonica, pentagrammatica, una poesia costruita con l’orecchio e l’occhio alla tradizione italiana della nobiltà denominativa dell’idillio e dell’elegia; la seconda versione mi sembra nettamente più avanzata: i punti stigmatizzano degli stop ma senza i «go», sono stop e basta; la poesia è costipata di questi «stop», come per arrestare l’originaria fluenza musical-pentagrammatica, ma, certo, le riscritture spesso sono possibili solo fino ad un certo punto; e infatti, a mio avviso, non è possibile emendare oltre questi madrigali che sono nati tali e non possono essere tradotti in altro da sé.

 

L’esistenzialismo della nuova ontologia estetica è un esistenzialismo criticamente corretto, prende congedo dalla «verità» e dal suo involucro musicale, l’esistenza diventa un valore «posizionale», «prospettico»… la nuova poesia si pone come allestimento di un palcoscenico in cui la «verità» può essere chiamata in causa ed elusa, tradita e tradotta in un’altra lingua in quanto non esiste né mai è esistito un linguaggio della «verità», né potrebbe mai esistere, pena la coincidenza tra il «nome» e la «cosa». Solo il discorso totalitario si presenta come coincidenza tra il «nome» e la «cosa», o il discorso imbonitorio dei poeti idillici, caparbiamente intonsi. Della «verità» non ci restano neanche le tracce, neanche echi, tanto meno orme, impronte, ombre… la verità è un dileguantesi, si rivela nell’atto del dileguarsi in quanto si svolge nel tempo, è dotata di temporalità, è essa stessa un valore temporale, posizionale. L’arte moderna rappresenta l’oblio della verità e l’oblio della memoria. È questo, credo, il suo enigma.

 

 Letizia Leone  24 maggio 2018 alle 20:45

 

 Grazie come sempre Giorgio della tua lettura analitica e chiarificatrice. Qui il riuso dei materiali è parte di un ripensamento critico e di uno smontaggio/rimontaggio linguistico su due “forme” in disuso, anacronistiche e obsolete: il madrigale e il fiore. Due simulacri oppure stereotipi letterari esauriti (poeticamente parlando). Ma penso che quei madrigali non debbano essere emendati ma affiancati da una ri-scrittura di secondo grado che diventi un ipertesto del primo. Un meccanismo di scritture ad incastro che evidenzi i salti “ontologici”. Ma è tutto in fieri…chissà.

 

Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa

 

Tre poesie di Fritz Hertz (Francesca Dono)

 

l’odore del bollito

 

Dividiamo l’odore del bollito
In parti uguali I compiti
Dei bambini riposano sotto l’aculeo di una piccola
lampada
Di fronte alla nostra casa
Hanno messo macigni di eliopropo
Ben schiacciato
Ci somigliamo tutti
Mentre la cena si serve dalla pentola annerita sopra ogni piatto
Lalie è ferma in penombra Da qualche minuto
Il verso della civetta ai lati diunafreddaustione
De Chirico scivola dal suo ritratto
Per lavarsi le mani Nel sonno

 

Quindi hai preso l’ombrello?

 

 Quindi hai preso l’ombrello ?
Hai cambiato la gonna sporca?
E’ tutto lì
Prima il cappotto e le chiavi poi
Il perno dell’ombra che varia
dentro le vecchie scarpe
Devi stare attenta tesoro…
Le brutte orche svolazzano in aria
Fuori piove bruciato

 

-in entrambi i casi-

 

In entrambi i casi si amano
Lui genera con mani esperte la quantità esatta
dei porcospini
Lei
durante
l’inverno
addestra
gli aculei
quale coach
per l’altra cucciolata
Gradualmente
un disegno
netto e circolare
l denti sono stati vaccinati per la rabbia
Con loro due
e nella massa del branco
precipito davanti a tutti i pianeti

 

Giorgio Linguaglossa

da sx G. Linguaglossa, Lidia Popa, S. Caronia, R. Piperno, Roma, Presentazione del libro dell’autrice,
maggio 2018 Biblioteca Nelson Mandela

 

Uno “scaffold” verso il cielo

di Lidia Popa   24 maggio 2018 alle 20:34

 

Accolgo la proposta di Mario Gabriele e spero di essere ad altezza con la mia proposta poetica inedita.

 

C’è un’essenza che sfugge a noi stessi
come un flash di un fotogramma non importante per la vita.
La lasciamo andare senza sprecare il fiato,
inutile affanno in questo modo capovolto,
piatto, svestito senza pudore.
Niente di sensazionale da poter coinvolgermi un minimo nervino.
Sputo sul marciapiede come un barbone schifato dalla vita,
dopo aversi ingoiato un barattolo di barlume.
Cammino verso l’ignoto come una sprovvista
di lenti a contatto per il mondo esteriore.
Erano anni che non mi caricavo di tanta indifferenza
abituata a pagare nella stessa moneta.
Ora sono un viaggiatore verso l’ombelico della terra
e, non mi è chiaro il tragitto.
Stufa di sentire notizie dei carretti del mare pieni d’immigrati,
suicidi, omicidi, e mille cose disastrose per attirare attenzione,
usare innocenti per stupire.
Se inventassero programmi per diffondere più cultura, non fa per loro?
Ecco perché incrocio sempre i passi con gente inconsapevole
che dell’acuità mentale non conosceva essenza.
Un patibolo di “major overhaul” sarebbe necessario e non “overtake ever”.
In questo mondo dove sacchetti di denaro si spartiscono nei vertici,
concorrendo solo a chi acchiappa di più, non mi sento di vivere.
Cosi mi costruisco uno “scaffold” verso il cielo
per sopportare serena i “scrapes” degli strafalcioni
che sorridono ogni giorno aldilà della vetrata in cristallo con vista mondo.

 

Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa

 

Una prosa poetica di
Carlo Bordini dove ci sono molti oggetti, da Assenza, 2016

 

Una festa da ballo

 

Una strada di notte. Una piccola corte circolare. Un portone borghese. Portineria con vetri, il portiere sonnecchia leggendo il giornale. Il portiere ti guarda mentre passi con suole felpate. Una scala, una porta, un’anticamera. Cappotti oh cappotti. Fasci di luce attraversano l’oscurità. Coppie ballano abbracciate tra la musica. Vecchia stanza di stile……Grotteschi? Disco suona vecchia aria sensuale.

 

Coppie ballano come orsi. Donne portano odore di postribolo. E reggono piattini colmi di tazzine da caffè. E’ il punto. Gruppi di persone cicaleggiano tra di loro giacca panino giovane, a quadretti. Si avvicinò nella sala. Chi racconta, chi parla? Chi sussurra? Chi ode, chi voce, chi dice? Mi circondano. Si gira imbarazzato per la sala. Il grammofono è nell’ombra. Chi?… Ah, tu. Un panino. Un grosso panino in bocca lo soffoca, non può parlare. – Amico mio ti dico che la scienza… –

 

Appartiamoci mio caro con giacca a sparato. E mentre stiamo parlando di vecchi convenevoli…ecco una due ragazze esistono nell’angolo della sala. L’una è bianca con profilo molle di madonna, di gallina. Giovane pupilla guarda inquieta. La conversazione adempie al suo valore di dovere sociale. Quella ragazza stasera tornerà nel letto pensanso con rammarico e inconscia consuetudine, alle gambe stanche, di aver adempiuto al suo dovere sociale. La tristezza dei suoi polmoni, dopo il tè, è un paio di mutande femminili un po’ sporchette. E’ una condannata di rivolgente apprensione delle feste da ballo, i tacchi a spillo, i democratici comuni pretenziosi vestiti a palloncino, la carne troppo debole.

 

Io non volevo accompagnarti amico essi vedi ti seguono noi andiamo tutti i giorni a prendere un caffè da XXX, essi si sono addentrati nella sala dei capelli rossi, è perciò che esso sta dicendo di voler organizzare una nuova straordinaria mostra di meraviglie subacquatiche o irreali, essi sono arrivati nella vasca da bagno, è perciò che tu li vedi, il commerciante disse di non aver bisogno di meraviglie, subacquatiche, poi venne una bionda dai capelli biondi di seta e gli domandò se avrebbe voluto fare un contratto con lei. Egli non sapeva di trovarsi in quella oscura cantina, i rapporti in quella situazione si intrecciavano paurosi e sereni in quella campagna soffusa e riscaldata dal sole. In quella campagna agiva l’eterno dramma umano. Ora essi sono arrivati alla sala delle rappresentazioni, migliaia di archetti brillano sotto i loro occhi io non avrei voluto che questa luce sorda ti pungesse gli orecchi ecco ora il vecchio dei pupazzetti di fil di ferro.

 

Ed ecco oscurità Oscurità. Cara balliamo insieme. Cara mi piacciono moltissimo i tuoi occhi. Non riusciamo ad intenderci. – Vuoi andare vuoi andare? – Vuoi andare vuoi andare vuoi andare vuoi andare? Vuoi andare vuoi andare vuoi andare vuoi andare? Sì no. Vuoi andare vuoi andare vuoi andare vuoi andare Sì no. Sbattere automatico di ciglia. Vuoi andare vuoi andare vuoi andare vuoi andare vuoi andare vuoi andare? Sì no.

 

Una poesia di Carlo Bordini uscita sulla rivista Luvina, della facoltà di lettere dell’Università di Guadalajara, Messico nel 2017

 

Non ho più idee
Da molto tempo non ho più idee.
Sono capace solo di guardare.
Una volta avevo idee.
Adesso le cose sono cambiate a tal punto che non posso più interpretarle con le idee di una volta.
Posso solo guardare.
E pensare: forse il problema è da un’altra parte.
Ma non so da quale parte.
Ma sono convinto che il problema è da un’altra parte.
Per quel che mi riguarda, i messicani potrebbero benissimo invadere gli Stati Uniti.
Non amo gli Stati Uniti. Sono l’oppressione e la guerra.
Ma so anche che la civiltà è fiorita sempre all’ombra della violenza.
Venezia non sarebbe così bella se i veneziani non fossero stati dei figli di puttana.
Inoltre una mia amica (uruguaiana) che una volta ha fatto l’errore di andare in Colombia attraverso Miami,
mi ha detto che lì all’aeroporto sono schifosi ma che i peggiori sono i latinos che sono diventati yanqui.
E allora penso che il problema è da un’altra parte.
Ma non so dove.
O meglio, so dov’è, è chiaro, ma ho paura di dirlo.

 

Giorgio Linguaglossa
Raymond Carver

Tre poesie di Raymond Carver 

con una digressione di Gaio Valerio Pedini:

 

Il minimalismo nasce, si dice, negli Stati Uniti. Nasce? Come se una scuola poetica e artistica possa nascere? Va bene, i critici sono sempre soliti umanizzare la letteratura, quando invece, proprio anche grazie al minimalismo, la letteratura è diventata ciò che -si dice- debba essere: design. Ed è questo il problema, la crisi che la critica millanta.

 

Ma quando si parla di «crisi», non si spiega l’etimologia, si dice «crisi» così senza rendersi conto che poi «crisi» significa scelta, criterio e, forse, necessità. Per andare avanti c’è bisogno di «crisi». Fa un po’ di pulizia nel suo essere fossile. Oggi la crisi è il minimalismo. E per quanto ci possa piacere, dobbiamo renderci conto che è un linguaggio, un modo di pensare, un linguaggio che entra fin da subito nell’archeologia della parola. Il problema dell’emozione – abilmente retorizzata – nel minimalismo è che essa è momentanea, legata al presente e la poesia diviene un luogo comune, uno spazio liquido, subito da gettare.

 

Il minimalismo viene ideato da Gordon Lish, scrittore ed editor della figura centrale per la poesia e la prosa minimale: Raymond Carver. Nella nota biografica su Carver, nel volume Orientarsi con le stelle, edito da Minimum fax, si leggono delle parole raccapriccianti che indirizzano tutta la poetica e l’arte minimale, ovvero «con il suo stile limpido” (vorrei poi sapere che significa stile limpido?) “e la sua attenzione verso la «normalità» esistenziale della gente comune». Mi concentrerei su queste poche parole per delineare tutto il cosiddetto minimalismo, che diviene da dispregio, pregio. «Stile limpido»? Per chi non capisse cosa significhi limpido, per alcuni si dice lineare, per altri retorico, per altri ancora manierista, riconoscibile, ripetibile, copiabile, digitale, intimo, casalingo, facilmente comprensibile. Perché? Perché fa esempi. Situazioni quotidiane, che tutti possono comprendere e in cui tutti si possono ritrovare. Ecco tre poesie di Raymond Carver:

 

Compagnia

 

Stamattina mi sono svegliato con la pioggia
che batteva sui vetri. E ho capito
che da molto tempo ormai,
posto davanti a un bivio,
ho scelto la via peggiore. Oppure,
semplicemente, la più facile.
Rispetto a quella virtuosa. O alla più ardua.
Questi pensieri mi vengono
quando sono giorni che sto da solo.
Come adesso. Ore passate
in compagnia del fesso che non sono altro.
Ore e ore
che somigliano tanto a una stanza angusta.
Con appena una striscia di moquette su cui camminare.

 

Attesa

 

Esci dalla statale a sinistra e
scendi giù dal colle. Arrivato
in fondo, gira ancora a sinistra.
Continua sempre a sinistra. La strada
arriva a un bivio. Ancora a sinistra.
C’è un torrente, sulla sinistra.
Prosegui. Poco prima
della fine della strada incroci
un’altra strada. Prendi quella
e nessun’altra. Altrimenti
ti rovinerai la vita
per sempre. C’è una casa di tronchi
con il tetto di tavole, a sinistra.
Non è quella che cerchi. E’ quella
appresso, subito dopo
una salita. La casa
dove gli alberi sono carichi
di frutta. Dove flox, forsizia e calendula
crescono rigogliose. E’ quella
la casa dove, in piedi sulla soglia,
c’è una donna
con il sole nei capelli. Quella
che è rimasta in attesa
fino ad ora.
La donna che ti ama.
L’unica che può dirti:
“Come mai ci hai messo tanto?”

 

La poesia che non ho scritto

Ecco la poesia che volevo scrivere
prima, ma non l’ho scritta
perché ti ho sentita muoverti.
Stavo ripensando
a quella prima mattina a Zurigo.
Quando ci siamo svegliati prima dell’alba.
Per un attimo disorientati. Ma poi siamo
usciti sul balcone che dominava
il fiume e la città vecchia.
E siamo rimasti lì senza parlare.
Nudi. A osservare il cielo schiarirsi.
Così felici ed emozionati. Come se
fossimo stati messi lì
proprio in quel momento.

 

 

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