Una poesia di Giuseppe Talia, Transumanare, con Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa

 

Giorgio Linguaglossa
[foto Lorenzo Quinn]

 

Giuseppe Talìa (pseudonimo di Giuseppe Panetta) nasce in Calabria, a Ferruzzano (RC), nel 1964. Vive a Firenze e lavora come Tutor supervisore di tirocinio all’Università di Firenze, Dipartimento di Scienze dell’Educazione Primaria. Pubblica le raccolte di poesie, Le Vocali Vissute, Ibiskos Editrice, Empoli, 1999; Thalìa, Lepisma, Roma, 2008; Salumida, Paideia, Firenze, 2010. Presente in diverse antologie e riviste letterarie tra le quali si ricordano, I sentieri del Tempo Ostinato (Dieci poeti italiani in Polonia), Ed. Lepisma, Roma, 2011; Come è finita la guerra di Troia non ricordo, Edizioni Progetto Cultura, 2016. Nel 2018 è stata pubblicata la raccolta in edizione bilingue, Thalìa per Xenos Books – Chelsea Editions Collaboration, California, U.S.A., traduzioni di Nehemiah H. Brown. Nel medesimo anno è uscita la silloge La Musa Last Minute con Progetto Cultura di Roma. Ha pubblicato, inoltre, due libri sulla formazione del personale scolastico, L’integrazione e la Valorizzazione delle Differenze, marzo 2011, curatela; AA. VV. Progettazione di Unità di Competenza per il Curricolo Verticale: esperienze di autoformazione in rete, Edizioni La Medicea, Firenze 2013

 

Giorgio Linguaglossa

Giorgio Linguaglossa

 

 

Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa

 

L’11 gennaio 1975, alcuni mesi prima di essere assassinato, Pier Paolo Pasolini ad un incontro nella biblioteca di Genzano di Roma con Franco Di Carlo, confida al giovanissimo critico che con Trasumanar e organizzar (1971), l’ultimo suo libro di poesia, era già evidente che il «Progetto», già ideato e programmato, fin dall’inizio degli anni sessanta, era giunto al capolinea: la transumanazione, eternizzazione e «santificazione» di se stesso in quanto poeta attraverso la sua «Pragmatica Azione e Organizzazione del “Fare Poetico”». Per scrivere nuova poesia, sarebbe stato necessario il «Rinnovamento del linguaggio poetico e della lingua della poesia, attraverso la mescolanza (alchemica) plurilinguistica e pluristilistica di atti espressivi e di stile, secondo l’esempio il modello e il paradigma dantesco (Divina Mimesis)», di provenienza alto-colta, medio-parlata, giornalistica e mass-mediatica: un messaggio e un linguaggio non-chiaro, criptico, ancipite, Ambiguo (“finché è vivo”), che solo con e dopo la morte sarebbe dovuto divenire espresso, esplicito. Con questa strategia comunicativa e con questo Codice Espressivo-Formale, tutto da decifrare, Pasolini consegnò i Segni-Segnali-Archetipi dell’unicità e irripetibilità del suo Progetto filosofico-poetico-esistenziale (e con questo noi intendiamo una sua possibile «solitaria avanguardia personale»), ben consapevole ormai della fine della poesia, della inesistenza del pubblico della poesia e dell’avvento di uno sviluppo capitalistico di cui i primi segnali erano la borghesizzazione del proletariato e la proletarizzazione della borghesia, con conseguente omologazione e massificazione antropologica, esistenziale, linguistico-espressiva e culturale.

 

Le generazioni di coloro che sono nati dagli anni sessanta in poi sono ancora arrovellate all’interno della «poetica del guado», come la chiamo io, credono in buona fede di aver preso un raffreddore, lo deducono dai sintomi, dagli accessi di tosse acuta e dalla terapia a base di aspirine, e invece si tratta di polmonite. Il fatto è che c’è stato un errore nella diagnosi, nella prognosi e nella terapia. Il resto, sono i giorni nostri. Il «guado» è la fine del novecento, la fine delle ideologie, la fine della letteratura, la fine della poesia, la fine della non-poesia, la fine delle post-avanguardie e delle post-retroguardie; il «guado» è questa radura stilistica dove tutti gli stili si equivalgono nel linguaggio proporzionale e promozionale della comunicazione sede del post-contemporaneo; il Dopo il Moderno, è categoria imprescindibile, perché ci mette nel luogo dove è finito il Moderno ed inizia una età nuova, l'età globale. Con questa categoria possiamo tracciare «la linea» tra il vecchio modo di pensare il pensiero critico e il nuovo, tra l'antica temporalità e la nuova. Quello che vedono le nuove generazioni è la fine della letteratura, la letteratura della comunicazione, una pianura piatta dove non c’è nemmeno un’ombra, un albero, una altura, un palazzo, quello che vedono è una immensa pianura-radura e ne restano soddisfatti. Noi invece, noi della «nuova ontologia estetica», nati a ridosso degli anni cinquanta, sul crinale tra gli anni quaranta e i cinquanta, noi che siamo venuti troppo tardi, perché abitavamo il Moderno e ci siamo trovati, improvvidamente e d’un balzo, nel Dopo il Moderno, nel decennio della stagnazione politica, stilistica e spirituale, noi che proveniamo dal lontano novecento, abbiamo le idee chiare, ci siamo mitridatizzati, ci siamo inoculati per troppo tempo quantità millimetriche di elementi nocivi, quegli elementi che, paradossalmente, hanno fortificato le nostre resistenze, le nostre difese. Sì, abbiamo avuto dei pessimi maestri ed è stata una buona scuola. Sappiamo da dove veniamo… E sappiamo che cosa cerchiamo.

 

Giuseppe Talia proviene dalla esplosione delle sue vocali avvenuta alla fine degli anni novanta con Le Vocali Vissute (1999). Da quella esplosione delle parole inutili, intorbidate da ideologemi scaltri ma fasulli della fine del novecento, da quella esperienza Talia ne è uscito fortificato, ha riposizionato i suoi strumenti linguistici, ha riposizionato per bene il suo periscopio ed è ritornato al genere della poesia argomentazione, alla poesia invettiva di Pasolini, richiamata anche nel titolo. Un genere di poesia che richiede polmoni e dizione sicura. L'età globale richiede una poesia all'altezza dei tempi.

 

È stato detto che l'epoca contemporanea è «l'era della tecnica», in quanto la tecnica è «culturalmente cieca» come affermava Carl Schmitt; che la «tecnica» non ha in sé il criterio guida delle sue possibili utilizzazioni, può essere utilizzata da chiunque, da un poeta o da un modesto letterato, dallo Stato di diritto come dallo Stato autoritario, è un «terreno neutro» che si offre alla occupazione e alla utilizzazione, è una struttura neutralizzante e spoliticizzante. È uno spazio a-politico. La tecnica attende il soggetto che voglia usarla. È per questo motivo che Pasolini in Trasumanar e organizzar (1971) ha rifiutato la tecnica poetica del suo tempo; è per questo motivo che Giuseppe Talia, dopo il trionfo della tecnica poetica contenuta nel libro La Musa Last Minute (2018), adesso, la rigetta e si affida alla affabulazione tipica dell'invettiva e della oratoria, ma così facendo cade nell'aporia della tecnica medesima. Quella non-tecnica che Pasolini e Talia impiegano, nelle loro mani si converte ancora una volta in tecnica, tecnica versificatoria; in altre parole, non si può sfuggire alla dialettica antinomica che lega la civiltà moderna alla tecnica perché le sue radici risiedono in qualcosa che non è tecnico affatto: nei rapporti di produzione e nelle forze produttive, nonché nelle ideologie. Ma è esattamente questo il motore che muove la nuova ontologia estetica rispetto alla restante poesia di oggi, che la NOE è perfettamente consapevole della antinomia di fondo che lega la tecnica poetica alla produzione poetica dei nostri giorni.

 

Giorgio Linguaglossa

Giorgio Linguaglossa

 

 

Transumanare

 

Caro mio che ciurli nel manico, a me tu non mi freghi più!

In questi ultimi tredici anni sotto il mio ponte 

È passata tanta di quell’acqua che  nemmeno l’alluvione:

acqua chiara, successi professionali, libri, e dei più vari, 

come la mia biografia recita. 

E invece nella tua vita in questi ultimi tredici anni, cosa è passato?

Acqua scura. Un cuore aperto per prendere aria. 

Finito quello pseudo lavoro alla cartiera di famiglia e

un qualche mio viaggio da tappezzeria sul divanetto di pelle nera. 

Evasione, carta sporca da mettere come centrino sotto l’argenteria:

la famula di dio et mediatrix.

 

E cosa è stato il tuo prosieguo? Un tentativo politico

naufragato nei marosi. Una finanziaria fallimentare.

Boccherini o Bacchelli? Saranno gli stessi zolfanelli?

La cicatrice sulla guancia sinistra dell’arricciaburro.

 

Finita l’epoca degli incarichi di prestigio - Signor Presidente!

- del gas e delle venature del marmo di Carrara. I Mugnai

con  la farina dell’altrui sacco. Squadra, compasso e parcheggi.

E così, tra una perdita e un guadagno, Musil in te si ricompone

del tutto privo di autentici interessi: #Avvocato42.

 

Dici, anzi dubiti, di allusioni mie circa quel che potrebbe

Esserci tra noi. Ti rispondo: l’ultimo pellegrinaggio 

sul divano della cartiera risale al settembre 2006, giorno in cui 

dopo il rito dell’abbeveratoio, guardando nell’abisso dei tuoi occhi

nocciola, misi a nudo il Re: non c’era corona, né trono

nemmeno lo scettro. Era tutto fallace. Erano piccoli insetti

pubici da eliminate con il MoM. Eri informatissimo sui rimedi

perché in anni in cui hai dato il culo da Milano a Sarzana,

passando per tutta la Toscana, Bologna e il primo amore ,

con qualche puntatina nelle Marche (anche se fuori mano), 

Roma e Napoli, di pidocchi ne hai conosciuti tanti.

 

Ed eri molto più divertente allora di adesso. Più spensierato.

Irrispettoso. Devoto a Priapo, alla cosmogonia dell’erezione, 

della devastazione, dell’annegamento, della cancellazione:

“Giuseppe, al momento non ci sono le condizioni perché

L’ultimo napoletano mi ha distrutto.”

Una pietra tombale.

 

 

Giorgio Linguaglossa Giorgio Linguaglossa

 

Ed ora tu pensi che io possa alludere a un nostro ipotetico ritorno?

Agli Ugonotti di dopo tredici lunghi anni dalla notte di San Bartolomeo?

Al conte Ugolino rinchiuso nella Muda dai ghibellini?

E dacché i miei occhi che non si sono mai più posati sui tuoi, 

tu pensi che io voglia minimamente alludere alle tue 

probabili vene varicose?  Agli psicofarmaci che prendi 

per darti una qualche qualità? Ai betabloccanti che assumi 

per necessità? Al disastro della tua vita? Al divorzio alle porte 

(Proud Mary), al tuo giovane amante che nascondi 

sotto il tappeto e che mai vedrà la luce, nonostante tu l’abbia piazzato

in qualche azienda di famiglia? Alla luce della consapevolezza

(la luce dell’amore vero e di necessità virtù), schiavo di un buongiorno

per tutto il giorno, di una telefonatina all’ora stabilità, di una qualche uscita

in maschera, un sushi, un tutti gusti da leccare, un lunario da sbarcare?

 

E ci hai provato ad ingabbiarmi di nuovo in un “buongiorno”.

Se non che  io, con uno scatto di reni non ho decostruito

Il tuo piccolo mito: “la pecora nera sceglie sempre il buonasera.”

 

E credi ancora che uno come me possa alludere? Possa ritornare 

ad incontrarti furtivamente in un parcheggio di Chiesina Uzzanese

per poi sentirti elogiare quanto un Sin Sine Die sia bello?

Oppure fare a gara con il venditore di cucine di Prato, povero diavolo calvo

che ti allietava di domenica nella sua casina tutta ordinatina?

 

I libri di Sin Sine Die! Che avrà mai scritto? Poesie, romanzi, saggi

Libri scolastici? No, libri sulla cristalloterapia. Allora ti dico:

prova a sostituire i betabloccanti con il cristallo di rocca, gli psicofarmaci

con l’ametista e vediamo quale sarà l’effetto terapeutico. Prova, invece,

a leggere una mia poesia, le poche pagine del romanzo che ho scritto

di Don José e di Giuditta, e dimmi se i  tuoi grumi di sangue e il tuo umore

esangue non ne guadagnano in salute e in  bellezza.

 

Tu hai avuto la sfortuna di conoscere un Poeta.  Ritieniti fortunato.



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