Mario M. Gabriele, Una poesia inedita da Registro di Bordo, con un Dialogo tra l’autore e Giorgio Linguaglossa – L’ontologia del frammento e della derelizione – Il Kitsch

Giorgio Linguaglossa

 Oh Billie, l’hai cantata bene la canzone/ del giorno dopo con The very thought of you!

 

da http://mariomgabriele.altervista.org/inedito-mario-m-gabriele-registro-bordo-2/

 

Mario M. Gabriele

Si stava sotto i segni dell’autunno.

Perdersi era l’unica certezza

 

di chi aveva poca fede nel domani.
Bruciavano radici e sciami di pensieri.

 

Di un lume si parlò all’ombra del paravento.
Maxuell ha una baita con attico e telescopio.

 

Cerca altri mondi, la strada per Compostela.
Ho ancora il Libro di Rose del 48,

 

curato da Giovanni Ferretti.
Nel mese delle rimembranze

 

pregammo per la madre di Arnold.
C’è un poemetto che mi attende la sera.

 

Quando Lowell morì in taxi
aveva dedicato tutto a To Mother.

 

Una notte Daddy mi venne in sogno
con annunci paranormali: la fine di Anthony.

 

Oh Billie, l’hai cantata bene la canzone
del giorno dopo con The very thought of you!

 

-Togliete le serrature dalle porte.
Togliete anche le porte dai cardini-.

 

Non andrò in Africa. Salutatemi Mandela.
A novembre tornano i solisti della UBS Verbier

 

per un resoconto su Beethoven.
Fotomontaggi e selfie non bastano a ricaricare il giorno.

 

Clark ha un problema con l’anima.
Non c’è giorno che non perda piume strada facendo.

 

 

Giorgio Linguaglossa
Clark ha un problema con l’anima./ Non c’è giorno che non perda piume strada facendo

Giorgio Linguaglossa says:

 

agosto 5, 2018 at 12:52 pm

 

caro Mario Gabriele,

 

nel post di oggi dedicato a Franco Fortini, ho parlato dell’opera che chiude il novecento, Composita solvantur (1994). Dopo quest’opera la poesia italiana dormirà un sonno profondissimo costellato qua e là da rapidi e veementi sussulti dei pochissimi poeti che scrivevano contro corrente, penso a Maria Rosaria Madonna con il libro Stige (1992) riproposto quest’anno, 2018, in una edizione completa delle sue poesie: Stige. Tutte le poesie (1990-2002) da Progetto Cultura; penso a Roberto Bertoldo con i suoi libri, Il calvario delle gru (2000), L’archivio delle bestemmie (2006), Pergamena dei ribelli (2011) e Il popolo che sono (2015); penso a Giorgia Stecher con Altre foto per Album (1996), libro postumo per la morte prematura della poetessa siciliana; penso all’opera di Anna Ventura che si può leggere nella Antologia Tu QuoquePoesie 1978-2013, (2014). La tua opera di questi ultimi anni, già da prima di Un burberry azzurro (2008), Ritratto di Signora (2014), L’erba di Stonehenge (2016 e In viaggio con Godot(2017) si presenta come una operazione monolitica di raccolta degli scartafacci metrici e stilistici, come un cantiere di aforismi e di citazioni, riscrittura di ciò che è finito triturato nelle rotative del nulla della nostra epoca a capitale globale e di minimalismo globale. Un giorno, se ci sarà un giorno dopo questo diluvio di sciocchezze e di banalismi della poesia di oggidì, se uno storico della letteratura vorrà fare un resoconto di ciò che è degno di salvezza dopo questa semina a strascico nella banalità, un giorno, dicevo, non si potrà fare a meno di ritornare ai tuoi ultimi libri, così effervescenti e minimal (se ce lo concede questa seconda epoca di barbarie somministrata) apparentemente leggeri che si possono leggere come acqua minerale in mezzo alle decine di migliaia di selfie degli altri libri di poesia che sono stati pubblicati dalla morte di Fortini ad oggi.

 

 Mario M Gabriele says:

 

agosto 5, 2018 at 2:18 pm

 

caro Giorgio,

 

puoi ritenerti un critico fortunato nel senso di essere stato a contatto degli esiti linguistici di nuovi poeti, pubblicati dalla Rivista L’Ombra delle parole da cui poi si è venuto a determinare il Progetto NOE, cosa che non può dirsi altrettanto verso la critica di ieri e di oggi, che ha aperto una grande lacuna alle omissioni di opere certamente valide. Scrive Romano Luperini: «La critica letteraria si chiude in se stessa, si isterilisce nell’ambito accademico e del micro specialismo, smarrisce il nesso fra filologia e interpretazione (e, anche all’opposto, aggiungerei, la coscienza della distinzione fra questi due momenti), oppure si subordina alle esigenze del mercato e dei mass -media, diventando chiacchiera impressionistica, mero intrattenimento.» Con buona pace, aggiungerei io, di ogni proposta alternativa, lavoro in progress, e fiducia in ciò che di buono si scrive. Un giorno, negli anni della guerra, era facile imbattersi in un cartello come questo: «Non si affitta ai meridionali», che proiettandolo nel campo della poesia di oggi si potrebbe sintetizzarlo in questo modo: «Non si pubblicano poesie o libri di autori sconosciuti anche se validi», come una sorta di razzismo culturale. È mancata la critica onestamente più sincera e divulgatrice, sempre al servizio del Padrone Editoriale, aprendo il campo alla storia della “parola negata”. Personalmente credo che un buon poeta debba scrivere il meglio di sé, non esibirsi con proposizioni linguistiche di gravame ipertrofico. L’ascesi della scrittura è nel piacere del testo, per dirla con Barthes, ossia in quella leggibilità che fa nascere un nuovo Ente Estetico nel segno dell’Arte e della Poliscrittura. Un caro saluto e grazie.

 

 

Giorgio Linguaglossa
-Togliete le serrature dalle porte./ Togliete anche le porte dai cardini-

 

Giorgio Linguaglossa says:

 

agosto 5, 2018 at 8:04 pm

 

Scrive Gianni Vattimo:

 

«Credo sia facile mostrare che nella storia della pittura, o delle arti visive, meglio, e la storia della poesia di questi ultimi decenni non hanno senso se non sono poste in relazione con il mondo delle immagini dei mass-media o con il linguaggio di questo stesso mondo. Si tratta, ancora una volta, di relazioni che in generale possono andare sotto la categoria heideggeriana della Verwindung: relazioni ironico-iconiche, che duplicano e insieme sfondano le immagini e le parole della cultura massificata, non solo, comunque, nel senso di una negazione di questa cultura. Il fatto che, nonostante tutto, oggi si diano ancora vitali prodotti “d’arte” dipende probabilmente da ciò, che questi prodotti sono il luogo in cui giocano e si incontrano, in un complesso sistema di relazioni, i tre aspetti della morte dell’arte come utopia, come Kitsch, come silenzio. La fenomenologia filosofica della nostra situazione si potrebbe dunque completare così, con il riconoscimento che l’elemento della perdurante vita dell’arte, nei prodotti che si differenziano ancora, nonostante tutto, all’interno della cornice istituzionale dell’arte, è proprio il gioco di questi vari aspetti della sua morte… Si tratta di un insieme di fenomeni con cui l’estetica filosofica tradizionale si misura con difficoltà».1]

 

La tua poesia è l’esatto duplicato di questa situazione, diciamo, aporetica in cui si trova l’arte e la poesia di oggi: che la tua poesia eredita di sana pianta: l’elemento della morte dell’arte e il suo susseguente silenzio; l’elemento del Kitsch; l’elemento delle frequentissime citazioni dai mass-media. Nella tua poesia questi tre elementi si trovano nella promiscuità più assoluta, confliggono e fibrillano creando una contestura semantica febbrile ed effervescente, quella che ho definito l’effetto bollicine dell’acqua minerale.

 

1] Gianni Vattimo, La fine della modenità, Garzanti, 1985, p. 66, 67

 

 Giorgio Linguaglossa says:

 

agosto 5, 2018 at 10:19 pm

 

La formula di Hölderlin resta sempre valida: «Ciò che rimane lo fondano i poeti» (Kein Ding sei wo das Wort gebricht) «Nessuna cosa sia dove la parola manca». Ma ciò che rimane è polvere, frantumi, frammenti, schegge, pulviscolo di un mondo che li ha prodotti. Dunque è ciò che resta del circuito della produzione e della distruzione che fonda l’«ontologia del frammento e della derelizione», come l’ultima ontologia possibile per un poeta di oggi costretto a raccogliere dalla discarica pubblica le fraseologie spurie che infestano la nostra civiltà. Le fraseologie presenti nella tua poesia sono eloquenti di per sé, eloquenti nel loro affollarsi verso un orizzonte degli eventi dove la parola poetica risulta spuntata, debole, indebolita, irriconoscibile. Ciò che inaugura la tua parola poetica è un mondo irriconoscibile, privo di senso, che ammicca ad un orizzonte destinale che verrà, che annuncia con trombe di plastica e di poliuretano una fine improvvida e ingloriosa.

 

 

Giorgio Linguaglossa

Una notte Daddy mi venne in sogno/ con annunci paranormali: la fine di Anthony.

 

Mario M Gabriele says:

 

agosto 7, 2018 at 9:09 am

 

Il valore di un testo poetico non sta tanto nella lunghezza o brevità del verso, quanto nella capacità di trasmettere il senso di una immagine, di un evento e di un trauma, consegnando ogni interpretazione al lettore. La scrittura poetica è riflessione su passato e presente in un mondo in continua trasformazione. La società commerciale è valutata nel suo sfruttamento economico finita l’era marxiana.

 

Queste condizioni agiscono sia in senso positivo che negativo. In più il Tempo annienta l’esistenza riducendola a perenne Vuoto.

 

Heidegger in Essere e tempo (1927) cristallizza la nostra fine senza alcun approdo salvifico. Il concetto di Essere determina la nascita di un chiuso perimetro all’interno del quale domina una ontologia depressiva.

 

Derrida ha provato a fronteggiare la caducità del nostro essere con l’approdo alla sopravvivenza attraverso la traccia della scrittura, soffermandosi, come scrive Maurizio Ferraris, sulla distinzione hegeliana fra due tipi di immaginazione: da una parte l’immaginazione riproduttiva, che è la facoltà di riprodurre rappresentazioni, cioè intuizioni sensibili interiorizzate nel ricordo, dall’altra l’immaginazione produttiva, che è invece la facoltà di produrre segni, cioè entità esteriori che veicolano un contenuto interiore (da: Derrida e la decostruzione, di Maurizio Ferraris pag. 61).

 

È, in altre parole, il tessuto organico che ogni poeta ha con sé, veicolandolo nei versi e nelle metafore. Chi non ci riesce gioca su altri fronti e fattori, non impegnativi e di semplice scrittura creativa.

 

 Giorgio Linguaglossa says:

 

agosto 7, 2018 at 5:01 pm

 

Penso che ogni poeta , se è poeta, fa poesia sulla morte della poesia, non può che srotolare un lungo nastro funebre, un «rapporto dalla città assediata» (Zbigniew Herbert), una «Fermata nel deserto» (Iosif Brodskij), un «Registro di bordo» (come fai tu). L’arte autentica non può che andare a sbattere in una situazione programmaticamente aporetica: deve chiudersi in un regno di incomprensibilità quale miglior veicolo per assicurare la impenetrabilità dell’opera, l’unico modo autenticamente valido di ricostituire lo schermo del silenzio in un mondo mediatico che avanza a suon di miliardi di parole al nano secondo. La tua poesia è costretta ad auto fagocitare il linguaggio gastronomico del mediatico per riconvertirlo in linguaggio cifrato, al pari di un alfabeto Morse. Suona il piffero alla morte dell’arte recitando un alleluia e un te deum al suo funerale. È un benedicite e un maledicite insieme. È una allegria di naufragi e una melancolia del naufragio prossimo venturo. Poiché non c’è più niente di serio, la questione è serissima. La tecnica da te impiegata di ricollocazione e ristrutturazione dei frammenti dei linguaggi mediatici, è funzionale a questo apprendistato al funerale della morte dell’arte e alla estetizzazione diffusa che ne deriva di essa nel sociale. La tua poesia non ha via di uscita dal cul de sac: tentare una sortita dal Kitsch e la sua ricaduta perdurante nel Kitsch. Essa ha strenuo bisogno del negativo per auto disciplinarsi in base al negativo e restare negativa ma non per auto assoluzione quanto per la propria auto sopravvivenza. In ciò è mimetica della dialettica hegeliana, ma in senso sardonicamente negativo come ci ha insegnato Adorno. In ciò inverando l’assunto secondo il quale se la morte dell’arte è utopia, anche la sopravvivenza dell’arte nelle attuali condizioni del disordine globale della razionalità amministrata, è egualmente utopia.

 

 

Giorgio Linguaglossa
Maxuell ha una baita con attico e telescopio.

 

Mario M Gabriele says:

 

agosto 7, 2018 at 7:13 pm

 

Se il pensiero estetico diventa un carro funebre fermandosi nella incomprensibilità, quale miglior veicolo per assicurare la impenetrabilità dell’opera, diventa il miglior automezzo per viaggiare in un mondo di colliquazione, prendendo atto che in questo tour non ci sono franchigie o bonus, ma pensieri strettamente legati alla cultura di appartenenza. Sembrerà un facile approdo o un alibi citare Vygotskij quando definì 2 stili cognitivi diversi, come percezione del mondo:- stile cognitivo globale: ossia si passa dalla totalità del fenomeno ai suoi particolari; stile cognitivo articolato: si passa dall’articolazione dei singoli elementi alla visione globale. – Da qui l’organigramma della poesia in particolare la mia, a suo tempo da me definita un ossario,perché muscoli e pelle si sono mineralizzati fuori dal corpo. «La verità non esiste, esistono solo le molte verità che l’uomo si dà. Cassirer nel suo espressionismo critico, afferma che l’uomo si è nutrito di forme linguistiche, di immagini artistiche, di simboli mitici a tal punto da non poter vedere più nulla se non per il tramite di questa artificiale mediazione». Qui entra Vattimo col suo pensiero debole che si presenta come superficie radiante del nichilismo. Scusami se nel mio calice e nella mia poesia non vi sono l’ostia domenicale e la domenica successiva alla Pasqua. Una studentessa un giorno intervistò Remo Bodei ponendogli questa domanda: «L’uomo ha sempre cercato di spiegare i fenomeni che accadono intorno a lui. È possibile trovare nella filosofia quelle risposte che non riesce più a trovare nella religione». La risposta di Bodei fu questa: la filosofia ci permette di avere una possibilità di dar senso al mondo, senza passare sotto «le forche caudine» di una fede «imposta». È in ultima analisi lo stesso esercizio che promuove la poesia, quella a cui ci si può infilare dentro come il cotone nella cruna di un ago con un pensiero negativo.

 

 Giorgio Linguaglossa says:

 

agosto 8, 2018 at 12:09 pm

 

L’amministrazione da condominio del consenso amministrato delle società tecnologiche rende la prassi artistica sempre più analoga alle esperienze gastronomiche e deculturalizzate del Kitsch. Non c’è via di uscita da questa antinomia se non mettendo fuori gioco la prassi artistica, non accettare nulla gratis, ed è quello che fa la tua poesia, altrimenti si finisce nell’imbonimento del silenzio, il che segna un vantaggio considerevole per l’arte ammaestrata e gastronomica del Kitsch che invade i probabilistici almanacchi di poesia oggi. La parentela tra il Kitsch culturale e il Kitsch non-culturale (vedi le poesie di Zeichen e della Lamarque), si va sempre più assottigliando: alla fin fine non si riesce più a distinguere una battuta di spirito del poeta di Fiume da una battuta da bar dello sport perché se si accetta la filosofia dello spot e della battuta di spirito, tutto pende peristalticamente verso la battuta di spirito tout court. «Tutto pende da ciò da cui dipende» diceva Michelstaedter. Se il «Totum è il Totem» (Adorno) ne discende che il «Totem è il Totum». Il Tutto è il Kitsch. Anche la politica è una «vetrina» dove c’è un solo attore: il Kitsch. Il Kitsch è una costruzione peristaltica che sta bene alla filosofia imbonitoria e pacificatrice che vorrebbe gli uomini imbelli, sanificati dai vaccini della demagogia. Proprio oggi che si parla a vanvera contro i vaccini perché colpevoli di aver salvato la vita a decine di milioni di persone, io mi sentirei di dichiarare: dissentiamo dal Totum, dissentiamo dal Kitsch, facciamo un’arte irriconoscibile, impenetrabile, anti imbonitoria, audacemente dialettica, dialogica, rimettiamo in piedi quello che adesso cammina sulla testa.

 

 

Giorgio Linguaglossa
Quando Lowell morì in taxi

 

Giorgio Linguaglossa says:

 

agosto 8, 2018 at 12:56 pm

 

Mi ero dimenticato di dire che la tua poesia mette in scena «la messa in vetrina della verità», che non coincide affatto con la heideggeriana «messa in opera della verità» come esposizione di un mondo, inaugurazione di un mondo storico, appartenenza ad una comunità ma con un concetto semmai imparentato con quello. Nella tua poesia il luogo della «verità» è la «vetrina». Allora è chiaro quanto andiamo argomentando, la tua poesia è il luogo in cui la «verità» può apparire in tutto il suo splendore, retrocessa però a rossetto, belletto della faccia gonfia e tumefatta dell’immaginario dell’ipermarket globale nel quale siamo immersi. In questa «vetrina universale» la «verità» non si dà più come alétheia, come ciò che si ritira e si rivela ma come physis, come una natura naturata che si dà come un dato, che si offre, che non si ritira affatto, anzi, che si mette in «vetrina» per essere acquistata, al pari di una merce. Mette in scena la mercificazione globale quale nomos unico che vige nel mondo amministrato della vetrina globale al quale e dal quale non c’è alcuna Verwindung (remissione) che tenga o che possa riscattarci, né alcun dio che possa salvarci.

 

 Mario M Gabriele says:

 

agosto 8, 2018 at 1:35 pm

 

Il nostro è un discorso che si avvia o si sta avviando in conclusione verso un’ipotesi di poetica, di cui sei (siamo) promotori ma che offre la stura, con contraccolpi di silenzio o di contestazione da chi disistima il nostro Progetto. È nella dinamica delle oggettivazioni linguistiche Essere per non Essere. La nostra società si stringe sempre di più, come un serpente boa all’interno di una rete tecnologica che modifica i rapporti di ascolto e di cultura, nulla a che vedere con la carta stampata e l’e-book, minimamente diffusi sul mercato. Eppure operiamo lo stesso nella preziosità del tempo davanti a noi, nella fibrillazione del pensiero, come ultima cartuccia da Winchester.

 

 Mario M Gabriele says:

 

agosto 8, 2018 at 4:53 pm

 

caro Giorgio,

 

il nostro colloquio è stato fruttuoso, per alcuni complicato. Abbiamo reso un buon servizio ai cultori della poesia, e a coloro i quali esigono da noi chiarimenti su ciò che stiamo realizzando, pur nella dimensione estetica di citazioni, di materiali assolutamente tecnici. In questo dipanarsi di idee, guarda un po’ mi sono lasciato prendere dalla dialettica, dimenticando una cosa, ossia il mio dovere nel ringraziarti di tutto ciò che in questi commenti sono affiorati sulla mia poesia. Lo faccio ora scusandomi dell’amnesia, sempre con il piacere della mia condivisione. Grazie.

 

 

Giorgio Linguaglossa


Giorgio Linguaglossa

 

Mario M. Gabriele è nato a Campobasso nel 1940. Poeta e saggista, ha fondato nel 1980 la rivista di critica e di poetica Nuova Letteratura. Ha pubblicato le raccolte di versi Arsura (1972); La liana (1975); Il cerchio di fuoco (1976); Astuccio da cherubino (1978); Carte della città segreta (1982), con prefazione di Domenico Rea; Il giro del lazzaretto (1985), Moviola d’inverno (1992); Le finestre di Magritte (2000); Bouquet (2002), con versione in inglese di Donatella Margiotta; Conversazione Galante (2004); Un burberry azzurro (2008); Ritratto di Signora (2014): L’erba di Stonehenge (2016). La porte ètroite (1916). Ha pubblicato monografie e antologie di autori italiani del Secondo Novecento tra cui: Poeti nel Molise (1981), La poesia nel Molise (1981); Il segno e la metamorfosi (1987); Poeti molisani tra rinnovamento, tradizione e trasgressione (1998); Giose Rimanelli: da Alien Cantica a Sonetti per Joseph, passando per Detroit Blues (1999); La dialettica esistenziale nella poesia classica e contemporanea (2000); Carlo Felice Colucci – Poesie – 1960/2001 (2001); La poesia di Gennaro Morra (2002); La parola negata (Rapporto sulla poesia a Napoli (2004). E’ presente in Febbre, furore e fiele di Giuseppe Zagarrio (1983); Progetto di curva e di volo di Domenico Cara (1994);  Poeti in Campania di G.B. Nazzaro; Le città dei poeti di Carlo Felice Colucci;  Psicoestetica di Carlo Di Lieto (2006); e in Poesia Italiana Contemporanea.Come è finita la guerra di Troia non ricordo, a cura di Giorgio Linguaglossa, (2016). Si è interessata alla sua opera la critica più qualificata: Giorgio Barberi Squarotti, Maria Luisa Spaziani, Domenico Rea, Gaetano Salveti, Giorgio Linguaglossa, Letizia Leone, Luigi Fontanella, Ugo Piscopo, Giorgio Agnisola, Stefano Lanuzza, Sebastiano Martelli, Francesco D’Episcopo, Pasquale Alberto De Lisio, Carlo Felice Colucci, Ciro Vitiello, G.B.Nazzaro, Carlo di Lieto. Altri interventi critici sono apparsi su quotidiani e riviste: Tuttolibri, Quinta Generazione, La Repubblica, Misure Critiche, Gradiva, America Oggi, Atelier, Riscontri. Cura il Blog di poesia italiana e straniera Isoladeipoeti.blogspot.it e Altervista.

 

 

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