Francesca Lo Bue Tre poesie da L’emozione nella parola (Por la palabra, la emocion), Progetto Cultura Roma, 2010 – Una poesia di Lucio Mayoor Tosi, Letizia Leone, Tadeusz Różewicz

Giorgio Linguaglossa

 

[Francesca Lo Bue, nasce a Lercara Friddi (PA). In Argentina compie tutti i suoi studi fino alla laurea in Lettere e Filosofia presso l’Università Nazionale di Cuyo di Mendoza. Vince una borsa di studio del Ministero degli Affari Esteri italiano, con il saggio Lirismo y Metafisica en Giacomo Leopardi. Sotto la guida del Professor Aurelio Roncaglia si specializza in Filologia Romanza presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. Ha curato diversi studi letterari sia in italiano che in lingua spagnola. Ha pubblicato la raccolta di poesie in lingua spagnola Por la Palabra, la Emoción, Edizione Belgeuse Grupo Editorial, Madrid 2009; in Argentina il romanzo di viaggio Pedro Marciano, Ex Libris Editorial, Mendoza; in Italia la raccolta bilingue italiano – spagnolo Non te ne sei mai andato (Nada se ha ido), Edizioni Progetto Cultura 2003 s.r.l., Roma 2009; L’Emozione nella Parola (Por la palabra, la emoción), Edizioni Progetto Cultura 2003 s.r.l., Roma 2010; Moiras, Edizione Scienze e Lettere, Bardi editore, Roma 2012; Il Libro Errante, Edizioni Nuova Cultura, Roma 2013; El libro errante, Edizioni Progetto Cultura, Roma 2013; Itinerari (Itinerarios), Società Editrice Dante Alighieri, Roma 2017]

 

Caro Giorgio,

 

ti mando tre mie poesie in spagnolo e in italiano a proposito del tema della Metafora Silenziosa, da te sviluppato qualche tempo fa. La Metafora Silenziosaè il lessico del pre-linguaggio: il grido, il singhiozzo, i cenni di preghiera spezzata, voci tronche, grugniti e balbuzie. Espressioni deformate che escono spontaneamente, e anche inavvertitamente, dall’interiorità (enigmatico e umile abisso). È il lessico disarticolato da cui furoriescono i nodi o grumi interiori, spesse volte irrisolti.

 

Cari saluti e grazie.

 

(Francesca Lo Bue)

 

Giorgio Linguaglossa

 

Giorgio Linguaglossa

 

 

Francesca Lo Bue

 

Llamada

 

Toc, toc,
Gotea zumbón, un sonido.
Toc, toc, un sonido radiante,
Un dejo de rima que llama.
Indolente, quiere venir,
temerario quiere salir.
La palabra se vislumbra.
Trae resuello de inmensidades solitarias,
aliento espeso de horas olvidadas,
de aventuras desveladas, de pasiones subterráneas.
Quiere palabras, aquellas.
Tiene apuro de versos y cadencias,
trae lumbre de silencios insondables y secretos palpitantes.
Gotea el paraíso y un jacinto rojo.

 

Cifras blancas.
Signos huecos
Espejo que ciego multiplicas.
anhelante biografía anónima.
Palabra que te entregas desmigajada,
tú sola dás máscaras a mi rostro desconocido.

 

.

Chiamata

 

Toc, toc.
Gocciola ronzante, un suono,
un suono radiante,
uno strascico di rima chiama.
Indolente vuole venire,
temerario vuole uscire.
Si ravvisa una parola.
Porta respiri d’immensità solitarie,
aneliti densi di ore dimenticate,
di venture svelate, di passioni sotterranee.
Vuole parole, quelle.
Ha fretta di versi, di ritmi, di cadenze.
Porta luce di silenzi insondabili, di segreti palpitanti.
Gocciola il paradiso e un giacinto rosso.

 

Cifre bianche.
Segni vuoti.
Specchio che cieco moltiplichi.
anelante biografia anonima.
Parola che ti doni spezzettata,
tu sola dai maschere al mio viso sconosciuto

 

.

El terror de Tántalo

 

La voz no brotaba, no salía.
Estaba guardada, distraída en su cerrazón.
¡Flor de piedra y oro, alejada de su carne-tierra!
No había voces, en el bosque calcinado del estío.
Irrumpía la zozobra de las ninfas negras,
crujía el gozo de las voces ciegas en la noche hueca.
El hado venturoso,
cansado del frío cautivo de la flor de oro,
¡Cansado!
Desenlaza en la tibieza del sol melancólico,
avisos soñantes de lumbre sutil.
aletean!
Perduran,
vuelven!
Inalcanzables se alejan, se acercan.
allende, allende se empañan.
Golpea el hechizo del mediodía de bronce.

 

Y el grito se alzó en el derrumbe de los torreones obscuros
Grande es el olvido en las aras apagadas.
Vida que vuelves,
recorrido fantástico de chimeras
con sangre de pasión y cenizas.

 

.

Il terrore di Tantalo

 

La voce non sbocciava, non usciva.
Era riposta, distratta nella sua chiusura.
Fiore di pietra oro, lontana dalla sua carne-terra!
Non c’erano voci, nel bosco calcinato dell’estate.
Irrompeva l’afflizione delle ninfe nere,
crepitavano le voci cieche nella notte vuota.
Il destino venturoso, stanco del freddo imprigionato nel fior d’oro.
Stanco!
Srotola, nel tepore del sole melanconico,
avvisi sognati di luce sottile,
aleggiano!
Perdurano,
tornano,
irraggiungibili s’allontanano, s’avvicinano.
Là, là s’appannano.
Colpisce l’incantesimo del mezzodì di bronzo.

 

E il grido s’alzò, dall’oscurità delle torri infrante.
Grande è l’oblio delle are spente.
Vita che ritorni,
percorso fantastico di chimere
con sangue, di passione e cenere

 

.

El grito

 

Hombre anónimo,
olvidado en la historia infinita,
en los recuerdos señalados en humo.
abierta herida, líquida alquimia
en los perdidos huecos de niebla.
rozagante podredumbre.
Un arácnido bermejo.
Blandura palpitante.
raspa y llama
Cruje y golpea
Tiembla y adelante.
Para la representación en los convites de piedra
Vuela, amarillo, el engaño de todos, para todos,
los muertos vivientes,
los engañadores de hoy, del ensueño de hoy,
para el espejismo final, la distancia gris del ensueño ciego,
de la ilusión infinita del horizonte lejano borroso
del mañana de piedra, de la noche silenciosa,
con el grito solo…
aéreo y exiliado en el aire del dolor.
La obscuridad se adueña del espejo,
y Dios se escapa por entre las palabras de siempre.

 

Il grido

 

Uomo anonimo,
dimenticato nella storia infinita,
nei ricordi che sfilano in fumo.
aperta ferita, liquida alchimia
nei perduti vuoti di nebbia.
Vivace putredine,
aracnide vermiglio.
Leggiadria palpitante.
raspa e chiama, scricchiola e bussa
Trema e avanti,
per la rappresentazione nei conviti di pietra.
Vola, giallo, l’inganno di tutti e per tutti,
i morti viventi,
gli ingannatori dell’oggi, del sogno d’oggi,
per il miraggio finale, la distanza grigia del sogno cieco,
per l’illusione infinita del lontano orizzonte scancellato,
del mattino di pietra, della notte silenziosa.
Col grido solo…
aereo ed esiliato, nell’aria della sofferenza.
Il buio s’impadronisce dello specchio
e Dio scappa nelle parole di sempre.

 

Giorgio Linguaglossa

 

E adesso una poesia chiassosa e ultronea di un poeta molto diverso da Francesca Lo Bue, è Lucio Mayoor Tosi, la cui cetra ha delle corde accordate con il rumore, il non-sense, il gioco futile e il gioco serio, l’ultroneo e il funambolico… Eppure, entrambi potrebbero essere ascritti nella nuova ontologia della parola poetica, la ricerca di nuovi stili può e deve essere condotta nelle direzioni le più diverse, ultronee appunto, ed anche erranee, frutto di errori e di miscomprensioni, di improvvisazione e di studio accanitissimo, di stile forbito e di stile anarchico. L’anarchia delle immagini di questa poesia può essere il correlativo corrispondente oggettivo delle poesie sofferte e pensate lungamente di Francesca Lo Bue, in entrambi questi autori risuona un qualcosa di familiare e di autentico, un tinnire di stoviglie di casa…

 

(Giorgio Linguaglossa)

 

 

Una poesia di Lucio Mayoor Tosi (mi sono preso la licenza di distribuire il testo in distici)

 

Mare

 

Gira su se stesso l’angolo
di una palazzina. Nelle pause dei telefoni

 

scorrono cifre interminabili.
Case ferme nel vicolo all’approdo

 

delle quattordici e trenta. Facce si rialzano.
Altre scendono in ascensore.

 

I volti reclusi negli oblò.
Nel silenzio dei soffitti

 

una mano misteriosa sta sistemando
l’intonaco con piastrelline di luce.

 

La goccia cristallina scende nella flebo.
All’ospedale dove nei vialetti

 

si cade facilmente. Foglie di primavera
e autunno.

 

Lei si sdraia accanto.
Lo guarda come stesse parlando.

 

Suggerisce un braccialetto.
Ogni tanto con le braccia conserte.

 

Ogni tanto non c’è.
il suono di una lampadina accesa.

 

Due note ripetute.
La strada va da una finestra all’altra:

 

con la sposa a braccetto,
la prima volta che ci addormentammo,

 

il tempo dimenticato all’abat-jour.
Il fiore gambo e sottana. Ombre attente

 

hanno volto e rugiada. Labbra.
Le ville in terra e gli appartamenti in cielo.

 

Il mare laggiù. È blu, nuvola rosa.

 

.

Mare (versione originale)

Gira su se stesso l’angolo
di una palazzina. Nelle pause dei telefoni
scorrono cifre interminabili.
Case ferme nel vicolo all’approdo
delle quattordici e trenta. Facce si rialzano.
Altre scendono in ascensore.
I volti reclusi negli oblò.

 

Nel silenzio dei soffitti
una mano misteriosa sta sistemando
l’intonaco con piastrelline di luce.
La goccia cristallina scende nella flebo.
All’ospedale dove nei vialetti
si cade facilmente. Foglie di primavera
e autunno.

 

Lei si sdraia accanto.
Lo guarda come stesse parlando.
Suggerisce un braccialetto.
Ogni tanto con le braccia conserte.
Ogni tanto non c’è.
il suono di una lampadina accesa.
Due note ripetute.

 

La strada va da una finestra all’altra:
con la sposa a braccetto,
la prima volta che ci addormentammo,
il tempo dimenticato all’abat-jour.
Il fiore gambo e sottana. Ombre attente
hanno volto e rugiada. Labbra.

 

Le ville in terra e gli appartamenti in cielo.
Il mare laggiù. È blu, nuvola rosa.

 

Giorgio Linguaglossa
shoah-selfie di turisti davanti alla porta del Lager

 

Una poesia di Tadeusz Różewicz, tradotta da Lorenzo Pompeo

 

Scomposto
Tutti i ricordi immagini sentimenti notizie
concetti esperienze che in me si combinavano
non sono più saldati non formano un tutto
in me
approdano talvolta a me alla riva
della memoria toccano la pelle
la toccano leggeri con unghie spuntate
Non voglio mentire
non compongo un tutto sono stato infranto e scomposto
chi mai si chinerà chi avrà interesse per questi frammenti
del resto anch’io sono così occupato
chi riesce a rammentare la mia forma interiore
in questo caos febbrile movimento
nel corridoio dove mille porte si aprono e si chiudono
chi riprodurrà la forma
che non si è impressa né sul gesso bianco
né sul carbone nero
neanch’io se interrogato
riesco a rammentare
di me dicono che vivo

 

La sua poesia in questi anni si andava facendo più rarefatta, astratta, libera da qualsiasi dettame socio-politico. In questa seconda fase della sua produzione Różewicz si interroga continuamente sulle ragioni stesse della poesia, sul suo senso ultimo, sulla figura del poeta e sul linguaggio in un mondo nei quali la rappresentazione della realta appare quasi inaccessibile, incrostata, deformata, inquinata dai mass media.

 

(Lorenzo Pompeo)

 

Giorgio Linguaglossa

 

Una poesia di Letizia Leone
14 marzo 2018 alle 18.08

 

Oggi purtroppo è morto l’astrofisico Stephen Hawking, il quale durante un convegno sulla robotica dichiarò che “dovremmo aver paura del capitalismo non dei robot: l’avidità degli uomini porterà all’apocalisse economica”, l’uomo post-moderno rischia di esser divorato dal suo stesso furor capitalistico (… e imbecillità) ed è stato detto che la teologia economica neo-liberale è ancora più dogmatica della teologia religiosa. Il trionfo del nichilismo in fondo è questa riduzione dell’essere a valore di scambio e di conseguenza data la meschinità dei tempi, è questa riduzione della poesia a piccolo investimento di incremento narcisistico ed editoriale. Ha ragione Anna Ventura… Dunque interrogarsi sull’utilità della poesia è urgente, ma quale poesia? Ancora più urgente è interrogarsi (come fanno i poeti della NOE) su una rifondazione della poesia. Scrive Linguaglossa:

 

“Oggi qui in occidente nessuno chiede più nulla alla poesia, si scrive per compiacere qualche circoletto di persone che chiedono di passare il tempo con un hobby, la poesia è diventata una cosa che non richiede grande preparazione intellettuale e neanche grandi sforzi teorici e non richiede neanche ricerca. È normale che in queste condizioni si finisca per perdere anche la cognizione di che cosa scrivere.”

 

Le poesie proposte oggi sulle pagine dell’Ombra rappresentano una grande lezione di stile, (nell’ottima traduzione di Paolo Statuti) così come la testimonianza che ci arriva da Tadeusz Różewicz nella traduzione di Lorenzo Pompeo. Concordo questa è la cifra poetica che mi è più congeniale e nella quale riconosco il lavoro di molti poeti della Noe. Impressionata dalla poesia “Deutsches requiem” di Krzysztof Karasek dedicata a Gottfried Benn, mi sono ricordata di un mio testo su Benn scritto molti anni fa e pubblicato nel 2011 sulla Disgrazia Elementare:

 

Letizia Leone (ecco la mia stesura in distici)

 

Poeta patologo. Corpi aperti sui tavoli
Anemoni di carne degli obitori. Un cervello

 

Sgusciato, la sua forma
Ancestrale dedalica emersa dal sangue

 

Nella tua mano. Sotto la volta svuotata
Come cranio del sotterraneo brivido.

 

Come attecchisce dentro questa stanza di guerra
L’infinito dei mondi. Le sue formazioni

 

Col dorso che affiora dei sogni ionici.
Una balena o resurrezione

 

O collasso di chi vuole capire.
Vai stirando le geometrie sterminate di pieghe

 

E circonvoluzioni di un encefalo essicato.
Vedi, se il dio sole stria e dardeggia

 

Smeraldi sulle coppe regali, si schiudono
Occhi bianchi al diffuso lumine lunare.

 

Se spezie odorose azzurrano i cortili,
organi grigi galleggiano nei vasi

 

che non hanno luce. Rientri da solo
attraverso la via ghiacciata, i cocci, le croci

 

mentre la primavera berlinese
scongela con i cadaveri la neve.

 

E tu ne rivivi tutta la malattia di statua.
La notte.

 

Di ogni morte.

 

 *

 

Letizia Leone (versione originale)

 

Poeta patologo. Corpi aperti sui tavoli
Anemoni di carne degli obitori. Un cervello
Sgusciato, la sua forma
Ancestrale dedalica emersa dal sangue
Nella tua mano. Sotto la volta svuotata
Come cranio del sotterraneo brivido.
Come attecchisce dentro questa stanza di guerra

L’infinito dei mondi. Le sue formazioni
Col dorso che affiora dei sogni ionici.
Una balena o resurrezione
O collasso di chi vuole capire.
Vai stirando le geometrie sterminate di pieghe
E circonvoluzioni di un encefalo essicato.

 

Vedi, se il dio sole stria e dardeggia

Smeraldi sulle coppe regali, si schiudono
Occhi bianchi al diffuso lumine lunare.
Se spezie odorose azzurrano i cortili,
organi grigi galleggiano nei vasi
che non hanno luce. Rientri da solo
attraverso la via ghiacciata, i cocci, le croci
mentre la primavera berlinese
scongela con i cadaveri la neve.

 

E tu ne rivivi tutta la malattia di statua.
La notte.
Di ogni morte.

 

 

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