Poesie di Francesco Paolo Intini, Marina Petrillo, Commenti impolitici di Giorgio Linguaglossa, Ciò che resta lo fondano i poeti, materiali combusti, le scorie radioattive, il compostaggio, materiali inerti, non riciclabili, biossido di carbonio, scarti della combustione, scarti della produzione, le parole sporcificate

 

Marie Laure Colasson, Struttura dissipativa, 50×50, acrilico, 2010

 

Francesco Paolo Intini

Francesco Paolo Intini (Noci, 1954) vive a Bari. Coltiva sin da giovane l’interesse per la letteratura accanto alla sua attività scientifica di ricerca e di docenza universitaria nelle discipline chimiche. Negli anni recenti molte sue poesie sono apparse in rete su siti del settore con pseudonimi o con nome proprio in piccole sillogi quali ad esempio Inediti (Words Social Forum, 2016), Natomale (LetteralmenteBook, 2017), e Nei giorni di non memoria (Versante ripido, Febbraio 2019). Ha pubblicato due monografie su Silvia Plath (Sylvia e le Api. Words Social Forum 2016 e Sylvia. Quei giorni di febbraio 1963. Piccolo viaggio nelle sue ultime dieci poesie. Calliope free forum zone 2016) – ed una analisi testuale di “Storia di un impiegato” di Fabrizio De Andrè (Words Social Forum, 2017).

LUMACHE VS LUCCIOLE

Ampere in libertà

maniaci per le strade.

Al fulmine segue

Un calcolo tra catodo e anodo.

La chiocciola è fuori guscio.

Scivola il Sole sul muco

Uomini con la mascherina trattengono il fiato

non c’è mai stata più poesia di ora,

e in effetti al coro di antenne

segue un sussulto di Terra.

Il commercio di sillabe fu implacabile

Un saliscendi nella spiana di Cheope

una farfalla al prezzo di cento Nobel

in fondo si trattava dello stesso DNA

E non si poteva aspettare che spuntassero mammiferi

Da una marmitta catalitica

Nacque la Fontana e fu chiaro

Lo stimolo di scrivere alla vescica

La vite scrisse tralci sui muri

Inneggiando a Marx- Engels

Trovammo il dirigibile appollaiato sul camino

Il nostro salvadanaio tintinnò minestra

Per un po’ ci si era calmati perché avevamo

La medicina contro la peste

E dunque si trattava di prendere fiato.

Per colazione ceci e bucce di patate.

Non era molto stretto l’interno di calcare

Doveva bruciare idrogeno sulle nostre teste.

Tutto un susseguirsi di levatrici

per un aborto spontaneo.

Non è uno scherzo avere il 1848 a portata di mano

E lasciarlo scorrere come un granello di rosario

Venimmo a guardare il 2048

Putti di Leonardo nel Verrocchio.

una neve di polistirolo ghiacciava i paesaggi

Il tempo germogliava volti di pomodoro.

Ci arrestarono perché avevamo mani di bambini

al posto dei crani e rosette nelle unghie

la fisica, la chimica uscirono dai libri

e furono messi a contare sillabe di viti.

Nessun tralcio doveva eccedere i dieci viticci

Il corrispettivo dell’ ossigeno nei polmoni.

Anche la luna non doveva esagerare con la gravità

Un giro nel cortile e di notte in cella.

Per quante ce ne sarebbero state

Fu prevista una dose di neon.

Nelle stazioni cani lupo strappavano il culo

A chi si attardava a salire sui treni per il 2020.

Il raccordo pulsa senza articolare una sillaba

E di molto le sopravanza nel bisogno.

Affacciarsi ai finestrini e nella grave

Le dita del ghiacciaio.

La vita appartenne ai motori,

i Watts alla digestione.

Quando si tratterà di esistere giungerà un fascio di luce

Un rapido susseguirsi di pallottole sull’olfatto.

Gli occhi spuntano dai guard rail.

Pesci sulla cima della Sfinge.

Arrivò l’ amore delle Assicurazioni.

Esponemmo i crocifissi per essere guardati.

Piccoli bruchi sul filo spinato.

Dai numeri estrapolarono i teschi

Sbattevano i denti. Forse parlavano i fari.

D’altronde le auto non chiedono al sorpasso

Di azionare un tir.

la catalisi mischia il sangue. La farfalla

governa i passi di una prostituta.

Giorgio Linguaglossa

“Veri sono solo i pensieri che non comprendono se stessi.”

“La pagliuzza nel tuo occhio è la migliore lente di ingrandimento.”

“L’arte è magia liberata dalla menzogna di essere verità.”

“Il compito attuale dell’arte è di introdurre caos nell’ordine.”

Caro Francesco Paolo Intini,

Questi aforismi di Adorno, tratti da Minima moralia del 1951 sono il miglior commento che io possa fare alla tua poesia. Ai quali ci aggiungerei quest’altro di mia produzione: «Le parole hanno dimenticato le parole».

*

«Ciò che resta lo fondano i poeti» (Hölderlin)

E infatti, ciò che resta sono i materiali combusti, le scorie radioattive, il compostaggio, materiali inerti, non riciclabili, biossido di carbonio, scarti della combustione, scarti della produzione, le parole sporcificate…

Acutamente Ewa Tagher afferma che le sue poesie «sono errori di manifattura», errori della catena di montaggio delle parole biodegradate, fossili inutilizzabili… Sono queste parole che richiedono la distassia e la dismetria, sono le cose combuste che richiedono un nuovo abito fatto di strappi e di sudiciume. Non siamo noi i responsabili.

Bandito il Cronista Ideale di un Reale Ideale, resta il cronista reale di un reale reale. Il «reale» del polittico» è dato dalla compresenza e complementarietà di una molteplicità di punti di vista e di interruzioni e dis-connessioni del flusso temporale-spaziale e della organizzazione sintattica e metrica. La forma-poesia della nuova poesia diventa così un «polittico distassico» che contiene al suo interno una miriade di disallineamenti fraseologici, disconnessioni frastiche, di interruzioni, di deviazioni sintattiche e dinamiche, di interferenze e rumori di fondo.

È il «reale» che ha frantumato la «forma» panottica e logologica della tradizione della poesia novecentesca, i poeti della nuova ontologia estetica si limitano e prenderne atto e a comportarsi di conseguenza.

Marina Petrillo è nata a Roma, città nella quale vive da sempre. Ha pubblicato per la poesia, Il Normale Astratto. Edizioni del Leone (1986) e, nel 2016, a commento delle opere pittoriche dell’artista Marino Iotti (Collezione privata Werther Iotti), Tabula Animica, opera premiata nell’ambito del Premio Internazionale Spoleto art Festival 2017 Letteratura. Sta lavorando ad un’opera poetica ispirata a I dolori del giovane Werther di Goethe. Sue poesie sono apparse su riviste letterarie. È anche pittrice.

A baldanza si insinua l’ultimo detto

presago di silenzio.

Non devia del corso suo il canto.

Procede ad orma infrante duttile

all’imminente commiato dall’esistere.

Invisibile alla nullità imperante

naufraga in altra dimensione

senza porre diaframma tra il Sé

e il congiunto suo riflesso.

Attende in sospinto moto l’impresso

lascito e annulla ogni presenza.

Varca il pendio in periplo costante

sino a smarrire l’orientato senso .

Alcun filosofo attende

poiché Poesia attarda in fiacca veste.

Del non smisurato Verbo, Musa.

*

Tutti i mondi si completano a vicenda.

Il raggio divino scende nelle coscienze ad illuminare

le vette dello Spirito.

Siamo nell’assente dormiveglia sino

a quando, toccati dalla tragedia,

non cediamo campo all’invisibile assenso.

Lì ogni cosa tace e dal vuoto nasce

la costola dell’Assoluto Presente. Inquietudine volge

al paradosso e ogni gesto torna a lenta consapevolezza.

Si può morire nell’istante. Si muore all’istante agognato

poiché inesistente. In nullità si procede, buio nel buio,

per giungere all’assoluto.

Il sistema di dominio della ratio si autocelebra nella totalità chiusa del «mondo amministrato». La deposizione della potenza destituente del «mondo amministrato» è una via obbligata per una poiesis critica.

Un pensiero meramente a-sistematico è acritico. Il concetto di totalità di cui il sistema è l’espressione filosofica ha, infatti, una duplice valenza. Il modello di totalità che si è realizzato in Occidente da un punto di vista storico-sociale è quello di una totalità agonistica e intimamente auto contraddittoria che oggi chiamiamo biopolitica, in cui il singolo corrisponde al tutto, afferma Adorno, in base ad una «disarmonia prestabilita». E, tuttavia, il concetto di totalità incamera in sé, come télos, anche il suo opposto: l’idea di una totalità conciliata è una idea utopica, nella quale l’antagonismo tra il tutto e le parti e tra le singole parti è finalmente risolto. In questo orizzonte destinale anche il sapere viene sottoposto alle esigenze della tecnica e smembrato, efficientizzato. La critica non liquida semplicemente il sistema. Semmai è il sistema che liquida la critica. Unità e armonia sono al tempo stesso le proiezioni distorte di uno stato conciliato, per una prassi della vita quotidiana che impone il dominio attraverso l’auto-controllo degli impulsi e dei pensieri.

«Il frammento che non ospiti in sé un momento di compensazione rispetto a questa dinamica disgregatrice, si rivela non solo impotente, ma rischia di scadere in un cattivo particolare – per questo occorre, afferma Adorno – ricostruire l’istanza utopica che era posta nel cuore dell’esigenza di totalità dell’idealismo anche quando se ne rifiuta il concetto.

Ciò che è giusto nell’idea di sistema: non accontentarsi delle membra disiecta del sapere, bensì procedere verso il tutto, anche se il tutto si rivela essere il falso»1.

E nella Dialettica negativa: «Solo i frammenti in quanto forma filosofica potrebbero far tornare in sé le monadi illusoriamente progettate dall’idealismo. Essi potrebbero essere rappresentazioni nel particolare della totalità irrappresentabile in quanto tale».2

La totalità adorniana viene evocata nella forma benjaminiana della costellazione:

«l’espressione dinamica della costellazione coincide quindi da un lato con la possibilità dell’oggetto di darsi, mostrando la sua eccedenza rispetto all’ente della conoscenza, e dall’altro con quella del soggetto di svilupparsi come altro dal suo essere identità che crea altre identità».3

La totalità che i frammenti intendono restituire come potenza destituente e come indice della propria costellazione non è il «positivo» o il «trascendente» della filosofia tradizionale. Positiva la totalità lo è solo nel senso di imporsi come mero factum sul particolare e nello stesso senso essa è trascendente rispetto a questo perché non è fissabile in alcun punto come tale, e tuttavia, per lo stesso motivo, la totalità è lungi dall’essere impalpabile, è anzi, dice spesso Adorno, l’ens realissimum.

1 Th. W. Adorno, Vorlesung über Negative Dialektik , cit., p. 177.

2 Ibid., p. 167.

3 Th. W. Adorno, Dialettica negativa, cit., pp. 27-28

sul concetto di parallasse

È molto importante la definizione del concetto di «parallasse» per comprendere come nella procedura della poesia di Francesco Paolo Intini, ma non solo, anche nella poesia di Marie Laure Colasson e altri poeti della nuova ontologia estetica in misura più o meno avvertita, sia rinvenibile in opera questa procedura di «spostamento di un oggetto (la deviazione della sua posizione di contro ad uno sfondo), causato da un cambiamento nella posizione di chi osserva che fornisce una nuova linea di visione.»

The common definition of parallax is: the apparent displacement of an object (the shift of its position against a background), caused by a change in observational position that provides a new line of sight. The philosophical twist to be added, of course, is that the observed difference is not simply ‘subjective,’ due to the fact that the same object which exists ‘out there’ is seen from two different stations, or points of view. It is rather that […] an ‘epistemological’ shift in the subject’s point of view always reflects an ‘ontological’ shift in the object itself. Or, to put it in Lacanese, the subject’s gaze is always-already inscribed into the perceived object itself, in the guise of its ‘blind spot,’ that which is ‘in the object more than object itself,’ the point from which the object itself returns the gaze *

* Zizek, S. (2006) The Parallax View, MIT Press, Cambridge, 2006, p. 17.