Paradigma dello Specchio – Quattordici Poesie per quattordici poeti sul tema dello specchio, a cura di Gino Rago – Poesie di Ezra Pound, Sylvia Plath,  Wislawa Szymborska, Francesca Dono, Kikuo Takano, Donatella Costantina Giancaspero, Letizia Leone, Lidia Popa, Edith Dzieduszycka, Ewa Lipska, Alejandra Alfaro Alfieri, Gino Rago, Annalisa Comes, Giorgio Linguaglossa

 Giorgio Linguaglossa

La tematica dello specchio, insieme a quella dell’identità, svolge un ruolo centrale nella nuova poesia della «nuova ontologia estetica»

 

Quattordici  poeti si confrontano con il Paradigma dello Specchio. La tematica dello specchio, insieme a quella dell’identità, svolge un ruolo centrale nella nuova poesia della «nuova ontologia estetica».  La parola «specchio» deriva da «speculum», ed ha la stessa radice di «speculazione», cioè pensare qualcosa in rapporto ad un’altra. Lo «specchio» ci mette dinanzi agli occhi una immagine nella quale spesso non ci riconosciamo, e ci invita a pensare noi stessi in rapporto a ciò che vediamo riflesso nello specchio. È dal non-riconoscimento che ha inizio la speculazione intorno a ciò che noi siamo e ciò che non siamo; è attraverso l’immagine esterna a noi che possiamo speculare intorno a ciò che siamo o non siamo, perché ciò che noi vediamo di noi è sempre altro da ciò che noi credevamo di sapere…

 

«Lo specchio non capta altro se non altri specchi, e questo infinito riflettere è il Vuoto stesso […]».

 

 (Roland Barthes)

 

Giorgio Linguaglossa

 

  l’immagine allo specchio ci rivela il nostro sembiante come un «gioco» di significanti e di significati, di codici e di geroglifici inscritti tra le pieghe del nostro volto […]

 

Un  contesto di «gioco» nel quale la Parola, nel suo significato, rischia di farsi ambigua.  Da questa ambiguità trae l’origine il  «lutto» e da questo l’ impedimento al pieno dispiegarsi dell’adempimento nel tempo della «Storia».

 

La storia individuale è quindi una ripetizione del «gioco luttuoso» del Trauerspiel, ripetizione infinita della rottura, dell’incongiungibilità di suono e significato, della dif-ferenza tra significante e significato, del permanente rischio di parlare tramite la ciarla.

 

Autotrasparenza e autoriflessività sono due momenti dello «specchio» intorno ai quali ruota la rappresentazione nel Moderno. La rappresentazione si fa rappresentazione di se stessa, si duplica, si mostra nella trasparenza e nel riflesso allo specchio, mostra la propria struttura riflessiva e, nello stesso tempo, mette in atto un rapporto con il soggetto della rappresentazione di cui smarrisce la genesi; il soggetto si mostra «barrato» nella elisione direbbe Lacan* indicando in tal modo la lacuna intorno a cui si costituisce la rappresentazione, lacuna che colpisce, a ritroso, il soggetto, elidendolo. Così, il linguaggio tende al metalinguaggio e l’io tende al meta-io.

 

L’atteggiamento giubilatorio del bambino davanti allo specchio è, per Lacan,  la seduzione dello specchio, la fascinazione in cui si produce quello sdoppiamento nel soggetto per cui l’immagine riflessa diventa l’emblema nel quale il soggetto si riconosce e si identifica. Si è colti in imago prima ancora come persona, si è catturati dall’immagine statuaria che si produce sulla superficie dello specchio. Il corpo è la sede dell’ingovernabilità,  in balia dell’altro e della propria inibizione motoria. Il corps morcelé è l’espressione che Lacan utilizza per descrivere questo stato. Il «corpo-in-frammenti», è l’altro polo di questo processo che detta le regole, da un lato, allo disgregazione del soggetto tra la sua immagine unitaria, ortopedica, come dice Lacan, in cui il soggetto si aliena, e la frammentazione che rivela al soggetto il soggetto.

 

Lo specchio è quel luogo in cui il soggetto scopre la sua alienazione primaria e in cui accade qualcosa che appare nel registro della finzione: la formazione di sé nell’immagine.

 

* M. Foucault, Les Mots et les choses, Gallimard, Paris 1966; trad.it. Panaitescu E., Le parole e le cose, Rizzoli, Milano, 1967 .

 

(Giorgio Linguaglossa)

 

Giorgio Linguaglossa

Lo specchio è quel luogo in cui il soggetto scopre la sua alienazione primaria

 

Niente è più astratto e sfuggente della nostra identità e nello stesso tempo niente è più esposto al giudizio altrui, è più concreto e visibile. A cominciare dal volto, la prima immagine di noi stessi. Da quasi due secoli la fotografia è legata alla nostra stessa idea di identità. Tutti portiamo con noi un documento con il nostro volto e abbiamo fotografie delle persone che più amiamo. Il rapporto emozionale che stringiamo con queste immagini è talmente complesso da farci rifiutare, qualche volta, i nostri stessi ritratti. Non ci riconosciamo, anche se bastano pochi anni per trovare sorprendentemente migliorate fotografie che prima detestavamo. Perché la fotografia è come la memoria: cambia. Non resta immobile, ma si trasforma sulla base della storia di ciascuno e dell’idea che si ha di se stessi.

 

(Ferdinando Scianna, Lo specchio vuoto, Laterza, 2015)

 

 

La creazione sarebbe secondo Jakob Böhme (1575-1624) una sorta di gigantesco specchio, cioè un enorme occhio che è in grado di guardare se stesso.

 

Un gruppo di cosmologi guidato da Julian Barbour, dell’Università di Oxford, ha ipotizzato che all’origine della freccia del tempo non ci sia l’entropia, ma la gravitazione.

 

Il loro modello cosmologico prevede, infatti, l’esistenza di due universi specchio, che evolvono simmetricamente – creando strutture complesse e ordinate, come le galassie, per esempio – a partire da uno stesso stato iniziale caotico, di dimensioni minime e densità massima.

 

Uno dei due universi va quindi in avanti nel tempo, l’altro indietro. Naturalmente non potremo mai incontrare gli ipotetici abitanti dell’universo specchio, perché ognuno percepirà di muoversi verso il futuro, allontanandosi da quello stato caotico primordiale.

 

Le particelle virtuali spesso appaiono in coppie che si annichilano a vicenda quasi istantaneamente. Tuttavia, prima di svanire possono avere un’influenza reale sull’ambiente circostante. Per esempio, i fotoni – i quanti di luce – possono saltare dentro e fuori un vuoto. Quando due specchi sono posti l’uno di fronte all’altro in un vuoto, all’esterno degli specchi possono esistere più fotoni virtuali di quanti ce ne sono nello spazio che li separa, generando una forza apparentemente misteriosa che tende ad avvicinare gli specchi.

 

Questo fenomeno, previsto nel 1948 dal fisico olandese Hendrik Casimir e da allora chiamato con il suo nome, fu osservato per la prima volta con specchi mantenuti in uno stato di quiete. I ricercatori però hanno previsto anche un effetto Casimir dinamico, che si osserva quando gli specchi sono in moto o quando gli oggetti subiscono qualche tipo di cambiamento. Ora il fisico Pasi Lähteenmäki dell’Università di Aalto,  in Finlandia, e colleghi, hanno dimostrato che variando la velocità con cui viaggia la luce è possibile farla apparire dal nulla.*

 

* notizie tratte da  http://www.lescienze.it/news/2013/02/16/news/luce_vuoto_quantistico_particelle_virtuali_fotoni_effetto_casimir_dinamico-1511221/

 

 

Giorgio Linguaglossa

Quello che vedo lo ingoio all’istante

 

 

 

1 Ezra Pound

 

Sul suo viso allo Specchio
“O strano viso nello specchio!
O compagnia ribalda, ospite
sacro, o folle
sconvolto dal dolore, che risposta?
O voi moltitudini che lottate,
giocate e svanite,
scherzate, sfidate, mentite!
Io? Io? Io?
E voi?”

 

 

2 Sylvia Plath

 

Specchio

 

Sono d’argento e rigoroso. Non ho preconcetti.
Quello che vedo lo ingoio all’istante
Così com’è, non velato da amore o da avversione.
Non sono crudele, sono solo veritiero –
L’occhio di un piccolo dio, quadrangolare.
Passo molte ore a meditare sulla parete di fronte.
È rosa e macchiettata. La guardo da tanto tempo
Che credo faccia parte del mio cuore. Ma c’è e non c’è.
Facce e buio ci separano ripetutamente.
Ora sono un lago. Una donna si china su di me
cercando nella mia distesa ciò che essa è veramente.
Poi si volge alle candele o alla luna, quelle bugiarde.
Vedo la sua schiena e la rifletto fedelmente.
Lei mi ricompensa con lacrime e un agitare di mani.
Sono importante per lei. Va e viene.
Ogni mattina è sua la faccia che prende il posto del buio.
In me ha annegato una ragazza e in me una vecchia
Sale verso di lei giorno dopo giorno come un pesce tremendo.”

 

 

3 Wislawa Szymborska

 

Lo specchio

 

Si, mi ricordo quella parete
nella nostra città rasa al suolo.
Si ergeva fin quasi al sesto piano.

 

Al quarto c’era uno specchio,
uno specchio assurdo
perché intatto, saldamente fissato.

 

Non rifletteva più nessuna faccia,
nessuna mano a riavviare chiome,
nessuna porta dirimpetto,
nulla cui possa darsi il nome
“luogo”.

 

Era come durante le vacanze-
vi si rispecchiava il cielo vivo,
nubi in corsa nell’aria impetuosa,
polvere di macerie lavata dalla pioggia
lucente, e uccelli in volo, le stelle, il sole all’alba.

 

E cosi come ogni oggetto fatto bene,
funzionava in modo inappuntabile,
con professionale assenza di stupore

 

 

4 Ewa Lipska

 

Lo specchio

 

Cara Signora Schubert, mi capita di vedere
Nello specchio Greta Garbo. È sempre più simile
A Socrate. Forse la causa è una cicatrice sul vetro.
L’occhio incrinato del tempo. O forse è solo una stella
Che sbraita nel vaudeville locale.

 

 

5 Francesca Dono

 

-allo specchio-

 

lo sconosciuto si guarda allo specchio Poi abbassa le mani
In silenzio Con un pettine indolenzito La posa di altre ombre
Che scivolano dalla cornice per le crepe allineate Sono le nove
Passate Un’eternità Con l’orologio tagliato nel buio Sullo specchio
corrono cavalli selvaggi Un collage sfinito di Dravidi in ginocchio
Nessuno riflette il tempo I pianeti Chi c’è sotto quel volto ustionato?
Nulla di più complicato Il carnefice indossa un fermaglio di ego Ogni
Parola del mondo acquatico
ഇപ്പോഴും ടെമ്പി ദിനങ്ങൾ (Ancora dieci giorni di tombe)
Un cingolato senza nome né polmoni Di nuovo il ritratto scenderà vicino
A te Per l’ennesima mail da inviare agli indirizzi sbagliati Ai lati interi
Degli occhi finti e inestricabili.

 

 

6 Kikuo Takano

 

Chiunque si specchia
Che oggetto triste
hanno inventato gli uomini.
Chiunque si specchia
sta di fronte a se stesso
e chi pone la domanda
è, al tempo stesso, l’interrogato.
Per entrare più a fondo
l’uomo deve fare il contrario,
allontanarsi.

 

 

7 Donatella Costantina Giancaspero

 

Quasi una velatura

 

Quasi una velatura. A settembre, in periferia.
Un pulviscolo insonoro ad attutire le case,
la domenica mattina.

 

Di là, in cucina, il marmo grigio. Una bambina
siede con cura – l’attenzione per l’abito celeste…

 

Ma cadono i ricami – silenziosi alle dita –
dalle forbici scordate oltre lo specchio,

che discorre con lei,

 

pettinando un’onda, al viso opale di ragazza.
Confidando un sorriso, nel tocco rosso di vanità…

 

Giorgio Linguaglossa
Dopo gli specchi […] altri specchi

 

 

8 Letizia Leone

 

(Paradigma dello specchio)

 

Chi è la più bella?
Chiedeva allo Specchio. Buco igneo
Nicchia di raffreddamento di tutte le brame.
E si vedeva al rovescio la matrigna: fanciulla
Nascosta nel futuro.
Ad ogni ora l’Eretica: Chi è la più bella? Chi c’è di là?
Dalla linea che orla questo corpo, il suo Reame.
Veramente, veramente bella…
Rispondeva l’oggetto per eccellenza
Che non è più specchio ma lucernaio, nera lucerna.
Qualcuno disse stella. Addirittura Via Lattea
Per speculum in aenigmate
Spazio liscio che insidia la strega.
Ogni visione aggiunge sogno al sogno
Una che grida nel sonno, ombra, illusione.
Brutta, rispose e si frantumò in mille pezzi e più.

 

Delle nostre voci riempimmo anche i sassi.
L’oratorio dei viventi. I rossi ardenti di velluti e rasi.
Il Decamerone, e non solo fole ma esseri concreti.
Ogni linea nega la via di fuga a questo corpo.
Mio specchio
Brame
Bocca sigillata.

 

 

9 Lidia Popa

 

Arrampicarsi sugli specchi

 

Dopo gli specchi il paradigma di altri specchi 
accanto alla scala mobile. Tutti salgono. Tutti scendono. 
Gli specchi grandi assorbono infiniti atomi.

 

Piedi che camminano per il target del primo posto 
sotto il sole. Un fantasma si scatena nel teatro: 
«Ecco lo specchio dell’ego! Chi rimane più in alto?»

 

Tra terra ed il cielo, i mortali e i divini
reciprocamente connessi come in un cerchio:
la danza è l’anello, enigma di due mondi diversi.

 

Inanella il gioco degli specchi flessuosamente.
Mondana duttilità della cosa di “Saggi e discorsi”
illumina il secolo spropriando l’avvenire.

 

Paralizzano le menti dei geni ottuagenari 
davanti allo specchio riflesso dei giovani corpi 
esposti in ammirazione con muscoli tesi.

 

Ci sono figure sulla scala mobile. Senza sosta.
Tutti salgono per pregare il cielo ad aprire l’ingresso.
Tutti scendono verso la loro ultima tomba.

 

Gli specchi grandi della Serenissima Opera
nell’atrio del Teatro Friburgo degli scienziati,
la voce dell’Ombra: «Gli attimi appartengono a noi?»

 

Un carosello degli specchi e delle idee del primato. 
E se fosse il riflesso sugli specchi a scegliere
chi rimane più in alto, chi sale o chi scende?

 

 

10 Edith Dzieduszycka

 

Lo specchio nello specchio

 

La luce venne accesa
Lo specchio nello specchio
ora si rifrangeva
Una frattura oscena lo deturpava
Rimanere nell’ombra avrebbe preferito
non gli fu dato scelta
A piegarsi costretto
all’infinito quella ferita
avrebbe riflettuto
Altre facce passando
di breve lampo accese
turbavano le acque
prima d’allontanarsi
D’argento non brillava
lo stagno ma di piombo
Scagliate da lontano
le pietre – arme improprie –
cadevano crudeli con grida di dolore
Di sanare lo specchio
nessuno si curava
Le fratture – si sa –
sono pronte a scavare
nel letto addormentato
ferite più profonde.

 

(gennaio 2018)

 

 

11 Gino Rago

 

Un colpo di vento ha capovolto lo specchio

 

Un colpo di vento ha capovolto lo specchio.
Fondo del suo cristallo,
magie d’acqua.
Gli occhi non sono quelli d’allora,
il tempo rimescola correnti.
Dal fondo del lago-cristallo
il corpo riemerge senza forma,
lacerata da lame di spuma.
Lo specchio è l’abisso.

 

L’immagine è scissa in vermi e rughe.

 

Altri pesci guizzano [gli anni passati
ma chi li riconosce?]

 

Tu fondo dello specchio non hai colpe.

 

È l’ultimo guizzo

 

 

12 Alejandra Alvaro Alfieri

 

[Paradigma dello Specchio]

 

I passi.
L’uno è sospinto dall’altro, vanno così
insieme avanti
Secondo il calzolaio ogni suola porta uno
specchio.

 

Qui si riflette la propria vita.
Tutti lungo la strada si affacciano da un
lato diritto all’altro
Quello che rimane indietro fallisce
Te lo ricorda il monologo che parla dietro
la scarpa.

 

Non esiste un tempo che possa attendere
si va in scena senza paradiso.
Ma se soltanto mi fermassi giusto per
aggiustarmi?
Guarderei da vicino per poter capirne di più.
Da lontano uno specchio mi fissa, e si frantuma.

 

l’agonia domina le lacrime di cristallo, cadono in giù.
È’ arrivato il colpevole a riflettersi! – Si guardi
nello specchio rotto, la prego.

 

Fu il passo prematuro, ignoto e immaturo
– non sono stato io!
Passo di fretta ed è rimasta la ferita riflessa
sul petto del mio specchio.

 

Davanti alla salita il vecchio chiede di
sfuggire
a quel riflesso.

 

 

13 Annalisa Comes

 

Specchio

 

Che rimandi oggi?
Chi rimandi a me?
In piedi, in punta di piedi
guardo, controllo, domando.

 

Niente da indossare per i giorni
di festa.
Nessuno spettacolo.
A nessuno il sorriso.
A nessuna – il testimone dell’alba e
della notte.
Specchio, curva, immagine e
fantasma.

 

 

14 Giorgio Linguaglossa

 

Il Signor Posterius

 

sulla sinistra, c’è un vuoto; metto una mano nel vuoto,
faccio un passo in avanti:

 

di fronte ad uno specchio con la cornice bianca
c’è un altro specchio.

 

i due specchi si specchiano nel vuoto,
illuminano il vuoto, specchiano il vuoto che è nel loro interno.

 

sul fondale, c’è una porta,
dietro la porta, una Figura maschile con la giubba nera

 

e bottoni di madreperla
da cui risalta una gorgiera bianchissima

 

bacia sulla gota una dama bellissima
in crinolina bianca.

 

l’uomo sembra di passaggio, forse è lì per caso;
è immobile sulla soglia [dietro la soglia una vampa

 

di luce lo investe alle spalle] forse emersa da un’altra stanza,
o da un corridoio attiguo al bianco del nulla.

 

sta lì, in attesa.
assume una posa, forse osa un passo che non accade,

 

il suo sguardo occupa la scena, e la scena
respinge il suo sguardo.

 

la figura accenna un movimento, che non c’è.
la bellissima dama accenna un inchino, che non c’è.

 

adesso, la Figura è un osservatore distratto
che sta curiosando nelle suppellettili del nostro vuoto

 

semipieno, o pieno semivuoto.
sulla sinistra,

 

c’è un vuoto che abita uno specchio bianco,
dietro lo specchio con la cornice bianca

 

c’è un altro specchio…

 

 

Giorgio Linguaglossa

Gino Rago con Alejandra Alfaro Alfieri, 2018

 

Gino Rago è nato a Montegiordano (CS) il 2. 2. 1950. Da anni vive e opera fra la Sibaritide e Roma  dove si è laureato in Chimica Industriale presso l’Università La Sapienza.  Ha pubblicato le raccolte poetiche L’idea pura (1989), Il segno di Ulisse (1996), Fili di ragno (1999), L’arte del commiato (2005). Sue poesie sono presenti nelle Antologie curate da Giorgio Linguaglossa 28 Poeti del Sud (EdiLazio, 2015), Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Progetto Cultura, Roma, 2016) e nel saggio di Giorgio Linguaglossa Critica della Ragione Sufficiente (Progetto Cultura,  Roma, 2018). È membro della redazione di  L’Ombra delle Parole e collabora con la Rivista Trimestrale «Il  Mangiaparole» [Roma, Progetto Cultura].

 

 

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