Dialogo e poesie sul concetto di nuovo in arte, di disfania e sulla nuova poesia – Poesie di Mario Gabriele, Carlo Livia, Francesca Dono, Donatella Costantina Giancaspero, Anna Ventura, Gino Rago, Letizia Leone, Giorgio Linguaglossa, e Due brani musicali di Pierre Schaeffer

 

Giorgio Linguaglossa
Tornarono i rifugiati dell’aldilà

 

 

Mario M. Gabriele

 

 Introduco un mio testo inedito da Registro di bordo, facendolo confluire nel discorso critico di Giorgio Linguaglossa. Spero che altri poeti facciano altrettanto presentando poesie attinenti alla NOE. Qui farebbe bella figura il testo di Lucio Tosi: se non ricordo male “due simil gatti”.

 

Una sartoria dalle grandi firme.
-Meglio una tuta blu- dicevi,
-che un vestito da playboy-.
Nel bagaglio della Fusstemberg
c’erano piante del Guatemala,
orchidee selvagge, primeroses.

 

Tornarono i rifugiati dell’aldilà.

Maxwell ha tenuto una lezione
nella Socialist House.
Jukebox all’idrogeno mi fa star bene
come Woodstock ai ragazzi nel 69.

 

Due Gendarmi cercavano David
per un viaggio a Dachau.

E’ tutto quello che ricordo dell’infanzia,
profumo hashish e di castagnole.

 

Nella tua mano ho letto la linea della vita.
Se non ci saranno sorprese
dovresti farcela contro le fratture
e le linfoadenomegalie.

 

Stilford gestisce due cafesterias.
Ha bisogno di un cassiere durante il giorno.
Sarebbe un’occasione, William,
per finire con questa povertà che ti affligge tutto l’anno .
L’unico amico, veramente discreto, è stato Salomon
con le sue letture afroamericane.

 

Karl Randolph ha fotografato sandali e visi per un album privè.
Sei tornata da Guadalupe ma senza il coro degli angeli.
Qui le stelle sono sparite. Riappaiono a Londonderry
dove una blues singer se la cava cantando Summertime.

 

 

Giorgio Linguaglossa
un genere che non si rinnova, che non produce il «nuovo», invecchia e muore

 

Giorgio Linguaglossa  

 

Sulla categoria del «nuovo» in arte

 

A proposito del concetto di «innovazione» quale componente decisiva di un’opera letteraria, cito un brano di Robert Weidman in Teoria della ricezione(Einaudi, 1989 p. 99):

 

«L’innovazione a qualsiasi costo produce una cattiva poetica e una storia della letteratura ancora peggiore. L’estetica della ricezione, che fa propria l’idea formalistica di evoluzione letteraria, critica, è vero, la pura “canonizzazione del mutamento”, perché la “variazione estetica” non basta di per se a spiegare lo sviluppo della letteratura, dato che “l’innovazione per sé sola non costituisce ancora carattere artistico”.L’innovazione andrebbe compresa come una categoria storica, e non solo estetica. Di qui nasce inevitabilmente la domanda volta a investigare “quali siano in realtà i fattori storici che rendano veramente nuovo ciò che è nuovo di un fenomeno letterario”.

Questa domanda in merito al rapporto fra l’evoluzione letteraria e il mutamento sociale supera in un punto decisivo l’ottica astorica dei formalisti, ma non supera, tuttavia, il principio modernistico dell’innovazione oggettiva e assoluta».

 

Siamo arrivati al punto:

 

Il «nuovo» è una categoria storica, non estetica, scrive Weidman. Il «nuovo» è una necessità quando la conservazione diventa immobilismo… le forme estetiche sono forme storiche; le forme estetiche pubblicitarie e autoreferenziali fanno parte integrante della pubblicità… un genere che non si rinnova, che non produce il «nuovo», invecchia e muore. Tanta parte della «poesia» contemporanea è scrittura priva anche della cognizione della conservazione delle forme estetiche e storiche (che pure avrebbe una sua funzione, cioè quella di conservare qualcosa in frigorifero). La poesia squisitamente «narrativa» che oggi si scrive è, rigorosamente parlando, una para scrittura, una scrittura endofasica, una scrittura mimetica di se stessa; voglio dire una cosa semplice: oggi tutti scrivono allo stesso modo con una scrittura senza stile, e una scrittura senza stile non è neanche scrittura letteraria ma para scrittura.

 

Credo che una scrittura alla maniera della nuova ontologia estetica la si possa riconoscere subito per certe caratteristiche che non sono imitabili o esportabili, caratteristiche che ciascuno può sviluppare secondo la propria sensibilità artistica e secondo la propria inclinazione. In tal senso non è e non può essere una scuola ma una officina…

 

Ad esempio, il concetto di «disfania» poetica (ma si può utilizzare anche in altri campi dell’esperienza artistica: musicale, figurativa, etc.) è tale in sé da essere un concetto rivoluzionario che offre grandi possibilità di sviluppo stilistico a chi è in grado di capirne le ragioni storiche ed estetiche. La «disfania» è, a mio modesto avviso, un concetto storico e antropologico prima ancora che estetico…

 

Per esempio, nella poesia di Mario Gabriele è agevole intuire la presenza della «disfania» tra una immagine e l’altra; la «disfania» è quella irregolarità, quella differenza, quel non combaciare di una tessera con l’altra, di una icona con l’altra che crea attrito, ma non semantico quanto iconico, uno sfrigolio delle immagini, un inceppamento continuo della sintassi. Il risultato è un andamento zoppicante, a singhiozzo, un andamento obtorto collo… Oltre alla «disfania» nelle poesie di Mario Gabriele si può rinvenire anche una «disfasia», una non-coincidenza di due fasi e di due polinomi frastici…

 

Però è anche vero che una «poesia» che non contenga un quid di innovazione è non-poesia.

 

Gino Rago  

 

Su invito del nostro Giorgio Linguaglossa con-divido l’essenza del mio estemporaneo intervento al Caffè Letterario “Il Mangiaparole”
Roma, 18 maggio 2018

 

[è un omaggio anche all’ottima intervista di Mario Gabriele a Giorgio Linguaglossa per i significativi nodi poetici che intervistato e intervistatore provano a sciogliere]


Mauro Limiti e Il Mangiaparole, ovvero «La strategia del colibrì»

 

In un giorno qualsiasi di un anno qualunque, forse per un eccesso di calura o forse per il gesto criminale di un piromane, nella foresta d’Africa scoppia un incendio, così, all’improvviso.

 

Tutti gli abitanti del villaggio cercano la salvezza verso il fiume. Così fanno anche tutti gli animali,
terrorizzati come non mai prima, con alla testa proprio colui che si fregia del titolo di “Re”, di “Re della Foresta”, che senza vergogna capeggia il frenetico esodo verso il vicino fiume, il Re per primo preso dal panico all’idea di morire arrostito tra le fiamme.

 

Soltanto un colibrì non cede alla paura e anziché fuggire come tutti gli altri dalle fiamme,
con una goccia d’acqua nel suo becco penetra nella foresta, vola sulla fitta vegetazione divorata dal fuoco improvviso con l’appassionato intento di spegnere le fiamme che divampano.
E fa la spola volando tra la foresta e il fiume ma sempre con una goccia d’acqua nel suo becco.

 

Il Re della foresta, che di lontano segue la scena, con un misto di baldanza, sarcasmo e derisione si rivolge al colibrì:«Ma sei matto, ma cosa credi di fare, non vedi che tutta la foresta sta bruciando?»

 

E il colibrì, volando a becco vuoto verso il fiume da cui succhiare un’altra goccia d’acqua, senza scomporsi risponde al Re leone:
«Mentre tutti fuggono io faccio la mia parte».

 

Riuscirà davvero il colibrì a spegnere a goccia a goccia il fuoco nella foresta?
Importa davvero saperlo o è ben più importante che il colibrì creda nel buon esito della sua impresa?

 

Ecco la «strategia del colibrì», tanto semplice quanto contagiosa: basta che tutti siamo disponibili a “fare la nostra parte”, a dare il nostro ancorché modesto apporto per rendere il mondo migliore di come lo abbiamo trovato. Ma il vero nucleo della metafora del colibrì che a goccia a goccia corre verso la foresta in fiamme per spegnere l’incendio è che non ci facciamo scoraggiare da coloro che già in partenza si dichiarano sconfitti di fronte a ogni impresa, da tutti quelli cioè che già prima di osare considerano inevitabile il disastro o più semplicemente l’insuccesso.

 

La «strategia del colibrì» fa del semplice gesto d’ogni giorno la sua cifra vera, quella cifra alla portata quotidianamente di tutti che può dare sapori, colori, significati nuovi al nostro mondo.

 

Ed è strategia contagiosa.

 

E Mauro Limiti lanciando il trimestrale di Letteratura e di contemporaneistica Il Mangiaparole si è fatto contagiare in questa prova editoriale. E ha contagiato anche tutti noi, a iniziare da Giorgio Linguaglossa, ciascuno con una goccia d’acqua nel becco a volare sulle fiamme alte del mondo.

 

Gino Rago  

 

A proposito della poesia del nostro tempo, alla prima domanda di Mario Gabriele [intervista nella pagina del blog] Giorgio Linguaglossa chiosa:

 

“[…] il poeta oggi raccoglie quelle «parole» inutili gettate nella discarica e le riutilizza. Non può fare altro che andare alla ricerca delle «parole» nella discarica delle parole. Anche la poesia di Gino Rago è fatta con le «parole» trafugate dalla discarica pubblica. La vera poesia del nostro tempo è fatta con queste «parole» di cui le persone per bene si vergognano e che ripudiano…

 

Il poeta del nostro tempo disgraziato non può che dire:

 

Torno dall’esilio. Torno dalla libera caduta.
Così mi racconto.
La mia lingua è un alveare.

 

(Gino Rago)”

 

citando i versi miei tratti dalla poesia ‘Lilith racconta Lilith’ che propongo alla vastissima e fine platea de L’Ombra delle Parole integralmente.

 

 

Giorgio Linguaglossa

Torno dall’esilio. Torno dalla libera caduta

 

Lilith racconta Lilith 

 

“Torno dall’esilio. Torno dalla libera caduta.
Così mi racconto.
La mia lingua è un alveare.

Sono la sposa delle sette notti.
Nessun amante sa che se mi sfugge
Allontanandosi da me mi viene incontro
E chi mi ascolta va verso la morte.

 

Quanti non vogliono ascoltarmi
Si scavano la fossa. Chi non mi ascolta
Merita la morte nel rimorso.

 

Sono mano della serva. Finestra della vergine.
Sono la prima donna di Adamo.

So tutto della noia del paradiso e del primo uomo.
Conosco il trono di Balqis e il dono di Salomone.

 

Sono lo smeraldo senza filo caduto nella polvere.
Sono il centro della damnatio memoriae
Perché detengo il segreto delle maree,

 

Della luna quando brilla nelle labbra verticali.”

 

Giorgio Linguaglossa 

 

accolgo con piacere la proposta di Mario Gabriele, incollo qui una poesia di dieci anni fa. A quel tempo avevo sbagliato tutta la punteggiatura, c’erano quindici punti e quindici maiuscole. Bé, mi sono accorto che la punteggiatura era sbagliata. Ho tolto tutti i punti inserendo dei punti e virgola o togliendoli del tutto. Adesso la poesia scorre, almeno mi sembra. È una poesia di «oggetti» o di «cose»?, non lo so, non saprei. Ci sono degli oggetti e delle cose, il tutto è mescidato in un senso che non saprei dire. Ci ho messo dieci anni per capire che la punteggiatura era errata. Ah, dimenticavo, ho tolto anche sette o otto verbi perché mi sono accorto che non erano necessari, anzi, che toglievano qualcosa…

 

da Un treno Espresso attraversa la stanza
all’Hotel Intercontinental

 

la sedia vuota, c’è un vuoto, lo vedi?

 

«la sedia, c’è un vuoto, lo vedi?»
«dove»?
«là, davanti alla finestra»
[…]
l’ombrello rosso non c’è più,
la scatola d’avorio smaltato con i gioielli all’interno,
le fiale dei profumi allineate, le matite per il make up, il rimmel,
i bagagli, il coccodrillo di vetro di Murano, le valigie
[…]
qui a destra, la luce scarlatta dell’abat-jour,
la tartaruga sotto l’attaccapanni col carapace illuminato dal sole
che scende a piedi dalla finestra;
un giorno di pioggia, profumo Chanel n. 22
[c’era il lampadario illuminato, quella musichetta da dessert
che detestavo] forse, mi dico, è successo, forse;
qui c’è [c’era] l’attaccapanni, però, i suoi abiti
non ci sono più
[…]
un abito batte sulla olivetti 22
la macchina da scrivere cuce un abito,
l’abito che non indossi scrive una poesia,
e la poesia diventa un abito,
l’abito con gli orecchini ad anello entra nell’automobile;
quel giorno nel motel, il foulard dal finestrino…
«andiamocene via di qui»; così vagammo
per tutta la notte finché la macchina
restò senza benzina
e ci addormentammo sui sedili.
io dissi: «una sigaretta?», ma così,
tanto per dire qualcosa…
[…]
è rimasta la sedia, che io sbircio
sempre di nuovo… mi volto a guardare
la sedia;
ma perché la guardo?,
non lo so, continuo a fissarla;
per disperazione?, per angoscia?. per l’uno
e l’altro motivo, forse;
né per l’uno né per l’altro motivo, forse;
non lo so

 

Mario M. Gabriele 

 

Bravo, Giorgio. Ripensare ciò che si è scritto in poesia, riformulare struttura, versi, punteggiatura,verbi, per noi poeti in continua riprogettazione, fa parte di una etica professionale che non bisogna mai abbandonare. E questo lo noto nella tua poesia qui postata. C’è lavoro di limatura, lessemi sorprendenti. responsabilità nel proporre un vestito poetico di autentica griffe. Chissà se questo messaggio arriverà ai post-ermetici. e se lo qualificheranno nella giusta misura. Noi ci proviamo, prima di dare il Nulla Osta ad ogni testo poetico.

 

 

Giorgio Linguaglossa

Utopia è il luogo/ in cui vorremmo essere nati

 

 

Due poesie di Anna Ventura

 

Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa

In Origen y Epílogo de la filosofía Ortega y Gasset scrive che in ogni filosofia l’ambito dell’apparenza, cioè della parte patente della realtà, viene retto da un trasmundo, termine che non allude a una trascendenza, a qualcosa che sta «trans»: sembra anzi un termine cercato apposta per la sua neutralità, per non contenere nessuna interpretazione pregiudiziale. «Tras» significa semplicemente «dietro», e trasmundo indica solo ciò che sta dietro l’apparenza, ciò che pur esistendo, attualmente non appare, e dunque va scoperto, dis-coperto, dis-velato: «Tutte le filosofie ci presentano il mondo abituale diviso in due mondi, un mondo patente e un retro-mondo (trasmundo) o supermondo che è latente sotto il primo e nel rendere manifesto il quale consiste il culmine dell’impegno filosofico». Questa duplicazione si può già rintracciare nei frammenti di Parmenide, che impostano un cammino successivamente sviluppato con coerenza dalla filosofia.

 

Anna Ventura, poetessa del disincanto e del discorso argomentante, riprende a definire la dimensione dell’utopia da dove ce l’ha consegnata il pensiero della fine del novecento. La fine dell’utopia e quindi l’inizio di un nuovo cominciamento, dalla fine dell’utopia marxiana di una società degli eguali all’inizio di un nuovo sommovimento dei popoli europei di cui abbiamo avuto in questi giorni un drammatico riscontro negli eventi della Grecia in rapporto all’Europa. Non è un caso che Anna Ventura si rivolga al mito o a personaggi storici per parlarne in tono dimesso e colloquiale, com’è nel suo stile sobrio e misurato, privo di enfasi e di eccentricità, intimamente drammatico però, perché qui si tratta della liquidazione definitiva dell’utopia come di un fuori questione, di ciò che non fa più questione, di qualcosa di problematica tematizzazione. Così, scopriamo che la liquidazione dell’Utopia coincide con il ristabilimento dell’ordine delle idee e, susseguentemente, delle cose che i nuovi rapporti mediatico finanziari ci vogliono suggerire. L’Utopia rischia di diventare, direbbe Anna Ventura, non più un intramundo, un altare dell’anima derubricata a una questione psicologica, quindi.

 

Poesie di Anna Ventura

 

Utopia

 

Utopia è il luogo
in cui vorremmo essere nati,
ma siamo nati altrove.
Utopia è il luogo
in cui avremmo voluto crescere,
e scoprire il mondo,
ma siamo vissuti altrove,
e il mondo ci si è rivelato da solo,
spietato e inevitabile,
pericoloso.
Utopia è il luogo in cui, forse,
non ci sarà nemmeno concesso di morire:
perché anche questo sarebbe un privilegio.
Lungo il percorso
tanto ci siamo compromessi,
con la durezza del mondo reale,
da perdere le ali necessarie
a volare tanto in alto.
Ma abbiamo imparato a camminare.

 

*

 

Mitridate

 

Mitridate meticolosamente prendeva
la sua porzioncina di veleno,
ma sapeva che, comunque,
sarebbe morto avvelenato:
dalla paura; dalla diffidenza;
dall’assenza di ogni fiducia.
Un giorno particolarmente cupo
chiese a un servo se anche lui,
per caso,
avesse quella paura del veleno;
quello gli rispose che di paura non ne aveva.
“Sono troppo povero – disse –
perché qualcuno possa trarre profitto
dalla mia morte.”
Mitridate pensò, allora,
che erano la ricchezza e il potere,
il suo grande pericolo,
la causa prima della sua solitudine.
Per un attimo immaginò
di essere un povero,
uno di quei tanti straccioni
che si accalcavano nel retro
delle sue cucine, contendendosi i resti
dei suoi opulenti banchetti: l’idea
non gli piacque per niente:lui
era Mitridate,
e niente poteva sottrarlo a se stesso;
perciò ingoiò la sua razione quotidiana
e si avviò in pace
nei labirinti della sua lussuosa dimora.

 

(Inedito, 2014)

 

 

Giorgio Linguaglossa

La «nuova ontologia estetica» ha sempre a che fare con un nuovo modo di intendere la «cosa»

 

 

Giorgio Linguaglossa  19 dicembre 2017 alle 12:36

 

La «nuova ontologia estetica» ha sempre a che fare con un nuovo modo di intendere la «cosa», essendo la «cosa» abitata da una aporia originaria che noi esperiamo nell’arte come «cosa» rivissuta ma non facente parte del presente come figura del tempo. È un nuovo modo, con una nuova sensibilità, di intendere l’arte di oggi. Ecco perché per analizzare una poesia della nuova ontologia estetica bisogna fare uso di un diverso apparato categoriale rispetto a quello che usavamo, che so, per spiegare una poesia di Montale o di Caproni… di qui l’oggettiva difficoltà dei letterati abituati alla vecchia ontologia, essi, educati a quella antica ontologia non riescono a percepire che è cambiata l’atmosfera del pianeta «parola»…

 

In fin dei conti l’aporia della cosa ha a che fare con l’aporia della comunicazione estetica… Intendo dire che una antinomia ha attecchito la poesia italiana di questi ultimi decenni: che la poesia debba essere comunicazione di un quantum di comunicabile. Concetto errato, non vi è un quantum stabilito che si può comunicare, anzi, la poesia che contingenta un quantum di comunicabilità cade tutta intera nella comunicazione, diventa un copia e incolla della comunicazione mediatica, di qui la pseudo-poesia di oggi. Occorre quindi rimettere la comunicazione al posto che le spetta: nei bugiardini dei prodotti farmaceutici e nelle dichiarazioni della pubblicità. Questo concetto va bene quando si scrive un articolo di giornale o quando si fa «chiacchiera» da salotto o da bar dello spot ma non può andare quando si scrive una poesia. Il distinguo mi sembra ovvio, no?

 

Gino Rago  

 

Filomena Rago e il «Laboratorio delle idee», Mauro Limiti e «Il Mangiaparole», ovvero «La strategia del colibrì»

 

In un giorno qualunque di un anno imprecisato, forse per un eccesso di calura [o forse per il gesto criminale di un piromane], nella foresta d’Africa scoppia un incendio, così, all’improvviso.

 

Tutti gli abitanti del villaggio vicinissimo alla foresta cercano la salvezza verso il fiume. Così fanno anche tutti gli animali, terrorizzati dal fuoco come non mai prima, con alla testa proprio colui che si fregia del titolo di “Re”, di “Re della Foresta”, il quale, senza vergogna, capeggia il frenetico esodo verso il vicino fiume, il Re per primo preso dal panico all’idea di morire arrostito tra le fiamme.

 

Soltanto un colibrì non cede alla paura e, anziché fuggire come tutti gli altri dalle fiamme, con una goccia d’acqua nel suo becco penetra nella foresta e vola sulla fitta vegetazione divorata dal fuoco con l’appassionato intento di spegnere le fiamme che divampano.

 

E fa la spola volando tra la foresta e il fiume, ma sempre con una goccia d’acqua nel suo becco.

 

Il Re della foresta, che di lontano segue la scena, con un misto di baldanza, sarcasmo e derisione si rivolge al colibrì:«Ma sei matto, ma cosa credi di fare, non vedi che tutta la foresta sta bruciando?»

 

E il colibrì, volando a becco vuoto verso il fiume da cui succhiare un’altra goccia d’acqua, senza scomporsi risponde al Re leone:

«Mentre tutti fuggono io faccio la mia parte».

 

Riuscirà davvero il colibrì a spegnere a goccia a goccia il fuoco nella foresta?
Importa davvero saperlo o è ben più importante che il colibrì creda nel buon esito della sua impresa?

 

Ecco la «strategia del colibrì», tanto semplice, quanto contagiosa: basta che tutti siamo disponibili a “fare la nostra parte”, a dare il nostro ancorché modesto apporto per rendere il mondo migliore di come lo abbiamo trovato. Ma il vero nucleo della metafora del colibrì che a goccia a goccia corre verso la foresta in fiamme per spegnere l’incendio è che non ci facciamo scoraggiare da coloro che già in partenza si dichiarano sconfitti di fronte a ogni impresa, né da tutti quelli che già prima di osare considerano inevitabile il disastro o più semplicemente l’insuccesso.

 

La «strategia del colibrì» fa del semplice gesto d’ogni giorno la sua cifra vera, quella cifra quotidiana alla portata di tutti che può dare sapori, colori, significati nuovi al nostro mondo. Ed è strategia contagiosa.

 

Filomena Rago con il «Laboratorio delle idee» e Mauro Limiti con il trimestrale di Letteratura e di contemporaneistica «Il Mangiaparole» si sono fatti contagiare in queste prove culturali ed editoriali.
E la strategia del colibrì ha contagiato anche tutti noi, a iniziare da Giorgio Linguaglossa e da Letizia Leone per Il Mangiaparole,  ciascuno con una goccia d’acqua nel becco a volare sulle fiamme alte del mondo.

 

Nota.
[La storia del colibrì e del fuoco nella foresta appartiene ad un ciclo di antiche favole africane, da me riprese e rifondate.

Come succede per tutte le favole, anche questa chiude in sé una morale. In questa favola la morale è chiara: fare la propria parte quotidianamente, soprattutto negli eventi cui il mondo ci chiama, senza girarsi dall’altra parte].

 

(Roma, il 18 maggio 2018, Caffè Letterario Il Mangiaparole)

 

Carlo Livia

 

GIARDINO

 

per Giorgio Linguaglossa

 

Il sogno verde spoglia il pallore delle sovrane dalle calze di vento.
L’angelo si spegne nella scultura triste, perché la luce è piena di nottambuli in delirio.
Il corpo dimentica il desiderio celeste, che scompare lasciando un’aureola di lacrime sul letto vuoto della musica.
La chitarra in gabbia sogna uno sposalizio di macchine d’alabastro, che l’ira del nume decompone in mille precipizi morbidi.
I violini sepolti nello sguardo delle venditrici di vento diffondono la malattia del Paradiso, bruciare oceani e cospargere di cenere le nudità orientali.
Cumuli di peccati impediscono l’entrata della Dea, il vero addio appare, ma solo nel pianto della fanciulla crocifissa.
La reggia è morta: le anime in calore attendono invano.
La santità delle nubi si abbevera ad una pozza di violino.
La brezza addormentata sul ramo invoca la nudità della pioggia imminente.
Le foglie morte sognano le fontane senz’acqua della luna, dove illividisce lo sguardo dei risorti.
L’aria si sdraia nella follia celeste, indossando pallidi guanti di musica
In fondo allo specchio si accoppiano due eternità capovolte, e nasce il sogno sterminatore:
tu mi lascerai, amore mio.

Giorgio Linguaglossa
Il corpo dimentica il desiderio

 

Giorgio Linguaglossa

caro Carlo Livia,

 

ammiro le tue perifrasi oniriche, tu sei l’unico in Italia che scrive in questo modo, sarei tentato di dire in questo modo ontologico, se non fosse che un autore di recente ha preso le distanze dalla nostra ontologia dicendo che lui preferisce parlare a proposito della sua poesia di fenomenologia… etc. etc. – Io penso che su questa problematica si hanno delle idee superficiali e approssimative: ontologia, fenomenologia… tutte parole da prendere col contagocce.
Riguardo alla tua poesia io farei il percorso contrario rispetto a quello che io ho fatto con la mia poesia: io ho eliminato tutti i punti sostituendoli con le virgole, per la tua poesia proporrei invece il percorso inverso: eliminare qualche virgola sostituendola con dei punti, inoltre eliminerei qualche “legamento” tipo: «perché», «dove» e qualche aggettivo: «celeste». Copio e incollo il risultato. Dimmi che ne pensi:

 

Il sogno verde spoglia il pallore delle sovrane dalle calze di vento.
L’angelo si spegne nella scultura triste. La luce è piena di nottambuli in delirio.
Il corpo dimentica il desiderio, che scompare lasciando un’aureola di lacrime sul letto vuoto della musica.
La chitarra in gabbia sogna uno sposalizio di macchine d’alabastro, che l’ira del nume decompone in precipizi morbidi.
I violini sepolti nello sguardo delle venditrici di vento diffondono la malattia del Paradiso.
Bruciare oceani e cospargere di cenere le nudità orientali.
Cumuli di peccati impediscono l’entrata della Dea. Il vero addio appare, ma solo nel pianto della fanciulla crocifissa.
La reggia è morta: le anime attendono invano.
La santità delle nubi si abbevera ad una pozza di violino.
La brezza addormentata sul ramo invoca la nudità della pioggia imminente.
Le foglie morte sognano le fontane senz’acqua della luna.
Illividisce lo sguardo dei risorti.
L’aria si sdraia nella follia celeste, indossa pallidi guanti di musica.
In fondo allo specchio si accoppiano due eternità capovolte.

E nasce il sogno sterminatore.

 

Lucio Mayoor Tosi

 

“l’innovazione per sé sola non costituisce ancora carattere artistico”

 

L’icona moderna non è manifesta. Si è scritta nell’inconscio, pertanto bisogna scavare, rompere la crosta dei (propri) condizionamenti.
L’innovazione storica è memoria individuale: giacché oggi si vive nell’estraneità, ci si occuperà intelligentemente dell’Io collettivo e del nulla personale.
Secondo me il Paradiso terrestre era abitato da molte persone, le quali dialogavano tra di loro come Gabriele, Linguaglossa, Ventura e Rago nelle poesie qui pubblicate. Poi venne il diluvio universale.

 

Donatella Costantina Giancaspero

 

Cari amici,
anch’io accolgo l’invito di Mario Gabriele e pubblico qui una mia poesia.

 

Senza attesa

 

Entra luce, in cucina, non il sole – è fuori,
laterale ai palazzi –.
Sul balcone, nei vasi di plastica allineati,
dimorano spini, oppure nudi terricci di cenere.
In quello di terracotta, un fotogramma a colori.

 

Entra afa e un lembo di cielo sbiancato.

 

L’uomo di fronte, in canottiera.
Dal quinto piano affaccia alla strada il suo stare così,
senza attesa.
Il fumo della sigaretta libera un pensiero
tra due suoni in sordina, sorpresi alla voce.

 

Sul marciapiede vanno. Con poche parole.
La stazione a due passi da casa
– il trolley slittante sulle sconnessure
ha una ruota rotta –.

 

A testa bassa per non sapere
che viso fa il distacco, di che segni
lo marca.

 

Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa

 

 

Giorgio Linguaglossa

 

La ripresa della ontologia, nel campo squisitamente artistico: poetico, figurativo, musicale (ma i suoi concetti sono applicabili anche in architettura), avviene dopo che si è compiuta la de-fondamentalizzazione del soggetto e la retorizzazione del soggetto. Nelle nuove condizioni storiche poste dalla economia globale, oggi si avverte il bisogno di porre in discussione le categorie sulle quali proliferava la antica ontologia estetica. Il risultato più eloquente è la retorizzazione dell’oggetto e la de-ideologizzazione della vecchia ontologia. Voglio dire che i nuovi concetti di Tempo Interno, Tempo esterno, Spazio Interno, Spazio esterno, di temporalizzazione dello spazio e di spazializzazione del tempo, i nuovi concetti di disfania e di diafania, la netta distinzione tra «oggetti» e «cose», il principio di estraneazione, la utilizzazione del frammento e della frammentazione di tutto ciò che l’antica ontologia estetica credeva immodificabile ed eterno, sono concetti che innovano, introducono un ribaltamento della concezione antica della stabilità di un Soggetto esterno che legifera mediante degli strumenti «eterni»: il metro, la parola, la proposizione poetica, l’impiego codificato della punteggiatura, il discorso unilineare…

 

«Il senso antropocentrico della vita è scosso», «Il soggetto è diventato in gran parte ideologia… In questo senso, e non da oggi, il non-io è preordinato drasticamente all’io», scrive Adorno in Dialettica negativa, (1966, tra. it. Einaudi, 1970, p. 58)

 

Il concetto di una nuova ontologia del poetico passa necessariamente attraverso la critica dell’ontologia. Una nuova fenomenologia del poetico passa necessariamente attraverso il rinnovamento della antica fenomenologia estetica. «Veri sono solo i pensieri che non comprendono se stessi». Ogni filosofia, anche quella che mira a realizzare la libertà, trascina con sé nei suoi elementi irrinunciabilmente universali illibertà, nella quale si prolunga quella della società. (Adorno, Ibidem p. 42)

 

Letizia Leone

 

Importante e necessario dialogo a distanza questo tra Mario Gabriele e Giorgio Linguaglossa data l’estensione delle questioni linguistiche-poetico-filosofiche analizzate nel tomo della Critica della Ragione Sufficiente e per di più tutte contestualizzate sulla carne viva dei testi e dei poeti. Ecco questo reportage ne sintetizza ed espone le questioni centrali della NOE. E non si tratta, è bene sottolinearlo come fa Mario Gabriele, di slogan o manifesti o “ismi”, le avanguardie sono state liquidate da tempo, così il loro evoluzionismo e l’idea lineare di “Progresso in Arte”. Qui si tratta di un ripensamento critico della “forma poesia”.

 

Scrive Linguaglossa: “Un orientamento verso il futuro, anche se esso ci appare altamente improbabile e nuvoloso, dato che il presente non è affatto certo”. Precarietà storica e generale. E come sottolinea Gabriele già nei poeti della Nuova Ontologia Estetica il testo stesso è diventato un sistema instabile, aperto a riscritture multiple, non finito, precario e poroso, decentrato, anzi quando Giorgio Linguaglossa rileva quanto sia obsoleto il linguaggio della critica tradizionale, una sorta di liturgia cerimoniale (“Mi rendo conto che mi manca il linguaggio per entrare dentro una poesia…”), apre anche la via ad una forma poesia come metalinguaggio assoluto…Si tratta di un gesto unico: pensare criticamente mediante il gioco sensuale della poiesis, del fare come bene esemplificano i testi postati sopra.

 

Donatella Costantina Giancaspero

 

Pierre Schaeffer (1910 – 1995), compositore, musicologo e teorico musicale francese. Ricercatore nell’ambito della musica concreta, da lui teorizzata, praticata e illustrata nel suo Trattato degli oggetti musicali (1966).

 

Nella musica concreta pura il materiale di base è sempre precostituito: i suoni e rumori provenienti da qualsiasi contesto, cioè ricavati dalla quotidianità, dalla natura, nonché da voci e strumenti tradizionali, vengono registrati con il magnetofono (registratore a nastro), immagazzinati e successivamente elaborati e denaturati mediante varie tecniche di montaggio.

 

Per voi, amici, ho scelto due brani: il primo, composto nel 1959, dal significativo titolo Etude Aux Objets, e il secondo realizzato da Schaeffer insieme a Hanry Pierre, tra il 1949 e il 1950. Si tratta della celebre Symphonie pour un homme seul, un “poema concreto” sulla giornata di un uomo, con respiri, passi, porte sbattute…

 

Sebbene Pierre Schaeffer non sia riuscito fino in fondo nel suo progetto, quello di “far saltare le scogliere di marmo dell’orchestrazione occidentale”, di sicuro ha impresso una scossa durevole a quelle scogliere aprendo alla musica contemporanea nuove strade sonore. Buon ascolto!

 

Giorgio Linguaglossa

 

Giorgio Linguaglossa

 

 

 

Francesca Dono

 

-viaggio delle 17,30-

 

I pesci ringhiano dietro le ali
Dei palazzi Con tutte le linee
Tese di fili e di strade Forse
Una scena acquatica
Il guscio delle tartarughe
Spurgato da sotto gli alberi crudi
Il viaggio si è mostrato
A tratti
A mezzo chilometro di altezza nociva
Con certi specchi chiusi
Sugli occhi Le bolle triangolari
Appena a galla C’era un Matrix in abito scuro
La pioggia nel ghigno informatico dei corpi
Esitanti Per tre minuti il contenitore ha continuato
A perdere sangue dalle increspature dei vetri
-Und Raus Raus Raus _ diceva un
Povero cristo contro i piedi di tutti
Nessuna difesa Avete visto qualcuno su
Questi sedili di paglia? L’ultima giacca fu
Riempita di noci del Congo e fatta cadere in disparte.
Lo tsunami ci rapisce

 

All’improvviso Sono le 17,30 Berta e Concita scendono
A terra con due bambole strette alla pancia Nel buio una mano le ha spinte senza spiegazioni La prima non ha parlato L’altra è rimasta col fagotto alle braccia_ In fusione a una serie di insegne lascive Dal breve brusio generale

 

 

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