Poesie di Charles Simic, Giorgio Linguaglossa, Gino Rago, Letizia Leone, Lidia Popa, Lucio Mayoor Tosi, Mauro Pierno – La scrittura poetica in distici – Commenti e critiche

 

Giorgio Linguaglossa
Foto di Vivian Mayer – Mi sono svegliato nel cuore della notte e ho trovato/ un cavallo silenzioso
accanto al letto

 

 

Charles Simic

 

Nella Biblioteca


                                       per Octavio

 

C’è un libro dal titolo
Un dizionario degli Angeli.
Nessuno in cinquant’anni l’ha più aperto,
Lo so, perché quando lo feci,
La copertina si spaccò, le pagine
Si sbriciolarono. Lì ho scoperto

 

Che un tempo gli angeli erano fitti
Come mosche. Il cielo al tramonto
Era sempre pieno di loro.
Dovevi agitare entrambe le braccia
Per tenerteli lontani.

 

Ora il sole splende
Attraverso le alte finestre.
La biblioteca è un posto tranquillo.
Angeli e divinità rannicchiati
Negli scuri libri non aperti.
Il grande segreto giace
Su qualche scaffale di Miss Jones
L’oltrepassa ogni giorno nei suoi giri.

 

È davvero alta, così tiene
La testa inclinata, come in ascolto.
I libri stanno sussurrando.
Io non sento nulla, ma lei sì.

 

In the Library

 

There’s a book called
A Dictionary of Angels.
No one had opened it in fifty years,
I know, because when I did,
The covers creaked, the pages
Crumbled. There I discovered

 

The angels were once as plentiful
As species of flies.
The sky at dusk
Used to be thick with them.
You had to wave both arms

Just to keep them away.

 

Now the sun is shining
Through the tall windows.
The library is a quiet place.
Angels and gods huddled
In dark unopened books.
The great secret lies
On some shelf Miss Jones

Passes every day on her rounds.

 

She’s very tall, so she keeps
Her head tipped as if listening.
The books are whispering.
I hear nothing, but she does.

 

Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa

[Charles Simic]

 

“Le parole fanno l’amore sulla pagina come mosche nel caldo dell’estate e il poeta è solo lo spettatore divertito.”

 

Letti disfatti

 

“Amano le stanze ombreggiate,
le carte da parati consunte,
le crepe nel soffitto,
le mosche sul cuscino.

 

Se ti viene la tentazione di allungarti,
non essere sorpreso,
non farai caso alle lenzuola sporche,
al raschio delle molle arrugginite
mentre ti metti comodo.

 

La stanza è un cinema buio
dove si proietta
una pellicola sgranata in bianco e nero.

 

Un’immagine sfuocata di corpi svestiti
nel momento della dolce indolenza
che segue all’amore,
quando il più malvagio dei cuori
arriva a credere
che la felicità può durare per sempre.”

 

Charles Simic

 

Il Cavallo

 

Mi sono svegliato nel cuore della notte e ho trovato
un cavallo silenzioso accanto al letto
amico mio, sono felice che tu sia qui, gli dico,
nevica e dovevi avere freddo
solo in quella stalla in fondo alla strada
il contadino e la moglie, tutti e due morti.

 

Ti metto addosso una coperta e vado a vedere
se c’è una zolletta di zucchero in cucina
come quella che in un circo ho visto mettere
in bocca a una cavalla
da un uomo col cilindro, ma ho paura di non trovarti
al mio ritorno, allora è meglio che resti
a farti compagnia qui al buio.

 

[“The Horse”, “Il Cavallo”, una poesia di Charles Simic, tratta dalla sua ultima raccolta “The Lunatic”,Harper Collins Publisher, 2015]

 

Charles Simic

 

 [Sull’incendio della Biblioteca Nazionale di Sarajevo del 25 agosto 1992]

 

“La Biblioteca Nazionale bruciò gli ultimi tre giorni di agosto e la città soffocò nella neve nera.

 

Liberati, i personaggi vagarono per le vie, mescolandosi con i passanti e con le anime dei morti.

 

Vidi Werther seduto accanto ai muri sbrecciati del cimitero; vidi Quasimodo che si dondolava con una sola mano in un minareto.

 

Raskolnikov e Mersault chiacchierarono per giorni nella cantina di casa mia; Gavroche sfoggiò uno stanco travestimento.

 

Yossarian vendeva già provviste al nemico; per pochi dinari il giovane Tom Sawyer si tuffava dal Ponte del Principe.

 

Ogni giorno più fantasmi ed esseri viventi; e il terribile sospetto si confermò quando gli scheletri mi caddero addosso.

 

Mi chiusi in casa. Sfogliai la guida turistica.
E non uscii finché la radio non mi spiegò come avessero potuto tirar fuori tonnellate di carbone dal sotterraneo più profondo della Biblioteca Nazionale bruciata”

 

Nota
L’incendio della Vijecnica, la Biblioteca Nazionale di Sarajevo, 25 agosto 1992

 

“[…]Vijećnica è il simbolo della distruzione di Sarajevo e della Bosnia Erzegovina. Custodiva, prima della guerra, un milione e mezzo di libri, tra i quali 155 000 esemplari rari e preziosi, 478 manoscritti. Era l’unico archivio nazionale di tutti i periodici pubblicati in, o sulla Bosnia Erzegovina.
Dopo tre giorni di rogo, della biblioteca bruciata rimanevano lo scheletro di mattoni e dieci tonnellate di cenere.

 

“Una grande catastrofe culturale”, cosi il Consiglio di Europa ha definito la distruzione della Biblioteca Nazionale di Sarajevo. “La pazzia visibile”, intitolava l’articolo sulla devastazione della Vijećnica, il quotidiano inglese “The Times”.

 

Il 25 agosto 1992, poco dopo la mezzanotte, dalle colline che circondano la città i serbi spararono le prime bombe incendiarie su Vijećnica.

 

La Biblioteca Nazionale fu bersagliata dai cannoni per tre intere giornate. L’accuratezza dei lanci non lasciava dubbi sul fatto che il bersaglio fosse proprio la Vijećnica.

 

Sui vigili del fuoco, sui coraggiosi bibliotecari e sui volontari che, formavano una catena umana nel tentativo di salvare i libri, sparavano i cecchini o le antiaeree. La giovane bibliotecaria, Aida Buturović, perse la vita in quella occasione.

 

“Salvavano solo i libri degli autori musulmani”, affermò un tale Miroslav Toholj, scrittore di Sarajevo, scappato a Belgrado…”

 

Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa

 

 

Giorgio Linguaglossa

 

 dal mio libro La Belligeranza del Tramonto (2006)

 

Giocavano a dadi con i meteci

Un angelo zoppo ci venne incontro
e disse, senza guardarci: “malediciamo il nome di Dio.”

 

Eravamo incomprensibili. Stavano tutti al bar
a bere caffè, quando, a mia insaputa, cominciai a zoppicare.

 

Erano tutti zoppi gli avventori del bar e gobbi.
Avevamo la gotta e la gobba ci spuntava dalle spalle.

 

A quel tempo dall’Albero vennero i bastardi
con le risposte pronte e gonfiarono le vele

 

e gettarono le ancore.
Io fissavo il loro occhio di vetro…

 

 Giocavano a dadi con i meteci e a morra con gli iloti,
se la spassavano con le troiane,

 

 ma anche quelle presero a zoppicare oscenamente.
A quel tempo facevo l’infiltrato e la spia,

 

passavo informazioni ai persiani in cambio di talleri d’oro
e poi riferivo ai bastardi le notizie sottratte

 

alle carovane di spezie e di porpora che attraversavano il deserto.
Io a quel tempo me la spassavo nella Suburra,

 

tiravo con l’arco al bersaglio e giocavo a morra con i bastardi.
Un angelo gobbo ci venne incontro

 

 e disse, senza guardarci: “dimenticatevi il nome di Dio.”

 

Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa

 

 

Aforismi

 

 La vita che si mantiene in vita per la vita della produzione e il consumo si tramuta in contraffazione della vita quale essa veramente è; ma è vero anche il contrario: che chi cerca un senso da dare alla vita o un non-senso, si mantiene nell’orbita della speranza, ultima ideologia del mondo amministrato per chi non ha più speranza che si illude con lo specchietto retrovisore della speranza.

 

 L’arte si mantiene in vita fin quando rilascia certificati di buona condotta e dichiara senza vergognarsi il principio dell’autoconsevazione quale principio base del consorzio civile.

 

 Non c’è speranza di salvezza dall’autoconservazione se non nell’abbandono senza riserve di ciò che deve essere lasciato cadere.

 

 Il concetto di intelligibile resta una aporia.

 

Lo Jugendstil dei primi anni del novecento suppone e prefigura nella sua essenza fatta di tortile vuoto la grande strage che sta per avvenire.

 

Il non-stile cosmopolitico dei giorni nostri annuncia a prefigura nella sua essenza fatta di tortile pieno la grande stasi che è già avvenuta.

 

 La metafisica dello stile presuppone sempre una metafisica dei costumi.

 

La falsità dell’ontologia sta nella dimostrazione ontologica dell’esistenza o inesistenza di Dio. La vera questione sta invece nella esistenza o nella non esistenza degli uomini.

 

La bancarotta dell’ontologia sta in coloro che la ritengono un rapporto paritario tra il credito e il debito.

 

 Una volta che sia stata fatta sloggiare dall’esistenza degli uomini la metafisica, si sta preparando per essi la bara dello spirito, subito seguita di frequente dalla bara degli uomini.

 

Gli uomini vivono sotto il totem di un sortilegio: che la vita abbia un senso o che non ne abbia alcuno. Il senso è un totem, e come tale va venerato.

 

Pura immediatezza e feticismo sono ugualmente non veri.

 

Così anche la disperazione è l’ultima ideologia, utilissima ai fini dell’autoconservazione.

 

Le cose si irrigidiscono in frammenti di ciò che è stato soggiogato.

 

La coscienza infelice è la costruzione di una coscienza falsa. Ma la coscienza falsa è sempre il prodotto di una coscienza infelice.

 

L’angoscia… perpetua il sortilegio come il freddo tra gli uomini.

Le epoche della felicità sono i suoi fogli vuoti.

Nessuno capace di amare e così ciascuno crede di essere amato troppo poco.

 

Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa

 

 

Letizia Leone

 

Il monumento ebbro

 

La Porta.
Era da aprire al centro
Dell’immensa Agorà
Nel paesaggio svuotato dai mercati
Opaca e pesante. Volante come il culmine di una visione
Socchiusa sull’ala dello sprofondamento
Intanto che dai cardini fuoriuscivano cose a groppi
Esitanti piccolissimi animali e sagome d’uomini minuscoli
Moribondi anfibi o delfini – la Porta
Che nel riverbero di tutta quella luce rovente sulla piazza. La Porta
Immensa, non vedevamo.
Come i gusci, centinaia e centinaia di acini appesi alle ante
Tra le cotogne, grappoli e foglie carnose
(Avrebbe perfino pensato a una Rivelazione?)
Tanto era il vortice delle creature che schizzavano fuori
Disorientate. Ma a noi
E ai portatori
Premevano sul cuore certe cose di zolfo
Vive vivai gocce fiammiferi. Fosse stato anche solo il portato di un’illusione
Cervello e utero germinale nell’oscillazione di forme antiche che vomitava
La Porta.
Chiesi al portatore la direzione perché le ultime lucertole in cammino sembravano
Legate, incapaci di volo o solo di fuga o solo di trovare andatura
Sembrava così, ogni loro movimento scavava una buca
Intanto che qualche altra cosa strisciava
Odore o sapore che aveva forma
Cifra o grillo, antimateria o polvere che aveva trovato il coraggio di uscire dal covo
Delle puzze e si ergeva ad animale di sangue nuovo malfermo
Su gambe su zampe ora eretto ora in ginocchio ma animale comunque incarnazione incontro alfine ricordo dell’uomo con la grande tartaruga in mano. O sotto i piedi, le tartarughe lente e orribili scarpe di un gigante a bordo. Navigavano le tartarughe. Scherzo ed oblio.
Con la potenza degli esorcismi intanto la Porta induriva conchiglie di viti giravano a velocità folle
E noi
Per il troppo bagliore un fuoco secco negli occhi accecati al centro della piazza cercavamo chi potesse dirci tutto di quel calice venereo che esalava. Corpi esplosi nuovo sangue.
Ci girammo verso i portatori ma erano già anneriti nel sole con l’obelisco in mano
Saldati nei loro gesti brevi
Di cavalieri di piombo.

 

(Roma, Fiera, 8 dic 2017)

 

Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa

 

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

 

 Jean Clair scrive: «Di una civiltà che non sa erigere monumenti si potrà dire che ha, letteralmente, perduto la sua anima». Appunto, è di questo che ci parla la poesia di Letizia Leone, di questa perdita, ekfrasis del monumento impossibile di Ivan Thurmer. Una poesia impossibile per una «cosa» impossibile. Non sappiamo più che cosa sia un «monumento» proprio perché l’unico «monumento» vero, reale, realissimo, è quello che abbiamo edificato al nuovo Moloch, il Denaro con le sue Banche e le sue filiali e i suoi cortigiani: la civiltà massmediatica e i suoi utenti, i suoi schiavi mediatici. Non c’è più la «cosa», ecco il vero problema di cui ci dovremmo preoccupare, non c’è più la «cosa» perché ci sono miliardi di «cose».

 

Aristotele dice che il luogo di una cosa è ciò che sta intorno a quella cosa.
Newton corregge Aristotele e lo bacchetta, dichiara «banale» definire lo spazio come quella cosa che sta attorno alla cosa, e definisce «assoluto, vero e matematico» lo spazio in sé, che esiste anche dove non c’è nulla.

 

Commenta Carlo Rovelli:

 

«La differenza fra Aristotele e Newton è flagrante. Per Newton, fra due cose può esserci anche “spazio vuoto”. Per Aristotele, “spazio vuoto” è un’assurdità, perché lo spazio è solo l’ordine delle cose. Se non ci sono cose, la loro estensione, i loro contatti, non c’è spazio. Newton immagina che le cose siano collocate in uno “spazio” che continua ad esistere vuoto, anche se leviamo le cose. Per Aristotele lo “spazio vuoto” è un non senso, perché se due cose non si toccano vuol dire che fra loro c’è qualcosa d’altro, e se c’è qualcosa, questo qualcosa è una cosa, e quindi qualcosa c’è: non può non esserci “nulla”».1]

 

 Possiamo porre il problema della «cosa» presente in poesia partendo da questi due concetti per dire che entrambi sono erronei, in quanto la «cosa» non è il luogo che occupa ma è un qualcosa che, letteralmente, fonda il luogo, fonda lo spazio e fonda il tempo. Il tempo e lo spazio sono «dentro» la «cosa», e questa splendida poesia di Letizia Leone segue esattamente questa idea, è a partire da questa idea della «cosa» che costruisce la sua poesia. Non dunque la poesia vista come anima sinfonica o musica esterna, ma come qualcosa che è all’interno del suo interno, dove lo spazio e il tempo sono introiettati e raggelati in essa…

 

Questa poesia di Letizia Leone presenta delle particolarità stilistiche che non possono essere spiegate senza addentrarci all’interno della complessa questione filosofica che sta alla base della poesia, che è tutta incentrata sulla macro metafora della «Porta». La «Porta» è [copula] la cosa-parola, è la coincidenza di parola e cosa, ma, al tempo stesso è [copula] anche la non coincidenza di parola e cosa. La «Porta» dunque, è e non è, è la contraddizione per eccellenza, impersona la contraddittorietà autocontraddittoria, la contraddizione che è anche assenza e presenza di contraddittori.

 

La Porta.
Era da aprire al centro
Dell’immensa Agorà
Nel paesaggio svuotato dai mercati
Opaca e pesante.

 

Assenza e presenza di contraddittori che si annullano reciprocamente, che collidono e friggono. E che cos’è questo se non un procedimento stilistico che riposa sulla peritropé (capovolgimento) dove gli attanti e i predicati sono una volta nell’essere e una volta nel non essere? Capovolgimento che capovolge se stesso e fluisce nel nulla. Anche i personaggi anonimi e neanche nominati della poesia finiscono per accrescere la dinamicità di questo movimento convulso che tira in tutte le direzioni con una regia ammirevole che lo stile incontraddittorio della Leone magnificamente mette in evidenza:

 

Chiesi al portatore la direzione perché le ultime lucertole in cammino sembravano
Legate, incapaci di volo o solo di fuga o solo di trovare andatura
Sembrava così, ogni loro movimento scavava una buca
Intanto che qualche altra cosa strisciava […]

 

1] Carlo Rovelli L’ordine del tempo, Adelphi, 2017 p. 65

 

Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa

 

 Giorgio Linguaglossa

 

17 giugno 2018 alle 11:42

 

Una poesia di Gino Rago che io ho suddiviso in gruppi di distici. Caro Gino, scusami per questa libertà che mi sono preso ma credo che così la tua poesia ci abbia guadagnato..

 

Gino Rago

 

(alla maniera di Ewa Lipska)


22 settembre 2017 alle 19:32

 

 “Cara signora Schubert,
ancora si chiede dove andremo ad abitare Dopo?

 

Dopo. Cioè là dove prima c’era una fabbrica strana
che produceva la vita d’oltretomba.

 

E inquinava le menti. Avvelenava il mondo.
Ha riconosciuto la mia scrittura.?

 

Sì sono io. Sono l’autrice di tutte le lettere.
Si chiede sempre dove andremo ad abitare Dopo?

 

Senza timori vada
al Quartier Generale dell’Aldilà.

 

Al numero civico 777, piano terzo, scala D,
attigua alla abitazione di Dio.

 

Al Quartier Generale tutti e tutte lo sanno.
Il Dopo sarà tra ciò che non abbiamo fatto

 

e ciò che non faremo più.
Cara signora Schubert, e per conoscenza,

 

care signore Dzieduszycka, Ventura, Dono, Colonna,
al Quartier Generale dell’Aldilà ben sanno

 

e lo sapete bene anche voi che l’onda d’urto dell’Oscurità
assale i poeti alla stessa ora del mondo.

 

Cara signora Schubert, e per conoscenza,
care signore Leone, Giancaspero e Catapano,

 

la vita è un negozio di ferramenta.
E Dio è un meccanico supino che stringe i bulloni lenti del mondo.

 

Al Quartier Generale dell’Aldilà
l’acqua si beve in bicchieri di plastica.

 

E nessuna fa poesia coi tacchi a spillo.
Un caicco taglia il blu della laguna. Il cielo è fermo.

 

A nessuno interessano i moti dell’alta e della bassa marea.”

 

Gino Rago

 

Il poeta vede ciò che il filosofo pensa

 

“Cara M.me Hanska, lasci in pace il poeta delle ombre,
Herr Cogito, i gerani, la veranda, il giardino,

 

la copia della Gioconda, il lillà
e la Sua stanza ammobiliata possono aspettare,

 

abbiamo altro da fare, per esempio
ascoltare il canto degli uccelli

 

o il ronzio della Storia
nei bassifondi

 

ma la gioventù negli ori della Grecia e di Troia
e quelle teste calde di Achille, Ettore e Patroclo 

 

smettessero per un pò di fare baccano,
coprono il canto delle allodole di tutto l’Occidente

 

[anche gli dèi imparino a tenere il becco chiuso,
sono sull’Olimpo grazie alla poesia].

 

Cara M.me Hanska, dalla stanza dell’insonnia sulla macelleria
il poeta vede tutto ciò che il filosofo pensa”.

 

Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa

 

 Lidia Popa

17 giugno 2018 alle 14:37

 

La divisione dei versi, secondo il sentire di ognuno, danno una sosta al respiro del lettore, creando quell’attimo di contemplazione. Riempie di gusto con l’esaltazione del palato di nuovi sapori – una bibita raffinata.

 

Non sono una mosca

 

Le mosche verde brillante
sono dovunque opportuniste per scelta.

Annusano la miseria umana da lontano.
Si prendono di mira l’obiettivo prefissato.

 

Spronando dei cavalli purosangue,
impazienti si collocano nello spazio

attirando con destrezza l’attenzione,
con punti di vista leggeri e formali.

 

Senza argomenti eternamente validi,
puntano per fare del male al prossimo,

infettando di siero ogni posto pulito.

 

Impara ad essere paziente

ed avrai il cielo ai tuoi piedi.
Non sono una mosca.

 

[Poesia “Non sono una mosca” – in origine “Essere una mosca” revisionata con l’esperienza d’oggi, fa parte del mio primo libro di poesie “Punto differente (essere)” con poesie scritte tra 2013 e 2015. Nella versione originale con titolo diverso, senza l’espressione “verde brillante” e la divisione dei versi.]

 

Giorgio Linguaglossa

17 giugno 2018 alle 17:22

 

 Grazie Lidia Popa,

prego tutti: Letizie Leone, Mario Gabriele, Lucio Mayoor, Anna Ventura, Giuseppe Talia, Gino Rago e chi altri di voler considerare la necessità che la struttura in gruppi di distici o cmq gruppi di terzine o strofe brevi, aumenta la leggibilità della lettura e la risonanza semantica dei testi. Sarei curioso di conoscere la vostra opinione…

 

 Letizia Leone

17 giugno 2018 alle 19:06

 

Assolutamente si, caro Giorgio! I testi (bellissimi) qui proposti e riscritti in forma di distici hanno un impatto di fruizione più immediato. Stravolgono la struttura ritmica del testo dinamizzando lo spazio in questa simultanea reiterazione delle linee versali. Catturano l’occhio ormai abituato alle veloci comunicazione lineari di un tweet. Creano una sorta di dispositivo estetico. E soprattutto nel magma fluido delle informazioni che quotidianamente ci sommergono, ordinano il territorio, il piano semiotico del testo o poesia che dir si voglia.

 

Il pericolo è sempre quello dei manierismi in agguato (naturalmente non riferito ai poeti esperti e smaliziati della NOE). Da parte mia, nell’ultimo libro Viola Norimberga, ho considerato la forma breve e brevissima…

 

Mario M. Gabriele

17 giugno 2018 alle 19:09

 

Vuoi conoscere la mia opinione? Solo con un documento poetico dimostrativo si può vedere se la scelta operata rientri nei distici. Lo so è un lavoraccio, ma se bisogna operare insieme è bene farlo.

 

Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa

 

 Letizia Leone

17 giugno 2018 alle 18:50

 

 Propongo qui di seguito una sorta di esperimento: aprendo le stanze chiuse e dimenticate di un voluminoso carteggio epistolare tra il poeta Gottfried Benn e un ricco industriale di Brema, Friedrich Wilhem Oelze, ho strutturato in forma versale una selezione di parti e frammenti dal testo in prosa di Benn. Naturalmente queste sono le esatte parole di Benn, il loro senso intatto, sebbene ridistribuite nell’economia dello spazio. Questa atipica conversazione a distanza durò oltre un ventennio dal 1932 al 1956, ma in effetti ciò che ne rimane è un lungo ininterrotto monologo del poeta che elesse l’amico quale «cassetta di sicurezza» non solo della sua officina artistica, ma di pensieri, emozioni, sentimenti reconditi. Colpisce la miscela di pathos e freddezza intellettuale, di confidenza ed ossequiosa distanza con l’interlocutore. Questa riscrittura- collage, è una selezione tutta personale che vuole evidenziare immediatamente idee, intuizioni creative, pensieri o elementi ad alta caratura poetica, e renderne la fruizione istantanea.

 

Forse ne sono nate delle lettere alla maniera di Rago, Linguaglossa e della NOE…chissà.

 

(Berlino, mese incerto del 1933)

 

Stimatissimo signor Oelze,
al posto del concetto di verità e di realtà, requisito teologico,
ecco ora apparire il concetto di prospettiva.

«Prospettivismo», derivante da Nietzsche. Si sviluppa una prospettiva.
(Ma) Beninteso il suo contenuto di realtà il suo esatto reperto.
Superato e rimosso da nuovi reperti.

 

L’Arte e la conoscenza prospettica si assumono la responsabilità di delimitare la materia.

 

Di articolarla e scartarla dal punto di vista di: idea, sguardo, diritto esistenziale.
La scienza scola, sbava le sue secrezioni.
Così metodicamente fiacca,
empiricamente imbrigliata,
paventa ciò che è generale, sfugge ogni minaccia.

 

Il vero pensiero ( Signor Oelze) è invece sempre minacciato e minaccioso.
Ma chi è lei in realtà stimatissimo Signor Oelze?

 

Una conversazione a voce la deluderebbe.

 

(Berlino, mese incerto del 1934)

 

Caro signor Oelze,
ebbene l’intima difficoltà del nostro incontro
mi fosse ben chiara, io non l’ho evitato.

La ringrazio ancora molto della Sua visita.

 

Lei è entrato nella stanza illuminata.

Mi sono accorto del suo viso. la particolare espressione
Commista di malattia e saggezza: in me
Ulteriori domande e interrogativi.

 

Purtroppo siamo rimasti quasi tutto il tempo seduti nella penombra.
Ma sarà per un’altra volta! Buon viaggio.

 

Suo
Gottfried Benn.

 

Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa

 

 Mauro Pierno

17 giugno 2018 alle 20:28

 

L’aSSOnanZa deLl’AssoRBEnZa

 

Ebbene, è bene farlo
questo straccio di movimento

 

che dello stacco ha un suo vigore,
lo stesso salto di un acqua breve

 

che la riporta e riempie appieno
cosmopolita nelle future tasche

 

e nelle chiazze dei discorsi liquidi
che la fatica ancora investe.

 

(asciugano meglio queste parole
che l’assonanza dell’assorbenza.)

 

Lucio Mayoor Tosi
17 giugno 2018 alle 22:25 

 

Cinema all’aperto

 

(poi ci penso)

 

Una goccia d’olio del mediterraneo intrisa di sole.

Ci salutammo innamorati.

 

Di notte i comandi spenti
galleggiavano tra le stelle.

 

“Parcheggio Balena. il tuo appartamento”

 

– Sei artista quando non vuoi vedere, né sentire.

Non lo capisci? Sono innamorata di te…

 

– Questo è il guaio, signorina Dickinson.

 

La metrica in giardino.
Tre simil sillabe.

 

 

Timber by EMSIEN-3 LTD