La poesia è la presentificazione della «traccia» che rivela l’impostura delle maschere ontiche del pensiero identificante. Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa

Giorgio Linguaglossa

 

Costantina Donatella Giancaspero vive a Roma, sua città natale. Ha compiuto studi classici e musicali, conseguendo il Diploma di Pianoforte e il Compimento Inferiore di Composizione. Collaboratrice editoriale, organizza e partecipa a eventi poetico-musicali. Suoi testi sono presenti in varie antologie. Nel 1998, esce la sua prima raccolta, Ritagli di carta e cielo, Edizioni d’arte Il Bulino (Roma), a cui seguiranno altre pubblicazioni con grafiche d’autore, anche per la Collana Cinquantunosettanta di Enrico Pulsoni, per le Edizioni Pulcinoelefante e le Copertine di M.me Webb. Nel 2013, terza classificata al Premio Astrolabio (Pisa). Di recente pubblicazione è la silloge Ma da un presagio d’ali (La Vita Felice, 2015).

 

Da qualche giorno, il sospetto che il mare è là dietro.

Dietro lo schermo sbavato di case.

Tra loro si afferrano ai fianchi, come sostegno.

 

Qui, la persiana ha una fessura puntata sulla scala di ferro battuto.

Sale a chiocciola. Dal cortile, al terrazzo condominiale – testimonia la foto

scampata al massacro dei ricordi –.

 

Una perfezione fonda, inconoscibile, è forse oltre.

Lo lasciano intendere i gabbiani – stanno qui, da poco tempo, dentro i muri

Più grandi, sul terrazzo condominiale. Sforano la luce.

 

Ma non è concesso di seguirne i voli. Dall’alto ci sorvegliano.

Se intuiscono uno sguardo intento, scendono in picchiata.

Rasentano gli occhi.

 

Donatella Costantina Giancaspero

13 settembre 2018 alle 12:46 

 

Un’autentica sorpresa, oggi, la pubblicazione di questo mio testo inedito. E sorprendenti tutti i commenti, le riflessioni che questo testo ha sviluppato.

Allora rivelerò che la poesia di oggi è stata modellata su un testo vecchio di vent’anni: pochi versi, brevi, minimali, in sostanza l’abbozzo di quello che avrei scritto dopo, ovvero oggi, nella consapevolezza di una Nuova ontologia estetica. Certo, a quel tempo mai avrei immaginato tale evoluzione…

Però, già all’epoca, in quei primi esperimenti, mi erano chiari alcuni intenti. Li avevo sintetizzati in uno scritto che riporto qui.

Sì, cari lettori, anch’io voglio farvi una sorpresa.

 

Giorgio Linguaglossa

 

 

Appunti sui miei testi poetici

 

Questi testi traggono spunto, per lo più, da situazioni reali, ma non mirano al racconto del fatto accaduto, né descrivono luoghi e persone. Il tono discorsivo è dunque ingannevole: sembra dire e invece riferisce appena qualche dettaglio di ciò che è o che è stato, insiste su elementi minimi, di poco conto, brevi frammenti di una storia mai del tutto narrata, di una realtà che resta per sempre dietro alle parole scritte.

 

Anche il “tu”, assai presente, è motivo di ambiguità: non rivela mai l’identità del soggetto, che resta senza volto, nome, età; solo in qualche rara occasione, se ne riconosce o intuisce il sesso, maschile o femminile. Se il “tu” sia riferito a una persona reale o immaginaria, se coinvolga più persone, oppure sia un semplice artificio letterario per mascherare l'”io” di chi scrive, al lettore non è dato sapere. Del resto, questa indeterminatezza è coerente con il carattere vago, incerto, poco comunicativo dei testi.

 

I luoghi, come ho detto, non sono descritti. Se ne accenna rapidamente. Si tratta di interni: un bar, ad esempio, oppure i locali di un appartamento: una cucina o, più genericamente, una stanza, non meglio identificata, mai nominata, ma lasciata intuire dalla presenza di una finestra, oggetto della vita quotidiana sul quale si posa l’occhio, elemento che divide e unisce la realtà interiore e quella che sta fuori. Proprio guardando dalla finestra, spesso vengono colti i frammenti dei luoghi esterni: la facciata di una casa, o un ritaglio di cielo. Il cielo, testimone di ciò che accade, “infinito occhio”, come lo definisco in un verso, che vede e sa; il cielo che si rasserena, quale metafora di una “tregua” finalmente concessa; il cielo cittadino, che si riempie di voli di gabbiani, voli “inquietanti” di uccelli ostili che “sovrastano”, “assediano”, “sorvegliano” le intenzioni, i desideri di chi guarda da fuori, da un “angolo escluso” della città, e pensa altrove “una perfezione azzurra/ fonda/ inconoscibile”.

 

A volte, i pensieri e alcuni episodi minimi si inseriscono in un tempo, quello trascorso e rievocato, attraverso qualche riferimento alle stagioni: l’estate, reale o illusoria; la primavera, stagione per definizione serena, che volge in negativo e diventa metafora dell’abbandono, dell’assenza; l’inverno, viceversa, visto in positivo, che accoglie gli aspetti felici del vivere.

Il tempo è rappresentato anche dai vari momenti della giornata, con riferimento vago, però (“a un’improbabile/ ora del giorno”), o di poco più preciso: “il giorno fatto”, il giorno “che dilaga/ oltre le otto/ di sera”. La sera, momento finale, che chiude la giornata; quando ormai non ci aspettiamo più nulla, ecco che accadono gli eventi più sorprendenti: un ritorno imprevisto e improvviso, la meraviglia di un gesto, il manifestarsi inatteso di qualcosa.

La forma scarna e frammentaria del verso, il ritmo, la musicalità, che intendo imprimere al testo con la scelta di un lessico sorvegliatissimo e di una costruzione sintattica molto lineare, sono fattori che concorrono a esprimere il carattere essenziale della mia poetica; una poetica che attinge all’aneddotica, ma solo per trasferire sulla pagina, sotto forma di immagine disadorna, di ricordo appena delineato, soltanto il segno, la traccia, che quella immagine, quel ricordo, hanno inciso nel profondo.

Così, mi pare che i testi appaiano pervasi, qua e là, da un sentimento sfumato di malinconia; vorrei che si sentisse emergere tra le parole, l’idea di un rammarico vago, inesprimibile; che la lettura emanasse una sensazione di assenza, di perdita, anche se il testo non ne riportasse un esplicito riferimento.

Per tutte queste ragioni, nella dizione, nulla di più la voce potrà e dovrà aggiungere alle parole scritte.

Alcune di queste parole si sono prestate ad essere musicate mediante brani appositamente da me composti. Tale musicabilità delle parole ha rappresentato nel mio intento, oltre che un rafforzamento dei motivi estetici ed espressivi, anche un verifica, una riprova dell’esistenza, sul piano strettamente formale, di quel ritmo, di quella musicalità cui accennavo prima, che pare connaturata nel testo.

 

(Roma, 1997)

 

Giorgio Linguaglossa

 

Giorgio Linguaglossa

13 settembre 2018 alle 16:38

 

«l’arte che non fa anticamera non è arte» ha scritto Adorno. 

 

Che la poesia sia restata in cantiere, un cantiere aperto, per venti anni non mi meraviglia affatto, «l’arte che non fa anticamera non è arte» ha scritto Adorno nella Teoria estetica, con ciò volendo intendere che un’opera d’arte ha un tempo di incubazione che non può essere manipolato o governato dal suo creatore. Il poeta può solo porre le condizioni affinché un certo linguaggio gli pervenga da un indirizzo sconosciuto. Sicuramente nel 1997 si viveva e si respirava ancora l’atmosfera vischiosa e paludosa della poesia epigonica, non era possibile per un poeta, anche il più accorto e intelligente, creare una composizione che non risentisse in qualche modo delle mode letterarie del tempo.

 

Mi fa piacere che Costantina Giancaspero abbia candidamente ammesso che l’incontro con la «nuova ontologia estetica» sia stato per lei una sorta di terremoto e di catalizzatore, un serbatoio nel quale le tensioni linguistiche e stilistiche della sua ricerca ventennale hanno trovato una loro sistemazione, un equilibrio e una formalizzazione; occorreva un poderoso lavoro collettivo (quello che la NOE ha fatto e che sta facendo) di svecchiamento e di dismissione di tutte le categorie su cui si reggeva la poesia maggioritaria (maggioritaria solo di nome, di fatto non c’è una distinzione tra la poesia maggioritaria e la minoritaria se non per il fatto che una certa poesia viene stampata da alcuni editori e non da altri). Donatella Costantina ha compreso perfettamente che «je» è «le rien», che l’«io» è «il nulla», e che continuare ad usare il pronome personale significa cadere nel tranello della finzione del linguaggio, poiché il vero soggetto è il linguaggio, il soggetto della soggettività che è assenza.

La poesia della Giancaspero ruota tutta attorno a questo grande vuoto soggettivo, a questa cavità costitutiva… E allora scopre che proprio facendo ruotare la composizione attorno a questa «vuotità» è possibile entrare in consonanza con il linguaggio e con la memoria. Se le leggiamo con attenzione, scopriremo che le sue poesie sono di fatto una serie di composizioni che si reggono sul «vuoto», ogni proposizione o immagine si regge sulle proposizioni-immagini che precedono in modo da comporre una costruzione instabile e fragilissima che trae la propria forza di resilienza proprio da questa connaturata debolezza.

 

Lacan si domanda: «Che sono io? – Io sono nel posto da cui si vocifera che l’universo è un difetto nella purezza del Non-essere» […] «Questo posto si chiama Godimento, ed è ciò il cui difetto renderebbe vano l’universo».1

 

La poesia è la presentificazione della «traccia» che rivela l’impostura delle maschere ontiche del pensiero identificante

 

Noi sappiamo da Freud che «nel nostro apparato psichico permane una traccia (Spur) delle percezioni che si accostano a noi, traccia che possiamo chiamare traccia mnestica (Erinnerungsspur). Infatti chiamiamo “memoria” la funzione che si riferisce a questa traccia».2

Che cos’è la «traccia»? La traccia è un qualcosa che agisce anche dopo che l’«orma» è stata cancellata. Infatti, la memoria agisce in questo modo: cancella le «tracce» in modo da far posto alla memoria che così può accumulare una gran quantità di ulteriori «tracce». La memoria è nient’altro che questo immenso accumulo di «tracce» che il tempo si incarica di cancellare. Ma quand’anche fosse interamente cancellata la «traccia» resta come un qualcosa di inintelligibile che continua ad «agire».

Una volta ho chiesto a Donatella Costantina Giancaspero se le immagini delle sue poesie fossero frutto di fantasia o se fossero reali, cioè desunte da ricordi, e lei mi rispose candidamente che tutte le immagini proposizioni che lei impiegava si riferivano a situazioni reali, quelle che noi chiamiamo ricordi, che non erano solo ricordi ma ricostruzioni attive della memoria, erano delle tracce mnestiche che corrispondevano a situazioni emotive originarie che la poesia si incaricava di rieditare, quello che comunemente si intende per «significato» era questa ricostruzione ad opera della mente intesa come edificazione della «presenza» del «non-presente».

 

Ed è ovvio che in questa presentificazione del «presente» essendo chi agisce una debole «traccia», questa agisca autonomamente, in assenza del soggetto, anzi, al di sopra e al di sotto del soggetto, lo circumnaviga, lo depista, agisce come se il soggetto «io» non ci fosse, lo elide. Ecco la ragione del perché nella poesia giancasperiana non si trovano che molto raramente, essendo i verbi una funzione del soggetto, una azione che il soggetto compie sul mondo dirimpetto, una funzione-finzione perché afferisce alla idea di un soggetto legiferante e determinante. È ovvio che qui siamo all’interno della concezione del pensiero identificante, delle maschere ontiche del pensiero identificante. Chi segue supinamente questo pensiero, prima o poi andrà a sbattere contro il muro della funzione-finzione del soggetto legiferante e identificante.

Leggiamo la poesia:

 

Da qualche giorno, il sospetto che il mare è là dietro.

Dietro lo schermo sbavato di case.

Tra loro si afferrano ai fianchi, come sostegno.

 

Qui, la persiana ha una fessura puntata sulla scala di ferro battuto.

Sale a chiocciola. Dal cortile, al terrazzo condominiale – testimonia la foto

scampata al massacro dei ricordi –.

 

Una perfezione fonda, inconoscibile, è forse oltre.

Lo lasciano intendere i gabbiani – stanno qui, da poco tempo, dentro i muri

Più grandi, sul terrazzo condominiale. Sforano la luce.

 

Ma non è concesso di seguirne i voli. Dall’alto ci sorvegliano.

Se intuiscono uno sguardo intento, scendono in picchiata.

Rasentano gli occhi.

 

Così, in assenza dei verbi, entra in azione il pensiero rammemorante, entra in azione la «traccia», il cui pensiero non sarà mai legiferante e identificante, il cui pensiero si sottrae alla volontà di potenza di chi vuole costruire gli enti per l’interpretazione. Qui il soggetto si è talmente indebolito da non essere più in grado di opporre l’attività censoria alla emersione presentificante della «traccia». La poesia è questa emersione presentificante della «traccia», è l’emersione della preistoria che, in quanto preistoria, assume lo svolgimento scenico della ripetibilità, della abreazione di una energia psichica del profondo. La poesia è un susseguirsi di accadimenti in assenza di attività censoria.

L’evento, ciò che è accaduto, la «traccia mnestica» a livello psichico, si dà nella configurazione della eventualità che opera sul filo della «presenza» documentabile e rintracciabile a livello del linguaggio.

 

La poesia è la presentificazione della «traccia» che rivela l’impostura delle maschere ontiche del pensiero identificante.

 

1 J. Lacan Scritti vol II. a cura di Giacomo Contri, Einaudi, Torino, 1974, p. 823

2 Sigmund Freud, L’interpretazione dei sogni, Torino, Boringhieri, 1966, p. 491

 

 

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