Franco Fortini (1917-1994), L’ultimo poeta storico del novecento. Analisi di una sezione di Composita solvantur, Sette Canzonette, (1994). Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa: Lettura nostalgico-utopica della crisi del soggetto e della cultura umanistica. Il manierismo è una forma indebolita del soggetto forte

 

Giorgio Linguaglossa
redazione di “Officina”, Fortini e Pasolini, due scomodi compagni di strada

 

 

 Franco Fortini, pseudonimo dello scrittore Franco Lattes (Firenze 1917 – Milano 1994); rifugiatosi durante la guerra, per ragioni razziali, in Svizzera, partecipò alla Resistenza in Val d’Ossola. La sua opera poetica, nata all’insegna dell’ermetismo, riuscì negli anni a conferire alla scontrosa severità di una ispirazione civile e politica una classica misura: Foglio di via e altri versi (1946); Una facile allegoria (1954); la raccolta complessiva Poesia ed errore, 1937-1957(1959); Una volta per sempre (1963); Questo muro (1973); l’altra complessiva Una volta per sempre. Poesie 1938-1973 (1978); Paesaggio con serpente. Versi 1973-1983 (1984). Rare le sue prove narrative: Agonia di Natale (1948; col tit. Giovanni e le mani, 1972); Sere in Valdossola (1963); La cena delle ceneri(1988). Nel ruolo di coscienza inquieta degli intellettuali di sinistra, dai tempi del Politecnico di Vittorini, del quale fu redattore, fino ai Quaderni piacentini, F. costituì un sicuro punto di riferimento per le giovani generazioni, applicando l’intelligenza penetrante del saggista a temi non soltanto letterarî ma anche politici e culturali: Dieci inverni: 1947-1957 (1959); Verifica dei poteri (1965); I cani del Sinai (1967); Ventiquattro voci (1969); Saggi italiani (1974); Questioni di frontiera (1977); Insistenze (1985); Extrema ratio. Note per un buon uso delle rovine (1990). Tradusse Proust, Éluard, Brecht e Goethe; una sua raccolta di traduzioni apparve con il titolo Il ladro di ciliege e altre versioni di poesia (1982). Del 1990 è l’ampia silloge di Versi scelti: 1939-1989, in cui F. riunì il meglio della sua produzione poetica. Si devono inoltre ricordare la raccolta degli scritti in versi e in prosa di carattere epigrammatico e satirico (L’ospite ingrato: primo e secondo, 1985), il recupero di due racconti rimasti a lungo inediti (La cena delle ceneri & Racconto fiorentino, 1988) e alcune raccolte di saggi (Nuovi saggi italiani, 1987; Non solo oggi: cinquantanove voci, a cura di P. Jachia, 1991; Attraverso Pasolini, 1993). Nel 1994 apparve il suo ultimo libro di poesie, Composita solvantur. Numerose le pubblicazioni postume, a partire dal volumetto di Poesie inedite (1997, già apparso in edizione fuori commercio nel 1995), curato da P. V. Mengaldo. Sono seguiti: Breve secondo Novecento (1996; nuova ed. 1998); i due volumi di Disobbedienze (1º vol. Gli anni dei movimenti: scritti sul Manifesto, 1972-1985, 1997; 2º vol., Gli anni della sconfitta: scritti sul Manifesto, 1985-1994, 1998); i quattro studi raccolti in Dialoghi col Tasso (a cura di P. V. Mengaldo e D. Santarone, 1999); Il dolore della Verità: Maggiani incontra Fortini (a cura di E. Risso, 2000), un’intervista del 1983 allo scrittore M. Maggiani; le conversazioni radiofoniche del 1991 pubblicate col titolo Le rose dell’abisso: dialoghi sui classici italiani (a cura di D. Santarone, 2000).

 

 

Giorgio Linguaglossa

con “Satura” (1971) la poesia italiana prenderà un’altra strada…

 

Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa

Mi è stato chiesto spesso, e se lo è chiesto anche Alfonso Berardinelli, «Quando comincia il novecento? Quando finisce?». Ecco, quando inizia io non saprei dire, forse con l’affondamento del Titanic, avvenuto nella notte tra il 14 e il 15 aprile 1912, un fatto simbolico che irradierà la sua luce sinistra su tutto il secolo, però so con precisione quando finisce il novecento, almeno quello italiano. Il secolo finisce nel 1994, anno di pubblicazione di Composita solvantur di Franco Fortini. Dopo di allora, si apre il sipario del Dopo il Moderno, entriamo nel nuovo secolo. L’ultimo «soggetto forte» della poesia italiana viene meno, Fortini muore nel 1994, anno di pubblicazione del suo libro. Dopo di allora la poesia italiana subirà l’invasione del «soggetto debole», di una soggettità che ha lasciato gli ormeggi della tradizione (concetto da intendersi come «tradizione critica»), cioè di qualcosa di fondato, di stabile su cui fare in ogni caso riferimento. Dopo il 1994 la poesia italiana subirà una liberalizzazione della forma e dei linguaggi, un fenomeno eclatante che però la poesia italiana delle nuove generazioni non sarà in grado di esperire come atto critico, che si accetterà come un dato di partenza, un dato inconfutabile basato su una superstizione acriticamente posta.

 

Torniamo per un momento all’ultimo poeta «storico», cioè ancorato storicamente nel novecento: Franco Fortini. Lo stile di questa sezione, «Sette Canzonette», lo stile da canzonette, è riconoscibile, il metro è breve come si confà alle «canzonette»; le rime, quando ci sono, sono riconoscibili, hanno la funzione di «ricordare» e di ricordarsi di ricordare, quindi le rime hanno una funzione non solo mnemonica o di mnemotecnica ma anche una funzione «storica» perché ci collegano ad una tradizione entro la quale soltanto quelle rime e quelle strofe acquistano un senso. La poesia di Franco Fortini ci vuole ricordare che la poesia la si deve leggere come un segmento di una tradizione; al di fuori della tradizione la poesia resta inerte e inerme, è una scrittura priva di senso, e anche di significato.

 

Il manierismo di queste «canzonette» è sia una strategia di difesa (come è già stato notato da un critico) che di offesa, rappresenta un monito e un richiamo, un ripiegamento a posizioni stilisticamente minori, più arretrate, per poter sferrare un nuovo attacco (stilistico) quando i tempi saranno migliori, magari all’improvviso e alle spalle del nemico di classe quando il capitale meno se l’aspetta. Il manierismo di Fortini è ben diverso e di statura infinitamente superiore al manierismo del minimalismo di queste ultime decadi il quale è privo di spessore storico, privo di collegamento con la tradizione, ammicca al mediatico, alla cronaca, allude a una immediata riconoscibilità ed è politicamente neutro, se non apologetico oltre che esteticamente di nullo valore.

 

La differenza tra una poesia della tradizione del novecento e quelle degli autori venuti dopo l’eclisse della tradizione novecentesca è che queste ultime non si inseriscono, non fanno parte integrante della tradizione del novecento, nel migliore dei casi sono «scritture private», narcisisticamente imbonite, indirizzate ad un uditorio o, nel migliore dei casi, alle funzioni degli uffici stampa. Ma è chiaro che qui stiamo parlando di manufatti dattilografati (si diceva una volta) che non hanno alcun significato «pubblico», perché sia chiaro una volta per tutte, la «poesia» è una scrittura pubblica diretta ad un pubblico, magari a venire, ma sempre un pubblico.

 

Fortini opera una lettura nostalgico-utopica della crisi del soggetto «forte» e della cultura umanistica,

 

 resta fedele ad un concetto riappropriativo della tradizione umanistica, considera ancora possibile, anzi, doveroso riproporre la centralità del soggetto quale ago della bilancia, periscopio critico della disgregazione della società capitalistica. Fortini è l’ultimo depositario di una concezione restaurativa e riappropriativa della tradizione umanistica, pensa ancora in termini di umanismo in una società completamente laicizzata e de-storicizzata, la sua lirica ultima resta nel segno e nel solco restaurativo-elegiaco e non può spingersi oltre queste colonne d’Ercole, non riesce a intravvedere uno spiraglio nella crisi dell’umanismo e della tradizione, pensa ancora in termini di sopravvivenza della progettualità di un soggetto critico nelle nuove condizioni di esistenza della società tardo capitalistica. Nei testi di Composita solvantur circola un’aria di elegiaco tramonto anche la dove il poeta esibisce un tono ironico e lirico, una cadenza da ballatetta. Ormai l’epoca della rivoluzione possibile è irrimediabilmente alle spalle, il futuro appare un dominio del capitalismo sviluppato, c’è solo una flebile speranza che ancora resiste, ma è una postazione difensiva, l’ultima postazione difensiva che resta al soggetto critico nell’ambito della società borghese dispiegata. Il manierismo fortiniano sarebbe un indebolimento del determinato che proviene dalla crisi del soggetto «forte» marxiano, della sua impossibilità di guidare il corso della storia; l’elemento ascetico marxiano viene ad essere promiscuato con l’elemento forte della insopprimibilità dei rapporti di produzione, il carattere repressivo di quest’ultima dà luogo alla forma indebolita del manierismo come fortino difensivo della antica forma del soggetto «forte». Il manierismo, in altre parole, è l’ultimo recinto stilistico nel quale si può ancora rinserrare l’autenticità (Eigentlichkeit) del soggetto marxiano «forte» in attesa di tempi più proficui. In altre parole, anche se in modo indiretto e diffratto, il declino del soggetto «forte» trascina con sé anche la possibilità eventuale che si possa ancora scrivere poesia sulla base di un soggetto «forte».

 

Adesso è chiaro, possiamo affermare che l’ultima opera poetica dell’umanesimo dell’età borghese del novecento italiano, sia appunto Composita solvantur, che indica anche nel titolo inequivoco la dissoluzione dei composti un tempo «forti», in primo luogo della soggettività marxista rivoluzionaria.

 

Giorgio Linguaglossa

Aldo Moro e Pasolini al festival di Venezia, 1964

 

 

Le nuove generazioni conosceranno ormai la «riappropriazione» di un soggetto indebolito:

 

la riappropriazione del «corpo», del «quotidiano», del «privato» dello «psicologico», tutte sintomatologie psicologicamente compatibili con la proposizione di una ergonomia della soggettività indebolita e di una progettualità debole. Il soggetto storico un tempo protagonista della «storia» viene ad essere sostituito dal nuovo soggetto della «storialità», dal soggetto visto dall’esterno di una «storialità» sempre più lontana ed evanescente. Dal punto di vista di un soggetto «forte» che si oppone ai rapporti di produzione della società capitalistica, la nuova società dell’organizzazione globale ed efficiente non può che apparire che come un inferno dell’esistenza umana. Con il che si spiega la ragione della fine della poesia elegiaca e riappropriativa (seppur corretta con inserti di prosasticismi) di un Fortini, un feticcio di un passato remoto che non potrà più tornare.

 

Con l’invasione di massa del minimalismo incipiente negli anni di composizione dell’ultima opera fortiniana, viene implicitamente e silenziosamente accettata l’idea che l’arte non debba venire resa inattuale o hegelianamente soppressa, in quanto essa si auto sopprime da sé, si consegna mani e piedi alla narrazione che ne fa il medium mediatico, e in tal modo si consegna ad una funzione ancillare e anaclitica.

Una brillante analisi del manierismo fortiniano è data da Guido Mazzoni in Forma e solitudine: «Il manierismo esprime nostalgia perché evoca un’immagine dell’integrità che appartiene al passato per scatenare, al cospetto della realtà alienata, un’energia di attesa: non è dunque un valore adempiuto ma un progetto. […] In questo senso, il manierismo è una forma di ironia romantica: indicando una verità ulteriore e irraggiungibile, chiede di essere superato e inverato» (p. 202). Il rapporto generale tra ironia ed “energia di attesa” è stato teorizzato molto bene, riferendosi a Benjamin, da Paul de Man: «L’ironia è la radicale negazione la quale, tuttavia, rivela, attraverso il disfacimento dell’opera, l’assoluto verso il quale l’opera è in cammino» (P. de Man,The Concept of Irony, in Id., Aesthetic Ideology, University of Minnesota Press, Minneapolis-London, 1996, p. 163-191, tr. it: Id., Il concetto di ironia, in «Studi di Estetica», anno XXXV, III serie, 35-36, 2007, pp. 73-100. Il passo citato si trova a pag. 99).

 

Si veda infine la recensione alla raccolta Composita solvantur di Raffaele Cavalluzzi (Fortini, “Composita solvantur”, in «Lavoro critico», n.s., 1992 [in realtà 1996], 22-24, pp. 121-124), che interpreta la settima delle Canzonette come «densa metafora autobiografica della patologia che infierisce, sorda, nella sua esasperata fisicità, dentro le viscere dell’uomo-Fortini» (p. 122).

 

Leggiamo le «Sette Canzonette» apparentemente «minori» che formano una sezione del libro di Franco Fortini, Composita solvantur (1994) che raccoglie le poesie dal 1984 al 1993, che chiude il novecento.

 

 

Giorgio Linguaglossa
Aldo Moro nel bagagliaio della renault, via Fani, 1978

 

 

Sette canzonette del Golfo, da Composita solvantur (1994)

 

1. Ah letizia…

 

Ah letizia del mattino!

Sopra l’erba del giardino

la favilla della bava,

della bava del ragnetto

che s’affida al ventolino.

 

Lontanissime sirene

d’autostrada, il sole viene!

Che domenica, che pace!

È la pace del vecchietto,

l’ora linda che gli piace.

 

Le formiche in fila vanno.

Vanno a fare, ehi! qualche danno

alle pere già mature…

Quanto sole è sul muretto!

Le lucertole lo sanno.

 

2. Lontano lontano

 

Lontano lontano si fanno la guerra.

Il sangue degli altri si sparge per terra.

 

Io questa mattina mi sono ferito

a un gambo di rosa, pungendomi un dito.

 

Succhiando quel dito, pensavo alla guerra.

Oh povera gente, che triste è la terra!

 

Non posso giovare, non posso parlare,

non posso partire per cielo o per mare.

 

E se anche potessi, o genti indifese,

ho l’arabo nullo! Ho scarso l’inglese!

 

Potrei sotto il capo dei corpi riversi

posare un mio fitto volume di versi ?

 

Non credo. Cessiamo la mesta ironia.

Mettiamo una maglia, che il sole va via.

 

Giorgio Linguaglossa

 

3. Se la tazza…

 

Se la tazza mi darai

che mi piace, la mia tazza

con il manico marrone,

gentilissima ragazza,

tu felice mi farai.

 

Il suo manico ha il colore

del più vivo e ricco tè

ma riflette anche il turchino

del leggero cielo se

è leggero come te.

 

4. Gli imperatori…

 

Gli imperatori dei sanguigni regni

guardali come varcano le nubi

cinte di lampi, sui notturni lumi

dell’orbe assorti in empi o rei disegni!

 

Già fulminanti tra fetori e fumi

irte scagliano schiere di congegni:

vedi femori e cerebri e nei segni

impressi umani arsi rappresi grumi.

 

A noi gli dèi porsero pace. Ai nostri

giorni occidui si avvivano i vigneti

e i seminati e di fortuna un riso.

 

Noi bea, lieti di poco, un breve riso,

un’aperta veduta e i chiusi inchiostri

che gloria certa serbano ai poeti.

 

5. Come presto…

 

Come presto è passato l’inverno

fra clamori terribili e vani!

Le battaglie di popoli estrani

che mai sono in confronto all’eterno,

all’eterno degli ippocastani

che dai ceppi si industriano lenti

a sperare germogli lassù?

 

E tu assorta graziosa annoiata

sul terrazzo, in pigiama pervinca,

forse chiedi al mattino che vinca

come il sole la bruma ostinata

così il bene sui campi cruenti?

Ma è domenica, è marzo: non senti

che un altr’anno, e il suo peggio, svanì?

 

Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa

 

6. Aprile torna…

 

Aprile torna e a sera un frescolino

irrita gote di ragazze accese:

in un palio ciclistico protese

volanti rubiconde mutandine.

 

Come rauche ora vociano parole

quasi laide nell’aria della sera!

Fu dolce, in altro tempo, primavera.

Godono pepsi cola ignude gole.

 

I ragazzi le annusano. Una bella

passò, di zinne e deltoidi ribaldi

e d’altro che acre un dì mi fu diletto.

 

Ma come mai sensibile diletto

trovar non so che me attonito scaldi?

Sì, d’aprile il dormire è cosa bella.

 

7. Se mai laida…

 

Se mai laida una limaccia

quando a ottobre l’aria è spenta

lenta bava perse lenta

che

di lunga e liscia traccia

porri o sedani segnò,

 

metaldèide in grigi grani

fai che inghiotta; e a globo stretta

plasma e anima rimetta.

Quanti soli già lontani

la lucertola mirò!

 

Lento a dèi crudeli e ignoti

va il mio bruno ultimo fiele…

Dove volgi, ansia fedele?

A che vomito mi voti,

cara meta che non so?

 

 

Considero errore

 

Considero errore aver creduto che degli eventi

(«meglio non nominarli!» mi soffiano i piccoli dèi)

di questo ’91 non potessi parlare o tacere

se non per gioco, per ironia lacrimante.

 

I versi comici, i temi comici o ridicoli

mi parvero sola risposta. Come sbagliavo !

Ho guastato quei mesi a limare sonetti,

a cercare rime bizzarre. Ma la verità non perdona.

 

Chi mai potrà capire che tempo fu quello? Credevo

scendere in un mio crepuscolo. Ahi gente! Invece

altro era, incomprensibile e senza nome. Guardavo

 

la luna di aprile sullo Eichhorn, a mezzanotte,

e la stellina d’oro dello Jungfraujoch, Disneyland.

(Nulla era vero. Voi tutto dovrete inventare).

 

 

Reversibilità

Anassagora giunse ad Atene

che aveva da poco passati i trent’anni.

Era amico di Euripide e Pericle.

Parlava di meteore e arcobaleni.

Ne resta memoria nei libri.

 

Si ascolti però quel che ora va detto.

Anche la grandissima Unione Sovietica e la Cina

esistono, o l’Africa; e le radio

ogni notte ne parlano. Ma per noi, per

noi che poco da vivere ci resta,

che cosa sono l’Asia immensa, il tuono

dei popoli e i meravigliosi nomi

degli eventi, se non figure, simboli

dei desideri immutabili dolorosi? Eppure

–si ascolti ancora – i desideri immutabili

dolorosi che mordono il cuore nei sonni

e del poco da vivere che resta

fanno strazio felice, che cosa sono

se non figure, simboli, voci,

dei popoli che furono e che in noi

sono fin d’ora? E così vive ancora,

 

parlando con Euripide e con Pericle

di arcobaleni e meteore, il filosofo

sparito e una sera d’estate

ansioso fra capre e capanne di schiavi

entra ad Atene Anassagora.

 

 

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