Lars Gustafsson (1936-2016), Poesie Scelte, traduzione di Enrico Tiozzo – Considerazioni storiche sui concetti di «autenticità», «falsa coscienza», «esistenza autentica», «Anima», «Forme», «Struttura dinamica significante», «reificazione», e sull’esistenzialismo a cura di Giorgio Linguaglossa

 

Il senso di sgomento che coglie necessariamente chiunque voglia tracciare un quadro, sia pure approssimativo, dell’attività letteraria di Lars Gustafsson, “senza alcun dubbio uno degli intellettuali con la maggior quantità di ottani che oggi esistano in Svezia”, come ha scritto recentemente Tommy Olofsson, critico letterario dello Svenska Dagbladet, è stato espresso in modo esemplare da Carl-Gustaf Bjurström nell’introduzione alla traduzione italiana del romanzo

di Gustafsson Preparativi di fuga del 1991. Dopo avere infatti sottolineato più volte la straordinaria intelligenza dello scrittore, la sua particolare capacità di far sentire intelligenti anche i suoi

lettori per dimostrare poi loro di colpo di trovarsi comunque ad un livello intellettuale

di gran lunga superiore al loro, il suo adolescenziale gusto per il gioco, avvertibile ovunque nella sua produzione, la componente “aerea” della sua prosa musicale, sconfinante nel verso, Bjurström forniva un elenco delle competenze di Gustafsson che merita di essere citato in extenso: “Sa tutto (filosofia, linguistica, scacchi, giardinaggio, letteratura, geografia, economia, pedagogia,

aerostatica, geologia, politica, musica, storia della letteratura, astronomia, informatica, golf, alpinismo, cucina, archeologia, tennis, fisica, comunicazioni, tedesco, tabacco, strategia, matematica, storia della filosofia, storia della fisica, avvenire dell’Europa, sociologia,

economia, diritto, paleografia, paleontologia, parapsicologia, parafulmini, Mozart, Monteverdi, Marx, Moby Dick ecc.).”

 

Anche cercando infatti di dividere in tre soli blocchi principali (narrativa, saggistica, lirica), senza entrare in più complesse questioni tematiche, la produzione dello scrittore tra l’anno dell’esordio,

il 1957, e oggi, il panorama che si presenta è già numericamente sterminato, dal momento che Gustafsson ha pubblicato (e continua a pubblicare) una media di due libri all’anno. E se Bjurström

all’inizio degli anni Novanta, nel suo elenco leonardesco, lo accreditava, senza esagerare, di circa 64 volumi (“romanzi, poesie, saggi, trattati di filosofia, resoconti di viaggi, racconti, articoli,

riassunti, antologie, collezioni scelte, serie...”) oggi lo scrittore ha superato le cento opere a stampa, senza contare gli interventi su giornali e riviste, i contributi scientifici isolati, le conferenze e

così via. E tutto questo senza interrompere, fino all’età di settant’anni nel 2006, l’attività di ordinario di filosofia all’Università di Austin, in Texas, dove lo scrittore si era trasferito nel 1982. In precedenza era stato redattore per un decennio, dal 1962 al 1972, della più prestigiosa rivista letteraria svedese, “Bonniers Litterära Magasin”, si era addottorato a Uppsala nel 1978 con uno studio, ormai classico, Språk och lögn (Lingua e menzogna), sulla capacità della comunicazione verbale di trasmettere in modo esaustivo le esperienze individuali, e si era imposto all’attenzione, nel dibattito nazionale e internazionale, per le sue prese di posizione, spesso provocatorie, su temi politici e letterari.

 

Al grande pubblico Gustafsson è noto soprattutto come romanziere e non è senza significato che il suo precoce debutto sia avvenuto proprio con un romanzo, Vägvila (Sosta), seguito, tra il 1959 e il 1966, da altre opere narrative di ampio respiro, fra le quali si distingue soprattutto Den egentliga berättel- sen om Herr Arenander. (La vera storia del signor Arenander), una serie di appunti e di riflessioni in prima persona sul senso profondo della vita, sui rapporti tra scienza e letteratura, sulla densa ed inestricabile rete di ricordi dai quali si alimentano tanto la nostra vita intellettuale quanto l’interscambio con gli altri. È un’opera paradigmatica e assai rappresentativa della tecnica di Gu- stafsson, tenuta miracolosamente in bilico, come una sorta di autobiografia spirituale, tra la meditazione filosofica, il ricordo personale e l’immagine immediatamente poetica anche nella sua for ma prosastica.

 

Il libro, che non a caso concludeva una trilogia interpretabile anche come un viaggio all’interno della propria anima, apriva così la strada all’impresa più ardua tentata dallo scrittore in campo narrativo, la complessa pentalogia, apparsa tra il 1971 e il 1978, che avrebbe consolidato definitivamente, anche in campo internazionale, la sua fama. Già il titolo emblematico del lavoro, Spric- korna i muren (le crepe nel muro), lascia intuire come lo scrittore intenda indagare a fondo non solo una sua crisi individuale di valori e certezze ma il problema, molto più vasto e scoraggiante, del fallimento dei miti e degli pseudo capisaldi della società occidentale nella seconda parte del Novecento. Partendo dal primo romanzo della serie, Herr Gustafsson själv (Il signor Gustafsson in persona), chiaramente autobiografico e nel quale è raffigurata un’infanzia complicata da problemi scolastici, da un difficile rapporto con i coetanei e da una precoce solitudine, Gustafsson analizza in Yllet (La lana) la Svezia rurale di una malintesa parità sociale, passa attraverso l’apparente sicurezza della bene ordinata burocrazia svedese, che attacca violentemente in Familjefesten (La festa in famiglia) e in Sigismund (Sigismondo), per approdare infine alla calma disperazione delle pagine di En biodlares död (Morte di un apicultore), che conclude la pentalogia. Qui il dolore fisico, espresso di nuovo in forma di appunti, lasciati questa volta da un apicultore in fuga dal mondo, sembra essere, alla resa dei conti, l’unica realtà tangibile in un mondo che forse comincia e finisce con la nostra sola dimensione corporale. L’opera, che s’impone come una profonda meditazione filosofica sul significato ultimo della vita umana, è tra le più significative dello scrittore.

 

Né la vena narrativa di Gustafsson ha dato il minimo segno di affievolirsi dopo l’exploit della pentalogia, perché nel 1991 lo scrittore – con En kakelsättares eftermiddag (Il pomeriggio di un pia- strellista), storia di un posatore di maioliche ormai ai margini della società, abbandonato da tutti, ma con uno sguardo ancora lucido sugli interrogativi fondamentali della vita – ha scritto un nuovo capolavoro sullo sfondo di un’Uppsala invernale e quasi pietrificata dove il paesaggio ostile e la presenza inquietante di una casa abbandonata, nella quale il piastrellista è chiamato a prestare la sua opera, divengono gradualmente una summa dei temi dello scrittore e, nello stesso tempo, una metafora della condizione umana. Più recentemente con Dekanen (Il decano) del 2003 e con Den amerikanska flickans söndagar (Le domeniche  della ragazza americana) del 2006, il romanziere ha impresso una nuova svolta alla sua narrativa dimostrando di sapersi muovere con la stessa abilità affabulatoria e la stessa profondità speculativa anche nel campo del giallo. Se, nel primo dei due libri, la storia – apertamente e provocatoriamente autobiografica come tutta l’opera di Gustafsson – di un professore universitario del Texas fuggito in circostanze misteriose e rifugiatosi in una località alle porte del deserto, lascia ancora ampio spazio alla fantasia e all’invenzione ludica pur con un contorno di misteriosi de-litti, quella del secondo libro è ispirata a fatti  realmente accaduti e ricostruisce, pur riaffermando l’esigenza dell’invenzione da parte dell’autore, la vicenda della ventottenne Colleen Reed brutal-mente uccisa dal serial killer Kenneth Mc Duff poi giustiziato nel 1998. Qui l’osmosi tra poesia e prosa, tra narrazione e lirica, che è caratteristica dell’opera di Gustafsson, trova la sua piena compiutezza nella forma del romanzo in versi.

“Se Gustafsson infatti – come ha scritto ancora Tommy Olofsson – è un opinionista politico, un filosofo appartenente al mondo accademico, un drammaturgo, un grande romanziere, egli è però soprattutto un poeta”. Il suo esordio come lirico avvenne nel 1962 con la raccolta Ballongfararna (I viaggiatori in pallone), cui hanno fatto seguito, nel corso di mezzo secolo, almeno una ventina di altre sillogi nel segno di una poesia spesso a metà strada fra l’idillio e la speculazione filosofica, come è evidente nella raccolta Kärleksförklaring till en sefardisk dam (Dichiarazione d’amore a una dama sefardita) del 1970, ispirata al romanzo di Defoe, con un Robinson Crusoe che, attraverso le esperienze legate al suo naufragio, riesce a conoscere meglio sé stesso e a scoprire l’amore nello stesso modo in cui la donna ebrea del titolo libera la capacità d’amare del poeta e modifica la sua vita. In Förberedelser för vintersäsongen (Preparativi per la stagione invernale) del 1991, domina invece un’atmosfera di malinconia ironica con il tema dell’inverno-vecchiaia che si approssima invitando il poeta a chiudere bene, contro il freddo del corpo e dell’anima, le fessure delle sue finestre. Qui, come altrove nelle poesie di Gustafsson, sono i ricordi lontani e trasfigurati – descritti in termini metafisici che ricordano, come ha acutamente osservato Lars Forssell, i quadri del miglior Dalì o di De Chirico – ad ispirare la vena lirica del poeta con un senso tutto nuovo di riscoperta e con un invito alla meditazione filosofica.

Certamente non insensibile ai richiami della migliore tradizione poetica del suo Paese (da Heidenstam a Ekelöf fino al coetaneo Tranströmer), Gustafsson ha dimostrato con la raccolta Sonetter (Sonetti) del 1977 di saper padroneggiare magistralmente anche la rima, ma la struttura preferita delle sue liriche   è altrimenti quella della poesia-racconto, capace di esprimere compiutamente, nella scelta essenziale dell’immagine e della parola poetica, la combinazione tra ricordo e speculazione filosofica, tra introspezione e analisi. “La poesia – ha scritto nel 1973 – similmente alla dimostrazione matematica può riuscire o fallire. Quando riesce è come se una verità fosse stata portata alla luce. L’archeologo passa la sua spazzola sulla sabbia. Strato dopo strato viene rimosso da una mano cauta. Improvvisamente appare qualcosa: si rivelano i contorni di un oggetto”.

L’immagine del poeta-archeologo, che pazientemente cerca di arrivare alla concretezza di una scoperta, è stata ripresa da Per Svenson e Lars Gustaf Andersson in un importante studio critico del 2008 sulla poesia di Gustafsson, Rit- ten över Bodensjön (La cavalcata sul la- go di Costanza), che riprende assonanze tematiche e stilistiche presenti non solo nella produzione di classici come Goethe e H.G. Wells, ma anche in quella dei nostri Calvino e Zanzotto. Per Calvino viene nominata la familiarità con un sistema di passaggi ultrarapidi grazie ai quali il lettore può muoversi avanti e indietro nelle pagine senza mai ripercorrere la stessa strada, mentre, a proposito di Zanzotto, il punto di contatto con Gustafsson viene individuato nel tema della sfera legato a quello dell’innocenza.

 

Ma l’analisi più attenta e accurata della produzione lirica di Gustafsson rimane con ogni probabilità quella effettuata nel 1998 da Per Wästberg (scrittore egli stesso e attualmente presidente della commissione Nobel) nell’introduzione al primo volume dell’opera omnia del grande poeta svedese. Wästberg – partendo da un’immagine simile a quella che Camilleri ha usato recentemente a proposito dell’opera di Sciascia definendola come una sorta di personale elettrauto cui egli ricorre nei momenti in cui sente scariche le sue batterie – caratterizza la lirica di Gustafsson come il suo “armadietto delle medicine [...] sempre più necessario con il passare degli anni e a cui si ricorre per trovare atmosfere, condizioni, impulsi, echi della propria storia, intuizioni che si sentono proprie ma che non si è mai riusciti ad afferrare del tutto”. Secondo  Wästberg, ciò che più affascina nella poesia di Gustafsson è la sua capacità di destare un così grande numero di associazioni, di essere attraversata da così tante illuminazioni, conversazioni interne, ardite scalate: “Sfoglio le sue pagine e trovo un verso, un’immagine, che fa espandere di colpo il senso della vita, che inumidisce le mucose, che prepara il pensiero a lunghe peregrinazioni seguendo la propria bussola”. Inattaccabile dall’usura del tempo la lirica di Gustafsson non appartiene a un adesso o a un allora, ma a qualcosa che li trascende e che il poeta riesce a fermare miracolosamente sulla carta, continua Wästberg, come una palla da tennis ferma per un centesimo di secondo sopra la rete.

 

Si può senz’altro essere d’accordo con il presidente della commissione Nobel per quanto riguarda la straordinaria capacità di Gustafsson di trasportare il lettore in un universo poetico di immagini e di pensieri che di colpo schiudono soluzioni inattese e lasciano intravedere ciò che si credeva di aver irrimediabilmente perduto o di non essere  mai in grado di visualizzare completamente. In questa sua funzione il poeta è “un illuminista e un augure” e il suo mondo lirico può essere paragonato a un arcipelago dove “dall’alto le isole si assomigliano e formano un disegno che abbiamo imparato a distinguere sulla carta “, ma dove in qualsiasi momento lo scenario può cambiare di colpo e dove il lettore viene messo di fronte a una nuova dimensione, a un nuovo mondo. L’uomo di Lars Gustafsson forse non ha misteri ma vive comunque in un mondo misterioso, in cui ogni disegno ne cela un altro e dove interpretazioni diverse aprono la strada a sale e caverne sotterranee diverse, simili a quelle descritte da Jules Verne, nel cui interno forse si trovano le parole cifrate capaci di diradare l’enigma della vita.

Al centro dell’opera del poeta campeggia l’inesausto desiderio dell’indagine speculativa, della ricerca insistente di una verità, ma il verso si presenta sempre limpido e cristallino e le sue poesie, come ha osservato felicemente Per Wästberg, “possono correre come cani impazziti sul ghiaccio senza però incontrare mai qualche ostacolo”.

 

Enrico Tiozzo

 

Kjell Sundström, KM idé

A cura di ENRICO TIOZZO

 

 

Giorgio Linguaglossa

 

Poesie di Lars Gustafsson

 

 

 

Vita

La vita scorre attraverso il mio tempo,

e io, un volto non rasato,

dove le rughe sono profonde, analizzo le tracce.

 

Pensieri come bestiame,

avanzano sulla strada per bere,

estati perdute ritornano, ad una ad una,

 

profonda come il cielo viene la malinconia,

per la pianta di carice che fu,

e le nuvole che allora rotolavano più bianche,

 

eppure so che tutto è uguale,

che tutto è come allora e irraggiungibile;

perché sono al mondo,

 

e perché mi prende la malinconia?

E gli stessi lillà profumano come allora:

Credimi: c’è un’immutabile felicità.

 

Ballata sui sentieri del Västmanland
 

Sotto la scritta visibile di stradine,

viottoli di ghiaia, passaggi, spesso con un pettine

d’erba nel mezzo tra profonde orme di ruote,

nascosta sotto i mucchi di rami secchi in zone nude,

ancora chiara nel muschio screpolato,

c’è un’altra scritta: i vecchi sentieri.

Vanno di lago in lago, di valle

in valle. S’affondano talora,

si rendono palesi e grandi ponti

di pietre medievali li trasportano sopra ruscelli scuri,

si sperdono alle volte sopra rocce nude,

li si smarrisce facilmente nei terreni paludosi, così

inavvertiti che un attimo ci sono,

e l’altro no. C’è una continuazione,

c’è sempre una continuazione, se solo

la si cerca, questi sentieri sono testardi,

sanno cosa vogliono e con la conoscenza

combinano una significativa astuzia.

Tu vai ad est, la bussola insistente mostra l’est,

il sentiero fedele segue la bussola, come una linea,

tutto è a posto, allora il sentiero svolta a nord.

A nord non c’è niente. Che vuole adesso il sentiero?

Presto arriva una palude gigantesca, e il sentiero lo sapeva.

Ci fa girare, con la sicurezza di uno

che là c’è stato prima. Sa dove si trova la palude,

sa dove la montagna diventa troppo ripida, sa

cosa succede a chi scambia il nord con il sud

del lago. Il sentiero ha fatto tutto

tante volte prima. È questo il senso

di essere un sentiero. Che lo si è fatto

prima. Chi ha fatto il sentiero? Carbonai, pescatori,

donne con braccia magre che raccoglievano la legna?

Gli inquieti, timidi e grigi come il muschio,

ancora in sogno col sangue del fratricidio

sulle mani. Cacciatori d’autunno sulle tracce

di fedeli bracchi col latrato di ghiaccio chiaro?

Tutti e nessuno. Lo facciamo insieme,

anche tu lo fai in un ventoso giorno, quando

è presto o tardi sulla terra:

noi scriviamo i sentieri, e i sentieri rimangono,

e i sentieri sanno più di noi,

e sanno tutto ciò che volevamo sapere.

 

Il cane

“Verso casa in un paese più tranquillo”

Non c’è un paese più tranquillo di questo.

 

C’era il sole e camminavo sui ghiacci,

i grandi ghiacci aperti che il vento spazza,

 

ed era domenica. Allora vidi una cosa strana,

un cagnolino nero, completamente solo,

 

che correva più rapidamente possibile, avanti,

allontanandosi dalla riva e verso lo spazio aperto,

 

dove tutto spariva come nebbia all’orizzonte.

Correva rapidissimo e senza guardarsi intorno,

 

ed era come un gomitolo nero sul blu lucido,

che il vento ha sollevato e porta con sé.

 

Rimasi fermo a lungo e lo guardai,

ma non sembrò fermarsi e infine sparí.

 

Non c’è un paese più tranquillo di questo.

 

 

Lo svasso maggiore

Nelle chiare pure sere d’autunno

in gruppetti davanti alla prua delle barche a motore.

E sparente senza timore, senza fretta,

solo perché questo,

lo sparire, è il suo ovvio tipo d’arte.

 

Ho spesso desiderato

di poterlo seguire

anche nella sua seguente fuga.

Vede lo specchio d’acqua

come un secondo cielo?

Com’è il suo pesante battito d’ala sotto l’acqua?

 

Crede d’essere

lo stesso uccello in due diversi spazi?

L’uno dominato dai venti,

l’altro da fresche correnti profonde?

 

L’albero con le foglie tremolanti.

I lunghi fili delle alghe alla corrente

dove dal fondo sgorga fredda fonte.

 

Come può portare

cose così diverse nella stessa vita?

Oppure crede d’essere

due uccelli

che un attimo s’incontrano

 

nella vertigine del confine muto sullo specchio d’acqua?

 

Lettera a un giovane poeta
 

La prima riga solitaria.

Il primo verso solitario sulla carta.

 

recano sempre una promessa. La più grande.

 

E i colori ritornano, uno dopo l’altro,

come in un’alba nel mese di giugno,

 

e prendono i loro posti senza indugio o dubbio.

Le cose sono così abili:

 

insieme ricordano i loro colori

dopo tutta la lunga notte.

 

Ed ecco un grido. Un chiurlo maggiore,

e là una cicogna.

 

Suoni di uccelli, suoni di acque.

 

Abitano in questa primissima cosa

ma troppo lontano per sapere.

 

Presso di loro l’attimo luminoso.

 

Il resto per lo più fastidio. Conferenze

 

dove tutti all’unisono testimoniano

su quanto tutti siano unici.

 

Impara a tenere i tuoi occhi lontani

dal telegrafo della Borsa. Ah queste strisce

buone soltanto da incollare sugli occhi delle mummie!

 

Quando il tempo cambia pelle (Perché il tempo è un serpente!)

i grandi poeti si rattrappiscono in foglie brune

 

trasportate da qualche fiume notturno verso la prossima curva.

E al di là di quella c’è una potente cascata.

 

Ah penna stanca, mano stanca, torna indietro adesso

alla prima luce, alla voce degli uccelli sull’acqua,

 

indietro all’attimo prima!

Giorgio Linguaglossa
Lars Gustafsson

 

Visita dall’oculista

I colori sono meno forti adesso?

Non so, io li vedo più netti.

Ma è negli occhi che comincia a fare scuro.

 

I titoli dei libri si ritirano nello scaffale

come se volessero adesso starsene da soli.

La vite caduta è perduta senza scampo,

 

nella penombra sotto il banco. Le persone

d’altra parte, molto più nitide adesso.

Le persone della mia gioventù, vaghe ombre

 

dai contorni deboli nella periferia. Devo

avere guardato qualcos’altro.

Questo qualcos’altro adesso non si vede affatto.

 

Abitudini
 

Arrivano volando come uccelli.

E si accomodano.

 

Solo un modo di fare un cenno col capo agli sconosciuti.

Il bicchierino la sera. La corsa la mattina

 

uguali con ogni tempo. Le visite

alla spiaggia. Perché dare il pane alle anatre?

 

Non si sa mai per quanto tempo

o da dove arrivino.

 

6
 

Hanno così poco da spartire con noi.

Potremmo comodamente averne avute delle altre.

 

Ma quando alla fine si sono decise

a fermarsi qui, in questo bosco,

 

noi ne siamo materiati.

E ci si ricorderà di noi

 

come un fascio di abitudini.

E non colui in cui abitavano.

 

Vedo sulla neve le orme di mia figlia

Vedo sulla neve le orme di mia figlia.

Sono così leggere, delle sue impronte resta

 

solo questo debole blu dove si ferma l’ombra.

Tutto rimane sospeso dove cammina mia figlia.

 

Nella passeggiata domenicale di un altro anno

mio padre che mi tiene per mano e capisce.

 

In modo così strano e capriccioso camminano i nostri orologi!

E la neve è l’unico resto delle orme.

 

Exit Jean Paul Sartre: aprile 1980

Da tanto abbiamo preso appuntamento

con Pierre, un amico, in un caffè.

Lui non viene.

Tutti quelli che vengono,

e che non aspettiamo,

lui li rende irreali.

 

L’essere è sempre qualcosa di molto fragile.

E in ultima analisi è fatto da noi stessi.

Gli altri sono, ombre,

a seconda delle condizioni;

la speranza o l’inferno.

 

Gli espulsi in barche che fanno acqua

arrivano a ondate nel nostro tempo:

estoni, lettoni, vietnamiti, cubani.

Tutto è in mare

e nessuno si fida di una terraferma.

Guardando meglio

troviamo sempre noi stessi in qualche barca.

 

Tutti prima o poi passano davanti a

questa osteria senza pretese.

Uno di loro non vuole venire.

 

Jardin des Plantes, Paris
 

Dov’è adesso il Leopardo di Rilke?

O mondo rettilineo

dove ogni pianta al suo posto

indugia per sempre,

in attesa dell’archiatra

che come Buffon

sa mettere in ordine per ascendenza

il Leone, il Rinoceronte e l’Elefante

orto d’erbe, dove il Fior di stecco pasquale

fiorisce sempre presto –

cosa vuole da noi il tuo ordine tassonomicamente casto

che senza ordine, senza nome, cresce

nei boschi dimenticati delle nostre vite?

 

I cani

Le loro zampe sono ferme e forti.

Le poggiano senza suono sul terreno.

 

I loro nasi sono freddi e umidi,

e sanno ogni odore sotto il tappeto delle foglie marce.

 

Vengono in molti e da tempo,

e nessuno sa da dove. Sono svelti.

 

Vengono di giorno e di notte.

E il male che fanno, non si può

 

separare dalle loro buone azioni.

 

I loro occhi sono dighe grigio piombo di

una stagione prima che ci fossero stagioni.

 

Nell’acqua nera cadono petali opachi

uno dopo l’altro. E non lasciano ombra,

 

che copra il muro della casa diroccata,

dove solo la lucertola sta immobile,

 

e attende il suo attimo.

 

Nelle giornate chiare s’ode il loro abbaiamento

che va da altura ad altura,

 

e scompare un attimo in qualche valle

troppo profonda per dare un’eco.

 

Immaginiamo la strada della caccia tra le alture

ma sappiamo che siamo noi che cercano.

 

Sono le nostre anime, annusanti e indaganti,

che una volta lasciammo in boschi quieti.

 

E ci cercheranno per sempre.

 

Vecchia campionessa
 

Gli ultimi giorni

è stata una vecchia campionessa quest’estate.

 

Saprà raccogliere le forze

e riuscirci un’ultima volta?

 

E all’inizio di settembre accade;

il cielo si schiarisce, bruciano le bacche del sorbo,

 

fa caldo un’ultima volta

e il tono del luppolo sale, borbotta come a maggio.

 

Pure non è proprio lo stesso.

Il blu è appena troppo blu

 

quando il vento fa rabbrividire l’acqua, brucia

un po’ troppo forte nelle cime degli alberi.

 

Qui è in agguato una retorica.

 

La moglie di Lot
 

Non fu così

che non mi si mise in guardia.

Al contrario, mi si disse varie volte

che non dovevo voltarmi.

 

Chi sa vedere la fine non può vedere l’inizio.

Lo feci lo stesso

e sento che i miei piedi

già sono troppo pesanti.

 

Il sale adesso si cristallizza in me,

e non può restare più di qualche secondo.

Per alcuni è inevitabile

esitare all’ultimo minuto.

 

Per alcuni è inevitabile

guardare indietro con occhio gelido,

restare per sempre in una città natale

che allora non esiste più.

 

Com’erano gli inverni una volta
 

Quella fredda striscia verde

che era il mattino

non aveva niente in comune

con noi.

 

E il fumo dei camini saliva solennemente

dritto in su.

A qualche dio che amava

questi movimenti verticali.

 

E lo scricchiolio sotto i piedi!

O questo indescrivibile scricchiolio:

 

nessuno poteva avvicinarsi non udito

questo era poco ma sicuro.

 

E il sospetto che la vita

forse davvero fosse senza senso

 

e non solo in Schopenhauer

e negli altri arditi, vecchi tipi.

 

Ma anche qui

sotto i fumi bianchi del cielo.

 

Il castello di Maccastorna
 

Il castello di Maccastorna

dalle parti di Cremona

appartiene, da tempo, alla famiglia Bevilacqua.

Gli Appennini visibili

come ombre azzurre dalle finestre a ovest

e i calabroni sopra la polenta che ingiallisce

un giorno di tarda estate quando il vento soffia.

 

Rondini nel vortice sopra

la torretta interna

costruita più o meno nel Duecento

da un Visconti

che invitò i suoi vicini latifondisti

a una cena che non finiva mai.

Vale a dire: finí con la loro morte

inflitta dai rapidi pugnali dei servi.

 

Nelle molte stanze

che oggi mai s’adoperano

qua e là qualche scuro ritratto

di qualche dama col soggolo alto

coperto adesso da ragnatele e polvere.

 

In queste cupe stanze

dove la giornata estiva

è solo un suon di grilli

c’è un odore buono

di vecchio vino sparso

sementi asciutte

e polvere pulita.

 

E arrivai a una piazza
 

E arrivai a una piazza.

Era un tramonto di settembre.

Qualche ragazzo giocava a pallone

in mezzo alla strada

e il rumore del pallone echeggiava

tra i muri alti.

Ed era una specie di casa.

E poteva essere stato

quasi qualsiasi posto.

 

E io calciai indugiando

indietro questo pallone.

Tra i muri echeggianti.

 

Sulla ricchezza dei mondi abitati *
 

In alcuni mondi è stata confermata

la supposizione di Riemann sui numeri primi

 

In alcuni mondi si ottengono da

antichissimi funghi ampie confessioni

 

In qualche mondo il profondo buio è

illuminato da meravigliose pietre parlanti

 

In parecchi mondi l’estate dura

un secolo, e chi ha la sfortuna

 

di nascere nel secolo invernale

passa la vita in sonno

 

appeso nella parte impellicciata di

bozzoli color grigio chiaro

 

In alcuni mondi anche questa poesia è

già stata scritta da innumerevoli poeti

 

La lampada*
 

Prima che la lampada s’accendesse

stavamo completamente fermi.

 

La voce rude di una gazza

e il profumo improvviso del trifoglio

 

con un calore dolciastro

attraverso questo saliente buio.

 

L’uccello volò

il più vicino possibile

 

sopra la sua ombra.

E il calabrone, di molte estati

 

il fedele amico,

urtò contro il vetro di una finestra

 

che era un muro del mondo

e il tuffolo volò di lago in lago.

 

Poteva essere tardi

o presto in diverse vite.

 

Poteva essere nell’ombra di una farfalla.

Nell’ombra di qualunque vita.

 

Le stradine

L’agente sulla bicicletta blu

aveva un orgoglio professionale.

Conosceva il paesaggio,

anche le strade piccolissime.

Quelle che fiancheggiavano il Canale

e dove il vento tra i pioppi

passava insieme con il suono dell’acqua,

prima quasi muto qualche chilometro

e poi potente e udibile

dove si aprivano le chiuse

attraverso viali alti

di pini spaventosamente alti

e dritti come scure chiese

e in quelli indicava la strada al ragazzo.

Sapeva dove c’erano le fragole di bosco

ma anche i cani aggressivi

che potevano correre per tutto un villaggio.

E mostrava tutto al ragazzo.

E il ragazzo imparava.

Senza sapere in realtà cosa imparava.

 

Epilogo

Fa scuro.

Prendi la mia mano.

Non è paura

che sento

ma il dolore

di aver abitato troppo di rado

con i buoni

nella terra dei buoni.

 

Traduzione di Enrico Tiozzo

 

Le poesie sono tratte dalle seguenti raccolte: “Vita” (Ballongfararna,

1962); “Il cane” (En förmiddag i Sverige, 1963); “Jardin des Plantes, Paris”,

“Exit Jean Paul Sartre: aprile 1980”, “I cani”, “Vecchia campionessa”,

“La moglie di Lot”, “Epilogo” (Fåglarna och andra dikter, 1984);

“Lettera a un giovane poeta”, “Visita dall’oculista”, “Abitudini”, “Vedo

nella neve le orme di mia figlia (Förberedelser för vintersäsongen: elegier

och andra dikter, 1990); “Ballata sui sentieri del Västmanland”, “Lo

svasso maggiore” (Valda skrifter, I,1998); “Le stradine”, “Com’erano gli

inverni una volta”, “Il castello di Maccastorna”, “E arrivai a una piazza

(En tid i Xanadu, 2002) sono testi inediti scelti da Lars Gustafsson per

“Poesia”.

 

 

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