Francesca Diano: Il realismo metafisico di Giorgio Linguaglossa 

Giorgio Linguaglosa Paradiso Libreria Croce, 2000 pp. 150

La lingua poetica nasce per dire l’uomo. Non è una semplice comunicazione, un diretto travaso dall’io al tu. Nasce per dire il mito e con il mito, il sacro, cui il mito attinge. Ho sempre pensato che i nostri lontanissimi antenati debbano aver avuta ben chiara questa diversa qualità della parola e di come, nel momento in cui la necessità di descrivere l’invisibile si fece irrinunciabile, un qualche segreto recesso del cervello umano si attivò misteriosamente per dare forma e fonte a quella lingua. Ecco perché la lingua poetica alle sue origini è propria del mito e del sacro. Quale sia il senso del mito e del sacro che ogni epoca ha, è compito della storia del pensiero descrivere. Ma persino quando questo senso appaia assente, o svilito, come oggi da noi e quanto più in Italia, tuttavia esiste. In forme inaspettate. Eppure emerge, a volte, in tutta la sua (pre)potenza arcaica, quella che mi piace definire  la sua Urgestalt. Ho trovato questa Urgestalt  nel Paradiso di Giorgio Linguaglossa (Roma, 2000, Edizioni Libreria Croce). E nel leggere, la prima immagine che mi è apparsa alla mente è stata quella de La caduta degli angeli ribelli di Pieter Breughel il Vecchio. L’immagine si è affacciata alla mente per due motivi. Il primo è la forza visionaria del dipinto, analoga a quella che ho trovato nel Paradiso, il secondo è la sua costruzione su tre piani, che ho ritrovato nella tripartizione del testo; la Città di Lite, la Città di Dite e la Città dei sentieri che si biforcano. La poesia di Linguaglossa ha una natura (o dimensione) architettonica e allo stesso tempo pittorica. Dunque si muove in uno spazio intermedio tra struttura e visione, fra tridimensionalità e superficie. Questa profondità è lo iato che dà respiro e spazio all’invisibile. Uno spazio ambiguo, nel senso di duplice. Quell’Urgestalt di cui si diceva. Ma è proprio la presenza di questa dimensione architettonica nel testo che testimonia la consapevolezza di Linguaglossa della diversità della lingua poetica rispetto al linguaggio d’uso comune. Il suo poema arde. Il che lo rende immediatamente distante anni luce da quello che egli definisce il minimalismo del ceto medio mediatico. La qualità della sua lingua è, pur se incardinata all’interno di questa rigorosa costruzione, fluida ed elusiva, perché pittorica e coloristica. Ed è la fantasmagoria di queste tinte sulfuree, chiare, opache, smaltate, pallescenti e violente che riveste di potenza visionaria la sua poesia. Non immediata dunque. Devi dargli il tempo, dopo l’encausto operato dalle parole, di lasciar sedimentare sul fondo i suoi sali ed emanare i suoi vapori serpentini. Linguaglossa non solleva facilmente il velario. I suoi sono occhi che osservano il lettore come quelli di Teodora.

 

L’imperatrice Teodora e la sua corte

 

La melancholia dell’imperatrice Teodora

e del seguito imperiale recita

il trionfo fittizio, nomenclatura

monumentale museificata nel vetro.

L’ampia corona deposta sul capo

immobile assottiglia lo strepito

dei passi del corteo che collima

con il corteggio di tenebre.

Gli occhi di Teodora ci osservano

dalla rigidità della decorazione musiva

laddove non esiste il tendaggio

dell’inquietudine.

 

Linguaglossa è un poeta di formazione e cultura aristocratica, uno di una genìa oggi scomparsa; un filosofo che scrive in versi. E’ una di quelle menti rese preziose dalle stratificazioni del tempo che non tutto divora,  forse perché la sua nascita in Costantinopoli gli ha in qualche modo impresso il suo sigillo inciso nell’avorio. O così mi piace pensare. Come la grande arte costantinopolitana si disperse nella diaspora che seguì l’iconoclastia di Leone III Isaurico, lasciando dietro di sé l’astrattezza del vuoto, ma alimentando in modo inaspettato un nuovo linguaggio ai confini dell’impero,  così l’aristocratico non meno che berciante e brulicante paesaggio umano di Linguaglossa travasa una tradizione classica e tardoromana nel nostro mondo barbarico. Poiché infatti la sua è la tarda classicità, che si riconosce in una koinè che fonde Occidente e  Levante.

La tripartizione architettonica di questo poema però è solo spaziale, non temporale. Consoli, soldati, imperatrici, filosofi, lenoni, eunuchi, cortigiani, angeli e demoni si muovono accanto a  poeti, politici corrotti, Mozart e Rembrandt, Arlecchini e parassiti e passanti fra il traffico convulso delle nostre città. Un’umanità sempre identica a sé stessa nel convulso agitarsi di menti e di membra e di azioni e di umori e odori e colori e pulsioni. Un’apparente caos primordiale non domato dal susseguirsi di mondi e civiltà. In un tempo circolare che è quello del mito.  Un registro alto per dire il crollo. Per dire la Caduta. Non solo degli Angeli.

Eppure, in questo poema che ha il suono dolce di un oboe (oh Baudelaire Baudelaire) e l’aspro sapore corrosivo dell’aconito, tale trionfa la bellezza del pensiero che ogni voce si fonde in un’unica voce. E’ la voce del filosofo. Un po’ Eraclito l’Oscuro questo Linguaglossa, se di lui rimanessero frammenti affidati a futuri papiri. Che leggeremmo di questo suo Paradiso se fra duemila anni un archeologo dissotterasse da una Roma o da una Milano sepolte e perdute dei frammenti cartacei miracolosamente preservati?

Forse leggerà l’archeologo:

 

Gli artisti sono relegati nel circolo 

degli onanisti. Essi non smettono

di creare ismi. La confusione regna

sovrana.

O ancora


Preferisco la sicurtà dell’aleatorio, amo

la frusta raffinatezza, l’indolenza cerebrale.

Frigido, verginale come un fucile automatico.


O ancora


Raffiguro l’Universo a forma di cono.

In vertice l’Assoluto che spartisce le cose,

le frustiga all’in giù dopo averle soppesate,

spossessate di realtà….


O forse


L’inferriata dell’apparenza

lo relega in superficie, nella datità.

Acciottolìo di sillabe e vocali.

 

L’archeologo griderebbe al miracolo. Un’insospettata corrente filosofica in un’epoca che i suoi colleghi filologi e storici ritenevano segnata da un epigonismo conformista e minimalista. Si eseguirebbero accurate indagini chimiche e spettrografiche sulla composizione di quelle materie arcaiche, ormai non più in uso, che gli antichi chiamavano carta e inchiostro. Si consegnerebbero i testi a dotti filologi esperti di letteratura che gli antichi pareva avessero denominato bizzarramente “postmoderna” e, posto che i frammenti non rispecchiavano le voghe letterarie dell’epoca, si produrrebbero numerosissimi articoli accademici in cui s’annuncerebbe d’aver scoperto un clamoroso falso. Tali frammenti difatti – direbbero i dotti studiosi del XL secolo – appartengono a un’opera composta nel XXII secolo ma stampata su carta di due secoli precedente con inchiostri anticati ad arte da un abilissimo falsario, che voleva far passare per antica quella che sarebbe stata un’opera del futuro.

(Francesca Diano )

Paradiso

III

 

Città assediata. Un ariete percuote la porta di ferro.

Soldati crollano in nere armature. Un vento gelido.

Un'onda percorre a ritroso la Storia.

Un angelo gobbo appare sulla soglia. Piange.

«Sei tu l'angelo eletto, sei venuto ad annunciare la discordia?

Guarda, la tomba è vuota, la resurrezione non è avvenuta».

.......................................................................................................

Fruscio di imposte. Le tende scosse dal vento del Nord.

Il Tempo si muove. All'indietro è più chiaro lo svolgimento,

gli snodi.

Le navi sono partite. Siracusa è presa.

Una colomba porta la buona novella.

Un palazzo in una città del ventunesimo secolo.

Lampadario illumina, telefono squilla,

una bambina piange. Ali crescono sulle spalle della bambina.

Interno domestico. Una donna nuda davanti allo specchio

si spalma il rossetto sulle labbra, sorride

e guarda il suo bambino.

..........................................................................................................

Fruscio di palpebre. Due mele di sonno

ha il secolo sovrano. Due funamboli, Bim e Bom

si scambiano il testimone.

Fascio di scintille di trolley di tram in corsa.

Città lituana. Dal buio esce l'angelo gobbo

che annuncia il male e si inginocchia.

 

IV

 

Il paggio tiene le redini. Alla sua comparsa

è affidato il cavallo. Sulla sella l'alterigia del cavaliere.

Ai lati, in primo piano, due Signori inginocchiati.

Lontano, il campo di battaglia, lo strepere di trombe e tamburi,

il cozzare di corazze, il nero nitrito dei cavalli.

Una nube avvolge i combattenti.

Se accosti a terra l'orecchio puoi udire zoccoli di cavalli,

tonfi di cavalieri disarcionati. Lontano,

oltre le montagne, un eidolon si staglia dal fuoco.

Un discobolo. L'algida stella del sesso, l'incavo

del bacino, il passo imperioso della corsa,

lo scatto dei tendini e il braccio a svellere il giavellotto

dallo spazio.

 

Palazzo del ventunesimo secolo.

Una donna nuda si pettina davanti allo specchio

e canta. La riconosco. È mia madre che canta

impressa nel futuro. Oscilla la testa, i capelli tracciano

un'onda, il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce.

Tutto è illusione. Un dio fabbrile dissolve,

diffrange la Storia, dissigilla lo spettro, lo scrigno,

la sintattica granulosità del fuoco che alita

e lampeggia.

 

V

 

Canto di fagotti al chiaro di luna. Soldati romani

crocifiggono i ladroni sul Golgota e il terzo uomo

viene rizzato sulla costola più alta del monte.

Il Sinedrio esulta, a Pilato scoppiano le tempie

e Giuda, l'intellettuale, pensa già

di fare le valigie, tagliare la corda. Ma è tardi.

 

La pingue Storia. Saturno che divora i propri figli.

Teatro di marionette decapitate. Fili spezzati

che oscillano, ammiccano alla furia devastatrice.

 

Sipario. Silenzio. Spavento di bambini.

 

 

L'Angelo dai quattro volti

 

Vidi l'Angelo dai quattro volti che guardava

in quattro specchi il mio sembiante riflesso,

quadruplice barbaglio della luce incidente il profilo araldico.

L'abbaglio di otto occhi celesti assorti nell'oscurità.

Tetragrafico, tetracriptico profilo.

 

*

 

Gli angeli parlano nel sonno e abitano il paradiso,

luogo del pneuma. Privi sono

di carne, non passioni manifestano né iracondia.

Inferiori, bramano la carne, la nostra sanguinosa

dimensione. Vorrebbero disertare

ma non possono dall'esilio.

 

 

Un angelo rivela

 

La sfericità è l'essenza dell'universo.

La verità di una sfera non coincide

con la verità della sfera sottostante

né con quella che immediatamente la circoscrive.

La soprastante sfericità racchiude

e annulla la verità delle sfere inferiori,

sigillate nella quiete del loro silenzio.

La numericità delle sfere armillari

del mostro dell'universo impallidisce nel riflesso

cangiante della immagine musiva.

Nella disputa tra i mathematikoi e gli akousmatikoi

scelgo questi ultimi, perché nell'orizzonte del mondo

forse non esiste né deve esistere l'armonia.

 

 

L'angelo rosso

 

Un angelo è presente qui nel mio bosco,

si spolvera le scarpe, si scuote le vesti.

«Io sono Tobia mi dice - sono senza parola».

Lui sta in silenzio, accovacciato ai miei piedi.

«Non mi riconosci?, io sono l'uccellino

che portavi sulla spalla, sono il tuono

del colpo di cannone, sono il soldato

di guardia alla tomba del Cristo caduto

in letargo quand'egli, dicono, resuscitò,

io sono il carnefice senza colpe che ha eseguito

gli ordini del Tribunale, sono la vittima

innocente che accetta il destino perché

Allah è grande ed impetuosa è la sua ira

e magnifica la sua clemenza. Io sono

Filottete abbandonato dai compagni sull'isola

deserta e mi strazio e bestemmio il nome

del Signore...».

«E tu sei un piccolo rosso

angelo che guarda le sue scarpe sporche...».

 

 

Asraele

 

I

 

Asraele è l'angelo gobbo, scende

dal cielo scuotendo nere ali

e depone la discordia tra gli uomini.

Di lui null'altro si sa, invisibile

è il suo operare e nere nubi

lascia come un nastro funebre

dietro gli spalti delle stelle.

Asraele parla come un principe.

Avvolto in candidi panni nasconde

nel fondo del cuore il disprezzo.

Asraele parla alle stelle e disdegna

gli argomenti sublimi. Un eloquio

forbito fiorisce sulle sue labbra

ed il sorriso fluisce dal suo volto.

L'inquisito di rango volge le spalle

all'angelo, osserva la sua retroesistenza.

L'angelo dalle vele spiegate

interroga i morti e nasconde

nell'ampio panneggio il volto.

 

II

 

Dal pallore della sua sfericità

vola il candido Asraele. Vieni qua

oh alterità, informulabile presenza!

il sonno abita le cordigliere

delle sue ali strappate al vortice

della Storia: fessure di infinite

brughiere solcate da invernali

stormi di capinere, gli occhi lividi.

L'Angelo brandisce una spada

ed i colpi cadono su un minuscolo

diavolo dalle ali cartilaginose

ingrommato di pece. Asraele

è impresso nel vento immateriale.

Immobile, esegue un passo di danza.

Il dèmone, inquieto, ad ogni scarto

sprofonda nella tenebra.

 

III

 

La soprastante felicità di Asraele

parla senza parole. Il suo corpo

ignudo dalle ali spiegate mostra

eburnea chiarità. La sfericità

della Storia conosce la morte e il

sangue. - Vola Asraele!, attimo fermati

non sei bello quanto impossibile.

Fra gli angeli il più superbo,

candido di giovinezza e melancholia

il vento non scuote le sue ali.

Le nottole del tramonto sul

pallore del suo volto volteggiano.

 

 

Achamoth

 

Achamoth è l'angelo nero, ingiunge

soffio al vento, soggioga il tempo,

accoppia materia e immondizie

sigizie di correaltà, apparenta

Storia ed eoni, platonismi e crudeltà.

Concupisce il pleroma, agita

lo stendardo della Storia prostrato

e disperato nel mondo abitato

da stragi ed eccidi. Bython

e Silenzio lo osservano dal mare

acquietato dell'empireo. Tutto

si svolge e si involge nel lutto

e nella desolazione, nel travaglio

metafisico della concupiscenza.

La materia, realtà deficiente

e recipiente assegna l'insolvente

reciprocità della Storia. Oh, Achamoth

mai raggiungerai Bython, mai

amerai e sarai amato, eone isolato

fuori dell'accoppiamento il cavallo

alato di Bython mai potrai baciare!

Asraele parla

I

 

V'è un dèmone astuto e ingannatore

che discetta sul computo del cosmo,

sul motore universale. La ruggine,

regina del metallo, rode ogni certezza,

devasta la materia il dubbio, principio

del Male. Ma voi sapete approfittare

di ogni incompletezza come cosa manifesta,

per luce naturale. Allora, rompere

gli indugi, spezzare l'incertezza,

l'indecisione. Nemici dell'irresolutezza

sappiamo che la malaria è l'ordine

del cosmo.

 

La casa che vedi salda sulle quattro colonne crollerà.

Sbrigati, è un passaggio obbligato la via della realtà.

 

II

 

La verità è nella polvere della superficie.

Avere la forma trilobate del giglio,

l'arco acuto della lince, lo stilobate

d'un tempio dorico, la lussuria della lonza.

 

Possedere la spina dorsale del rettile

e la bifide lingua della vipera,

vestirsi del piumaggio dell'aquila,

avere l'occhio sincipitale della lucertola.

Dare il colpo di coda.

 

Forse in un'altra vita foste uccelli.

 

 

Asrafaele

 

La notte di Asrafaele è una scatola

d'orologio vuota che abita il sonno.

 

Il suo labirinto è simile alla città celeste di Baktapur

edificata sull'orecchio di Vishnu.

 

L'occhio dell'angelo è debole

come il timpano d'un regio amanuense

che emula la copia di una pallida immagine.

 

le città argentate dell'angelo sono scenari irreali

lontani come la costellazione del Pesce

dove i cavalli del sonno agitano

la criniera siderea che il vento

non scuote né scinde.

 

 

 

Trialogo: Sterchele, Achamoth e Asfodel

 

 

Sterchele:*

 

Perché mi hai risvegliato dal mio letto di tenebre?

Perché sono nato da un difetto di pronuncia?

 

 

Achamoth:

 

Il punto verso il quale tu corri non coincide

con il punto verso il quale tu vorresti correre.

 

 

Asfodel:

 

Essere una pluralità di dèmoni

che parlano con una voce sola.

 

 

 

* Sterchele è l'angelo nato da un errore di pronuncia dell'Altissimo il quale avrebbe voluto dire: Shemchele

 

 

 

Sterchele* parla

 

A turno dominano il volgere del Tempo

l'odio pernicioso e l'amicizia, sostanza intattile.

Il vizio è un ciondolo monocorde

che rechi in petto come un generale blasfemo,

riconoscerlo è l'apice del peccato.

La gramigna non muore senza il tacco

che la calpesta.

 

L'ultimo scolaro di Ammonio non ha lasciato traccia,

il suo tempo lo ha falciato.

Di Filone di Alessandria

abbiamo pochi sporadici cenni,

della sua filosofia al servizio

del toro di Falaride non resta granché.

 

Apprezzo i filosofi del Kosmos.

Lambiccati, sottili, esperti del volteggio

del sorteggio che intende disperazione.

 

Con il voltmetro in tasca misuro

la tua inquietudine, la bassa tensione

del voltaggio, il flusso della corrente

che genera vermi. La tua ansia

mi è chiara come l'incendio della biblioteca

di Alessandria, come l'incendio della flotta romana

che divampa a largo di Siracusa

procurato da Archimede.

 

Della soverchia filosofia del tuo tempo,

avvezzo agli scolarchi ed agli epigoni,

mi basta il bagno nella tinozza.

Nell'equilibrio idrostatico riconosco gli uccelli.

 

 

 

* Sterchele è l'angelo nato da un difetto di pronuncia dell'Altissimo

 

 

 

Dedraele parla

Poiché ciascuna delle due vie

conduce ad uno stesso luogo

io non rimesterò due volte

nello stesso brodo.

Il prologo è simile all'epilogo.

 

Avrete tempo per irridere il canto degli uccelli.

 

 

 

*

 

Ciò che dico adesso non sono io a dirlo.

Vedi che le tue parole sono ormai storpie,

sei vecchio e la tomaia del calzolaio è fradicia,

la tolda della nave con la stiva piena di merci

oscilla paurosamente sull'abisso.

 

Per il Faraone è breve il passo dal desiderio

all'annunzio, dall'intentio all'editto.

 

La vita è il viaggio di una farfalla sul mare.

 

La Bellezza è nostalgia della morte

e il tuo canto è la tua lebbra.

 

 

 

La sentenza degli Angeli

 

Un angelo battè sulla fronte del morto

e disse:

«Ricordati di ricordare anche se la vita

dal verdeggiante mare dell'essere s'è dissolta».

 

Un secondo angelo battè sulla bocca del morto

e disse:

«Ricordati di parlare».

 

L'uomo si eresse dalla cintola in su,

si afferrò la testa tra le mani e la scosse:

«Ecco, io non ricordo, dal verdeggiante mare

dell'essere nulla di veramente importante».

 

Gli angeli si riunirono in concilio e confabularono

per un po'. Poi tornarono e lessero la sentenza:

 

«La vostra parola sia il vuoto

dove cade ogni evento noto.

La vostra parola sia il male.

Ferro, fuoco e sale».

 

 

 

Trialogo sull'Albero

 

Parla l'Angelo:

 

Sul ramo più alto dell'Albero parla

l'Angelo avvolto nel candido panneggio.

 

Tu che hai conosciuto la povertà delle parole

da Ananke e da Atropo termina il tuo viaggio.

Tu che hai dato a te stesso il fondamento

tieni bene a mente questo comandamento:

sarai diviso tra sistema e commento

colpevolmente intriso di physis e nocumento.

Non ti nascondere nell'esserci, poiché tu sei

dissolto in ogni luogo e in ogni tempo.

 

Parla il Dèmone:

 

Sul ramo più alto dell'Albero parla

il Dèmone avvolto nel nero velluto.

 

Tu che hai conosciuto i segni prosciugati

da Ananke e da Atropo prosegui il tuo viaggio.

Parla con la lingua di angelo o di dèmone

perditi nel prosciugamento delle parole

senza timore né commento, tra scisma ed eresia.

Venga tutto il male del mondo.

E così sia.

 

Parla il Poeta:

 

Ho una grande fantasmagorica voliera

che riempio d'ogni sorta di uccelli.

Là esiste il giallo canarino, il merlo sagace,

il pavido passero, il pappagallo filosofo,

l'ibis regale, il cuculo notturno.

Là insiste la mia esistenza.

 

 

I dannati felici

 

Dalla ripa lunga tratta veniva

di dannati felici. La sponda

brulicava di vermi bianchi avvolti

nel biancore dell'alba. Uomini

un tempo morti ma ora vivi

nel mercuriale livore dell'immortalità.

 

«Vivi essi sono - disse l'angelo Emanuele -

parlano ma non si comprendono.

Ciò che essi furono, sono e saranno».

 

Lunga tratta veniva di schiavi felici

nell'incompiutezza ch'io ne ebbi terrore.

«Se qualcosa manca - interloquii - la fame

d'essere li spingerà gli uni contro gli altri».

 

«Da Polemos ed Ananke sortiscono

uomini ben temperati - rispose l'angelo

con un soffio, senza guardarmi -

come i nati di domenica intendono

la lingua degli uccelli, gli uomini

qui occorsi hanno inteso la lingua

feriale del disprezzo. Ora essi parleranno

ma sono muti perché il destino

s'è compiuto, il suono è scomparso».

 

 

Corteo di artisti

 

Un angelo dalle ali spezzate guida una ciurma,

distribuisce comandi e menzogne. Chiatta sul fiume.

I forzati della chiatta imprecano:

«Perché siamo felici? Perché eterni?

Perché la chiatta è immobile e il firmamento

ruota a sinistra sulle nostre teste?».

 

«È la prosecuzione dello Stige. Siamo nel Paradiso.

Un grande lago di tedio. Ovunque giardinetti e verzure»,

risponde l'angelo.

 

Gli artisti sono relegati nel circolo degli onanisti.

Essi non smettono di creare ismi.

La confusione regna sovrana.

 

Anche in Paradiso continuano a far versi.

I musicisti sono in posizione di retroguardia,

altri, disposti in posizione avanzata, puntano

fucili di cartone verso i primi.

Seguono scaramucce e finti alterchi.

 

È un corteo infinito di dannati felici.

È un riparo confortevole.

Pieno di specchi, di matite e di comforts.

 

 

 

Processo a Carneade

 

Gli angeli Munkar e Nakir si addensarono sul suo volto e dissero:

 

«La tua filosofia rimbomba come un'eresia. Aggricciato alla tua filosofia come un lebbroso al suo medico, il tuo pensiero proviene dalla lebbra e produce lebbra, Carneade».

 

Così chiosarono gli angeli Munkar e Nakir. Carneade non mosse collo, tenne alto il profilo.

 

«Se la mia filosofia è lebbra, anche la vostra requisitoria è lebbra. Proviene dalla lebbra del mondo ed è diretta verso la tenebra. In verità, la mia filosofia è un raggio di luce nera che brilla nel cielo sidereo. Nulla di più».

 

Scossero gli angeli i riccioli del capo.

 

«La tua filosofia viaggia nel buco nero della bestemmia, Carneade. E tu non sei un beota o un barbaro o un paria. Sei responsabile Carneade della tua eresia».

 

E qui gli angeli si ritirarono in conciliabolo. Fu a quel punto che Carneade riprese la parola.

 

«C'è il tempo per la tempesta e il tempo per la bonaccia, ed infine ritorna il sole alto allo zenith, ma la mia filosofia è chiara e trasparente e cristallina così che ognuno la può vedere di traverso, in tralice e in controluce. Essa è se medesima. Immutata e immutabile. Non soggetta alle leggi del tempo e dello spazio».

 

Qui gli angeli scossero atterriti i riccioli del capo. «Un pellegrino della Galilea ha detto: "dai a Cesare quel che è di Cesare". Qual è la tua posizione, Carneade?». E questi, con un sorriso beffardo, rispose: «Nulla a Cesare e nulla contro Cesare. Questo è il mio punto».

 

Allora, gli angeli si alzarono dagli scranni e sbatterono le ali con tanta violenza che un vento freddo investì in pieno viso il filosofo.

 

«Carneade, non v'è tempesta più grande della tua tempesta e bonaccia più grande della tua bonaccia, e non v'è eresia più grande della tua totale ritrosia. Eresia costituzionale è la tua, che viola la costituzione degli uomini. La tua bestemmia, Carneade, è infame e totale, totale perché infame. La tua bestemmia è costituzionale, non è sovversiva e non parteggia per Cesare, ma proprio per questo è riprovevole in sommo grado».

 

«Il mio pensiero - spiegò Carneade - parte da un punto e giunge ad un altro punto per la via più breve, e questo pensiero ha nome segmento. - E qui tacque Carneade, ma riprese - E se in voi produce sgomento questo mio metodo, la vostra requisitoria è apologia, la vostra accusa ciarla, il vostro contegno dissimula la nequizia che oscurate. E le vostre parole sono oscure per la luce abbagliante che vi gettate».

 

«La tua filosofia è lebbra ma tu non sei lebbroso, Carneade, per questo ti condanniamo, perché la tua colpa è grande. Il tuo luogo sia il lebbrosario.

Tu sei bello Carneade, ma i tuoi simili saranno tutti lebbrosi.

Noi ti condanniamo alla eterna solitudine.

Copulerai con le lebbrose, mangerai a tavola con i lebbrosi.

La tua vita, Carneade, sarà sporca di lebbra. E così sia».

 

 

Il re Creso

 

Si narra che il re Creso crebbe nel Palazzo dei cristalli. Quarantamila stanze di cristallo e cortili fioriti ove tutto era trasparente.

 

Sulla sua fronte passavano nuvole e piramidi, cinguettavano uccelli di quarzo. Il mondo non aveva maggiore consistenza della piuma d'un pennuto uccello. Tutto era giovane e bello

 

I cortigiani avevano decretato la soppressione della Morte e con ferocia gli sgherri del Palazzo trucidavano vecchi e storpi, malati e gobbi.

 

Il re Creso cantava al suono della cetra in soave malinconia.

 

I cortigiani depredavano in ogni parte dell'impero le donne e gli uomini più belli e li trascinavano a viva forza nel Palazzo di quarzo, splendenti di giovinezza e di bellezza.

 

E i pretoriani vegliavano con crudeltà acché la Morte non penetrasse nel Palazzo, scrutavano i volti di giovinetti affinché non spuntasse in loro alcuna ruga o alcun sospetto.

 

E il re Creso crebbe nel Palazzo dei cristalli senza la Morte e il tempo, sedeva al banchetto dell'eterna giovinezza, belo di eterna bellezza. Lui nipote del Sole, guardava al mondo pesante come una piuma. Mai un rammarico o un sospetto solcavano la sua fronte.

 

Frattanto, gli sgherri e gli scherani uccidevano i vecchi, gli storpi, i dementi. Atlantide era una città trasparente. Palazzi di quarzo e di cristalli e giovinetti belli come uccelli. Un formicolio di lusso e di lussuria. I pretoriani e i cortigiani, depravati, stupravano uomini e donne.

L'immensità di Sodoma raggiunse i quattro angoli del mondo.

Il tendaggio della Morte venne rimosso e gli uomini vissero felici.

 

Si narra che il re Creso, nipote del Sole, crebbe nel Palazzo dei cristalli, sfolgorante nello sfolgorio della bellezza e della luce.

 

Ma le fonti non ci dicono come l'impero di Sodoma si dissolse, di come il Male e la Morte penetrassero nella città dei cristalli e di come intervenne il mare.

 

 

Il re Mida

 

Poteva svoltare a destra o a manca, andare dritto, diventare assassino, imperatore o pervertito. Invece divenne re Mida. Ciò che toccava si mutava in oro splendente.

 

Come l'uomo che venne in groppa ad un asino a cui fu predetto un regno, re Mida cercava ma non trovava, e tutto si mutava in oro: vasi di coccio, pareti di terra, piramidi, tende di nomadi, cammelli, cavalli, cavalieri in armi e schiavi in catene.

 

Ciò che aveva vita si dissipava e si tramutava in oro. Il povero non era più povero, sontuosamente drappeggiato d'oro si congedava da re Mida al tocco del suo dito. L'impossibile divenne possibile e ciò che era grande divenne piccolo.

 

E re Mida toccava gli alberi, gli uccelli, e tutto precipitava morto in oro e gli uccelli cadevano e gli alberi morivano. E l'oro portò desolazione e morte.

 

«Attimo, fermati sei bello!», mormorava re Mida, e l'attimo si arrestava e tutto si mutava in oro. Il Tempo correva e, dietro, una scia di oro rovinoso.

 

Accorsero eserciti dai quattro angoli del mondo e si diedero guerra per conquistare re Mida. Ed egli, ingenuo, cercava e non trovava. La legge venne infranta e il fratello uccideva il fratello.

E re Mida, nella sua follia, toccava il cielo, la terra, il mare.

 

 

La città di Homsha

 

Narra un antico logografo che un tempo lontano, prima che gli egiziani erigessero le piramidi e i calmucchi inventassero la pipa, la città di Homsha conobbe un ineguagliabile splendore.

 

Un immenso deserto la circondava e, benché i venti della rosa dei venti, spirassero in tutte le direzioni, benché il giorno fosse torrido e la notte gelida, gli abitanti vivevano felici.

 

Il giallo deserto costituiva un ostacolo insormontabile per ogni esercito invasore che provenisse dai quattro punti cardinali. E, benché qualche temerario tentasse l'aggressione, nessuno mai riuscì a raggiungere le mura di Homsha.

 

La città di Homsha sorgeva in un'oasi verdeggiante, rigogliosa, con intorno un fiume che affiorava misteriosamente dalla terra.

 

Le poche notizie che ci restano narrano della coda di una cometa e delle luci degli astri che piovvero sulla città di Homsha, frammenti di un libro degli dèi.

Gli uomini vissero felici nella gozzoviglia, diventarono efebi e eunuchi e le donne si prostituivano per il piacere degli oziosi.

 

Sorsero filosofi cinici e goliardi che proclamarono la morte degli dèi. L'albero della cuccagna donava datteri, noci di cocco e banane a volontà, l'acqua era abbondante e gratuita. Gli abitanti di Homsha col petrolio illuminarono la città a pieno giorno.

Si narra che lo sfolgorio delle piramidi di Homsha fosse tale che gli uomini, saturi di luce, si recassero a morire nel giallo deserto o si gettassero dagli spalti delle mura e le donne, ebbre di lussuria, vivessero in adorazione d'un dio priapeo in perenne mercimonio di feste dionisiache.

 

Narra l'antico logografo che la città di Homsha venne distrutta dal fuoco.

Noi non conosciamo la natura o le modalità di questo fuoco, ma un'interpretazione attendibile ci ragguaglia sulla parentela tra Leucotea e luce, tra gli astri e i disastri che si abbatterono sulla città e i suoi abitanti, sulla affinità tra il gelo e il velo della Notte, tra il logogrifo e l'ippogrifo incisi sul portale d'ingresso della città di Homsha.

 

 

La polmonite di Cartesio

 

Il due febbraio 1630 l'eretico Cartesio improvvisamente si ammala.

Ma di che cos'è morto?, «di polmonite», si affrettarono a rispondere alla corte di Svezia poche ore dopo il decesso.

 

«Nei primi due giorni di malattia - scrisse il medico di corte - Cartesio crollò in un sonno profondo. Non mangiò e non bevve nulla».

 

È probabile che la prima dose di arsenico fu accompagnata da un potente sonnifero, in modo da stordire il filosofo, esperto in medicina, il quale avrebbe subito sospettato d'esser stato avvelenato.

Quel che è strano è che solo al quinto giorno sopravviene la febbre, e che nella diagnosi non appaia mai la tosse, sintomo inequivocabile in una polmonite.

 

All'ottavo giorno interviene «singhiozzo, saliva nera, urina pessima», tutti sintomi che combaciano con l'ipotesi di un avvelenamento da arsenico, di cui la seconda e fatale dose fu somministrata all'ultimo giorno.

 

Già, ma chi aveva interesse a far sparire l'eretico Cartesio i cui libri nel 1663 saranno posti all'indice dalla corte di Svezia? La lista dei sospetti non è ampia. Se escludiamo la regina Cristina, l'ambasciatore Pierre Chanut e il medico van Wullen, non restano che due piste: i filologi di corte (ipotesi del tutto inconsistente) e un monaco agostiniano, il cappellano François Vioguè, il solo, tranne la servitù, che risiedesse nell'ambasciata francese dove Cartesio si era rifugiato.

 

Ma perché mai il monaco Vioguè, che diede l'estrema unzione all'ateo Cartesio, avrebbe dovuto farlo fuori?

La risposta l'ha fornita nel 1992 lo storico Jorg-Peter Findeisen nella sua biografia «Cristina di Svezia», dove si legge: «È accertato che il Vaticano incaricò padre Vioguè di allacciare contatti con la regina svedese. E che pertanto Vioguè aveva il titolo di missionario apostolico nei paesi del nord con la missione segreta di convertire la protestante Cristina al cristianesimo».

 

Cartesio era un ostacolo, e divenne vittima degli intrighi politici del Vaticano.

 

Questa che è l'opinione più plausibile, ha il vantaggio che combacia perfettamente con l'iter di quella strana malattia.

 

 

 

 

 

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